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18.09.05

Contro il relativismo

Sono quasi le otto di sera. Entriamo un un bar. Andiamo al banco.
Dico: "Un succo di pomodoro e un succo di pompelmo, grazie".
"Condito, il succo di pomodoro?", dice il barista.
"Sì", dico.
"Condito completo?", dice il barista.
"Sì", dico.
Tra me e me mi interrogo sulle possibili differenze tra un succo di pomodoro condito e un succo di pomodoro condito completo.
Sto per fare una domanda.
"Non fare domande", mi dice l'altra persona.
"Io non ho detto niente", dico.
"Appunto", dice l'altra persona. "Continua a non dirlo".
Il barista mette sul banco un piattino. Poi mette sul piattino il bicchiere con il succo di pomodoro condito completo. Poi mette sul banco il bicchiere con il succo di pompelmo.
"Non ce la faccio", dico.
"Lo sai che puoi farcela", dice l'altra persona.
"No, non ce la faccio", dico.
"Io non ti conosco", dice l'altra persona.
"Scusi", dico rivolto al barista.
"Prego", dice il barista.
"Perché", dico, "sotto il bicchiere del succo di pomodoro condito completo ha messo il piattino, e sotto il bicchiere del succo di pompelmo non l'ha messo?".
"Non ho capito", dice il barista.
"Perché qui c'è il piattino", dico indicando il piattino sottostante al succo di pomodoro condito completo, "e qui non c'è?", concludo indicando il bicchiere senza piattino di succo di pomodoro.
"Ah, ho capito", dice il barista.
"Mi dica", dico.
"Il succo di pomodoro è aperitivo", dice il barista, "e ci va il piattino. Il succo di pompelmo è bevanda rinfrescante".
"Ma se io bevo il succo di pompelmo come aperitivo?", dico. "O se bevo il succo di pomodoro come bevanda rinfrescante?".
"Lei come lo sta bevendo, il suo succo di pomodoro?", dice il barista.
"Come aperitivo", dico.
"E lei", continua il barista rivolto all'altra persona, "come lo sta bevendo il suo succo di pompelmo".
"Come bevanda rinfrescante", dice l'altra persona.
"Visto?", dice il barista.
"Paghi tu", dice l'altra persona.

Posted by giuliomozzi at 18.09.05 10:50

Comments

Io mi sarei aspettato che alla tua risposta "Condito"
il barista ti chiedesse: "Quale?"
:-)

Posted by: Giancarlo Tramutoli at 19.09.05 12:25

Buongiorno Signor Mozzi,
lo so, si aspettava del tu, come di solito avviene da queste parti, e forse avrei pure deciso così se non avessi letto tutte e 100 le sue "chicchierate".
Ho resistito, i due giorni che mi ci son voluti, prima di venire a leggerla su queste pagine.
Mi aspettavo, a dire il vero, di vedere e leggere i suoi interventi in questo "diario", conditi da un'innumerevole serie di commenti.
Così non è: e si alimenta in me uno stupore che stuzzica una curiosità ancora non satura.
Non sempre si può dire quello che si pensa, ancor più quando, come nel suo caso, il proprio mestiere "vive" di comunicazione.
Però credo che, quando se ne abbia l'opportunità, sia doveroso provarci, anche a costo di sentire uscire da noi delle idee che, potenzialmente, possono esser rifiutate.
Prendendo spunto da una sua affermazione riguardante la narrativa le chiedo: chi scrive in un blog vuole scrivere per sé o vuole scrivere per gli altri?
Un caso molto comune è quello di chi scrive tra i commenti: "molto carino, il tuo blog, ti aspetto nel mio".
Succede quindi che qualcuno si affaccia all'uscio (blog) quanto basta per dare un'occhiata generale, vivendo (a volte, ma non sempre) l'impatto che questa gli genera.
Dopodiché lascia un commento che, quasi sempre, non supera le tre righe.
Non mi è capitato mai di leggere qualcuno che scrivesse: "il tuo blog è un vero schifo, credo che tu non conosca neppure l'italiano, però, se vuoi, passa a trovarmi".
Allo stesso modo è difficile trovare qualcuno che lasci commenti "ricchi" di parole (indipendentemente dai contenuti) come possa avvenire il proprio post giornaliero (o settimanale).
Tutto questo non succede, a mio modesto avviso, per il semplice motivo accennato sopra: ciò che si scrive serve molto frequentemente come strumento per ricevere quel consenso che per molti è vita, sopravvivenza, certezza di esistere in quel vuoto totale che li circonda.
Sappiamo che il consenso, che si esprime in molte forme, vive sia di quantità che di qualità. Molti si accontentano della quantità ed è per questo che chiedono in cambio una visita, gloriandosi di un contatore che incrementa un anonimo numero che appaga il loro ego.
Quindi (prevalentemente) a mio parere, si scrive per se.
Capita di chiedere a delle persone che non hanno fatto la scelta di scrivere sul web, di esprimersi sul mondo dei web-log. Una delle risposte più frequenti è: "un blog? No grazie, non vedo a cosa mi potrebbe servire...".
"A cosa mi potrebbe servire!".
Se questo è il metro della vita di tutti i giorni di quasi tutte le persone che incrociamo, perché dovrebbe essere diverso in questo caso?
Secondo lo stesso principio soventemente mi è capitato che qualcuno mi chiedesse che cosa avessi di particolare nella mia vita, da sentire la necessità di "postare" determinati argomenti (problemi esistenziali, di coppia, ecc.), prescindendo dal fatto che gli argomenti trattati potessero "non essere" attribuibili alla mia vita personale.
C'è stupore, meraviglia, forse diffidenza: "per quale motivo dovresti scrivere di cose che non ti riguardano?".
E secondo la regola che vuole sia sempre meglio (per l'appunto) diffidare, credo che alcuni si siano convinti che io abbia mentito quando ho risposto che spesso parlo di esperienze di altri.
Ogni cosa poi, assume significato in relazione alla prospettiva da cui la si osserva.
Nel mio caso io son pago (e qui può entrare l'egoismo che comunque ci si sforza di vedere in ogni atteggiamento) dall'opportunità (che questo strumento mi da) di far riflettere il prossimo.
Quindi anche io scrivo "per me", ma cercando di sviscerare ciò che "gli altri" veramente sono.
Come appaiono, (la maschera che indossano nei differenti segmenti della loro vita di relazione), lo vedo per tutto il resto del mio tempo e mi basta.
Lei, signor Mozzi, perché tiene un blog?
Scrive per se o per gli altri?
Dove trova la forza della coerenza, anche se questo suo "quotidiano" le dimostra l'esigenza di mantenere "basse tirature"?
So già che, magari alla fine di qualcuno dei suoi continui viaggi (per i quali personalmente non la invidio affatto), sarà così stanco da non trovare le energie necessarie (e forse le motivazioni) per rispondere.
Però è giusto che le dica, prima che lei decida e comunque decida, della mia gratitudine, per la generosità con cui ha condiviso, anche con me, un percorso della sua vita.
Luigi Riotta
P.S.: pur facendo il "preview" non mi è consentita una corretta formattazione del testo (a capo, rientri, ecc.). Sorry

Posted by: Luigi Riotta at 19.09.05 18:12

Ma, Luigi: scrivo questo diario pubblico per le persone che hanno voglia di leggerlo. Che sono, immagino, persone che hanno un po' di affetto per me. Spesso persone delle quali leggo, a mia volta, il diario pubblico. E' un po' come trovarsi, la sera, al bar, e raccontarsi qualcosa della giornata.
La risposta alla sua domanda è quindi: "Scrivo per me con gli altri. Per stare in compagnia".

E' tutt'altra esperienza quella di vibrisse (www.vibrissebollettino.net). Lì, se la cosa le interessa, può trovare "innumerevoli serie di commenti": in parte sensati e interessanti, in parte futili, in parte odiosi. Il meglio e il peggio dell'umanità in rete.
Fino a qualche tempo fa tenevo il diario in un altro luogo (www.giuliomozzi.com). E lì mescolavo i racconti della quotidianità con le questioni letterarie, o editoriali, o d'altro genere.
Ora sono contento di avere separate le due cose.

Posted by: giuliomozzi at 19.09.05 18:46

resta il mistero: come diavolo sarà questo "completo" ? (a righe, gessato, pois ?)

Posted by: cletus at 19.09.05 22:05

Cletus, proprio tu? E' solo a Roma che sento dire, dai baristi, "condito completo".
Comunque, secondo me, quello che fa la differenza è il tabasco. Senza tabasco, non è "completo".
Se vuoi controllare: la pasticceria in questione (ma l'insegna dice: Bar) è in via Conca D'Oro.

Posted by: giuliomozzi at 20.09.05 01:40

Vicino casa mia! Dovrò controllare :)

Posted by: Federico at 20.09.05 09:38

con la dicitura "completo", un mio carissimo amico, che fa l'insegnante, riceve l'ordine da parte di un bidello stravaccato e simpatico, di andargli a prendere qualcosa al bar vicino la sua scuola. Al ritorno, in una mano porta un cognac (anche a metà giugno) dall'altra una bustina con un cornetto. Ha ribattezzato il bidello con questo aggettivo qui: "completo", appunto ! :)

Posted by: cletus at 20.09.05 11:00

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