25.05.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #67

Leonado Pelo di NoRelpy interviene nell'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo.

Di Leonardo Pelo
www.labibliotecaingiardino.it


Rispondo in maniera emotiva, non razionale, convinto che alla fine di ogni decisione ci sia un sentimento: il mio primo impulso è rigettare il termine romanzo. In epoca post post-moderna, ormai, mi sembra fuori luogo. Basta sostituirlo con narrativa o - addirittura - letteratura e la questione non solo non perde senso, ma si amplifica.
Penso, per aiutarmi a ragionare, alle mie ultime due letture: Giuseppe Genna (Dies irae) e Aldo Nove (Mi chiamo Roberta…). Li ho divorati. Mi sono commosso. Situazioni e riflessioni mi sono entrate in circolo.
Il primo è decisamente un romanzo, l’altro formalmente no. In teoria, ma in pratica? Anche se usa lo strumento dell'intervista, Aldo Nove riesce a raccontare un'unica “storia”. Entrambi scuotono il lettore, nel profondo.
Esattamente come in questo momento, mentre scrivo, sta facendo la canzone Dentro una Scatola di MondoMarcio, le sue rime fanno pensare, hanno una urgenza comunicativa.
A prescindere dal romanzo, la parola è viva e in continua evoluzione.
La strada tracciata per il presente e il futuro la si sente, a questo punto è superfluo spiegarla.
Una parola che ascolta il suo pubblico, che muta senza perdere in profondità. Una parola capace di essere ascoltata, di raccontare il mondo, di fotografare la realtà e dare spunti per pensare.
Capace, ancora, di emozionare.
Il fine dell’arte.


dal 30 maggio al 20 luglio 2006 torna

La Biblioteca in Giardino

letteratura, reading e set acustici: incontri d’autore nei giardini delle biblioteche milanesi


Autorevoli penne italiane e internazionali, mostri sacri della musica e personaggi dello spettacolo di grande presa sul pubblico: per il 2006, La Biblioteca in Giardino, tradizionale rassegna culturale estiva promossa dal Comune di Milano, propone un programma particolarmente ricco di sorprese. Dal 30 maggio al 20 luglio, nei più bei giardini delle biblioteche milanesi si accenderanno i dibattiti dedicati alla situazione della letteratura, animati dai suoi stessi artefici e moderati da prestigiose firme giornalistiche.

A inaugurare la rassegna, il 30 maggio alla Biblioteca Sormani, saranno due grandi scrittori d'Oltreoceano: il maestro del genere horror Jonathan Carroll e l'acclamato Dennis Cooper. Gli appuntamenti seguenti prevedono incontri con autori poliedrici del calibro di Vincenzo Cerami, Federico Moccia, Carlo Lucarelli e Paco Ignacio Taibo II.
Ai talenti consolidati di Piero Colaprico, Gianni Biondillo, Giuseppe Genna e Raul Montanari si affiancheranno le voci più giovani di Giorgio Falco e Luca Ragagnin. Il 24 giugno, inoltre, in occasione della Notte bianca, il cabarettista Alberto Patrucco, reduce dal successo di Zelig, proporrà una sua personalissima interpretazione dell'opera di Leopardi.
Sul versante musicale, la rassegna ospiterà, nella loro duplice veste di scrittori e cantautori, Stefano Cisco Bellotti, ex leader dei Modena City Ramblers, e il leggendario Elliott Murphy accanto a CinemaVolta e Petrol nuovo supergruppo della scena torinese.

In parallelo proseguirà l'apprezzata sezione consacrata ai lettori del futuro, i bambini dai tre ai dieci anni:
Bibliolandia, con i suoi undici appuntamenti dedicati alla scoperta dei libri attraverso il gioco, i laboratori e le letture animate, si terrà dal 24 giugno al 19 luglio.

La Biblioteca In Giardino è curata dal Comune di Milano Settore Biblioteche e dalla casa editrice No Reply, che si distingue nel panorama di produzione e diffusione culturale per le originali e interessanti proposte: dai cidilibri agli eventi, con il fine di coinvolgere il pubblico nella fruizione artistica.


Info:

direzione e organizzazione artistica Leonardo Pelo
in collaborazione con Alessandro Bertante

si ringraziano Vola Gratis, Fnac e Radio 24

www.labibliotecaingiardino.it

Posted by Davide Bregola at 21:14 | Comments (1)

14.05.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #67/1

Alcide Pierantozzi presenta la prima di due versioni della sua idea sul romanzo nel XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova qui.
Tutti gli interventi di scrittori, critici, lettori si trovano qui.
Qui l'intervista shockante a Alcide Pierantozzi.

ROMANZO POP(PER)
alcide.jpg
Di Alcide Pierantozzi

Il romanzo del XXI secolo puzza di Popper e ha la stessa faccia di Vladimir Luxuria. Insomma è una cosa che dovrebbe distendere i muscoli, soprattutto quelli del cervello. Soprattutto quelli del cervello di Roberto Cotroneo, tanto per fare un esempio.
Con la faccia di Vladimir Luxuria perché è un ibrido disarmonico, questo nuovo romanzo evoluto: un mosaico misto e perfetto, cioè una cosa che dev’essere un po’ di tutto ma che abbia negli occhi tutto l’aroma della salvezza. Tutta la salvezza di cui abbiamo bisogno.
Scrivere elegante, dovremmo. Ad esempio come faceva Manzoni. Così il nemico a cui ci rivolgiamo, ragazzi, dice: “Ammazza, qui ci attacca una persona importante!”
Quindi la prima regola del romanzo del XXI secolo è: scrittura colta, alta, didascalica, tentativo di descrizione vera del mondo, critica feroce verso le teorie contemporanee, una roba pronta a individuare i punti deboli di ogni congettura logica e clericale, capace di individuarne la fallibilità. Una lingua che non c’entri niente con quella che c’era in Italia e nel mondo fino a ieri. Una lingua che freghi il nemico.
Dunque la prima caratteristica è che questo romanzo è scritto da scrittori veri e non più dalla vacca (o dal giornalista) che passa, tanto per fare un esempio.
Tipo il romanzo del XXI secolo è una cosa che non c’entra niente col modo in cui sto scrivendo ‘sto pezzo. ‘Sto pezzo è così perché scrivo veloce, non è un progetto. Bregola mi ha chiesto di scrivere un pezzo entro lunedì. Ieri sera ero al Billy e non potevo scriverlo, dunque lo scrivo adesso un po’ ai matti, come si dice dalle parti mie. Un po’ impopperito per altri cazzi.
Un’altra regola quindi è avere un PROGETTO, scrivere per fare Letteratura, per parlare dell’incertezza – tutta l’incertezza – della natura umana, senza porsi censure, senza temere l’abisso che inghiotte le strade, i palazzi, i tralicci delle vostre belle città.

Il romanzo del XXI secolo è un ibrido tra "Profondo rosso" e "I Ponti di Madison County" nei contenuti e un miscuglio tra lo "Zibaldone" e una Summa qualsiasi nella forma. Si oppone allo storicismo, alla Storia, non vuole trascendere l’individuale, è privo di digressioni massimaliste e sa raccontare una busta di plastica che svolazza, come in American Beauty. E si legge tutto d’un fiato. E ritorna alla scrittura la prerogativa della sua esclusività.
Caspita, c’è così tanta bellezza nel mondo che il mio cuore non riesce a sopportarla. Non è così? Ricapitolando, questo romanzo scientifico del XXI secolo adotta la pratica di interventi limitati e parziali, vuole risolvere i singoli problemi, vuole recuperare il mito perché crede nel valore ontologico della metafora: cioè io, come scrittore, come vita singola, mi esprimo solo attraverso la metafora e tutto il resto è recupero filosofico, invettiva pasoliniana, nuovo perfetto paradigma. Le allegorie, Dante docet, spaventano il lettore, ogni lettore.
Il romanzo del XXI secolo deve farci paura di brutto, deve salvarci la vita di brutto. Non possiamo più stare male. Non possiamo più crogiolarci nel dolore. C’è troppa bellezza nel mondo.
Allora… abbasso le censure. Allora abbasso le sperimentazioni fini a se stesse.
Allora abbasso tutto ciò che non è vuoto, tutto quello che non è infinito. Tutto quello che, nonostante tutto questo, non arriva al popolo.

Il talento fa paura. Il talento inquieta, ancora, persino in un tempo impassibile come il nostro. Soprattutto quando è giovane, e si presenta a noi con furia inaudita. La furia simbolica, sessuale, filosofica, omicida di questo libro, di questo racconto struggente e infernale.
Taiwo e Kehinde sono gemelli siamesi. Il loro corpo dotato di due busti e di un solo paio di gambe ha la forma di una ipsilon, come la lingua di un serpente, ma lavorando come inservienti dietro il banco di un locale di incontri sessuali pochi conoscono la loro natura, la verità della loro carne. È solo la prima di una serie di immagini fulminanti, di una successione di pagine fosche e splendenti che alternano ossessioni, torture, gironi danteschi, filosofia, sangue, suggestioni horror, riferimenti pasoliniani, passaggi efferati e altri pieni di una grazia purissima, quasi infantile.
Questo è un libro che disturba, e al tempo stesso abbraccia e consola. Questo è un libro che qualcuno chiamerà maledetto, ma che io chiamerei nel modo contrario. Un libro benedetto dalla spada del talento, dalla luce sacra della letteratura.

(Marco Mancassola - risvolto di copertina di 'Uno in-diviso' di Alcide Pierantozzi, pubblicato nel maggio 2006 da Hacca editore)

Posted by Davide Bregola at 22:23 | Comments (13)

11.05.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #66

Michelangelo Zizzi interviene nell'inchiesta sul romanzo del XXi secolo. Lo scritto di Zizzi è già stato pubblicato su Nazione Indiana, ma per tematica, piglio e contenuti ben si addice a questa rubrica.

Di Michelangelo Zizzi

Un intervento violento

Tre divagazioni senza apparente luogo né sinossi su scrittura, lettura e geografia letteraria

“Io desidero un’apocalissi più svelta.”
M. Parente


“Là portami Sofia
in quella terra che pare medicea
o forse ancora del pleistocene.
Là senza i profitti dei dizionari.
Senza quelle volture esatte
per dire o non dire
entrare o non entrare. […]”


L’esatta sintassi della grammatica da scuola elementare di maestra della neve di fuori qui in murge come ossari che fa un ordine di filari di tombe in bianco avanzo o coperte di gelido freezer sugli avanzi dell’inverno mi dispone alla dissequenza, frastagliamento dell’immagine. Ma per contrasto delle forme perse, sepolte, giacché quel che si vede è monotono, monocromo.
Dissequenza, ma quanto poi sono lontano dalla congruità?
Il punto finale di queste brevi, sgretolate riflessioni è infatti un luogo. Ed è esatto. Un fondo nel sacco. In una città ustionata nella pentola d’estate e sbollita nei crepacci di secco barocco bodiniano che ‘si sbuccia come una banana’ che s’incrosta nelle fritture fredde d’inverno, nel passo alternante, ubiquo, perenne di poeti, scrittori che viaggiano vagano vaporano dalla piazza del Duomo al fondo. Fondo Verri. A Lecce. Dove (per natura sono immaginifico) spesso la scrittura si produce. E a volte, mi è parso, con un tono esatto. Non essendo lontano da una riflessione sul ritmo e sulla geografia (ma le due cose si compendiano al Caffè Paisiello) torno alle camere separate, ai cilindri in gemellaggio del motore dialettico. All’apparente distopia.

Della scrittura e dell’anagogia

I miei saggi su ‘I principi di verità e la letteratura’ scritti tra le nuvole, pubblicati nel punto di condensa degli intestini trasparenti delle storte, degli alambicchi sinuosi e curvi (lo spettacolo è come se un bambino appollaiato al vetro vedesse scendere ghiaccioli dall’alto in bufe silenti di nevi o coriandoli che si ammucchiano in salse acquose a marciapiedi), meditati negli intervalli tra un treno e l’altro, tra un’entrata nelle spire di pagine di un romanzo bellissimo (La macinatrice, o Perceber) e l’uscita di servizio, d’emergenza, dalle pagine di un altro (chessò, il loro numero è abominevole, ma faccio uno o due esempi a caso ma accumulativi: l’inutile Fandango di Baricco o gli scrittini di Cristian Raimo), i miei saggi dicevo partono da una riflessione (che mi pare unica, isolata e fastosa come l’intento di una guerra silenziosa che un imperatore invisibile abbia un giorno proclamato e alla quale partecipano tutti gli scrittori, tutti gli uomini del mondo, ma senza accorgersene. O quasi) che è contenuta nel Convivio di Dante.
Il senso ‘anagogico’.
Per il quale la letteratura, meglio la scrittura possederebbe (se è scrittura e non eco, inappartenenza, produzione involontaria) un’AZIONE. Produrrebbe insomma un effetto.
Il quale poi non è, o non sarebbe, solo quello sul lettore, ché ad esso rimane nulla di più che una suggestione, un emozione o tuttalpiù un nutrimento, un enzima per la fertilizzazione di altri ‘spazi letterari’. Il senso anagogico è molto di più. La sua direzione è oltrepassare l’effetto sul tempo, il suo effetto è oltrepassare la direzione della scrittura. Sorpassare quello che nel Novecento (un secolo che non possiamo troppo presto archiviare solo per eccesso di risonanza ecolalica) è stato definito ‘rete semiologica’ (formalisti, strutturalisti e infiniti linguisti: il numero di essi è così inenumerabile che ne facciamo un insieme, un insieme infinito), qualcosa che si produce anche solo per ‘Ars combinatoria’, o intreccio ludico (Calvino, ma non solo).
Va da sé che il problema dell’anagogia include quello di genialità (così tanto sgradito alla maggioranza dei critici ectoplasmatici, dei figuranti polemici, dei massmediologi massivi, dei sociologi socievoli, dei postmodernisti all’acqua di rosa, dei blogger che vivono solo nell’immateriale rete per 24 ore su 24, anche quando dormono sonni inquieti) e/o, ‘mutatis mutandis’, quello della scrittura celeste (anche in questo caso, per benigna ventura, il numero è quasi infinito, ma minore che nel caso degli scrittori inutili. Faccio solo qualche esempio: Faraoni, scribi degli dei, Eraclito, Porfirio, Apuleio, Petronio, Arnaldo da Villanova, Bruno, Francesco Colonna, Rabelais, Gogol, Manganelli, Gadda, Proust, Moresco, Borges, Pinchon, Mccarthy, D’Arrigo, Bene, Roberto Calasso).
Va da sé che se è il mondo a trasformarsi la scrittura anagogica oltrepassa anche le ‘discendevoli’ capacità di organizzazione della forma dal ‘di fuori’, oltrepassa l’idea della lingua come di uno strumento, di un fine, di una cosa, oltrepassa la pretesa di fare delle scienze cognitive la base della conoscenza, va da sé che il rapporto soggetto – oggetto si deve situare in uno spazio allotrio rispetto a quello dell’ebreo Galileo, va da sé che la psicanalisi ‘va in culo’, lo storicismo diventa una favola, le immagini di distruzione diventano beneaguranti, la resistenza alla morte (canone dell’Occidente) inutile, e l’essenza o la scienza delle trasformazioni l’unica cosa che rimane.
Sono forse vago?


Sella lettura o del realismo o del romanzo o del capolavoro.

Nella mia brevità inconcepibile e concitata (avrei bisogno di tremila pagine per spiegare quello che ho appena detto nel modo che il sociologo socievole, il blogger perenne, eccetera, potrebbero definire ‘accettabile’) passo ad altro luogo.
Impostiamo il problema violentemente. Così: il lettore (oltre al ‘lector in fabula’ echiano, ecolalico) deve essere catturato per espiarsi (risolversi).
Non mi riferisco all’accademia dell’espiare, alle pagine di un Aristotele (padre d’ogni tecnocrate) troppo meditante che ci insegna in un codice poi infinitamente copiato cos’è la catarsi, non mi riferisco alla crudeltà di Artaud.
In questo luogo o stato non c’è inferenza della psiche, nessuna teoria del bene e del male, nessuna necessità di violentare lo spettacolo.
Il problema è ancora una volta, se lo si vuol comprendere, quello del capolavoro. Del genio e della sua non traducibilità. Catturare in questo caso significa aver fatto agire la scrittura oltre, prima e dopo il suo tracciato di prevedibilità. La cattura che esiste solo per lo scrittore anagogico e neanche per il lettore, ha il suo corrispettivo nell’esercizio di stile all’interno dell’evidenza materiale dell’opera, e nell’esercizio della facoltà dello stile all’interno della vita dello scrittore.
Vita che si prospetta a questo punto come capolavoro.
Se si è eliminata ogni reticenza a dire o non dire, dichiarare o meno, se si è abolita ogni falsa coscienza dell’appartenere a questa o a quell’altra visione del mondo, se la visione del mondo è uno stato al quale ‘solamente’ si appartiene, dal di dentro e non nel regno delle asserzioni esterne, va da sé che ‘si è quello stato, quella azione’.
Lo spazio di questa scrittura è sterminato e proprio per questo la cattura avviene nel suo luogo impossibile. Nel deserto direbbe Bene.
Siamo oltre il linguaggio. Sociale, familiare, d’appartenenza misera e umana, fuori dalla sociologia della cultura, come fuori da ogni riparo dell’appartenenza codificata dal mondo esterno, dalle sue targhe, semiosi, immagini, indicatori.
Pertanto la questione è: riformulare, riconfigurare l’appartenenza. E anche al costo di diventar oscuro (ma questo discorso non è, esso stesso, lontano da una prassi, da un’anagogia, come neanche dall’essere un ‘intervento violento’) direi che bisogna ricondursi all’essenza e alla trascendenza. Non mi sto riferendo ad alcun ‘fatto’ teologico, pretesco, santagostiniano.
Sono nel deserto e nella sua aporia. In questo luogo esente dalla sinossi, dalla semiosi, dal senso. Infatti non spiego più di tanto.
Essenza e cattura appaiono come concatenate: entrambe prospettano due orizzonti: liberazione, ma anche rivelazione. Come dire che per ‘essere’ dobbiamo riconoscere i ‘nemici’, riconoscendo allo stesso momento noi stessi. In questo senso, solo in questo intendo la cattura del lettore. Non sto dichiarando nulla infatti, non sto dicendo nulla. Inutile aggiungere che ‘i nemici’ sono anche, soprattutto, gli effetti che intervengono prima o dopo, che ci distolgono dall’’essere dentro’, cioè ancora una volta essi sono le facili condiscendenze al dover dire, all’eticità (esterna) del discorso.
Se la scrittura si libera come anagogia, se sta agendo, il lettore verrà trasformato, ma non dal senso della scrittura o dalla sua polisemia, bensì dal suo stesso agire (della scrittura), che lo trasformerà non narratologicamente, non emeneuticamente, ma ‘realmente’.
Si tratta per gli scrittori di non sentirsi nella letteratura, per i lettori di non sentirsi nella lettura. Cioè nel codice, nella ripetizione, nel già detto. Si tratta di far agire. ‘Far’ agire, neanche farsi agire.
Innesto a questo punto una riflessione sul realismo, che è anche una riflessione per quanto rapida sul postmoderno. Luogo, com’è plausibile, non distante da ciò che stiamo dicendo. Se l’anagogia è un’azione tout court, se la scrittura è l’esercizio di una sperimentazione di uno stato neanche più solo umano, peggio biografico o peggio ancora memoriale (intendo questi luoghi così ‘come sono’, nella ‘loro’ perfetta analogia), se è sperimentazione di una forza, di una potenza che è in sé, non in relazione ad un esercizio (ché sarebbe invece leva, e già quasi solo tecnica), allora tutta la discussione sul realismo deve essere riconfigurata.
Siamo abituati a pensare al realismo come un aspetto della letteratura che riguarda i rapporti tra gli uomini e le cose. Eppure inteso così sarebbe solo una delle tante relazioni ‘minori’ come quelle che si fanno tra gli uomini per accordo reciproco. Insomma al pari di una transazione, di una mediazione, di un contratto che leghi negli aspetti ‘esterni’ due o più cose tra loro. Questa visione del realismo (relazione tra elementi) è forse lontana da psicologismo, ideologia, dietrologia, inventario delle cose da museo, ripetizione, calco dichiarativo che si fa attraverso la conversione ad un principio sociale?
La scrittura ama i deserti invece anche quando lo scrittore vive in una capitale affollata.
Il suo principio se davvero si è emancipato da ogni eco ‘esterna’, se si è trovato nella sua parola iniziale, prelogica, preculturale, se si sta facendo azione, anagogia, è forse per questo meno reale di ciò che chiamiamo reale?
O invece persino più reale, perché fondato ‘autenticamente’ e non soggetto all’isteria del caso?
Insomma il problema del realismo è un problema che assomiglia al segreto di pulcinella. Più che vedere, andare a vedere se lo scrittore e politicamente corretto o scorretto, se sta evocando quel luogo comune o quell’altra, se è buddista o cattolico, dovremmo vedere quanto è grande, dovremmo piuttosto dirci, chiederci quanto la scrittura è capolavoro, opera, quanto ha scavato, quanto sta agendo, catturando, infilandosi oltre ogni intrattenimento da spiaggia, oltre ogni inibizione della buona coscienza del fare il bene, oltre ogni idea del bene. E ovviamente oltre ogni idea del male.
Credo poco ai realismi alla Lukacs, alla durezza delle cose, alle cose e basta.
Non nego che le cose esistano, ma mi sembra poco per la scrittura.

Del Salento.

“Incontrare gli amici di un tempo, i caffè”
C. Bene

Ed eccoci infine ad un luogo che il geometra coadiuvato da strumenti umani può computare. Siamo a Lecce e passeggiamo.
Nel Salento che, per un effetto stabilito nei codici di insensate pulegge cosmiche o invece del tutto casuale, possiede oggi come oggi la più alta densità di scrittori rispetto agli abitanti e anche la più alta densità di talento tra gli scrittori rispetto al loro numero. Ed in particolare al Fondo Verri (dedicato al più che grande e quasi sconosciuto Antonio Verri) questo si avvera. Venite in un crepuscolo di maggio ed entrando al Fondo Verri sarà come entrare nella foresta incantata dove gli orologi di resine scesi negli anni pungenti di aghi di pini si sciolgono, nello specchio di Alice, nella catottromanzia delle possibilità d’incontro col sé, nell’effetto di viaggio che danno le tisane alle erbe, nella proctoscopia della scrittura, nell’aleph che è ben nascosto sotto il legno del palchetto dove si incontrano gli scrittori.
A Lecce ci sono le poetesse più belle e brave d’Italia, i talenti che nessuno legge e che invece sono i poeti, i performer migliori d’Italia (uno come L. Voce dovrebbe reggere loro il microfono come un moccolo), gli attori che senza dirsi d’avanguardia sono tre decenni avanti agli sperimentalisti della decagofonia interdisciplinare in mascherata diurna o notturna, i gelatai migliori d’Italia, le raccolte di feromoni nei cavi di ascelle delle femmine più bone d’Italia, i travestiti, i transessuali più sexy d’Italia, i migliori animatori culturali d’Italia (Mauro Marino).
Tralascio invece la menzione del buco nero: l’Università. Ché saremmo condotti all’ano storto, alla fagocitosi culturale, alla ferita senza rimarginazione, alla paesana esaltazione dei contadini culturali, agli occhi di bue, di secchioni che vi passeggiano in pascoli di foglie di libri ruminati senza metabolismo, al buio di cantine del sottosuolo intellettuale, alla corsia d’ospedale, all’infezione psicotica.
Mi limiterò ai poeti. Tralasciando gli altri: a Lecce (come in ogni luogo quasi perfetto per la vocazione simmetrica di ciò che è capolavoro c’è anche il contrario del talento) è possibile trovare, scovare i seguaci di Nanni Balestrini, di Lello Voce, di Paolo Nori, di Aldo Nove, ecc.
Anch’essi sono innumerevoli, sono i bravi copisti letterari, i lecchini della risalita accademica, quelli che inventano o ribollono l’acqua calda, che scoprono l’America dopo oltre cinquecento anni, e se ne meravigliano.
Mi limiterò ai poeti in questa riflessione distopica, questo ‘intevento violento’ che è il non luogo che porta alla discesa fino a scoprire le radici, il muladhara del genio e che ora si configura come apparente esortazione di un consorzio per il turismo, perché ancora vi dico, vi dico ‘venite a Lecce, venite al Fondo Verri’.
Ecco.
Incontrerete probabilmente Simone Giorgino che vi farà fare un giro in una macchina incantata nella quale ascolterete dalla sua voce irripetibile cd che riproducono tutto il canone poetico dell’Occidente (da Dante a Zizzi), ma se leggerete i suoi versi vi incanterà anche di più, perché sarete circuiti da poesia che non da tregua, che si svolge come canovaccio cantilenante ammantato di endecasillabi strepitosi, portati alla luce direttamente dalla fucina dove le immagini si producono. Eppure Giorgino, salvo qualche ciclostile, fotocopia, è pressoché inedito. Sconosciuto.
Vedrete Carla Saracino che possiede le risorse dell’aristofania, del sorgere come ‘signora’ nel suo sentimento del cosmo, lei che connette nel verso colato dall’alto nascite caldee, sirie, egizie e forse anche presemite, direi sumere. La Saracino che quando passeggia taglia in due le strade, le piazze e che quando scrive parla la lingua dei cieli: percezione della morte e respiro della trascendenza. Ben oltre le preoccupazioni femminili del dover fare la spesa. Diventerà grandissima.
Troverete Ilaria Seclì, lussuriosa e mistica, a metà strada tra la popolana e l’aristocratica essendo entrambe le cose, e quindi perfetta, raffinata e graffiante assieme, che vi tesserà una tela dei ragni che esistono solo nei meridioni: con una bava poetica che cantilena, intrama, scortica, con una lingua che affronta, non evita, accende. Lingua ctonia e materica, ma anche salmodiante, cantante, librante, alta.
Nel vicolo, a sera, mimetizzata con la luce lunare, bianca e notturna, smisuratamente dark ma senza moda, dall’intelligenza che si stimola nei nessi psicosessuali ma oltre la biologia, troverete se siete fortunati Laura Sergio, e penserete che siete a metà strada tra l’aver notato una fanciulla stimolante o un demone che svia. A 21 anni è promettentissima. Possiede la lingua che si autofonda, un verso ipermetaforico, ipermusicale, ridondante quanto dura il talento.
Troverete Angelo Petrelli in qualche bar. Vi offrirà da bere. E’ molto giovane, ma cresce con un ritmo costante, con consistenze vieppiù convincenti a volerlo leggere sin dalle prime prove fino ad oggi. Certo si sente qualche rifrazione d’altri, qualche eco, ma tra breve troverà la sua edificazione. Scommetto su di lui, come già feci in occasione del suo esordio.
Ma se verrete fino al Fondo Verri, dove Mauro Marino, un uomo che a causa della sua efficienza, grandezza, umanità, forse non esiste, vi ospiterà, se vi verrete, troverete in alcune sere, crepuscoli, notti tutti costoro insieme. E non vi sembrerà possibile.
Non vi sembrerà possibile quando vedrete apparire Massimiliano Parente, quando appare in una serata memorabile e fonda un canone della letteratura nel sorpasso ultraorgasmico dello sfondamento nel buco del culo di tutte le cazzate che dicono gli scrittori dell’eco, quando sarete macinati dalla macinatrice, che non è una metafora, non è una figura retorica, un modo di dire, ma proprio la scrittura nel suo momento acmeico.
Se lo show si fa serio, se viene Parente ad infilarsi nella dura legge dei giochi d’ombre cinesi del Fondo, la letteratura, la scrittura diventa un’azzardo più ‘vero’, oltre le pipe di Foucault e le pippe di Nesi. Resta qualcosa che nessuno può più tradurre. Siamo nella scrittura pura. Nella genialità.
Non vi sembrerà possibile quando vedrete venire, comparire Leonardo Colombati, quando compare, Colombati che sembra un buontempone e forse lo è, e lo vedrete comparire con quell’allegria così infrequente per i talenti (ma della quale non difettava Dalì, né Rabelais) e proprio per questo ancora più incredibile, più estremo. Insomma entra e presenta un libro di rara bellezza e ne parla come se fosse solo un oggetto messo in televendita. In queste occasioni il Fondo Verri si trasforma di più, agisce come la scrittura, come la cattura, si produce come se fosse Perceber, città, romanzo impossibile che prima aggrega la semiologia e poi la fa scoppiare come nell’opera che agisce come opera, capolavoro.
Ma la via civica dove il Fondo Verri è situato può spiegare molto. Via S. Maria del Paradiso. Antiche leggende leccesi la vogliono frequentata da fate salentine che rinascono ad ogni plenilunio comparendo nei riflessi argentei delle pozzanghere che raddoppiano il cielo, da fanciulle morte e vive allo stesso momento, ragazze di rara bellezza che si manifestano solo per pochi istanti con la giusta atmosfera e richiamano con la voce non dell’addio ma del riconoscimento e che talvolta danno a chi passeggia un viatico per l’eden terrestre o celeste che sia.
Difficile a credersi, eppure il Fondo Verri esiste ed è così.
Come è vero tutto quel che vi ho detto.
Anche se sono immaginifico.
Anche se sono un po’ feroce e questo è stato un intervento violento.

Michelangelo Zizzi è nato trentasette anni fa in Puglia, a Martina Franca. E' dottore di ricerca e presso l'Università di Lecce. E' medico omeopata.
Collaboratore di diverse riviste letterarie italiane ed internazionali (Nuovi Argomenti, Poesia, Y.I.P., Gradiva, L'immaginazione, Versodove), nelle quali sono apparse poesie, racconti e recensioni critiche.
A livello critico si è finora prevalentemente occupato di letteratura poetica dell'otto - novecento e in particolare di Dino Campana, Vittorio Bodini e Girolamo Comi sulla figure dei quali ultimi ha pubblicato Il Sud e la Luna - per una geografia della semantica in Vittorio Bodini attraverso la lingua (Levante Editore - 1999), Autoritratto con monade - Fenomenologia della poesia in Girolamo Comi (Multimedia Pensa editore - 2000) e L'orfismo in Comi (Multimedia Pensa editore 2002). Attualmente sta impostando un discorso critico sulla Linea lombarda.
In poesia ha pubblicato la raccolta La casa cantoniera ne la collana di Maurizio Cucchi (Stampa editore; 2001) e presso l'editore Manni (2002) il lavoro del 1992 La primavera ermetica.
Suoi testi in volumi collettivi sono apparsi presso Guerini & Associati, Crocetti e Marcos y Marcos.

Posted by Davide Bregola at 09:20 | Comments (0)

01.05.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #65

Beniamino Sidoti interviene nell'inchiesta sul romanzo del XXI secolo. Già Consulente didattico per il Ministero della Pubblica Istruzione, ha scritto un testo di riferimento per tutti i professionisti che si occupano di scrittura dal titolo "Giochi con le storie" Edizioni La Meridiana.
Tutti gli interventi di scrittori, critici, lettori, si possono leggere Qui.

Di Beniamino Sidoti

La mia prima impressione sull'argomento proposto è stata onestamente un po' freddina (diciamo che la morte dell'autore e del romanzo non mi hanno mai granché toccato). Ma poi ho letto fra le righe e sul blog, e ho trovato una bella discussione in corso, con idee, voglia di confrontarsi, di rilanciare. Senza l'accademica necessità di giustificare ogni ipotesi sulla falsa riga di qualcun altro, e senza il vezzo di fare nomi o di non farne.
Questo, forse più che la domanda, mi ha incuriosito. Allora provo a rispondere alla domanda originale, facendo finta che il XXI secolo non sia un periodo cronologico, un'unità di tempo, ma uno stato d'animo, un auspicio, una direzione. Anche perché ne è trascorso il 6% circa, che è un po' pochino per tracciare un profilo.

Credo che il romanzo si stia finendo di avvitare in un movimento paradossale intorno al concetto di "genere": da una parte emergono sempre più narratori che, per dar vita a grandi storie, e mantenere un contatto con il proprio pubblico, evitano la Letteratura. Grandi scrittori e scrittrici si dedicano allora alla fantascienza (qualcuno citava Evangelisti: mi accodo, lo sento uno dei pochi autori italiani lanciati su una ricerca sui mezzi e le potenzialità, sulla funzione della narrazione), al racconto orale (penso a Celestini e al suo far teatro con grande attenzione alle storie e alla Storia), al libro per ragazzi (mi vengono in mente Paulsen e Oates, stavolta non voglio far nomi italiani che pur ci sono), al giallo e al noir, alla fantasy, al fumetto (penso a Tardi e a Brown, a Thompson e a Gipi...); eccetera. Dall'altra parte la Letteratura rischia di diventare essa stessa un "genere" basato sulla violazione delle regole, sulla manomissione dei meccanismi narrativi attesi: un genere o un meta-genere, un modo di raccontare a chi legge solo Letteratura o molta Letteratura.
Quando leggo romanzi che mi entusiasmano, sono quasi sempre frutto di contaminazioni e di mediazioni fra questi due poli: penso a Vonnegut, ai libri azzeccati di Benni, a un piccolo libro che si intitola "Feed" (per ragazzi, da Fabbri, di M. T. Anderson). Credo che chi scrive storie senta l'urgenza di far valere le storie per quello che sono, di farle vivere e sentire vive: e penso che questo sia ora paradossalmente più facile fuori della Letteratura.
Non credo che sia un dramma: è un segno forse di un ricambio generazionale, di un tentativo di svecchiare da dentro i cliché letterari, di ampliare la forma romanzo verso un maggiore uso dell'illustrazione e del disegno, verso una condivisione reale con la comunità di lettori.

Un'altra pulsione curiosa che attraversa il romanzo è il gioco, il tentativo di creare meccanismi interattivi nella pagina scritta. E' un tentativo lento, che emerge lentamente, e che non sempre produce grandi cose: ma esiste e prende varie forme, dalla collaborazione a più mani al superamento della forma lineare della lettura, dall'esposizione/sovraesposizione sul web a ingannevoli forme di flirt con la realtà. Credo che nuove forme di scrittura nasceranno anche da questo, magari su altri mezzi di comunicazione, o magari tornando alla carta stampata in forme ancora inedite. Mi ricordo, di Matteo B. Bianchi, per dire, un meraviglioso gioco di rievocazioni che apre una finestra sul mondo pop dello scrittore milanese.

La forma romanzo, insomma, sta cambiando: credo che stia cambiando di più nei luoghi lontani dai riflettori, ai margini fertili dei generi meno indagati. Nella tua lettera/invito dici che si perde la percezione del valore degli autori (in particolare italiani) e dei romanzi: è vero, ma credo che il problema sia in un sistema dei media (e della critica) che non è in grado di riconoscere e di gestire un mondo che si è fatto così vasto. Però il cinema continua ad attingere dai romanzi, il teatro pure; le storie esistono, e qualcosa si muove.

Certo, il romanzo tradizionale è rimasto "centrale" alla forma letteraria (e al mercato, e all'immagine dell'editoria), e sta languendo, per essere generosi. Sono in pochi a cercare strade nuove, e probabilmente non hanno neanche tanto interesse a farlo: tutto sommato, a conti fatti, non paga. Fuori da questo centro, nella periferia dell'editoria, le cose si muovono rapidamente, ma è molto più difficile seguirle. Ogni tanto, per fortuna, qualche evento e talento eccezionale costringe a ricucire i due mondi.

Ti faccio un esempio di questo strabismo: gli anni Novanta hanno visto il fenomeno dei "giovani scrittori"; eppure, credo che a guardare quanti siano e cosa scrivano gli scrittori della mia generazione, penso che solo una minima parte si stia lambiccando sul romanzo, mentre molti scrivono fumetti e fantasy, fantascienza e gialli, libri per ragazzi, teatro, radio e televisione. C'è stato un ricambio, e non ce ne siamo accorti: quello che s'è visto è stato solo un fenomeno superficiale, i "giovani scrittori". A guardarla bene, potevamo raccontare tutto un mondo di letture e scritture; invece siamo diventati rotocalco.

L'editoria vive di rotocalchi, di tirature, di fenomeni e di "casi". Non può durare a lungo: prima o poi ne usciremo. Per ora viviamoci i margini, questi margini liberi e sperimentali (in cui c'è tanta spazzatura, per carità! Ma anche quella, almeno, è anonima e non certificata: monnezza genuina!). Certo, tocca fare qualche sacrificio: per dire, c'è un'intera generazione, o quasi, che deve inventarsi altri mestieri per poter fare il poeta o lo scrittore; mentre pubblicano Madonna e Totti, Melissa P. e Bruno Vespa. Non è bello e non è facile: ma non è facile per nessuno che abbia avuto la testardaggine di nascere dopo il 1960.

Beniamino Sidoti si occupa di promozione della lettura e di giochi (in particolare in ambito socio-educativo); fa parte dell'associazione Letteratura interattiva e si è laureato con una tesi sulle "scritture collettive".
Suoi libri si trovano QUI.

Posted by Davide Bregola at 11:33 | Comments (2)

28.04.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #64

Penultimo intervento, ad opera di una lettrice "forte", come ama definirsi Rosalba Casetti, per l'inchiesta sul romanzo del XXI secolo.
La settimana prossima si chiude con Beniamino Sidoti, semiologo, educatore, consulente didattico del Ministero della Pubblica Istruzione.
Tutti gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui.

Di Rosalba Casetti

Io sono una lettrice, quello che posso fare è dirti cosa leggo, quali sono le mie esigenze, cosa mi piace e quali libri evito.
Sono una lettrice forte, uso i libri a seconda delle mie necessità:

- la sera prendo qualche vecchio giallo o un Grisham, due pagine e poi dormo
- quando ho dei grossi problemi personali ricorro ai classici, Seneca aiuta o Canetti o qualche autore che mi sembra possa comprendere il dolore del mondo
- se ho una mezza giornata libera, quello di cui sento l’esigenza è “un romanzo che mi porti via”, cioè full immersion, che mi faccia dimenticare l’ora di cena e che lo interrompa solo per il piacere di leggerne ancora un po’ il giorno dopo. Questi sono libri difficili da trovare perché un romanzo del genere deve essere scritto bene, che mi trasmetta il piacere della parola, che ridia alla parola un potere di verità, di illuminazione. Che mi faccia esclamare “che invidia”, mi piacerebbe scrivere così. Poi che ci sia una storia plausibile, non banale, ben ancorata al reale, allo scenario storico, ma non una cosa giornalistica, per quello c’è la TV. Un libro che aggiunga. Difficile da trovare, quando ne trovo uno lo scambio con le amiche o con certe amiche.
- Non amo molto gli autori italiani, quindi forse non sono una buona fonte di giudizio. Penso che non siano bravi a scrivere romanzi, sono sempre un po’ professorali, devono sempre spiegare, ma non leggo molto i giovani, non mi interessano più i romanzi di formazione e quindi so poco degli autori giovani.
- Mi incuriosiscono e leggo molto volentieri libri di altre culture o che sono un po’ cross culturali, mi sembra che il linguaggio ne risenta in ricchezza e che gli occhi con cui guardano il mondo siano meno provinciali.

Che cosa ho letto di recente di cui rammento titolo, autore, ecc?
 La masseria delle allodole della Arslan
 Leggere Lolita a Teheran della Nafisi
 Il responsabile delle risorse umane di Yehoshua
 Possessione e tutti i quattro romanzi in serie di Antonia Byatt (in inglese)
 Il grande viaggio di Giuseppe Cederna
 Ogni cosa è illuminata di Foer
 Istambul di Pamuk
 Leggo molta poesia

Una volta amavo molto andare in libreria, almeno una volta a settimana, ora mi sembra di andare al supermercato, preferisco le biblioteche, per cui sono anche poco informata.

Riassumendo: un bel romanzo deve essere scritto bene, con un bel linguaggio ricco, ma non professorale; che abbia una bella storia ben ancorata alla realtà; che abbia almeno un’illuminazione, una luce sulla “vita”, qualcosa di nuovo, qualcosa che dia origine a un nuovo pensiero, una nuova riflessione, che mi faccia esclamare “ecco, proprio così”.

Rosalba Casetti dice di sé: ex insegnante di informatica, per questo motivo, per il linguaggio terribile che usavo quotidianamente hoa incominciato a frequentare corsi di poesia, ora faccio parte del Laboratorio di poesia che si riunisce da tredici anni, tutti i giovedì a Bologna, quest'anno abbiamo pubblicato una specie di antologia di poesie, facciamo uscire una rivistina in cui io personalmente presento ogni volta un poeta. Ho fatto un lavoro per una casa editrice, da inserire in un 'antologia per le superiori sulle letterature extraeuropee, cinese, araba, indiana. Sono una lettrice forte, ho un incarico pubblico nel campo del volontariato.

Posted by Davide Bregola at 10:15 | Comments (0)

25.04.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #63

Franco Foschi interviene nell'inchiesta sul romanzo del XXI secolo.
Tutti gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano QUI.

“ALLONTANATE DA ME LA CATASTROFE”
sulla mia idea di letteratura

di Franco Foschi

Se c’è una categoria che non sopporto, è quella dei catastrofisti. Nell’argomento di cui vogliamo trattare, i catastrofisti sono la stragrande maggioranza.
Partiamo ab ovo: gli editori – “L’editoria è un disastro, non si guadagna niente…” Perché i grandi editori non accennano a scossoni di nessun tipo, e continuano a sfornare centinaia di titoli all’anno? Perché tanti editori medio-piccoli continuano a cavarsela, magari a fatica, ma a cavarsela? Perché tanti editori piccoli-piccoli fanno magari pochi titoli all’anno ma li fanno?
Secondo gradino: i librai - “Fare i librai è un disastro, non si guadagna niente…” Nella mia città, Bologna, le librerie sono una cinquantina, di cui almeno tre di nuovissimo conio: circa una libreria ogni 80.000 persone. Perché non ce n’è nemmeno una che chiude i battenti?
Ulteriore gradino: i critici letterari – “Il romanzo è morto, non ci sono più grandi scrittori…”. Penso che chi, come me lector communis, abbia come indirizzo fenomenale della sua vita di relazione la passione per i libri, potrebbe snocciolare una lunga fila di nomi e cognomi e titoli che ritiene validissime esperienze vitali. Io che sono un curioso cronico, che cerco qua e là, potrei fare una lunga lista, sentite che nomi: Gianfranco Bianchi, Fabio Mongardi, Flavio Nicolini, Giuseppe O. Longo… So cosa state pensando: e chi li conosce?

E’ proprio questo il problema: che i critici si concentrano su quei dieci titoli che le riviste a grande tiratura propongono in continuazione, possibilmente con glamour. Ma è proprio lì che forse non sta il concetto di letteratura contemporanea. Sta invece tra coloro che scrivono, senza contare quando scrivono, quanto scrivono, e senza scrivere solo dopo che hanno firmato un contratto…
La mia idea quindi è che la lettura e la scrittura non finiranno mai. E’ come una specie di Sodoma e Gomorra che però si arresta un attimo prima della conclusione: “…se c’è anche UN SOLO libro di valore salverò la città…”. Io vivo nella città dei libri, gioco nella squadra dei libri, pasteggio con i libri, rifletto grazie ai libri. Non finiranno mai, quindi lungi da me per favore i catastrofisti e i predicatori di morte (del romanzo), e un consiglio: cercate, cercate, non aspettate che i libri vi arrivino a casa – la ricchezza delle parole è infinita.
Forse sono andato fuori tema, e forse non ho espresso un’idea di letteratura troppo sofisticata, fondamentalmente racchiudibile in una sola parola: amore. Chi invece ragiona con quest’altra parola: denaro, lo faccia, è probabilmente il suo mestiere, ma non rompa le scatole con un’ingiustificata insofferenza.
Chiudo con parole non mie, ma che condivido appieno, di Bohumil Hrabal: “...puzzo di sudore e di birra, ma sorrido, perché in borsa porto libri dai quali mi aspetto che a sera apprenderò su me stesso qualcosa che ancor non so”.


Franco Foschi, pediatra e scrittore, dopo l'esordio con una sceneggiatura radiofonica e racconti su varie riviste, ha pubblicato tre romanzi, Niente è come appare (Hobby&Work, 1998, ristampa 2004), Maria e le pistole limate (EL, 2000) e Un inverno dispari (a quattro mani con Guido Leotta, Mobydick, 2003), due raccolte di racconti, Beltenebros e altre amene crudeltà (Mobydick, 1998, premio Città di Bologna) e Piccole morti senza importanza (Todaro, 2003), più un paio di libri decisamente atipici, Il re dei ragni (Mobydick, 2000, con prefazione di Stefano Benni) e H (Mobydick, 2002). Tutti i suoi libri si possono trovare QUI.

Posted by Davide Bregola at 01:32 | Comments (3)

24.04.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #62

Mario Adinolfi, direttore del quotidiano on-line Il Cannocchiale e attualmente impegnato nel programma di Rai 2 "Tornasole" interviene nell'inchiesta sul romanzo del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova Qui.
Tutti gli interventi di scrittori, critici, lettori, si possono leggere Qui.

Adinolfi.jpg

Di Mario Adinolfi

Il romanzo italiano è come il cinema italiano. Qualcosa che puzza di
cadavere, anche se ogni tanto il sussulto di qualche nervo simpatico
ci fa illudere che ci sia ancora vita. Io scrivo romanzi, ne ho
pubblicati due, il secondo ("Mundial") prima di essere stampato da una
casa editrice coraggiosa ha visto la luce sul mio blog. L'ho
pubblicato in quarantacinque puntate e ho costruito il dibattito sulla
trama, sull'evoluzione dei personaggi e sul mio punto di vista di
scrittore. M'è sembrato un esperimento interessante, in grado nella
dimensione di piena interattività di sconvolgere i piani e costruire
una forma narrativa pienamente orizzontale tra autore e lettore. Se di
ventunesimo secolo e di forme nuove della letteratura vogliamo
parlare, dai luoghi originali di questo tempo e di queste forme
dobbiamo partire. Internet, i blog, i luoghi dove sta tornando a
prevalere la forma scritta sul predominio assoluto dell'oralità e
dell'immagine, sono un appiglio per la speranza e per pensare che un
altro, ancora un altro romanzo sia possibile.

Cordialmente

Mario Adinolfi, 34 anni, giornalista e conduttore radiotelevisivo,
autore dei saggi "Guida ragionata ai programmi elettorali del Polo e
dell'Ulivo" (Banzi Editrice, 1996), "Il Conclave" (Halley Editrice,
2005), "Guida alle elezioni del 9 e 10 aprile 2006" (La Locomotiva,
2006) oltre che dei romanzi "Email-lettera dalla generazione invisibile"(La Locomotiva, 1999) e "Mundial" (Halley Editrice, 2004). Dialoga con i lettori attraverso il blog www.marioadinolfi.ilcannocchiale.it
Qui si trovano i suoi libri.

Posted by Davide Bregola at 10:36 | Comments (3)

22.04.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #63

Elisabetta Rasy interviene nell'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo.
Tutti gli interventi pubblicati fino ad ora sono qui.

Di Elisabetta Rasy

Rasy.jpg

Un po' in ritardo, una risposta elementare...

che corrisponde al nocciolo di quello che penso: troppa tecnica, poca ispirazione cioè poca soggettività.

Elisabetta Rasy, nata a Roma, dove vive e lavora, ha pubblicato numerosi romanzi e racconti: La prima estasi (1985), Il finale della battaglia (1988), L’altra amante (1990), Mezzi di trasporto (1993) e, con Rizzoli, Ritratti di signora (finalista al Premio Strega 1995); vari saggi di argomento letterario molti dei quali dedicati alla scrittura femminile (La lingua della nutrice, 1978; Le donne e la letteratura, 1984). Vincitrice di numerosi premi letterari - con Posillipo ha vinto il Premio Selezione Campiello 1997 -, le sue opere sono state tradotte in molti paesi. Collabora a importanti testate giornalistiche tra cui La Stampa e Panorama. Tiene una rubrica sul settimanale Magazzine del Corriere della Sera. Il suo libro più recente è "La scienza degli adii" Rizzoli 2005.

Posted by Davide Bregola at 01:02 | Comments (3)

19.04.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #62

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luperini.jpg

Tommaso Pincio e Romano Luperini intervengono nell'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo. La lettera con cui li ho invitati a dare un contributo al dibattito è questa:

Sto raccogliendo testimonianze d'autore su cosa è, cosa sarà, il Romanzo nel 21° secolo.
Non so ancora esattamente cosa me ne farò, ma so perché lo faccio: a mio avviso il romanzo italiano di questo inizio secolo ha dato prove di grande interesse, ma la percezione del suo valore che se ne ha attraverso il giornalismo culturale e la critica letteraria, sembra nulla o di poco conto.
Sono spesso in giro per l'Italia, e tra le persone che frequento: bibliotecari, universitari, insegnanti, educatori, animatori, alla domanda: "Quali sono gli autori italiani attuali che conosci o dei quali hai sentito parlare?" le risposte sono sempre imbarazzate e insicure.
Si è capito che attraverso gli uffici stampa delle case editrici uno, due casi eclatanti all'anno, siano la costante strategica che fa vendere un po' di copie, fa vincere premi, fa andare alla ribalta delle cronache "IL CASO" dell'anno. Ma è un bel gioco che potrebbe durare ancora per poco.
Mi interesserebbe sapere la tua idea di romanzo italiano nel nuovo secolo. Come deve essere? Come sarà? Come dovrebbe essere?
In questi ultimi mesi si parla di "Restaurazione" da parte di alcuni scrittori o critici, altri indicano il romanzo italiano come qualcosa che ha a che fare con la fine, la sconfitta.
Secondo te?
Ti chiedo di pensarci un po', e se vuoi mandami qualche riga, una cartella, gradirei esprimessi la tua "idea di romanzo".
Se questa proposta di "autocoscienza collettiva" non ti interessa o non ti va di condividerla, sei libero di fare come credi.
Questa lettera aperta è un tentativo di pensare e mettere per iscritto qualche idea sparsa e disordinata che mi sembra essere "nell'aria" da un po'. Si tratta di ordinarla, discuterne, fare incontri pubblici, articoli su riviste, iniziare un dibattito serio ma anche disinteressato, rigoroso ma libero da griglie codificate, serio ma senza volerlo a tutti i costi risolutivo.

Grazie
Davide Bregola
e-mail: dbregola@libero.it
(Se clicchi sull'indirizzo e-mail ti si apre Outlook Express e puoi scrivere direttamente nella mia casella di posta.)

Di Tommaso Pincio

Salve Davide. Sono d’accordo con te quando dici che in questi ultimi anni il romanzo italiano ha dato segni di essere ancora vivo. Di più non so dire e non voglio. Perdonami, ma le dispute teoriche non mi emozionano. Per me il romanzo non è né un fine né un canone. Continuerò a scriverne e altri scrittori faranno altrettanto. Forse smetterò di “farneticare dell’america”, come suggerisce qualcuno (n.d.r Umberto Rossi), o forse no. Vedremo. Ma qualunque cosa farò non sarà certo in nome di cosa “deve” essere un romanzo. Ti faccio i migliori auguri per il lavoro che stai compiendo.

Di Romano Luperini

Caro Bregola, non so rispondere; il mio mestiere non è fare profezie sul futuro (il XXI secolo è appena iniziato), ma studiare il passato. Posso dire solo che il romanzo è un genere ibrido, che può cambiare pelle di continuo e adattarsi a ogni situazione. Sopravviverà quindi anche alla crisi della letteratura.
Romano Luperini

Tutti i loro libri si trovano qui e qui.

Tutti gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui.

Posted by Davide Bregola at 21:40 | Comments (2)

18.04.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #61

Gianluca Gigliozzi interviene con il sessantesimo intervento nell'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo. D'accordo, nel titolo c'è scritto 61, ma siccome ho saltato il 17 perché nessuno voleva essere il diciassettesimo della lista, ho "variato" un numero. Gigliozzi pone l'attenzione su svariate questioni importanti del romanzo e sul romanzo e questo intervento va letto tutto dall'inizio alla fine, magari fotocopiandoselo per rileggerlo con calma.
Gianluca Gigliozzi è nato a L'Aquila e ha pubblicato Neuropa-poema epicomico in prosa) Pensa Editore.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Tutti gli interventi di critici, scrittori, lettori si trovano QUI.

Gentile Davide

grazie per avermi contattato affinché dicessi la mia sul romanzo di oggi e di domani, e grazie dunque per avermi attribuito un’autorevolezza che non ho, né sento d’avere, e che mi costerebbe caro avere fino in fondo, perché vorrebbe dire avere (per poi mostrare) delle convinzioni limpide e inamovibili attorno a cui detta autorevolezza si avviterebbe, aggregato illustre di convinzioni che mi darebbe l’aria di colui che è profondamente convinto di sé, col fascino che esercita quasi sempre l’essere convinto di queste idee più o meno proprie sugli altri individui, di qualsiasi sesso, possibilmente opposto, che pure di idee ne hanno altrettanto proprie o presunte tali, e perfino opposte. Se non che al non autorevole sottoscritto pare che l’essere convinto, almeno per lui, anche se non del tutto, sia l’opposto del pensare, del mettersi a pensare propriamente, più propriamente possibile, non solo rispetto ad altri individui ma anche rispetto a se stessi. E pensare propriamente il non autorevole sottoscritto lo considera come un superar se stessi in quanto convinti, anche di poco, perché non è facile superarsi; dunque è una lotta con le proprie posizioni, contro il proprio posizionarsi su quel che si sa o si crede di sapere e che forma una lucida, ben rifinita proprietà, tesoro da accudire e potenziare. Ecco perché l’esser convinto mi sembra l’opposto del pensiero come movimento, e avere delle convinzioni mi sembra contrario, anche se non del tutto, a pensare e comunque mi sembra, l’esser convinto, non pacificamente coincidente col fatto che si pensa e che si sta pensando, che si vuole ripensare propriamente quel che si è ricevuto e quel che si è conquistato, per muoversi da là. Insomma il pensiero è esproprio, laddove l’esser convinto è la proprietà. L’esser convinto è funzionale: quindi abbiamo bisogno di essere e mostrarci convinti per funzionalizzare le nostre idee a una qualche prassi o confronto. Essere convinti va bene per l’azione e fa bene all’azione. E anche al dialogo, per il suo avvio, o se ci si limita a rilevare le cose in comune. L’essere convinto è fondamentale come testimonianza di moralità, come segno di non cedimento alle contorte lusinghe dei vari Poteri (anche quelli più orizzontali e invisibili, apparentemente innocui o amorfi). Essere convinti va bene per le cosiddette “battaglie culturali”, quando sono condotte con passione illuminante, ad esempio per smascherare l’ingiustizia di alcuni giochi di potere o di condizionamenti da parte dei suoi dispositivi, per denunciare la mancanza di libertà in un certo discorso apparentemente libertario e la funzione di certi meccanismi che regolano i rapporti e i linguaggi. L’esser convinto è necessario per queste “battaglie culturali” che sono battaglie civili, anche se a volte dietro queste “battaglie culturali” si possono anche annidare frizioni di consorterie, o altisonanti rancori di artisti e intellettuali che non godono della ribalta contro i pochi che campeggiano in una ribalta invece splendida, fatta di terze pagine e salotti mitici alla Guermantes. Tutto questo battagliare, anche quello meno disinteressato, in ogni caso, immette una certa vitalità nella vita di un Paese che, senza queste scaramucce a livello “alto”, avrebbe a disposizione per la pubblica esposizione solo le scaramucce pagliaccesche della Circovisione, o lo spettacolo sempre più uniforme e desolante del Parlamento Buffissimo che mette in scena se stesso, quotidianamente, accanitamente, in una estenuata e grottesca commediuccia provinciale. Però a volte anche queste cosiddette “battaglie culturali” non mi sembrano altro che degli espedienti più o meno clamorosi per lasciar disseminare a ciascun scrivente le proprie convinzioni, per imbastire altre messe in scena in cui ogni individuo fa vedere quanto gli altri individui convinti & scriventi siano più o meno ciechi e quanto lui, al contrario, ci veda chiaro. Da questa stratificata ed esorbitante asimmetria, mi pare di poter dedurre che manchi spesso il dialogo vero, e la vera attenzione per l’altro, e che l’esser convinti sempre, di tutto e comunque, insieme ad altri fattori, faccia più che altro confluire le nostre tensioni in questo che mi appare come un panorama di sordità e irruenza.

E questo perché ognuno è, o tende ad essere, fin troppo innamorato del proprio esser-convinto, appassionato del proprio osservatorio privilegiato in quanto suo, e addirittura chi non è o non appare convinto, è visto alla stregua di un tiepido, o è giudicato come vile perché non ha il coraggio di scagliarsi contro il falso che infesta e deforma le nostre rappresentazioni dell’oggi, nonché contro i sacerdoti del falso stesso, i quali si presentano, com’è noto, come amanti della verità e della libertà. Così, in questo Paese, surclassato dall’Irrazionale in forme molteplici e a volte inconsce, tutti questi portatori sani di verità non tendono che ad accapigliarsi, e tutto ciò è molto vitale, a suo modo, e fornisce moltissimo materiale alle redazioni, che sono un po’ i propulsori immaginali della nostra epoca. Solo che da tutte queste alte scaramucce, sacrosante per carità, non mi sembra (e lo dico nella mia non autorevolezza tutt’altro che ironica e nel mio oggettivo disorientamento di esserci ora) – insomma non mi sembra proprio che questa festa degli antagonismi incrociati porti il più delle volte a un esito più alto, a una comprensione più acuta, a una rilevazione più onesta della situazione culturale e del livello di civilizzazione raggiunto nel nostro Paese. Il fatto è che l’esser-convinto è necessario per la vita sociale, lo ripeto, e che non possiamo non essere e non dirci convinti se vogliamo combinare qualcosa nella vita confrontandoci con gli altri individui e con le altre convinzioni, ma l’essere convinti non basta; basta quando si tratta di agire nell’immediato, ma non basta essere convinti se si vuol rappresentare qualcosa della nostra epoca, se si vuole capire qualcosa di quello che accade e che ha che vedere con la nostra vita e con quella degli altri individui che dividono con noi questo tempo. Alle nostre convinzioni andrebbero messe le orecchie. Bisognerebbe riattivare le controvoci in se stessi, prefigurarsi già prima del confronto come disponibili a rimettere in gioco le credenze e i discorsi che ci hanno formato e che ci formano, consci che queste credenze e discorsi sono soltanto, per quanto fecondi, segmenti e momenti del nostro cammino di pensiero, e non rappresentano un pensiero che ha già esaurito il suo compito. Confronto coi viventi contemporanei ma anche coi non più vivi. Non per adeguarsi all’altro, o appiattirsi sul già formato e pensato, certo! Ma per vedere se il nostro punto di vista, grazie all’altro, può essere arricchito. Per aggiustare il tiro. Perché non tutto è come ce lo immaginavamo. Perché qualcosa sfugge sempre. Perché la realtà è più ricca ed elastica delle nostre posizioni. Perché è bello capirci qualcosa di più. Abbiamo per questo bisogno del coraggio di pensare, di pensare propriamente, di non fermarci alle posizioni, che sono a volte come trincee. Questo dovrebbe valere sia per gli intellettuali che per gli artisti. Gli artisti piccoli o grandi (penso a Cechov, per citarne uno grandissimo) si son sempre lamentati dei critici, della mancanza di un vero ascolto da parte dei critici professionisti, o della ricezione ridotta che offrivano. Anche a me, a tutt’oggi, sembra in parte vero: i critici sono spesso avvitati (acriticamente o opportunisticamente, un po’ come tutti) alle loro convinzioni, sembrano impermeabili al nuovo, o vi aderiscono senza un vero pensiero che ripensi questo nuovo che forse c’è o che comunque lotta per venir fuori; i critici, si dice, sono fin troppo sensibili ai privilegi dello status, in molti casi (specie per la narrativa) allergici al gusto per l’analisi; molti sembrano stritolati dal macchinario e costretti ad emettere discorsi consumabili, noterelle leggiadre o brani di puro veleno, righe che vanno dove li porta il cuore. Ma gli artisti, in particolare qui mi riferisco a poeti e narratori, non è che siano, almeno mi pare, tanto meglio di loro: pochi tra questi artisti (ma ve ne sono…) mi sembrano veramente generosi, pochissimi tra questi artisti della parola concepiscono il proprio lavoro come un dono al prossimo come lettore e vivente, o come uno spazio che può ospitare altre menti e voci, di vivi e di ancora-non-nati. No, mi sembra piuttosto che quello che interessa alla maggior parte degli artisti della parola, è imporsi alle menti (o meglio, ai cuori, visto che il Cuore è il Nuova Dogma, la Parola d’Ordine che schiude i mondi), far sì che la voce di ognuno di loro sia più forte delle altre voci. Ognuno, ho l’impressione, vuol essere riconosciuto come genio, ma non tutti poi del genio dimostrano il coraggio, l’ardimento di spostarsi un po’ dalle proprie convinzioni, di iniziare a ripensare il già pensato e il già formato, di rimettere in movimento quello che si è ricevuto, per alterarne il falso ordine. E la mancanza di coraggio si intuisce da una serie di elementi che spesso traspaiono, nelle forme più varie e con le più diverse sfumature, da molti dei testi che invadono lo spazio pubblico: il culto del proprio fantastico ombelico; l’adesione entusiastica o subdola alla colonizzazione delle menti italiane da parte del Moloch America, dalle mille suadenti bocche; il puntare sul regime terroristico del “cuore”, ossia sulle emozioni più basse od elementari, da cui i vari trucchetti per abbindolare il lettore, spesso oscuramente grato d’essere abbindolato; i giochetti furbi con i repertori; insomma tutti quelle caratteristiche che Kant chiama “attrattive” e che possono servire, al limite, a sedurre il fruitore dell’opera d’arte, ma che non possono consistere nell’opera d’arte stessa: “Il gusto resta sempre barbarico, quando abbia bisogno di unire al piacere le attrattive e le emozioni, o di questa faccia anche il criterio del suo consenso” (Critica del Giudizio, paragrafo §13). Prima di concludere e dire finalmente la mia sul romanzo di oggi e di domani, tre osservazioni a proposito del problema della valutazione delle opere:

1) Gli artisti, della parola come d’altri mezzi d’espressione, prima di comporre le loro opere valutano quelle degli altri, quelle della tradizione e quelle dei contemporanei: la valutazione ha una funzione regolativa e orientativa, senza cui non si potrebbe neanche pensare di mettersi a formare. La valutazione nasce dalla singolarità del rapporto di ogni scrittore (come di ogni lettore) con la singolarità dell’opera, e il piacere o non piacere che il futuro scrittore (come ogni lettore) ricava dall’opera, dipende dalla soggettività di ciascuno; ma se questa ricezione soggettiva resta soltanto privata e interna, e non può o non vuole essere comunicata e quindi sottoposta alla ragione, ogni soggetto che scrive, e che ha letto e giudicato prima di aver scritto, sarà come separato da quell’orizzonte di senso in cui l’opera, volenti o no, s’è andata a inserire, e da cui dovrebbe prendere senso, o almeno una parte di senso. A una fruizione simile avremo in genere associata, a mio avviso, un tipo di sensibilità artistica forse spregiudicata, ma che, di fatto, rifiutando la dialettica con la tradizione, perderà anche la misura e il senso non soggettivo del far arte, e cadrà più facilmente nella tentazione dei demoni intriganti dello Spettacolo Totale o del Nichilismo Non Pensato, per i quali le opere, come il mondo, hanno comunque senso, e la loro bellezza è Evidenza Indicibile e Trasparenza Gaudiosa, oppure all’opposto, che niente abbia senso, e dunque che tanto valga riprodurre gustosamente l’Irrazionale nella rappresentazione artistica, farne il suo oggetto nonché l’idolo di quelli che la godranno (ossia la subiranno…). Imitazionismo, gusto effettistico del pastiche, sensazionalismo, feticismo dell’atto violento, cinismo compiaciuto: ecco, in sintesi non esauriente, le tracce del pervertimento del gusto attuale…

2) Il discorso critico non tende più, in genere (dunque con eccezioni importanti, specie nella critica della “poesia”), a porsi la questione del valore estetico delle opere contemporanee, limitandosi prudentemente, per lo più, alla “pagella”, concepita e redatta all’insegna del più fluttuante impressionismo. Tanto per fare dei nomi e un esempio: Spinazzola che giudica il testo di esordio di Piperno come testo noioso, e che perciò conferisce un valore pressoché oggettivo a quell’essersi annoiato, e che si meraviglia che non tutto il mondo la pensi come lui, dato che il fatto di annoiarsi leggendo il testo suddetto è per l’illustre intellettuale un fatto scontato, che rientra con ogni evidenza nell’oggettività pura.

3) Da questa fiera del soggettivismo (a cui si oppongono filologi, comparatisti e semiologi agguerriti, con una strenua resistenza che però rischia talvolta di far regredire il discorso a una estetica non interrogante né problematica, addirittura con esiti prescrittivi) il non autorevole sottoscritto ricava, con le sue poche letture e non senza dubbiosità, che il problema si è manifestato, tra l’altro, in maniera eclatante col fenomeno del disgregamento del canone: come rilevava Cordelli, in un intervento plurale su un numero del Manifesto dell’estate scorsa (tanto per citare l’ultimo che ha, a quanto ne so, dibattuto pubblicamente in maniera chiara sulla questione), critici e artisti della sua generazione potevano far ancora riferimento a degli autori imprescindibili, e questo non è dovuto tanto al fatto che prima c’erano autori a cui valeva la pena far riferimento e oggi no, ma quanto al fatto che oggi è venuta a mancare proprio la necessità di un far riferimento a, di quella fondamentale alterità con cui instaurare una dialettica viva e feconda, non epigonica ma critico-creativa: non modelli da incorporare ludicamente perché così vuole il soddisfacimento del gusto personale o la voga magari intellettuale, ma forme da re-interrogare, da cui ripartire per schiuderne le possibilità implicite. Oggi come oggi, sembrerebbe, che le cose stiano in modo che ognuno fa per sé, gli artisti anche più dei critici (anche se naturalmente non è sempre vero); ognuno ha il suo canone personalissimo, e questo ha creato un caos fecondo per i fautori della democratizzazione dell’arte (magari interessati allo sfruttamento economico del patrimonio creativo di un’intera nazione che pullula di giovanotti o professionisti coi cassetti zeppi di capolavori…), ma ha anche disorientato in maniera radicale gli scrittori e critici più seri, al punto da rendere sempre più difficile una base comune per dei confronti razionali, sia sincronici (con i propri contemporanei) sia diacronici (con la tradizione di una data forma espressiva, o di altre affini). Insomma questo far per sé (che potrebbe far pensare a una vera autonomia contro l’oppressione “padrista”, come direbbe Scarpa, e a una autentica fuoriuscita dallo stato di minorità nei confronti di una tradizione vissuta come muta ed estranea) ha portato, mi sembra, insieme ad altri fattori ancora da sviscerare, a qualcosa che è il contrario di una vera liberazione; ha portato a una sorta di atomizzazione dell’Io che crea le opere o che le giudica, a un senso di orgogliosa dis-appartenenza e disgiunzione fatale da quel principio di intersoggettività che sta alla base del giudizio estetico e che è stato fino all’altro ieri alla base del fare arte. Insomma questo Io Dopato e Ultraromantico, falsamente libertario/liberatorio, ha portato a un oscuramento del senso comune, che non è il comune buon senso, come ci insegna Kant in un passaggio cruciale della Critica del Gusto (il paragrafo §40), bensì l’orizzonte di senso comune a più individui, quell’orizzonte che garantisce il principio di intersoggettività fondamentali per fare del gusto estetico qualcosa di comunicabile universalmente, ossia per farne un oggetto di confronto razionale (pur tenendo conto, anzi tenendo in massima considerazione il fatto che, come ci insegna lo stesso Kant, l’esperienza del piacere che proviamo al cospetto dell’opera d’arte non è determinato da concetti, ma sempre dalla soggettività, è un piacere “privato”: la personalissima percezione interna…).

Per chiudere: premesso quanto ho tentato di articolare circa i paradossi dell’esser convinto e della falsa autonomia dei soggetti implicati nel discorso del giudizio estetico, è quasi conseguente che non potrei proprio pronunciarmi su come sia effettivamente il romanzo di oggi nel nostro Paese stralunato o come vi sarà il romanzo di domani, perché non vorrei imporre narcisisticamente il mio gusto e la mia convinzione e sovrapporli a dei dati reali o meglio percepibili dal mio limitato osservatorio, o sfruttare il mio gusto e la mia convinzione per una prefigurazione del da venire. So benissimo quello che mi piace, e qui potrei fare liste di nomi (molti europei e quasi nessun americano) e sproloquiare su quali autori penso siano stati sopravvalutati e presi come modelli in questi anni, autori che spesso ci vengono presentati come “grandi” dalle Multinazionali della Scrittura(1) , ma non voglio stare al gioco dell’esibizione dei canoni privati (che canoni non sono, in quanto privati); penso peraltro sinceramente che potrebbero esserci anche altre forme e modalità di composizione romanzesca da me impensate (o svalutate) che potrebbero essere o rivelarsi valide e vitali per l’immediato avvenire di questa forma espressiva. Comunque, per andare avanti con la proiezione piuttosto che con la convinzione, ecco come lo sogno per oggi e per domani, questo romanzo del ventunesimo traballante secolo: innanzitutto lo vorrei ben distinto dal racconto di genere, che ha una sua dignità e senso, ma che ha tutt’altre funzioni, tutte o quasi finalizzate a “generare” un effetto particolare nel lettore. Come dovrebbe essere per me il romanzo non di genere del XXI sec. (per evitare l’etichetta “d’autore”, di cui ne abbiamo tutti fin sopra i capelli)? Non voglio fare il sofista, ma secondo me, dovrebbe essere in nessun modo che sia dicibile fin da ora: mi spiego: non lo vorrei con un dover essere particolare. Auguro di cuore al romanzo che verrà di non avere nessun dover essere, perché il dover essere è impartito sempre dall’alto, fosse pure dall’alto del piedistallo in cui ognuno di noi inevitabilmente mette se stesso. Se dicessi: il romanzo che verrà lo vorrei così e cosà, già sottrarrei al romanzo possibile quella dimensione per esso così determinante, nel modo in cui essa si è determinata storicamente da Cervantes fino ad oggi, ossia la libertà. Quindi se proprio devo dire come lo vorrei, direi che lo vorrei così com’è stato finora, almeno quando è stato davvero romanzo, perché non penso che tutto quello che viene chiamato romanzo sia, in ultima analisi, davvero tale; nel senso che il nome romanzo si è sempre applicato a cose che del romanzo hanno ben poco, almeno nel senso che questa parola e cosa ha acquistato negli ultimi tre secoli. Per romanzo s’intende oggi perlopiù anche e soprattutto quella notevole mole di narrativa a meccanismo(2), cioè finalizzata puramente, attraverso l’utilizzo di varie tecniche più o meno sopraffine, alla calibrata stimolazione degli strati più primitivi del cervello piuttosto che del cortex (il cervello evoluto: ragione speculativa e immaginazione). Nel romanzo-romanzo invece è proprio il cortex a essere perlopiù stimolato. Il romanzo così inteso è, per sua natura (storicamente determinata), un congegno testuale che non si fonda sulla provocazione di un effetto o di una serie di effetti (almeno come finalità…), ma piuttosto sul lasciar libero il lettore di ricercar godendo, attraverso la mediazione delle forme romanzesche, e cioè attraverso il libero e imprevedibile movimento dell’io dei personaggi, il senso del proprio esserci, del proprio essere-nell’esperienza. E’ questo, per me, il dono di libertà che fa il romanzo ai suoi lettori, la libertà mediata da forme di volta in volta diverse a seconda dell’individualità del romanziere, libertà attraverso cui passa l’interrogazione di ciascuno sull’esistenza e sul suo senso; interrogazione, questa, che poi è, a mio avviso, la finalità più autentica del romanzo e che è il segno della sua capacità di apertura: un’apertura che non dovrebbe coagularsi in convinzioni (nell’esibizione del proprio piccolo sistema-di-convinzioni), ma restare interrogazione e al limite testimonianza: testimonianza della violenza della storia e delle forme nuove che essa assume, ma anche testimonianza sulla relatività di ogni posizione (bisogni, valori, principi, comportamenti), e su come lo stesso fatto di esserci, di vivere e andare avanti in questa vita implichi sempre il fatto che le posizioni vengano o annullate dalla violenza della storia (o del non dialogo, o dell’oblio), oppure si relativizzino reciprocamente, secondo un’ironia che non è quella della retorica o del postmodern, ma che è interna, immanente alla vita e all’esserci stesso.
Insomma, per concludere, vorrei che il romanzo fosse se stesso, cioè libero e coraggioso, libero dal marchingegno dell’essere consumabile, dal cappio totalitario della suspence, coraggioso perché capace col pensiero e con la ragione immaginante di rimettere in gioco le nostre convinzioni e di portare l’ombra del paradosso all’interno delle nostre certezze e delle infinite forme di vita, e, perché no, un po’ di luce dentro le nostre cecità e dentro quelle molte piccole cieche tristezze che sembrano irredimibili proprio perché così radicate e intrecciate nella vita di ognuno di noi; libero e capace di portare il caos laddove è stato impiantato un falso ordine consolatorio, e rivelare la follia di tante cose credute sensate, ma anche di far trasparire un po’ di armonia spiazzante quando tutto ci sembra inghiottito dalla barbarie uniforme e dal non senso integrale. Anche se naturalmente non sono proprio convinto che sia tutto qua…

(1) L’espressione è del celebre e straordinario attore argentino, Cesàr Brie, che l’ha recentemente usata parlando di Garcia Marquez e Isabella Allende.
(2)Mi rendo conto che operare da un presunto osservatorio che privilegiato non è, ma in una posizione che è effettivamente (onestamente) dentro il caos dell’esperienza, anche semplicemente dell’esperienza come lettore di oggi, non permette sulla base di criteri a priori una esatta e disinvolta categorizzazione del tipo romanzo vs. non-romanzo, o come altri l’hanno concepita, romanzo vs. narrativa. Distinzioni simili sono sempre problematiche, e non c’è nessun principio a priori che possa garantire il nome della cosa in cui o rispetto a cui ci stiamo movendo. La mia categorizzazione sembra perentoria, ma non vuole esserlo, anche perché vorrebbe tenere presente appunto delle possibilità romanzesche ancora non dispiegate e che potrebbero al limite capovolgere una prospettiva che rischia di presentarsi come troppo “rassicurante” ma non seria fino in fondo.

Posted by Davide Bregola at 10:09 | Comments (2)

13.04.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #60

Daniele Malavolta, regista e narratore, interviene nell'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Tutti gli interventi di critici, scrittori, lettori si trovano QUI.

Di Daniele Malavolta

Mi chiamo Daniele Malavolta, e in genere mi occupo di sceneggiatura e di regia ma ho pubblicato un romanzo (Il popolo degli dioti) con Pendragon, piccola casa editrice di Bologna, nella
collana diretta dall'ex del gruppo 63 Roberto Di Marco, collana nata con la specifica intenzione di andare oltre il romanzo ed uscire finalmente dal novecento. Intenzione questa lodevole, seppur in parte disattesa, ma che ha avuto il merito di pubblicare alcuni autori che mostravano segni della "crisi di senso" che ha investito, secondo Di Marco, la modernità.
Ho notato una tendenza comune a diversi autori italiani cosiddetti "giovani", verso un eccesso di minimalismo, e una mancanza di interesse verso l'impegno civile e la politica. Una eccessiva attenzione a tematiche riguardanti un piccolo gruppo di amici, la compagnia o l'orticello dietro casa denota una preoccupante carenza nelle capacità di analisi di una intera generazione di scrittori che sembrano insensibili ai problemi reali della società in cui vivono. Questa naturalmente non è la regola, ma i casi letterari che vengono costruiti a tavolino e alimentati da intelligenti campagne stampa e marketing da parte delle case editrici, hanno come tema i bollori di una adolescente piuttosto che i problemi del mondo e la globalizzazione.

Questi best seller artificiali magari vengono acquistati senza essere letti, per essere regalati, quali oggetti d'arredamento, o perché no, solo perché nello studio c'è un tavolo che balla e il libro è dello spessore giusto, ma di certo questa letteratura non lascerà il segno nella storia, avendo perso lo scrittore qualsiasi funzione sociale ed essendo spesso incapace di qualsiasi interpretazione credibile della realtà. Lo stile e la costruzione narrativa magari si possono imparare a scuola, ma i contenuti sono un'altra cosa.

Daniele Malavolta è nato a Modena il 21/07/1974. Quel giorno, a causa della crisi energetica, potevano circolare solo le auto con targa pari, e naturalmente, l'auto di suo padre aveva la targa dispari. Comunque era domenica mattina, ma non troppo presto. Il primo atto creativo di qualche importanza è stato scarabocchiare su un muro di casa. Da quel giorno non gli hanno più fatto mancare fogli bianchi. In questo periodo ha avuto il suo primo approccio con il mondo televisivo facendosi cadere in testa un televisore che si è un po' ammaccato.
Verso i tre anni lo hanno mandato all'asilo e ha cominciato a pensare che lo avessero fregato, ma siccome non riusciva a scappare, o se ci riusciva poi lo riprendevano, decise di adattarsi alla situazione.

Il primo film che ha visto al cinema è probabilmente "Lo chiamavano Trinità" di E.B. Clucher, doveva essere il 1977. Avevano provato a fargli vedere "Bambi", ma sua madre e la zia dovettero farlo uscire perché voleva vedere dove fosse finita la madre del cerbiatto che secondo lui non poteva essere morta. A sei anni lo mandarono a scuola e allora fu certo che lo avevano fregato. Alle medie cominciò a disegnare fumetti. Diplomato nel 1993 in elettronica e telecomunicazioni all'istituto tecnico industriale Fermo Corni di Modena con voto 42/60, decise (tirando un dado) di iscriversi al DAMS di Bologna e frequentò il seminario di sceneggiatura cinematografica condotto dal dottor Giovanni Robbiano al CIMES di Bologna e ha cominciato a scrivere.
Laureato in DAMS a Bologna nel 2000, con voto 104, con una tesi su John Woo venne arruolato dall'Esercito Italiano, ma la sua permanenza nelle forze armate durò poco e venne selezionato come corsista del Corso RAI SCRIPT 2000/2001 per sceneggiatori. Ha vinto il Premio Bologna 2000 per sceneggiature di cortometraggi "Storie di fine millennio" con la sceneggiatura "IL CANE" e ha vinto la menzione speciale al Premio Solinas 2000 con la sceneggiatura "MODENA MODENA, STAZIONE DI MODENA, PER CARPI, SUZZARA, MANTOVA, SI CAMBIA" che poi ha avuto l’articolo 8 ed è diventata un film.
Nel 1999 ha realizzato il cortometraggio "DUELLO ALLO SPECCHIO" prodotto da Movie Movie per Telepiù nell'ambito dell'iniziativa "I CORTI DELLO SPECCHIO", e poi ha avuto la brillante idea di farne degli altri.
Nel 2001 ha scritto, diretto e interpretato lo spettacolo teatrale "IL BONSAI", per la rassegna "Cattivi Maestri" (2001).
Nello stesso anno ha scritto insieme a Davide Sorlini "SEXITAXI", lungometraggio prodotto dalla Bradipofilm e diretto da Davide Sorlini.
Ha scritto “TAGLIATI MALE”, diretto da Piersandro Buzzanca e prodotto da Lastrada Cinema nel 2003 e non contento di questo nello stesso anno ha pubblicato il suo primo romanzo: IL POPOLO DEGLI DIOTI.
Ha fatto altre cose di cui si vergogna.
Un giorno prenderà il brevetto di volo e diventerà comandante di un'astronave.

Posted by Davide Bregola at 09:40 | Comments (1)

03.04.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #59

Sandra Petrignani contribuisce con il suo intervento al dibattito sul Romanzo del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Tutti gli interventi di critici, scrittori, lettori si trovano QUI.

Di Sandra Petrignani

spetrignani.jpg

Ho l’impressione, che come tante altre cose in questa epoca distruttiva, anche il romanzo (e non solo quello italiano) abbia fatto il suo tempo. Finito, kaputt. Mi pare che lo sostenga in qualche modo pure Milan Kundera, che non solo ha scritto alcuni dei romanzi più belli del secolo, ma che al romanzo ha dedicato vari libri saggistici. Si continua a scrivere romanzi, alcuni molto molto importanti, ma ciò non toglie che, da quando l’arte ha perso la sua benedetta “aura” (l’epoca della riproducibilità tecnica di benjaminiana memoria...) è davvero difficile conservare quel rispetto che solo darebbe un senso al lavoro letterario-artistico.

Pensiamo a cosa si è ridotta oggi la pittura: un gran giro di soldi intorno a certi galleristi che fanno dall’oggi al domani la fortuna di alcuni nomi a scapito di altri di uguale valore. In campo letterario sono i grandi agenti e i grandi editori a decidere quale prodotto imporre sul mercato internazionale, a decidere cioè quali sono le opere PIU’ IMPORTANTI. E naturalmente il peso schiacciante dell’area anglofona fa fuori le culture minoritarie.
In questa situazione si dovrebbe riflettere se il valore che davamo all’arte non fosse una delle tante illusioni dell’umanità. Forse l’arte aveva un senso solo quando era intimamente legata alla religiosità di una tribù, quando l’artista si confondeva con lo sciamano. Oggi l’offerta esorbitante di libri in generale e di romanzi in particolare fa sì che l’oggetto anche solo per questo venga deprezzato. Escono molti romanzi bellissimi, moltissimi così così e un numero sterminato di romanzi orrendi. La gente spesso ama quelli orrendi. Né la critica, né tanto meno i premi letterari, sono in grado di orientare i lettori. Hanno perso credibilità, autorità, per la dipendenza dalle case editrici. E poi nessuno può umanamente riuscire a leggere tutto quel che si pubblica e quindi si sceglie necessariamente fra i romanzi più sponsorizzati o che in un modo o nell’altro riescono a guadagnarsi una visibilità.
Mettici poi la confusione fra valore letterario e vendite. Molta gente crede sinceramente che i primi in classifica siano i romanzi più belli.

Poi ho un’altra considerazione da fare: penso che l’umanità sia arrivata al limite di un percorso devastante. Penso che ci siano delle urgenze che relegano la letteratura e l’arte in posizioni secondarie. Non si può davvero più farne una religione come in altri tempi, persino come ancora succedeva a me nella giovinezza. Quelli che ancora credono a se stessi come Scrittori, mi fanno un po’ pena. Scrivere romanzi è un’attività come un’altra. Carina, molto carina, ma con poca incidenza sul nostro destino. Non è un caso se assistiamo al trionfo della letteratura di genere: vedi le boiate pseudo storiche, il comico, il noir ecc... Una letteratura al tramonto è giustamente poco più che un gioco. Persino la più giovane delle arti, il cinema, non ha più niente da dire di veramente intenso, irrinunciabile. Ogni tanto ci stupisce, ma è ben poco rispetto alle grandi sorprese di una volta.
Allora? Allora andiamo avanti, ma consapevoli di tutto questo, consapevoli di essere i testimoni probabilmente della fine dell’UOMO come l’abbiamo conosciuto fin qui, con le sue stupende invenzioni scientifiche e artistiche, che non l’hanno reso migliore, anzi. Forse il passo successivo è l’annientamento totale, o forse la trasformazione in angelo, chissà. In un caso e nell’altro, dubito che si sentirà il bisogno del romanzo.

Sandra Petrignani vive a Roma. Ha scritto il libro di viaggio Ultima India; i racconti raccolti in Il catalogo dei giocattoli, Vecchi, Poche storie; i romanzi Navigazioni di Circe, Come cadono i fulmini, Come fratello e sorella; le interviste Le signore della scrittura. Con Neri Pozza ha pubblicato La scrittrice abita qui, libro finalista al Premio Strega 2003 e Care presenze nel 2004.
I suoi libri si possono acquistare QUI.

Posted by Davide Bregola at 17:45 | Comments (10)

27.03.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #58

Giuseppe Iannozzi interviene nell'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo.
Tutti gli altri interventi si possono trovare nella rubrica "ROMANZO XXI SECOLO" alla destra del monitor.
Giuseppe Iannozzi ha il lit-blog QUI.

Il Romanzo del XXI secolo
- alcune apocalittiche riflessioni -

di Giuseppe Iannozzi

Cosa resterà del romanzo del XX secolo? Probabilmente niente, o meno ancora. Il fatto è che di romanzi nel XX secolo ne sono stati scritti parecchi, ma pochi veramente buoni; quasi nessuno nell’ultimo ventennio che va dagli anni Ottanta ai primi giorni del Duemila. Gli ultimi venti anni sono tra i più negri e medioevali che siano stati consegnati ai lettori: la dittatura thrilleristica si è imposta come moda, e gli scrittori, dopo il meritato successo di Giorgio Faletti, si sono buttati a capofitto nell’affaire thriller; e come tutto risultato, poco più di niente, solo dei romanzetti scritti male e per giunta con la pretesa di voler essere à la Pasolini.

Autori quali Italo Calvino, Beppe Fenoglio, Cesare Pavese, Primo Levi, Carlo Emilio Gadda, Pier Vittorio Tondelli, Tiziano Terzani, e ancora Sebastiano Vassalli, Umberto Eco, Aldo Busi, sono già nella storia, o meglio appartengono già da tempo alla Letteratura, a chi dopo di noi li approfondirà sui banchi di scuola. Molto più difficile, se non impossibile, che domani un romanzetto di Melissa P. venga ricordato. E sono dell’opinione che sarà difficile che anche un maestro come Valerio Evangelisti venga domani ricordato, se non tra le fila di quei simpatizzanti per una letteratura votata (destinata) ad esser “popolare”. Eppure Evangelisti meriterebbe di più, nonostante alcune (inevitabili) cadute di tono, come l’abbastanza deludente “Il collare di fuoco”: ma romanzi quali “Noi saremo tutto” o “Il castello di Eymerich” o il più perfetto “Cherudek” meriterebbero di rimanere, e di esser considerati sin da oggi Letteratura. Il problema – se giusto è definirlo tale – è che ultimamente lo stile di Valerio Evangelisti si sta evolvendo, per uscire da qualsiasi schema e progetto narrativo: essendo che questa strada nessuno l’ha ancora percorsa, la strada che Evangelisti sta percorrendo è molto ma molto buia, così tanto che c’è il rischio che lo inghiotta in sé. Probabilmente, parafrasando una canzone di Ron (cantata da Lucio Dalla), “con l’aiuto del buon dio, stando sempre attenti al lupo”, Evangelisti riuscirà a dar un corpo pienamente completo ed intelligibile alla sua scrittura, quindi al suo stile. E se ci riuscirà, allora domani non escludo che potrà essere anche autore da antologia, da studiare seriamente.
Diverso discorso, ma breve, per Giuseppe Genna: i suoi thriller, tra i migliori che abbia letto, erano qualcosa. Oggi, dopo due scivoloni, gravi a mio giudizio, non so davvero che abbia intenzione di fare, perché la sensazione è quella che dia sfogo alla penna più per esercizio che non per dar corpo a della narrativa, a delle storie, e men che meno a della letteratura, foss’anche con la “l” minuscola. Dopo “L’impero di Costantino” e “L’anno luce”, due prove che valgono poco - nulla, a voler essere completamente onesto, secondo il mio fallibile metro di giudizio -, credo che “nel quasi mezzo cammin di sua vita si sia inoltrato per una selva davvero troppo oscura perché possa incontrare un Virgilio che lo conduca a veder del Paradiso una seppur flebile luce, o anche solo l’illusione d’una luce”. Sia come sia, non sarà con Giuseppe Genna e né con i kamikaze di Tiziano Scarpa che il XXI secolo potrà dirsi iniziato al Romanzo o alla Letteratura. E di Federico Moccia forse ricorderemo che ha fatto impazzire molte ragazzine: ma non me la sento proprio di dire che la sua scrittura sia qualcosa che rimarrà nel tempo: due romanzi, ma “Tre metri sopra il cielo”, per il giovane autore, è quello che gli ha dato il successo di vendite. Poi, a voler guardare ad Alberto Bevilacqua, probabile che qualche romanzo rimanga, non fosse altro che per la gran mole di libri scritti e pubblicati, per i temi sempre uguali e reiterati romanzo dopo romanzo. Andrea Camilleri resterà, verrà ricordato come autore del “popolo” e quindi popolare: i suoi romanzi non giustificano nessuna pretesa sociale e/o politica, sono soltanto delle storie e basta, storie che hanno fatto bene presa nell’immaginario del popolo, che ancora domani se lo ricorderà il suo commissario Montalbano. In fondo, leggere Camilleri ci distrae dai nostri problemi: il suo stile è semplice, vicino alla parlata popolare, e forse proprio questa peculiarità l’ha fatto amare ad un pubblico eterogeneo senza inimicarsi i critici, anche i più esigenti. Non più di tanto, comunque.

Brutto, molto brutto, tirare ad indovinare chi rimarrà e chi no, fare un toto-scrittori così come sto facendo: ma qualcuno deve pur farlo, qualcuno dovrà pur prendersi, se non la responsabilità, perlomeno il merito d’aver scagliato la prima pietra, e non perché io sia innocente, solo perché colpevole. Io rimango sempre, o quasi, affascinato quando leggo un romanzo di Valerio Massimo Manfredi: e però, in veste di critico, per quanto modesto io possa essere, non posso fare a meno di rendermi conto che sono delle storielle, ben scritte, non dico di no, ma pur sempre delle storielle con qualche elemento storico. Alessandro Baricco è invece scrittore che due cadute pesanti ce le ha avute, con “L’Iliade” e “Senza sangue”, ma con “Questa storia” è tornato ad essere genuino, quello di “Castelli di rabbia”, “Oceano mare”, “Seta”, “Novecento”. Senza addentrarmi in quelli che sono pregi e difetti della scrittura di Baricco, sono dell’avviso che i suoi romanzi rimarranno, a lungo, in quanto contengono non una morale ma più morali: ogni storia è un gioco, una sorta di matrioska, personaggio dopo personaggio, morale dopo morale, pagina dopo pagina, si scopre qualche cosa, un dettaglio che sembrava insignificante e che invece è essenziale. Una rara abilità questa per uno scrittore, che non può esser ignorata né lavata via con giudizi asfittici o di ostinata superficialità: quello che intendo dire è che la scrittura di Alessandro Baricco merita un approfondimento serio che non si fermi – e che non si impantani – in un’analisi superficiale.

La mia impressione a proposito dell’attuale mercato editoriale è che si mettano in circolo, se non proprio degli istant book, almeno degli scartafacci che, a un occhio inesperto, possono sembrare dei romanzi bell’e finiti. Il libro è stato ridicolizzato, ridotto a mero oggetto di consumo: gli scaffali delle librerie, giorno dopo giorno, sono invasi da nuove uscite, e tutti gli editori promettono – alzando occhi braccia e mani al cielo – che hanno dato alle stampe il capolavoro del secolo. Sono libri - ma libri solo perché di pagine tenute insieme da una rilegatura e una copertina – che dopo due, tre mesi, nessuno più ricorda. E però vengono immediatamente sostituiti da altri titoli simili, da autori uguali che reiterano all’infinito sempre la stessa storia, solo variando il nome dei personaggi e la scenografia.

Non sono ottimista: il romanzo del XXI secolo non è stato ancora dato alle stampe. E, soprattutto, non c’è un autore che oggi possa dire “nato per essere il primo dei grandi della Letteratura del Ventunesimo Secolo dopo Cristo”. Ma forse è molto meglio così: perché così, chi vorrà leggere tornerà ad affrontare con ragione e sentimento i Classici della Letteratura Italiana e non.

Posted by Davide Bregola at 17:12 | Comments (15)

21.03.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #57

Laura Barile interviene nell'inchiesta sul romanzo del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.(D.B.)

Di Laura Barile

Cos'è il romanzo nel 21.o secolo? Caspita che domanda.
Le dirò alcune altre cose, che sto rimuginando in questo periodo:
Italo Calvino, 1923.
Milan Kundera, 1929
Georges Perec, 1937
Claudio Abbado, 1937
Amos Oz 1939
Claudio Magris 1939...

Potrei continuare, passare al 1943, e poi agli anni cinquanta e via via ai nati nella seconda metà fino alle classi settanta-ottanta.
Cosa voglio dire?
Che per ora gli scrittori del Duemila sono nati almeno negli anni
Ottanta del secolo scorso. Nascere in un secolo si porta dietro tutto
il secolo in cui si è nati.
E poi che non esiste il romanzo italiano, o meglio che se esiste non mi sembra significativo definirlo così.
Forse, dico forse, esiste il romanzo europeo all'interno della cultura occidentale (diverso da quello USA, ma anche lì vai a vedere)... in fin dei conti anche oriente e occidente si stanno mescolando, per fortuna: vedi Kundera, Kureishi & C.

Io non cerco risposte italiane, per quello mi bastano e avanzano i giornali. Cerco scritture che intravedendo non vedono, e che a loro volta generano domande, che sono le mie e quelle di tutti noi: e l'Italia non c'entra per niente.
Sono le domande di quella che Einstein, alla frontiera USA, richiesto
della sua razza, scrisse: "umana"
E poi mi piace che parlino d'amore.

Laura Barile si è occupata di editoria popolare e quotidiani (Sonzogno e "Il Secolo" di Milano), di "irregolari" come Carlo Dossi e Antonio Pizzuto, di Italo Calvino, e di poesia, in particolare Vittorio Sereni, Montale, e più recentemente Leopardi. Insegna alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Siena. Scrive su L'Indice.

Posted by Davide Bregola at 21:54 | Comments (9)

18.03.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #56

FRANZ KRAUSPENHAAR interviene nell'inchiesta sul romanzo del XXI secolo.

DI FRANZ KRAUSPENHAAR
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Porsi la domanda su cio’ che sarà il romanzo italiano del XXI secolo è importante fin da ora, che questo nuovo secolo l’abbiamo appena adocchiato. In realtà siamo ancora legati, mani e piedi, al secolo passato e alle sue forme. La forma romanzo spadroneggia infatti ancora in tutte le librerie del mondo, e non sembra che essa possa ancora esaurirsi, vista la fame di storie compiute che ancora ci attanaglia. La domanda è dunque: possiamo già da ora pensare a una tendenza per il nostro futuro?
Si vedono già delle avvisaglie. Ma forse, queste avvisaglie già nascono nel Novecento. Perché un Céline, per esempio, non è stato un romanziere tipo, è stato un affabulatore puro, e i suoi romanzi erano delle navigazioni spesso senza controllo, in certo senso “informali”. Oggi come ieri chiamiamo per brevità e per marketing (la scimmia sulla schiena dell’industria editoriale) opere che sono romanzesche a volte soltanto per brevi tratti, nell’intelaiatura, ma che alla resa dei conti si spiegano come cosa diversa, come navigazione spesso caotica nell’immensa placenta del mondo. Qualcuno prima di me ha parlato di ibridi, di commistione appassionante tra fiction e saggistica. Una volta si chiamavano “romanzi-saggio”. Niente s’inventa dal niente, tutto nasce dalla tradizione a da un suo morale sovvertimento, da una piega a u delle tendenze, da un gesto necessario e igienico di ribellione.
Ci si puo’ ribellare in vari modi, addirittura continuando a scrivere romanzi compiuti; per esempio, entrando nel “genere” (il giallo, per esempio) e tentando di liberarsi da quella gabbia facendo i dovuti e difficilissimi conti con le pastoie inevitabili che del genere sono le coordinate. Operazioni di equilibrismo che forse non riescono ancora a dare il risultato sperato, per cui è forse più facile, ennesimo paradosso, far finta di azzerare tutto, inventarsi un viaggio interstellare che partendo dalle avanguardie storiche faccia deflagrare la “navicella romanzo” in alta quota, come accade a Moresco. I suoi libri possono essere letti come drammatiche parodie del romanzo tradizionale ma anche, e questo è a mio avviso ancora più interessante, come parodie del romanzo d’avanguardia. Dentro al contenitore-libro ci puo’ quindi stare la sconfessione vergata nero su bianco del contenitore stesso, come se implicitamente si volesse spiegare (a parole assolutamente proprie) che questo contenitore non basta più; e dunque in Moresco le pagine sembrano esondare, e i razzi cartacei imbevuti di grottesco propellente che ne derivano sembrano voler colpire al di là della materia-libro.
A scorrere le liste di “prescrizione” dei maggiori premi letterari e le classifiche di vendita sembrerebbe che nulla sia cambiato da almeno vent’anni. In pieno postmodernismo affranto, la letteratura italiana ufficializzata s’accartoccia sempre più su se stessa, assomigliando nelle storie e negli aciduli sapori a certo cinema intimista prodotto da decenni con le sovvenzioni statali. Invece là fuori molti scrittori cercano nuove strade, come è sempre avvenuto, e senza alcun tipo di sovvenzione.
Fare previsioni sul futuro è sempre rischioso e comunque spesso, se si è sufficientemente onesti, è impossibile. Certamente assistiamo oggi a un fenomeno nuovissimo: la letteratura è uscita dalla carta ed è approdata sulla rete. I blog letterari, numerosissimi, offrono testi i più disparati, e li offrono al giudizio critico spesso estemporaneo dei lettori. Saltando la mediazione critica, si assiste a una consumazione spesso “fast food” del “genere letteratura”: assaggi da happy hour dopolavoristico commentati in tempo reale. Il lettore (spesso sotto mentite spoglie) dice la sua su cio’ che ha letto, e l’autore interviene allo scoperto in posizione spesso difensiva.

Ci troviamo dunque in una specie di virtuale presentazione libraria non stop, con i lettori che, protetti dall’anonimato e dallo schermo del loro computer, a volte gettano sassi dal cavalcavia verso l’autore; se questi ha deciso di prestarsi al gioco, a mio avviso lo deve fare fino in fondo, e sapersi prendere non solo i complimenti, ma anche le critiche più feroci, anche le sassaiole più ferenti, tentando sempre di argomentare. Il bagno nell’umiltà è indispensabile.
Il discorso è a doppio taglio: perché se i lit-blog fomentano senza volerlo delle reazioni a volte scomposte, e il ruolo della critica ufficiale diventa mano a mano più sottile e viene del tutto (o quasi) esiliato sulle spesso asfittiche pagine dei giornali, allora per l’autore, paradossalmente, diventa sempre più difficile arrivare nel modo giusto ai suoi lettori. Cioè spesso ci arriva, attraverso i lit-blog, senza passare per l’intercapedine critica, a pelle nuda, senza nessun filtro, dal produttire al consumatore. Un modo di ovviare ci sarebbe, e credo che la tendenza sarà questa, in questa mia sostanzialmente ottimistica previsione: un maggior numero di critici e scrittori si avvicineranno a internet per mancanza di spazi di discussione sui luoghi fin qui deputati, e discuteranno sempre più nell’altrove smaterializzato della virtualità; e dunque – dopo questo presente nel quale la critica dalla rete si tiene ancora abbastanza lontana - s’ispessirà l’intercapedine, mentre continuerà, come è giusto, a esserci la possibilità, per il lettore, di spezzare quest’intercapedine e di interloquire in maniera libera con gli “addetti ai lavori”.
Tutto questo movimento in certo modo sovversivo dovrebbe portare i giornali a modificare il loro stile ingessato e ancora novecentesco, ad agire in controspinta rispetto ai lit-blog, ad attualizzare le loro modalità comunicative.
Con l’informatizzazione della letteratura, a mio avviso ogni previsione su come sarà il romanzo italiano del XXI secolo puo’ essere, per il momento, azzardata. Potremmo addirittura tornare al lontano passato, quando le riviste pubblicavano in anteprima romanzi; se non in versione integrale, nell’immediato futuro anche gli scrittori già da tempo pubblicati su carta potrebbero approfittare di internet per mettere a disposizione i loro romanzi e racconti prima della pubblicazione, in modo da testarli sulla “piazza elettronica” dei lettori più appassionati.

FRANZ KRAUSPENHAAR, Milano 1960. Ha pubblicato Avanzi di Balera (Addiction) e gli ultimi libri per Baldini&Castoldi "Le cose come stanno" e "Cattivo Sangue" consultabili QUI.

Posted by Davide Bregola at 02:05 | Comments (2)

16.03.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #55

Francesco Guglieri interviene nel dibattito sul Romanzo del XXI secolo. Guglieri scrive per L'Indice e Pulp Libri. E'dottorando in Letterature Comparate a Torino.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.(D.B.)

Di Francesco Guglieri

Pensare cosa sarà il romanzo italiano del XXI secolo è, prima di tutto, un esercizio di immaginazione. E ogni esercizio di immaginazione è un esercizio romanzesco. Non è certo l’unico, o il “migliore”, neppure il più alto (o più basso) gradino di un’inesistente scala di valori dei “modi di immaginazione”, ma è, bene o male, l’orizzonte in cui siamo immersi, l’aria che respiriamo da queste parti. Mi spiego: io sono un lettore di romanzi, lo sono più o meno per mestiere, gran parte della mia vita da adulto l’ho dedicata a leggere romanzi e a studiare, a lungo, il modo in cui si dovrebbero leggere. E questa, a conti fatti, è la mia vita. Poi capita che certi giorni mi chieda, come tutti, come sarebbe andata se, invece che essere fulminato dalla letteratura, avessi fatto l’ingegnere informatico, poniamo. Allora mi metto lì e immagino: di certo avrei più soldi e una maggiore stabilità, probabilmente meno acidità di stomaco ma anche meno capelli in testa. Che discorsi farei adesso, che film guarderei, quanto distante sarebbe quest’immaginario io controfattuale da quello che sono adesso? Non lo so. Non posso neanche dire che sarei migliore o peggiore, più felice o più infelice. Non è questo il punto. Il punto è che quando ci sediamo lì e cominciamo a immaginarci “come sarebbe stata la mia vita se” facciamo un piccolo, minimale magari, io credo fondamentale, esercizio romanzesco (così come lo facciamo quando pensiamo a ciò che “io sono adesso”: ai mille frammenti della mia esistenza, della mia coscienza, della mia autorappresentazione, impongo per un attimo una forma che ha l’aspetto di una compiutezza romanzesca).
Ecco, riusciamo a farlo perché siamo tutti “lettori di romanzi” (anche chi non ne ha mai letto uno!): non solo perché siamo tutti immersi in cultura che ci porta a immaginare le nostre vite e le nostre scelte secondo schemi, finalismi e ricorrenze romanzesche, ma soprattutto perché poche altre forme del linguaggio come il romanzo ci costringono a questi continui esercizi d’immaginazione, a spiare e possedere vite che non sono le nostre, ad abitare mondi che sono o non sono il nostro. Il romanzo ci obbliga ogni volta a nuove letture, nuove aspettative e quindi forse, a volte, nuovi contesti.

Allora, mi sembra che quelli che ci vengono a dire che il romanzo è morto o è in crisi, che tutto è già stato fatto e rappresentato, che esiste un enorme deposito del già detto (già visto, già scritto) da cui pescare per assemblare al più un bricolage di seconda mano, vogliono sottrarci la possibilità di immaginare in prima persona (o, quantomeno, ridurre al prevedibile le possibilità che hai di pensare te stesso e con te stesso tutto il resto). Ti danno un immaginario in cambio dell’immaginazione, ti scaraventano in una sfera, quella dell’immaginario, in ogni cosa è già successa (già prevista) e nulla accade se non come simulacro, ripetizione del già accaduto. Uno spettacolo senza futuro.
Funziona allo stesso modo per quelli che ciclicamente ripetono, quasi fosse una giaculatoria o una sorta di elaborato esorcismo, che il romanzo italiano è morto, o in crisi, o –ed è lo stesso –asfittico, ombelicale, esangue, infinitamente inferiore a quello americano (al contrario!).
Sinceramente, a me pare che mai come in questi anni il romanzo italiano sia stato altrettanto potente, sorprendente, vitale, altrettanto capace di portare dentro di sé ambiti sempre più ampi del reale: non riflettendolo (non è questo che fa la letteratura, mai: grazie al cielo), ma masticandolo e trasformandolo in qualcosa d’altro, in qualcosa che con la realtà è strettamente implicato ma secondo relazioni complicate, tortuose, ben lontane da qualsiasi pacificante rispecchiamento (questo per rispondere a chi dice che il romanzo italiano non ha ambizioni, non affronta la Storia e le grandi narrazioni: il rischio è quello di avere un’idea semplicista del lavoro del linguaggio letterario, o comunque molto limitata. Capita, così, che se il testo sgarra dalle forme previste ci si rifiuta di dedicargli quella fatica che l’impegno ermeneutico richiede).
“Il romanzo, questo cannibale” scriveva a suo tempo Virginia Woolf: il romanzo è un cannibale perché ingoia porzioni sempre più ampie del mondo, porta nei suoi confini ciò che prima ricadeva nell’ambito dell’indicibile, o del non letterario. Ma anche perché muta forma, assume l’aspetto di altri linguaggi, di altri media, di altri generi. È posseduto da una spastica predisposizione alla totalità, a esaurire le contraddizioni, e allo stesso tempo è sempre dentro alla contraddizione, alla polifonia, al limite di una forma aperta, mai conclusa. Il romanzo è più romanzo nella misura in cui lo è meno, nella misura in cui tradisce le aspettative spostandole un po’ più in là. E continuerà a esserlo anche nel XXI secolo.

Mi ripeto: mai come adesso il romanzo italiano si è potuto permettere una tale varietà di forme, di voci e di proposte, mi sembra che mai abbia potuto dispiegare un così vasto pensiero sul presente. Una vivacità particolarmente evidente, ad esempio, in quelle estreme propaggini della contrada romanzesca in cui il romanzo sembra venire meno, almeno la sua forma narrativa: i testi brevi, fortemente saggistici, in cui l’autofiction si mescola a momenti di teoresi più astratta o di prosa descrittiva (Voltolini, Franchini, Magrelli, Sebaste, Trevi). Per non parlare, nel versante opposto, di quelle scritture che si fanno totalmente carico delle regole e dei canoni di un genere codificato ma piuttosto che viverle come gabbia le fanno esplodere in direzioni opposte a qualsiasi chiusura: a Evangelisti, Genna, Wu-Ming, poi, bisogna ascrivere una eccezionale coerenza nel portare avanti la propria visione. Oppure pensa a quegli autori che sul tessuto del reale aprono una breccia di parole, di linguaggio, dolorosa e assoluta, come Moresco, Scarpa, Ferrante, Santangelo, e in forma diversa Mozzi, Nori. Ma non posso citarli tutti (cosa dire di autori che trovo straordinari, e diversi, come Mancassola, Bajani, Nove, Lagioia, Raimo…) e non serve neanche: il romanzo italiano del XXI secolo avrà forme inaspettate, lo troveremo là dove meno lo si aspetta, sarà sorprendente, felice e doloroso come quello di oggi.
Il romanzo italiano del XXI secolo forse ce l’abbiamo sotto gli occhi ma non possiamo ancora riconoscerlo perché non abbiamo fatto sedimentare le categorie necessarie ad accoglierlo.

Il limite è un altro. Che tristezza mi prese tempo fa quando lessi un venerato vecchio critico liquidare Kamikaze d’Occidente soltanto come un romanzo interessato ai rapporti d’amore tra uomo e donna e poco rivolto ai “problemi del presente”! Come si può scrivere una cosa del genere quando Kd’O ha la sua ragion d’essere proprio in una presa di posizione sul ruolo dello scrittore, sulla natura della rappresentazione, sul rapporto tra scrittura, finzione e realtà nel presente, e lo fa con una radicalità lacerante? Mi cascano le braccia quando leggo, su riviste letterarie, recensioni a romanzi impegnativi come Occidente per principianti interessate solo all’uso dell’avverbio che si fa in quel testo, senza rispondere minimamente alle sollecitazioni che ti muove una lettura del genere. O romanzi, come l’ultimo di Pincio, passati come al solito in categorie mistificatorie quali “lingua da traduzione”, “ossessione americana” come se a Pincio, ambientando i suoi romanzi negli USA degli anni ’60, interessasse veramente parlare solo dell’America di quart’anni fa!
Il pericolo che temo è che manchi una critica capace di rispondere alle domande che questi testi pongono, di rispondere con la stessa serietà, lo stesso rigore, la stessa tensione che questi testi impongono. Non che manchino i buoni critici: quello che si è indebolito è l’istituto della critica, il suo spazio sociale, autonomo e riconosciuto. Questa, ovviamente, è una questione politica, di politica culturale, ma di certo intimamente intrecciata col discorso che facevo prima.
Il fatto è che i romanzi italiani del XXI secolo saranno (quelli di oggi sono) pensieri radicali, esercizi di un’immaginazione senza remissione che noi, in quanto lettori e ancora di più in quanto critici, dobbiamo essere all’altezza di ricevere e rilanciare: dobbiamo essere in grado di rispondere con la stessa serietà, lo stesso rigore, la stessa radicalità con cui si rivolgono a noi.
Ridurre la critica alla battuta fulminante, alla barzelletta, ma anche a semplice esercizio di gusto, o esercitarla secondo parametri che non sono quelli della critica ma quelli del mercato (leggibilità, intrattenimento, passatempo, spettacolo), sollevare la critica dalla fatica della mediazione, vuol dire assecondare una cultura semplificatoria, spettacolarizzante, significa rinunciare a qualsiasi volontà di sapere, ma soprattutto riconoscere il proprio ambito e la propria funzione come puramente residuali, caselle vuote. Pensare la critica come l’esercizio del “mi piace e non mi piace”, magari in salsa snob, prendere la noia e l’antintelletualismo come parametro, vuol dire ricondurre il letterario a territorio subalterno, innocuo, pacificante. Così come certi toni apocalittici, temo, alla lunga facciano il gioco opposto.
Il pensiero del romanzo ci mette di fronte a una lacerazione che non possiamo risolvere con una battuta e un’alzata di spalle. L’unico modo per essere all’altezza di chi ci ha preceduto è credere a ciò che si scrive (e si legge), senza residui, senza salvezze.

Posted by Davide Bregola at 00:03 | Comments (2)

14.03.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #54

Piero Sorrentino interviene nell'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.(D.B.)

Di Piero Sorrentino

Qualche sera fa, davanti a una pizza e a una lattina ormai semivuota di coca cola, un amico scrittore mi raccontava che un Famoso Critico Letterario, incontrato per caso in strada poche ore prima, l’aveva fermato e gli aveva annunciato, trionfante e orgoglioso, che il suo prossimo libro, di imminente uscita, sarebbe stato, alla pari del libro di prossima pubblicazione del mio amico scrittore, “un ibrido proprio come il tuo!”. Mi rendo conto che per apprezzare in pieno la portata di ridicolaggine che quella frasetta convoglia nel breve spazio sintagmatico di appena cinque parole, bisognerebbe essere in grado di scorrere la carriera del Famoso Critico Letterario – fatta di immonde curatele di scrittori del Novecento pagate a suon di migliaia di euro, collaborazioni a giornali mainstream e ingessatissime riviste accademiche, illeggibili pubblicazioni saggistiche presso importanti editori, direzione di premi letterari sulla cui gestione economica più d’uno avanza dubbi e perplessità da codice penale -, inorridendo così di fronte al pietoso spettacolo di uno studioso di mezza età che senza pensarci due volte getta alle ortiche la scrittura saggistica che pure gli ha dato fino a quel momento fama e denari, per lanciarsi – forse per sentirsi ancora giovane tra i giovani? - nel meraviglioso mondo degli ibridi (che poi, detta così, senza altre specificazioni, concludevo con l’amico scrittore, non si sa nemmeno bene cosa cazzo siano, questi ibridi. A pensare alla parola “ibrido”, a me per esempio veniva in mente solo il mio canarino).

Eppure, meditavo tornando a casa, guidando piano sulla strada viscida d’acqua, nonostante questa sorta di violento screditamento della forma del saggio (o di quella del romanzo), a favore di una scrittura che sta a metà tra i due, tra le pure forme di fiction e le strutture cristallizzate della saggistica, provenga da un autore su cui gettare discredito e fango è tutt’uno col restituire dignità e onore alla parola letteraria, non si può negare che “ibrido”, questa parola vaga, generica, lasca, che, direbbe Antonio Moresco, “prende dentro tutto” – e quindi niente -, sia quella che meglio descrive la forma più vigorosa e vitale della letteratura italiana contemporanea. La migliore forma di scrittura, la più onesta e completa, quella che più ci serve per capire un po’ di più della nostra vita, quella che promette molto e mantiene di più, la forma in cui ci viene offerta la più nutriente presenza di contenuti, oggi, è quella che abbandona definitivamente il romanzo, che se lo lascia dietro senza troppe lacrime, che spalanca le gabbie ormai anguste della fiction e le infiltra di altri linguaggi, altri sguardi, altri scenari. Ma si badi bene. Si tratta di separazione consensuale e non di abbandono di minore, e soprattutto si tratta di un distacco pensato, voluto e perseguito dagli stessi scrittori, e non il frutto dell’ennesima geremiade critica sulla morte del romanzo, questo zombie di carta che da almeno 60 anni crepa e risorge con più solerzia di un non-morto di Romero. Viviamo anni complessi, e il meglio delle nostre penne ha capito che il romanzo non basta più per raccontarli. Non si può correre a Indianapolis con una Punto 1100. Il romanzo italiano del XXI secolo, insomma, non sarà un romanzo. E questo l’hanno capito in molti. L’ha capito Emanuele Trevi con “I cani del nulla”, “Senza verso”, “L’onda del porto”; Marco Mancassola con “Last Love Parade”; Antonio Moresco con “Lo sbrego” e “Zio Demostene”; Antonio Franchini con “Quando vi ucciderete, maestro?”, “L’abusivo”, “Cronaca della fine”, “Gladiatori”; Valerio Magrelli con “Nel condominio di carne”; Giuseppe Genna con “Assalto a un tempo devastato e vile”; Antonio Pascale con “La città distratta”; Edoardo Albinati con “Svenimenti”, “Maggio selvaggio”, “19”; Beppe Sebaste con “H.P. L’ultimo autista di Lady Diana” (per non dire poi di quelli che l’hanno capito nel resto del mondo: Sebald, Langewiesche, Herr, Vollmann…)
Il valore del romanzo italiano del XXI secolo si misurerà sulla sua forza di rinnovamento, sulla prontezza con cui si scaraventerà, come il barone di Munchausen che si libera dalle sabbie mobili tirandosi per il codino, fuori dal cammino tracciato in precedenza dalle forme romanzesche tradizionali nelle quali fino a oggi si è manifestato. Se ogni processo di radicalizzazione dei generi conduce a compimento, anzi a esaurimento, la forma di scrittura fino ad allora in auge, il romanzo del XXI secolo muterà a poco a poco, da solo - in un processo che assumerà i caratteri dell’ineluttabilità del destino e della necessità di una palingenesi ormai irrinunciabile - i suoi stessi procedimenti testuali, le sue strategie, le sue strutture. Credo sarà un trapasso indolore, atteso e anzi invocato. Certo ogni autore, muovendo da un orizzonte di attese tutto suo, piegherà la nuova forma ibrida secondo le proprie esigenze e finalità. Ma in fondo che cos’è poi la scrittura se non il continuo scartare da tutto, “un po’ più in là, da lato, da lato”?

Piero Sorrentino è nato a Napoli nel 1978. Scri