28.09.05
Accertamenti
Eurostar delle 06.54 da Padova a Milano. Siamo alle porte di Verona.
Il treno si ferma.
Il treno rimane fermo.
La voce della capotreno, dagli altoparlanti: "Siamo spiacenti, la circolazione è interrotta all'altezza di Rezzano [*] a causa di un investimento... In casi come questo gli accertamenti giudiziari richiedono un certo tempo... Al momento prevediamo un ritardo di circa mezz'ora".
"Che cos'è successo?", dice la ragazza con la maglietta nera seduta alla mia sinistra.
"C'è stato un investimento", dice il tipo in camicia bianca, cravatta azzurra e laptop aziendale che mi sta difronte.
"E cioè?", dice la ragazza.
"Un treno ha investito qualcuno", dico. "O qualcuno si è buttato sotto".
"Oddio", dice la ragazza.
"Sono cose che succedono", dice il tipo in camicia bianca, continuando a navigare il wireless.
"Che cosa brutta", dice la ragazza.
"Ne muoiono di più sulle strade", dico.
"Lei dice?", dice il tipo in camicia bianca.
"E' sempre una cosa brutta", dice la ragazza.
"Ci vorrà di più di mezz'ora", dico. "Devono fare i rilievi, fotografare tutto, accertare la dinamica del fatto...".
"Ma non è morto?", dice la ragazza.
"Sì", dico, "sarà morto. Di solito muoiono".
"E allora", dice la ragazza, "che razza di accertamenti fanno?".
"Be'", dico, "come minimo devono capire se si è trattato di un incidente, nel quale i macchinisti potrebbero avere qualche responsabilità, oppure di un suicidio".
"Tanto quello è morto", dice la ragazza. "E noi dobbiamo andare a lavorare".
"Potrebbe anche essere stato un assassinio", dico. "Magari il poveretto è stato spinto da qualcuno sotto al treno".
"Il poveretto?", dice la ragazza.
"Sì", dico. "Il poveretto. Quello che è morto".
"Poveretti siamo noi", dice la ragazza. "Poi in azienda mi fanno il culo".
"Le conviene avvisarli al più presto", dico. "Spieghi loro che cosa è successo".
"Ma se non lo sappiamo!", dice la ragazza.
"Be'", dico, "sappiamo l'essenziale".
"E cioè?", dice la ragazza.
"Che c'è stato un investimento", dico. "Che qualcuno probabilmente s'è ammazzato".
"Mi ammazzano a me, altro che storie", dice la ragazza.
"Ha ragione", dice il tipo in camicia bianca.
"In che senso?", dico.
"Sto guardando il sito del Ministero dei lavori pubblici", dice il tipo in camicia bianca indicando lo schermo del laptop. "Ne muoiono molti di più sulle strade".
[*] Se ho capito bene.
Posted by giuliomozzi at 14:11 | Comments (5)
27.09.05
Diceva a lei
Pordenone, domenica 25 settembre, primo pomeriggio. Entro in uno dei bar del corso. Vado alla cassa.
"Buongiorno", dice la cassiera.
"Buongiorno", dico.
Estraggo dal portafoglio un biglietto.
"Questa mattina verso mezzogiorno", comincio a spiegare, "abbiamo prese delle consumazioni qui fuori, ai tavolini. Quando mi sono alzato per venire a pagare, mi sono accorto che era l'una, e avevate già chiuso".
"Quindi?", dice la cassiera.
"Quindi non abbiamo potuto pagare", dico.
"Non avete pagato?", dice la cassiera.
"Appunto", dico. "E sono venuto a pagare adesso".
Le porgo il biglietto delle consumazioni.
"Un momento", dice la cassiera.
Si allontana. Torna subito dopo con un signore grossissimo in camicia candida e cravatta nera.
"Qual è il problema?", dice il signore grossissimo.
"Il signore stamattina è andato via senza pagare", dice la cassiera.
"No", dico.
"No?", dice il signore grossissimo.
"Sì", dice la cassiera.
"No", dico. "Eravamo seduti qui fuori. Era mezzogiorno circa. Abbiamo ordinato dei caffè, delle paste, dei succhi di frutta. Quando mi sono alzato per venir qui a pagare, mi sono accorto che nel frattempo avevate chiuso".
"E quindi", dice il signore grossissimo, "non avete pagato".
"Non abbiamo pagato", dico, "ma non per nostra intenzione. Tant'è che sono qui adesso".
"Stamattina non ha pagato", dice la cassiera, "e adesso ha pure il coraggio di ripresentarsi".
"Ma cosa dice!", dico. "Sono qui appunto per pagare".
"E spero bene, che paghi!", dice la cassiera.
"Avrei potuto anche fregarmene", dico.
"Vede, che ci ha pensato?", dice la cassiera.
"Ma neanche per sogno", dico. "Sono qui o no?", aggiungo sventolando il biglietto delle consumazioni.
"I fatti sono fatti", dice la cassiera. "E i fatti sono che lei non ha pagato".
"Non ho capito", dice il signore grossissimo.
"Che cosa non ha capito?", diciamo la cassiera e io, in coro.
"Lei è disponibile a pagare?", dice il signore grossissimo.
"Sì", dico. "Sono tornato qui apposta".
"Praticamente è come uno che si costituisce", dice la cassiera. "Magari vuole anche i complimenti per la buona azione".
"No", dico, "voglio solo pagare".
"Ma, adesso, ha pagato o no?", dice il signore grossissimo.
"Mi sono presentato qui alla cassa per pagare", dico, "e la signora si è alzata ed è andata a chiamare lei".
"E spero bene", dice la cassiera. "Quando uno non paga, chiamo il titolare".
"Ho capito", dice il signore grossissimo. Si rivolge alla cassiera: "Faccia il pagamento".
La cassiera si siede al suo posto, prende il biglietto, fa il conto. Undici euro e cinquanta. Pago.
"Bene", dice il signore grossissimo. Si rivolge alla cassiera: "Il signore ha dunque pagato?".
"Sì", dice la cassiera.
"Bene", dice il signore grossissimo guardandola negli occhi. "E allora non rompa più il cazzo".
Si volta e se ne va.
Ho un attimo di esitazione.
"Guardi che diceva a lei", dice la cassiera. "Veda di circolare".
Posted by giuliomozzi at 12:39 | Comments (11)
23.09.05
Dove è corriera?
Padova. Piazzale della stazione. E' mezzanotte. Pioviggina. Devo decidere se farmela a piedi fino a casa, che ci vuole un'ora, o se prendere un taxi.
Intanto fumo una sigaretta. Visto che ho fame, potrei andare a piedi fino al pub bavarese gestito dai cinesi, mangiare qualcosa, e poi decidermi.
Mi si avvicina un tipo con un giubbino di pelle. E' magro, ha la barba nera.
"Scusa", mi dice.
Lo guardo.
"Dove è corriera per Romania?", dice il tipo.
"Non lo so", dico.
"Era qui corriera per Romania, hanno detto", dice il tipo guardandosi intorno.
"Non so cosa dirti", dico. "Non ne so niente".
"Tu non vai Romania?", dice il tipo.
"No", dico.
Il tipo sembra perplesso.
"Tu serbo?", dice. Aggiunge: "Albania?".
"No", dico. "Io sono di qui".
"Tu sei di qui?", dice il tipo.
"Sì", dico.
"Cioè tu sei italiano?", dice il tipo.
"Sì", dico.
"Ah, tu sei italiano", dice il tipo, visibilmente rasserenato.
"Vuoi una sigaretta?", dico.
"Sì", dice il tipo.
Gli offro una sigaretta. Fuma anche lui.
"Scusa, sai", dice il tipo.
"Perché", dico, "ti pare che non sembro italiano?".
"Eh, qui, in piazza stazione", dice il tipo, "a questa ora, non è molto italiano".
"E quelli lì?", dico, indicando le persone in attesa del taxi.
"Il taxi è per italiani", dice il tipo.
"Sono d'accordo", dico.
"Tu no taxi?", dice il tipo.
"Ma, no, vado a piedi", dico.
"No corriera?", dice il tipo.
"Non ci sono più corriere per casa mia, a quest'ora", dico.
"Più corriere?", dice il tipo.
"Per casa mia, no", dico. "Per la Romania non so".
"Eh", dice il tipo buttando fuori un bel po' di fumo. "Romania è distante".
Posted by giuliomozzi at 16:20 | Comments (4)
21.09.05
Ha l'aspetto
Sono sul treno da Milano a Tortona. Davanti a me c'è una coppietta ventenne, massimo venticinquenne. Lui ha jeans neri, maglietta nera, giacca nera. Lei ha jeans neri, maglietta bianca, capelli neri.
Si sbaciucchiano, parlano a voce bassissima.
Io sto leggendo la rivista letteraria "La mosca". Leggo una poesia di Alessandro Broggi. Arrivo fino alla quartina finale:
l'estendersi del fenomeno
va considerato indicativo
ha l'aspetto di quello che è
in qualsiasi circostanza
Mi addormento di colpo.
Apro gli occhi mentre un altoparlante dice: "Voghera, stazione di Voghera". La prima cosa che vedo è la schiena nuda della ragazza. Richiudo gli occhi. Li socchiudo. Vedo che la ragazza è in piedi, si è tolta la maglietta e il reggiseno, o almeno li ha sollevati fino alle spalle. Il ragazzo, seduto, le sta baciando il seno. Realizzo che se qui siamo a Voghera, saremo a Tortona entro dieci minuti: e io a Tortona devo scendere. Mi domando se dieci minuti basteranno a quei due per arrivare in fondo, a qualunque fondo vogliano arrivare. Chiudo per bene gli occhi. Decido che devo fare quello che sta per svegliarsi. Devo dare dei segnali.
Cambio il ritmo del respiro. Mi rigiro. Grugnisco. Muovo un piede.
Il treno frena bruscamente, di colpo. Qualcosa di morbido e caldo mi viene addosso. Continuo a tenere gli occhi ben chiusi: ma quello che mi si è infilato nell'orecchio sinistro è, al di là di ogni ragionevole dubbio, un capezzolo.
Posted by giuliomozzi at 23:23 | Comments (3)
20.09.05
Brutti incontri, la mattina presto
Posted by giuliomozzi at 07:26 | Comments (11)
19.09.05
Misura
Mio nipote, otto anni.
"Zio, ho fatto un libro!".
"Anche tu?".
"Sì, ma per bambini come me".
Posted by giuliomozzi at 18:27 | Comments (0)
18.09.05
Contro il relativismo
Sono quasi le otto di sera. Entriamo un un bar. Andiamo al banco.
Dico: "Un succo di pomodoro e un succo di pompelmo, grazie".
"Condito, il succo di pomodoro?", dice il barista.
"Sì", dico.
"Condito completo?", dice il barista.
"Sì", dico.
Tra me e me mi interrogo sulle possibili differenze tra un succo di pomodoro condito e un succo di pomodoro condito completo.
Sto per fare una domanda.
"Non fare domande", mi dice l'altra persona.
"Io non ho detto niente", dico.
"Appunto", dice l'altra persona. "Continua a non dirlo".
Il barista mette sul banco un piattino. Poi mette sul piattino il bicchiere con il succo di pomodoro condito completo. Poi mette sul banco il bicchiere con il succo di pompelmo.
"Non ce la faccio", dico.
"Lo sai che puoi farcela", dice l'altra persona.
"No, non ce la faccio", dico.
"Io non ti conosco", dice l'altra persona.
"Scusi", dico rivolto al barista.
"Prego", dice il barista.
"Perché", dico, "sotto il bicchiere del succo di pomodoro condito completo ha messo il piattino, e sotto il bicchiere del succo di pompelmo non l'ha messo?".
"Non ho capito", dice il barista.
"Perché qui c'è il piattino", dico indicando il piattino sottostante al succo di pomodoro condito completo, "e qui non c'è?", concludo indicando il bicchiere senza piattino di succo di pomodoro.
"Ah, ho capito", dice il barista.
"Mi dica", dico.
"Il succo di pomodoro è aperitivo", dice il barista, "e ci va il piattino. Il succo di pompelmo è bevanda rinfrescante".
"Ma se io bevo il succo di pompelmo come aperitivo?", dico. "O se bevo il succo di pomodoro come bevanda rinfrescante?".
"Lei come lo sta bevendo, il suo succo di pomodoro?", dice il barista.
"Come aperitivo", dico.
"E lei", continua il barista rivolto all'altra persona, "come lo sta bevendo il suo succo di pompelmo".
"Come bevanda rinfrescante", dice l'altra persona.
"Visto?", dice il barista.
"Paghi tu", dice l'altra persona.
Posted by giuliomozzi at 10:50 | Comments (7)
16.09.05
Non lo so
Mio nipote, otto anni.
"Zio, devo farti vedere il mio ragno gigante!".
"Ma è vivo o morto?".
"Non lo so. E' sott'olio".
Posted by giuliomozzi at 06:38 | Comments (0)
13.09.05
Stronzo
Suona il telefono mobile. Il numero è sconosciuto. Rispondo.
"Mozzi", dico. "Buongiorno".
"Ciao, Renato", dice una voce allegra di donna giovane.
"Non sono Renato", dico.
"Renato, dài, non fare lo stronzo", dice ancora allegra ma un po' spazientita la voce di donna giovane.
"Stronza sarà lei", dico.
"Renato, che cazzo dici?", dice la voce di donna giovane, non più allegra.
"Non sono Renato", dico.
"E chi è lei, scusi?", dice perentoria la voce di donna giovane.
"Sono giulio mozzi", dico.
"E come si permette?", dice inquisitoria la voce di donna giovane.
"Come mi permetto cosa?", dico.
"Di darmi della stronza", dice incazzatissima la voce di donna giovane.
"Ha cominciato lei", dico.
"Io?", dice sinceramente stupita la voce di donna giovane.
"Sì", dico. "Lei mi ha detto: 'Ciao, Renato', e io le ho detto: 'Non sono Renato', e lei mi ha detto: 'Non fare lo stronzo'. In sostanza, mentre io mi limitavo a fornirle un'informazione, lei mi ha dato dello stronzo".
Una pausa.
"Ma io mi rivolgevo a Renato", dice perplessa la voce di donna giovane. "E comunque non gli dicevo che era uno stronzo, gli dicevo di non fare lo stronzo".
"Secondo lei", dico, "è possibile, senza essere stronzi, fare gli stronzi?".
"Effettivamente", dice pensosa la voce di donna giovane, "se uno fa lo stronzo, vuol dire che un po' stronzo lo è".
"Ecco", dico. "Allora lei mi ha dato un po' dello stronzo".
"Ma poco poco", dice minimizzante la voce di donna giovane.
"Poco o molto", dico, "sempre dello stronzo mi ha dato".
"E comunque io mi rivolgevo a Renato", dice di nuovo battagliera la voce di donna giovane.
"Peggio ancora", dico. "Lei dà dello stronzo al primo che capita - lo concedo: stronzo solo un poco - senza nemmeno badare a chi sta parlando".
"Insomma!", strilla irritata la voce di donna giovane. "Ho solo sbagliato numero! Credevo di parlare con un amico!".
"Lei ha quindi amici stronzi", dico.
"Be'", dice riflessiva la voce di donna giovane. "Magari un poco lo sono".
"Poco poco?", dico.
"Poco poco", dice accomodante la voce di donna giovane.
"E Renato?", dico.
"Oh, be', Renato", dice confidenziale la voce di donna giovane, "lui in effetti è un poco più stronzo degli altri".
Posted by giuliomozzi at 12:34 | Comments (6)
12.09.05
Zoom
Mio nipote, otto anni.
"Zio, ho visto le formiche in televisione!".
"Perché, non le hai viste anche ieri in bagno?".
"Sì, ma in televisione erano più grandi".
Posted by giuliomozzi at 15:28 | Comments (3)
10.09.05
Destra / Sinistra
Roma. Sono in taxi.
"Devo andare in via Tale", dico al tassista.
"Bene", dice il tassista.
Non accende il motore. Non fa nulla. Sta lì, come in attesa.
Passa qualche secondo.
"Problemi?", dico.
"No", dice il tassista.
"Allora, possiamo andare?", dico.
"Sì, certo", dice il tassista. "Lei ci vuole andare?".
"Eh sì", dico. "C'erano dubbi?".
"Non so", dice il tassista, accendendo il motore. "Lei mi ha detto: devo andare in via Tale. Ma non sapevo mica se voleva anche, andarci".
"Mi pareva ovvio", dico.
"Niente è ovvio", dice il tassista. "Tutti devono pagare le tasse, ma nessuno vuole farlo. E molti effettivamente non lo fanno".
"Ho capito", dico. "Comunque io devo andare in via Tale, e anche voglio andarci. Va bene?".
"Certo", dice il tassista. "Dove sta?".
"Conca d'Oro", dico. "Piazzale Ionio".
"Bene", dice il tassista. "Se vado in via Conca d'Oro, lei poi mi sa dire?".
"Sì", dico.
Andiamo. Sfoglio il libro che ho comperato un'ora fa: Grapefruit. Istruzioni per l'arte e la vita, di Yoko Ono. Mentre il taxi va, leggo il Frammento della mappa:
Disegna una mappa immaginaria.
Segna una meta sulla mappa dove
vuoi arrivare.
Cammina su una strada vera seguendo
la tua mappa.
Se non c'è una strada dove dovrebbe
secondo la mappa, fanne una spostando
gli ostacoli da parte.
Quando raggiungi la meta, chiedi il nome della
città e regala fiori alla prima
persona che incontri.
La mappa va seguita esattamente, altrimenti
l'evento va abbandonato.
Chiedi agli amici di scrivere mappe.
Da' mappe agli amici.
Arriviamo in via Conca d'Oro.
Dico al tassista: "Quando arriviamo al semaforo vada a destra e poi a sinistra, che ci immettiamo nella parallela".
Arrivati al semaforo, il tassista va a sinistra.
Posted by giuliomozzi at 14:53 | Comments (3)
09.09.05
Il problema non è la faccia
Nove e un quarto del mattino. Sono nella Metropolitana Milanese. Sto viaggiando dalla Stazione centrale a Piazza Missori. Ho appena comperato il quotidiano Il giornale. L'ho comperato perché so che c'è un articolo che mi riguarda. Trovo l'articolo. L'articolo è illustrato con tre fotine: Paolo Nori, Emanuele Trevi, me. La faccia di Paolo Nori è felinissima. La faccia di Emanuele Trevi è veramente ispirata. La mia faccia è la solita. Il problema non è la faccia. Nella fotina si vede che ho una camicia a righe, le bretelle beige decorate a cerbiatti, il cappello francese. Il problema non è che cosa indosso nella fotina. Il problema è che, mentre reggo il giornale tra le mani, mi rendo conto di avere addosso quella camicia a righe, quelle bretelle beige decorate a cerbiatti, quel cappello francese. Improvvisamente mi accorgo che, alle mie spalle, un altro passeggero sta guardando il mio giornale. Sento il suo alito sull'orecchio destro. Provo a voltare la testa lentissimamente. Il passeggero se ne accorge. Volta la testa anche lui. I nostri sguardi si incrociano. Io mi preparo al peggio. Il passeggero ha un attimo di esitazione, poi comincia a sorridere, poi proprio sorride cordiale. Poi dice:
"Ma lei, lo porta sempre, il cappello, anche in metropolitana?".

Posted by giuliomozzi at 00:59 | Comments (4)
06.09.05
Giappone
Mio nipote, otto anni.
"Zio, da grande io vorrei essere giapponese".
"Perché?".
"Perché in Giappone hanno tutto meglio".
Posted by giuliomozzi at 23:33 | Comments (4)
05.09.05
Tuc
Piadena, stazione di Piadena. Il mio treno è tra un quarto d'ora. Fa caldo. Ho fame e sete. Vado al bar.
"Una bottiglietta da mezzo litro d'acqua gasata e un pacchetto di Tuc", dico alla cassa.
"Da un litro o da mezzo litro?", dice la cassiera.
"Da mezzo", dico.
"E poi che cosa voleva?", dice la cassiera.
"Un pacchetto di Tuc", dico.
"Di Tuc?", dice la cassiera.
"Sì", dico. Li indico, alle spalle della cassiera stessa. Ce ne sono tre o quattro pacchetti. "Quelli lì", dico. "I biscotti salati, o crackers, col pacchetto giallo".
"Questi qui?", dice la cassiera, voltandosi e indicano i Tuc.
"Sì", dico. "I Tuc".
"Ah", dice la cassiera. "Bastava dirlo".
Pago. Mi dà lo scontrino.
Vado al banco. Allungo lo scontrino alla banconiera. La banconiera lo prende. Lo guarda.
"Desidera?", dice la banconiera.
"Una bottiglietta da mezzo litro d'acqua gasata e un pacchetto di Tuc", dico.
"Naturale o frizzante?", dice la banconiera.
"Frizzante", dico. "Gasata. Con le bolle".
"Insomma", dice la banconiera. "Come la vuole?".
"Frizzante", dico.
"E poi?", dice la banconiera.
"Un pacchetto di Tuc", dico.
La banconiera si abbassa, prende dal sotto il banco una bottiglietta da mezzo litro d'acqua gasata e me la mette davanti. Poi va alla cassa. La cassiera le dice qualcosa. Parlano un momento. La banconiera torna al banco.
"Desidera?", dice a un altro cliente.
Serve l'altro cliente.
Io aspetto.
La banconiera serve un altro cliente.
Guardo fisso la banconiera.
"Serve altro?", dice la banconiera.
"Sì", dico. "Volevo un pacchetto di Tuc".
"Deve fare lo scontrino", dice la banconiera.
"L'ho fatto", dico.
"E dov'è?", dice la banconiera.
"L'ha preso lei", dico, "prima. Quando mi ha dato l'acqua".
La banconiera alza le mani come per arrendersi, fa vedere che sono vuote.
"Io non ce l'ho", dice.
"Lei l'ha preso", dico. "L'avrà buttato".
"Fattostà che non ce l'ho", dice la banconiera.
"Maria!", chiama la cassiera.
"Dimmi", dice la banconiera.
"Gli ho fatto lo scontrino per l'acqua e i biscotti", dice la cassiera.
"Che biscotti?", domanda la banconiera alla cassiera.
"I Ringo", dice la cassiera.
"No, erano i Tuc", dico.
"I Ringo o i Tuc?", domanda la banconiera, non so se a me o alla cassiera.
"I Tuc", dico.
"Gli do i Tuc?", domanda la banconiera alla cassiera.
La cassiera esita.
"I Tuc vengono dieci centesimi di più", dice rivolta a me. "Se vuole i Tuc deve fare un altro scontrino".
"Ma lei mi ha fatto lo scontrino per i Tuc", dico.
"E dov'è?", dice la cassiera.
"L'ha preso lei", dico, indicando la banconiera.
"Ce l'hai tu?", dice la cassiera alla banconiera.
La banconiera alza di nuovo le mani.
"Vede?", dice la cassiera.
"Senta", dico, "se voi buttate via gli scontrini non è un problema mio. Ho pagato per i Tuc e voglio i Tuc".
"Guardi che mi ricordo benissimo", dice la cassiera. "Io ho battuto un pacchetto di Ringo".
"Senta", dico, "i Ringo mi fanno schifo. So bene che cosa ho ordinato".
"E io so bene che cosa ho battuto", dice la cassiera. "Se vuole i Tuc, deve aggiungere dieci centesimi".
"Ho già pagato per i Tuc", dico, "e voglio i Tuc".
La cassiera sospira. Si volta, prende i pacchetti di Tuc alle sue spalle, li fa sparire sotto il banco.
"I Tuc sono finiti", dice. "Ci sono i Ringo, se vuole".
Posted by giuliomozzi at 00:22 | Comments (6)
03.09.05
Rotonda
E' mezzanotte meno un quarto. Sono in bicicletta. Passo davanti all'ex discoteca Tiffany, ora diventata topless bar. Il solito gruppetto di quarantenni disperati nello spiazzo davanti, a fumare. C'è il traffico del venerdì notte. Per fortuna c'è la pista ciclabile. Affronto il cavalcavia di Brusegana. Sento qualche goccia di pioggia. Se arrivo almeno in centro posso mettermi sotto un portico. Arrivo giù dal cavalcavia. Ora devo attraversare la strada: la pista ciclabile prosegue sul lato opposto. Aspetto. Guardo a destra, guardo a sinistra. Aspetto. Guardo a sinistra, guardo a destra. Scatto. Sono sulla pista. Le poche gocce sono diventate una pioggerella fine. Trovo un semaforo verde, due. E' la mia notte fortunata. Arrivo alla rotonda. Posso scegliere. A destra, verso casa ma senza ripari. Dritto, verso il centro ma con i portici a cinquanta metri. E' solo mezzanotte. E' venerdì sera. Decido di andare dritto. Arrivo alla rotonda rallentando. In questo momento non c'è nessuno. Entro nella rotonda. Un'automobile arriva da destra. Io ho la precedenza, sono già dentro la rotonda. L'automobile suona. Guardo l'automobile. Non faccio in tempo a passare, se mi fermo gli sto proprio davanti. Svolto verso il centro della rotonda, al massimo mi sfioreranno. L'automobile mi prende da dietro. Faccio un volo. Cado su un fianco. L'automobile prosegue. Rimango per terra un mezzo minuto. Un'automobile si ferma ai margini della rotonda. Comincio ad alzarmi. Un uomo che mi aiuta, mi sorregge. Non mi sono fatto niente, a parte sbucciare un paio di pantaloni. "Chi è stato?", mi dice l'uomo. "Non lo so", dico. Ci togliamo da lì in mezzo, porto via la bicicletta, mi metto a bordo strada a riprendere il fiato.
La pioggia è diventata una pioggia forte. Controllo la bicicletta. Sembra sana. La luce posteriore si è sbriciolata, il parafango è storto, la pedaliera fa un clic a ogni giro, ma sostanzialmente è sana. "Vuole un passaggio?", mi dice l'uomo. "Non lo so", dico. L'uomo ride, dice: "Non è una grande risposta". "Mi scusi", dico, "sono un po' confuso". "Posso immaginare", dice l'uomo: "ma almeno possiamo toglierci dalla pioggia".
In quel momento arriva un'auto della polizia. Si ferma. Ne scendono due agenti. Ci guardano. Vedono me con la bicicletta, l'automobilista parcheggiato sul bordo, capiscono tutto.
"Chi ha chiamato?", dice quello più grosso, avvicinandosi.
"Io no", dico.
"Nemmeno io", dice l'uomo.
Il poliziotto sembra perplesso.
"Io ho fatto un volo", dico, "e questo signore mi ha dato una mano a tirarmi su".
"Non l'ha investito lei?", dice l'agente.
"Ma no!", dice l'uomo.
"No", dico, "mi ha investito uno che è andato via".
"Com'è successo?", dice l'agente.
"Ero sulla rotonda", dico, "invece di darmi la precedenza ha suonato il claxon. Ho cercato di togliermi di mezzo, ma non ce l'ho fatta".
"Lei aveva la precedenza?", dice l'agente.
"Ero sulla rotonda", dico. "Ero già dentro la rotonda. Quell'altro stava arrivando".
"Lei ha visto?", dice l'agente rivolto all'uomo.
"Da trenta metri", dice l'uomo. "Ma non mi chieda chi aveva la precedenza. Non le saprei rispondere".
"Giusè", dice l'altro agente, più magro, che è rimasto vicino all'automobile, "il nostro amico è una persona seria".
"Qui non si fanno sconti a nessuno", dice Giusè.
"Vi conoscete?", dice l'uomo.
"Ci sono diversi tipi di conoscenza", dico.
"Documenti, prego", dice Giusè.
Prendo la carta d'identità dal portafoglio, la consegno. L'uomo fa altrettanto.
"Tonino, fai tu il controllo", dice Giusè.
"Controllo, controllo...", borbotta Tonino avvicinandosi, prendendo i documenti, tornando all'automobile per contollarli. "Stiamo sempre a controllare, e intanto piove".
"Che tipo di macchina era?", mi dice Giusè.
"Non saprei", dico. "Non un'automobile grande. Scura di colore".
"Non ha riconosciuto il modello?", dice Giusè.
"No", dico. "Non ho la patente. Le automobili mi interessano poco".
"Il codice della strada lo conosce?", dice Giusè.
"Ecco", dice Tonino, avvicinandosi e riconsegnando i documenti a Giusè.
"Nel 1969 ho vinto un premio a un concorso", dico.
"Eh?", dice Giusè.
"Nel 1969 ho partecipato a un concorso sul codice della strada", spiego, "e ho vinto il primo premio".
"Vedi, Giusè?", dice Tonino. "Il nostro amico ci sa fare. Vinceva i concorsi che tu non eri ancora nato".
"Ma vi conoscete o no?", dice l'uomo, mezzo ridendo.
"Ci conosciamo più di quanto il mio collega voglia dare a intendere", dice solenne Tonino. Mi guarda. "Il signore intende sporgere denuncia contro ignoti?".
"Serve a qualcosa?", dico.
"Be', vista la situazione", dice Tonino, "potrebbe servire da un punto di vista morale".
"Cazzo dici?", dice Giusè.
"Dico ciò che è giusto", dice Tonino. "Uno fa la denuncia, e si mette il cuore in pace. Ha esercitato un potere che, come cittadino, gli è dato".
"La denuncia può farla domattina in Questura", dice Giusè.
"Mi scusi", dice l'uomo.
"Dica", dice Giusè.
"Vi scoccia se vado?", dice. "Ormai è tardi".
"Vada, vada, scusi", dice Giusè.
"L'invito per il passaggio è ancora valido", dice l'uomo.
"A questo ci pensiamo noi", dice Tonino.
"Tonino, cazzo dici?", dice Giusè.
"E' sempre un onore avere ospite il nostro amico" dice Tonino.
Giusè si allontana di un passo per avere una luce migliore. Ha ancora in mano le carte d'identità. Le guarda. Legge i nomi.
"Ah!", dice.
Porge all'uomo la sua carta d'identità. "Lei è figlio di ***?".
"Sì", dice l'uomo, prendendo la carta.
"E' stato mio maestro alle elementari", dice Giusè.
"Vedi? Il mondo è piccolo", dice Tonino.
"Me lo saluti", dice Giusè.
"Non mancherò", dice l'uomo.
"Come sta? Sta bene?", dice Giusè.
"Benissimo", dice l'uomo. "A parte qualche acciacco dell'età".
"Me lo saluti tanto tanto", dice Giusè.
"Certo. E grazie", dice l'uomo.
Si avvia all'automobile, parte.
"E allora", dice Tonino, "lo portiamo a casa o no, questo figliolo?".
"Ce la posso fare da solo", dico.
"Era un uomo meraviglioso", dice Giusè.
"Agente Giusè, ritorni sulla terra", dice Tonino.
"Tu non puoi capire", dice Giusè.
"Nessuno può capire", sentenzia Tonino, "quel che si agita nel cuore di un uomo".
"Cazzo dici?", dice Giusè.
"Niente", dice Tonino. "Era nu poco di filosofia".
"Ah", dice Giusè.
"Posso andare?", dico.
"Il signore se la sente?", dice Torino.
"Altroché", dico. "Tanto ormai, più bagnato di così".
"Sicuro?", dice Tonino.
"Il signore ha detto che se la sente", dice Giusè facendo il verso.
"Alla prossima", dice Tonino avviandosi all'automobile.
"Buonanotte", dice Giusè seguendolo.
Ripartono.
Venti minuti dopo sono a casa. Doccia calda, tè caldo, letto.
Posted by giuliomozzi at 10:26 | Comments (2)
02.09.05
Pnr, Cp
Stazione di Milano. Sono le 18.45. Devo prendere l'eurostar per Padova delle 18.55. Devo fare il biglietto. Entro nell'atrio centrale. Davanti alla batteria di emettitrici automatiche c'è un sacco di gente. Vado nell'atrio piccolo, a destra. Ci sono tre emettitrici. Davanti a ogni emettitrice, una sola persona. Mi metto dietro una delle tre. E' un ragazzo che sta tentando di modificare la sua prenotazione. Inserisce nella maschera il suo codice Pnr (prenotazione), il suo codice Cp (cambio prenotazione). L'emettitrice dice: Spiacenti, non abbiamo rinvenuta alcuna prenotazione. Il ragazzo torna al menu iniziale. Tocca lo schermo, ritocca. Inserisce nella maschera il Pnr e il Cp. L'emettitrice dice: Spiacenti. Il ragazzo torna al menu iniziale. Sono le 18.49. Il ragazzo inserisce nella maschera il Pnr e il Cp. L'emettitrice dice: Spiacenti.
"Serve una mano?", dico al ragazzo.
"Non capisco", dice il ragazzo. "Devo solo cambiare la prenotazione".
"E' sicuro che i codici siano giusti?", dico.
"Come no?", dice il ragazzo, e mi mostra il biglietto.
Guardo il biglietto.
"Questo biglietto è di ieri", dico.
"Sì", dice il ragazzo.
"Le prenotazioni sugli eurostar possono essere cambiate prima della partenza", dico, "o al massimo, pagando credo un supplemento, un'ora dopo la partenza".
"Infatti", dice il ragazzo, "il treno parte tra un'ora".
"Ma il biglietto è di ieri", dico.
"Sì", dice il ragazzo, "è per il treno delle diciannove".
"Ma le diciannove di ieri!", dico.
"Appunto", dice il ragazzo. "Il treno non è ancora partito. E' il treno delle diciannove".
"Il treno è partito da ventiquattr'ore", dico.
Il ragazzo sbianca.
"Come, da ventiquattr'ore!", dice.
"Sì", dico, "il suo treno è partito ieri".
"Ieri!", dice sbalordito il ragazzo.
"Mi fa fare il biglietto?", dico, "che ci ho il treno tra quattro minuti?".
"Ma non è lo stesso treno?", dice il ragazzo.
"Come, lo stesso treno?", dico.
"Oggi, ieri, non è sempre lo stesso treno?", dice il ragazzo.
Lo guardo negli occhi.
"Ogni treno è un altro treno", dico.
"Ah", dice il ragazzo.
"Mi fa fare il biglietto?", dico.
"Prego", dice il ragazzo.
Faccio il mio biglietto in un batter d'occhio.
"Scusi", dice il ragazzo mentre mi sto allontanando.
"Mi dica", dico.
"Lei dice che facevo meglio a partire ieri?", dice il ragazzo.
Corro, attraverso gli atrii, mi arrampico su per le scale, corro al binario quattordici, prendo il treno per un pelo.
Posted by giuliomozzi at 09:07 | Comments (4)