08.04.06

Reportage

Tondelli.gif
Per saperne di più su P.V.Tondelli clicca Qui.

Inizia con questo "pezzo", per tre puntate, un resoconto di Dimitri Di Salvo, su un viaggio fatto qualche tempo fa a Correggio, sui luoghi Tondelliani. Dimitri, laureato in Lettere moderne a Torino, ora trentenne, aveva svolto, durante gli studi universitari una intensa attività giornalistica di tipo artistico-letterario, decidendo, dopo l'incontro con Enos Rota, di scegliere una Tesi di laurea sullo scrittore correggese. Proprio in una di queste incursioni nei luoghi deputati, scrisse alcune pagine molto acute, critiche e dense di significato non solo sull'Autore di Camere Separate, ma anche della realtà geografico-storica tutta, osservata con spirito molto obiettivo.(D.B.)

Pellegrinaggio emiliano (Prima Puntata)
Sulle tracce di Pier Vittorio Tondelli

di Dimitri Di Salvo

Certi luoghi hanno porte segrete. A seconda delle chiavi che ogni viaggiatore porta con sè, riesce a raccogliere in misura diversa i segni nascosti in essi. Alcuni luoghi debordano di questi segni: sono i crocevia dove si fondono le strade più larghe e numerose e antiche, e gli indizi scoppiano a ogni angolo. Città d’arte, metropoli industriali, luoghi di storia, presentano al visitatore tesori più appariscenti, e perle più nascoste. Talvolta è difficile scoprire certi percorsi, a meno di non aver già per le mani una traccia sicura. Nel caso di luoghi più raccolti, poniamo, ad esempio, un paesone della bassa di nome Correggio, il compito può farsi più facile. O più difficile, per certi versi.

Qui nella bassa arrivo una mattina di gennaio, stazione di Reggio Emilia, ospite dell’amico Enos. Ci lega un’amicizia breve e già intensa, nata all’ombra di uno dei “casi” letterari dello scorso decennio. Lasciamo Reggio per la campagna, distnaze sfumate da una perenne nebbiolina che lascia, bontà sua, trasparire talvolta un poco di sole. Distanze illusorie, miraggi al contrario di questa nebbia che sembra costruire assenze, svuotare il paesaggio, che si srotola intorno in ogni direzione, come da una spirale che ha il centro in chi guarda. Per me, che arrivo all’ombra delle Alpi, è un impatto questa assenza di frontiere. Tutt’al più, qualche ostacolo: casolari a grupponi, filari intermittenti di viti, il campanile di qualche chiesa che sbuca dalla piattezza circostante dritto rosso teso come il dito di una annegante. Sono ostatocli per la vista, non per lo spirito: che si ritira guardingo dopo brevi puntate intorno, come un esploratore che non voglia allontanarsi troppo dal campo base. Dev’essere diverso, per chi ci abita, per chi ci è nato. Devono avere in qualche modo imparato a difendersi, per sopravvivere, ad erigere in qualche modo delle frontiere mentali contro questo Nulla velato di nebbia che si annida dietro i segni sistemati dall’uomo. Ma queste sono le fantasie di un viaggiatore, uno straniero che per la prima volta giunge a curiosare in questi luoghi: d’altronde, mi si spiega, qui non si sta così male, almeno a livello di conto in banca: tra Lambrusco ed Affettati, piccole e medie industrie ed aziende, il tenore di vita è tra i più alti in Italia, nè il benessere si mostra in forme sfacciate o appariscenti. Io tuttavia non mi fido troppo: le mie fonti di informazioni, ed il filo rosso che mi ha portato fino a qui, mi suggeriscono un’altra faccia della medaglia, nascosta dietro la facciata paciosamente campagnola, serenamente borghese della Bassa e dei suoi paesoni come Correggio, ventimila abitnati, tre lettere e venti minuti (di macchina, una ferrovia non eisste) a nord di Reggio Emilia. Qui di turisti se ne vedono pochi, e non certo d’inverno: gli hotels si riempiono durante l asettimana di pendolari che viaggiano per lavoro, nel fine settimana di qualche squadra di calcio, di passaggio a giocare in qualche campo delle vicinanze. Oltre, naturalmente, ai pellegrini. Ne arrivano da tutta Italia, verso questa Mecca di provincia, capitale di un Islam la cui fede è intrecciata senza rimedio alla disperazione; sono i fedeli di una religione dai tratti sfuggenti, una religione che cerca i propri Dei bruciandoli e bruciandosi. Una religione che protende i suoi teentacoli dagli anni Settanta agli anni Ottanta, e che a quanto pare non cessa di far proseliti anche in questi declinati anni Novanta. Una religione che ha dopo l’ebbrezza del rifiuto, della distruzione, della tabula rasa ha sperimentato la disillusione di chi ha riconosciuto crescere, dalla terra bruciata, erbacce non dissimili dalle vecchie. Qualcuno potrebbe riconoscere nel Settantasette l’ultima fiammata, prima della discesa nella rassegnazione e nel disgusto; ma forse i pellegrini che arrivano da queste parti appartengono ad un popolo molto più antico, che si porta incisi nel DNA un certo tipo di sensibilità ferita, una disillusione innanzi all’implacabile esaurirsi delle Verità, una rabbia e un desiderio di consumazione per lasciare almeno una bruciatura sulla pelle di questo Vuoto e soffocante che si attacca come un parassita agli ideali. Non è questione di età. Alcuni sono giovanissimi, altri “maturi” (si portano addosso un numero di anni sufficiente ad essere considerati, giudicati, pretesi ad essere persone “perbene”). Non è questione di mattane giovanili, la scrittura di Pier Vittorio Tondelli, ma di carne e sangue, respiro che grida e sussurra e magari si ride addosso ma sempre con un occhio alla Bestia, l’ombra soffocante che può strisciare nella vita e avvelenarla, farla correre sempre più veloce in cerca di frontiere, quelle che la nebbia della Padana continuamente nasconde. Adesso che ho svelato il mio gioco, potete immaginarmi come un pellegrino in cerca di fede; adesso che sapete il nome del profeta, potete immaginare il mio vagabondare per questi luoghi della sua vita come un viaggio. Un viaggio senza la certezza di una ricompensa, della Mecca al termine della strada; piuttosto, un cammino in questa Terrasanta emiliana, alla ricerca di segni in un deserto a tratti tropo verde, troppo accogliente, troppo morbidamente sfumato dalla nebbia. Segni come luoghi, fotografie, persone legate alla vita che non è più di Colui che ha parlato, attraverso la sua Scrittura; segni per meglio interpretare, per scoprire, anche per difendersi dalle parole che ha lasciato dietro di sè, parole in cui ha lasciato sè.

Posted by Davide Bregola at 15:32 | Comments (0)

13.03.06

Universo in espansione

Maura Gancitano interviene nel dibattito su studenti e università, su aspettative e realtà. Tutto è iniziato con Valeria Vitelli QUI. Il suo malcontento ha stimolato un vero e proprio scambio di esperienze a cui Maura dà seguito.

Io sono fortunata, io frequento un’università privata, le segretarie mi chiamano per nome e studio dentro a un palazzo affrescato. Ma in realtà non c’è niente di diverso dalle università pubbliche.

Studio filosofia, sono al secondo anno. Ho scelto questa facoltà (nata quattro anni fa) perché è la migliore in Italia, ci sono ottimi insegnanti, e di conseguenza dovrebbe dare maggiori possibilità d’impiego. Ha un piano di studi diverso da quello classico, non ci sono esami di storia dell’arte e di letteratura, e il corso di storia è stato introdotto solo quest’anno dal nuovo Preside.

In un anno e mezzo ho dato 12 esami e me ne mancano ancora 11, più 6 colloqui su altrettanti classici della filosofia (che valgono 1 credito ciascuno, cioè niente), uno stage di 150 ore e la tesi.
Non ci sono i moduli e le parcellizzazioni, ma quasi tutti gli esami sono piuttosto pesanti (non c’è il limite delle pagine – o perlomeno non viene rispettato - e i professori hanno maggiore libertà riguardo ai programmi di studio) e il numero dei crediti è incongruo. Scegliendo di frequentare quasi esclusivamente corsi di 9 crediti (cioè i più pesanti), sono riuscita a ridurre a 23 il numero degli esami complessivi (molti dei quali sono sia scritti che orali...cioè, prima devi scrivere una tesina leggendo una miriade di testi di approfondimento, spesso in inglese, e poi studiare il programma e sostenere l’esame orale), ma se avessi lasciato così com'era il piano di studi ne avrei dovuti dare quasi 30 (più i soliti colloqui sui classici).

Come dicevo, il nuovo preside ha introdotto il primo corso di storia, che si dice permetta di raggiungere il numero di crediti sufficienti per insegnare. Ma io non posso frequentarlo perché non mi conviene in termini di crediti, perché devo riuscire a laurearmi in tempo (costo già troppo alla mia famiglia, non posso permettermi anche di andare fuori corso) e devo scegliere gli esami che mi sono più utili, che mi danno la possibilità di acquisire il maggior numero di crediti con il minor sforzo (si fa per dire). Potrei seguire il corso senza dare l’esame, per “cultura personale”, ma ovviamente non sarebbe la stessa cosa.

Quando passerò alla laurea specialistica dovrò imparare il tedesco in 2 anni (riuscendo a comprendere i testi filosofici, le conferenze filosofiche e a scrivere di filosofia e sostenendo alla fine un esame che verrà valutato in trentesimi - - come succede anche per quello d’inglese – e che quindi non darà una semplice idoneità, incidendo inevitabilmente sulla media), dare quasi altri 20 esami e scrivere una tesi di 350 cartelle.
E poi magari, quando finirò, non troverò uno straccio di lavoro.

L’anno scorso ci sono state le prime lauree. Qui le medie sono molto alte, ci sono studenti brillanti, c’è gente che studia ininterrottamente, eppure nella sessione estiva si sono laureate solo 4 persone.

Perché, oltre al numero esagerato degli esami, un grosso problema è anche quello della tesi. Quando si scrive? Se si devono preparare quasi 30 esami in 3 anni, quando si ha il tempo per scegliere un tema forte, leggere decine e decine di testi e scrivere una tesi decente? Così molti, pur avendo già dato tutti gli esami, devono posticipare la laurea alla sessione successiva per scriverla, correndo contro il tempo.

Tra agosto e settembre farò uno stage al Festivaletteratura. Ho deciso di mettermi direttamente in contatto con loro (ho fatto due anni di volontariato lì) per evitare che la facoltà mi spedisse in qualche brianzolo assessorato alla cultura. A dire il vero qui viene offerta la possibilità di fare lo stage in aziende conosciutissime e di alto livello. Peccato che non ti facciano fare niente (niente che ti piace, almeno) e che non ti diano la possibilità di imparare qualcosa (fatte le dovute eccezioni). E allora a che servono gli stage? A guadagnare crediti anche quelli, a permetterti di avvicinarti alla soglia dei 180 crediti che ti permetteranno di laurearti? Che senso ha, allora?

Anch’io sono arrivata qui piena di aspettative e, pur sapendo che farei di nuovo la stessa scelta, anch’io mi sono ricreduta. Ho studiato tanto, eppure mi sembra di non sapere niente, di non avere alcuna abilità. Mi manca un anno e mezzo per laurearmi e ce ne vorranno altri due per la specializzazione. Eppure a me sembra di avere ancora poco tempo prima di entrare nel famigerato “mondo del lavoro”. Potrei fare un master che potrebbe darmi le competenze per fare il lavoro che voglio, ma servirebbe davvero a qualcosa?

E allora cerco di darmi da fare adesso, studiando per conto mio cose che in facoltà non insegnano, leggendo più che posso, scrivendo, facendo più cose di quelle che riesco a fare, affannandomi per fare esperienza. Ma ho bisogno che qualcuno mi dia la possibilità di crescere, che mi dia l’opportunità di fare esperienza, di lavorare. Ma questo capita raramente. A volte perché vent’anni sembrano pochi, a volte perché i vent’anni danno fastidio.


Maura Gancitano dice di sé: Chi sono? Uhm...ho 20 anni, sono siciliana, studio filosofia a Milano, ho un blog (www.maura.splinder.com), sono nella redazione di due riviste elettroniche (Bombasicilia e L'emergente sgomita), collaboro con una casa editrice e con una piccola casa di produzione cinematografica, organizzo presentazioni, ho vinto premi letterari...

Posted by Davide Bregola at 21:10 | Comments (7)

26.01.06

PETROLIO NOSTRO CONTEMPORANEO

Caro davide,
ho letto ieri questa lettera di Pier Paolo Pasolini. Forse la conosci, forse no. mi sembra bella da rileggere ora, tra queste riflessioni su verità e romanzo.

ciao,
Monica

Pier Paolo Pasolini
La narrativa

Da Petrolio Lettera ad Alberto Moravia

Caro Alberto,
ti mando questo manoscritto perché tu mi dia un consiglio. E' un romanzo, ma non è scritto come sono scritti i romanzi veri: la sua lingua è quella che si adopera per la saggistica, per certi articoli giornalistici, per le recensioni, per le lettere private o anche per la poesia: rari sono i passi che si possono chiamare decisamente narrativi, e in tal caso sono passi narrativamente così scoperti ("ma ora passiamo ai fatti", "Carlo camminava..." ecc, e del resto c'è anche una citazione simbolica in questo senso: "Il voyagea...") che ricordano piuttosto la lingua dei trattamenti o delle sceneggiature che quella dei romanzi classici: si tratta cioè di 'passi narrativi veri e propri' fatti 'apposta' per rievocare il romanzo.
.
Nel romanzo di solito il narratore scompare, per lasciar posto a una figura convenzionale che è l'unica che possa avere un vero rapporto con il lettore. Vero appunto perché convenzionale. Tanto è vero che fuori dal mondo della scrittura - o se vuoi della pagina e della sua struttura come si presenta a uno della partita - il vero protagonista della lettura di un romanzo è appunto il lettore.
.
Ora in queste pagine io mi sono rivolto al lettore direttamente e non convenzionalmente. Ciò vuol dire che non ho fatto del mio romanzo un 'oggetto', una 'forma', obbedendo quindi alle leggi di un linguaggio che ne assicurasse la necessaria distanza da me, (...) quasi addirittura abolendomi, o attraverso cui io generosamente negassi me stesso assumendo unilateralmente le vesti di un narratore uguale a tutti gli altri narratori. No: io ho parlato al lettore in quanto io stesso, in carne e ossa, come scrivo a te questa lettera, o come spesso ho scritto le mie poesie in italiano. Ho reso il romanzo oggetto non solo per il lettore ma anche per me stesso: ho messo tale oggetto tra il lettore e me, e ne ho discusso insieme (come si può fare da soli, scrivendo).
.
Ora, a questo punto (ecco la ragione di questa lettera) io potrei riscrivere daccapo completamente questo romanzo, oggettivandolo: cioè scomparendo in quanto autore reale, e assumendo le vesti del narratore convenzionale (che, (...), è molto più reale di quello reale). Potrei farlo. Non sono privo di abilità, non sono digiuno di arte retorica, e non manco neanche di pazienza (non certo della sconfinata pazienza che si ha solo da giovani): potei farlo, ripeto. Ma se lo facessi, avrei davanti a me una sola strada: quella della rievocazione del romanzo. Cioè non potrei far altro che andare fino in fondo a una strada per cui mi sono naturalmente incamminato. Tutto ciò che in questo romanzo è romanzesco lo è in quanto rievocazione del romanzo. Se io dessi corpo a ciò che qui è solo potenziale, e cioè inventassi la scrittura necessaria a fare di questa storia un oggetto, una macchina narrativa che funziona da sola nell'immaginazione del lettore, dovrei per forza accettare quella convenzionalità che è in fondo giuoco. Non è voglia più di giuocare (davvero, fino in fondo, cioè applicandomi con la più totale serietà); e per questo mi sono accontentato di narrare come ho narrato.
.
Ed ecco il consiglio che ti chiedo: ciò che ho scritto basta a dire dignitosamente e poeticamente quello che volevo dire? Oppure sarebbe proprio necessario che io riscrivessi tutto su un altro registro, creando l'illusione meravigliosa di una storia che si svolge per conto proprio, in un tempo che, per ogni lettore, è il tempo della vita vissuta e restata intatta alle spalle, rivelando come vere realtà quelle cose che erano sembrate semplicemente naturali?
.
Vorrei che tu tenessi conto, nel consigliarmi, che il protagonista di questo romanzo è quello che è, a parte le analogie della sua storia con la mia, o con la nostra - analogie ambientali o psicologiche che sono puri involucri esistenziali, utili a dare concretezza a ciò che accade nel loro interno - esso mi è ripugnante: ho passato un lungo periodo della mia vita in sua compagnia, e mi riuscirebbe molto faticoso ricominciare da capo per un periodo che sarebbe presumibilmente ancora più lungo.
.
Certo lo farei, ma dovrebbe essere assolutamente necessario. Questo romanzo non serve più molto alla mia vita (come sono i romanzi o le poesie che si scrivono da giovani), non è un proclama, ehi, uomini! io esisto, ma il preambolo di un testamento, la testimonianza di quel poco di sapere che uno ha accumulato, ed è completamente diverso da quello che egli aspettava | immaginava | !

tuo
Pier Paolo
Da Pier Paolo Pasolini, Petrolio, Einaudi, Torino 1992, pp. 544-5

Posted by Davide Bregola at 16:46 | Comments (0)

13.11.05

LETTERA APERTA a scrittori, critici, lettori (con preghiera di risposta!)

di Davide Bregola
Posta.jpg

Ciao,
sto raccogliendo testimonianze d'autore su cosa è, cosa sarà, il Romanzo nel 21° secolo.
Non so ancora esattamente cosa me ne farò, ma so perché lo faccio: a mio avviso il romanzo italiano di questo inizio secolo ha dato prove di grande interesse, ma la percezione del suo valore che se ne ha attraverso il giornalismo culturale e la critica letteraria, sembra nulla o di poco conto.
Sono spesso in giro per l'Italia, e tra le persone che frequento: bibliotecari, universitari, insegnanti, educatori, animatori, alla domanda: "Quali sono gli autori italiani attuali che conosci o dei quali hai sentito parlare?" le risposte sono sempre imbarazzate e insicure.
Si è capito che attraverso gli uffici stampa delle case editrici uno, due casi eclatanti all'anno, siano la costante strategica che fa vendere un po' di copie, fa vincere premi, fa andare alla ribalta delle cronache "IL CASO" dell'anno. Ma è un bel gioco che potrebbe durare ancora per poco.
Mi interesserebbe sapere la tua idea di romanzo italiano nel nuovo secolo. Come deve essere? Come sarà? Come dovrebbe essere?
In questi ultimi mesi si parla di "Restaurazione" da parte di alcuni scrittori o critici, altri indicano il romanzo italiano come qualcosa che ha a che fare con la fine, la sconfitta.
Secondo te?
Ti chiedo di pensarci un po', e se vuoi mandami qualche riga, una cartella, gradirei esprimessi la tua "idea di romanzo".
Se questa proposta di "autocoscienza collettiva" non ti interessa o non ti va di condividerla, sei libero di fare come credi.
Questa lettera aperta è un tentativo di pensare e mettere per iscritto qualche idea sparsa e disordinata che mi sembra essere "nell'aria" da un po'. Si tratta di ordinarla, discuterne, fare incontri pubblici, articoli su riviste, iniziare un dibattito serio ma anche disinteressato, rigoroso ma libero da griglie codificate, serio ma senza volerlo a tutti i costi risolutivo.

Grazie
Davide Bregola
e-mail: dbregola@libero.it
(Se clicchi sull'indirizzo e-mail ti si apre Outlook Express e puoi scrivere direttamente nella mia casella di posta.)

Posted by Davide Bregola at 11:16 | Comments (21)

19.09.05

I V.M.O: che burloni!

Liberando VMO.jpg
P.S.P Vogliamo assicurare DAVIDE BREGOLA nella foto non ce l'abbiamo con lui, non abbiamo mai avuto intenzione di danneggiarlo, NON!!!! abbiamo aperto il nostro blog/testata quasi registrata per sottrarre visite al suo (e infatti non è successo) e abbiamo il massimo rispetto per lui, al contrario di quanto insinuano personaggi ambiguissimi come BARBERI che nella foto di quando era bambino aveva già i capelli!!!, uno che si dice grande ammiratore di MORESCO e della ragazza CARLA (=vdi Brullo!!!) Benedetti ma che, inspiegabilmente, si dedica anima (non esiste ma è penetrata nella saggezza popolare) e corpo a vilipendere l'amico nostro carissimo persempre LUCIO ANGELINI. Non è possibile dirsi antirestauratori e nel frattempo insultare gravemente ANGELINI, che è anche egli un antirestauratore!!!! I veri antirestauratori devono stare insieme, se un antirestauratore ne attacca un altro vuol dire che è un RESTAURATORE!!!!

Posted by Davide Bregola at 14:26 | Comments (0)

14.09.05

LETTERE INQUIETANTI

Di Davide Bregola
Da quando ho aperto questo spazio su Vibrisse hanno iniziato ad arrivarmi e-mail particolari, tant'è vero che mi sono sentito in dovere di creare una nuova categoria dal titolo "La parola ai lettori" che fa il verso a quegli spazi vintage che sulle riviste degli anni '50, '60 ospitavano lettere tra le più disparate. Oggi mi giunge questa lettera in cui si parla di strani fenomeni creati in cielo da aerei militari.

Alla cortese attenzione di Davide Bregola

Ma il cielo è sempre più blu

In questi ultimi anni, si è intensificata una bieca attività che i mezzi di distrazione di massa continuano impunemente ad ignorare. Mi riferisco ai voli di aerei che attraversano i cieli sopra quasi tutte le regioni del pianeta. Questi velivoli lasciano, lungo le rotte seguite, delle strane scie che, a differenza di quelle di condensazione, non si dissolvono entro breve tempo, ma persistono nell’atmosfera, sino a trasformarsi in nuvole simili agli strati. È un fenomeno evidentissimo, abituale di cui tutti possono rendersi conto, semplicemente alzando lo sguardo al cielo. Eppure i quotidiani, le televisioni, gli scienziati, gli stessi meteorologi, che dovrebbero essere i primi a notare tali anomalie e a studiarle, si ostinano a non riconoscerle.
Su quelle che i ricercatori indipendenti hanno definito scie chimiche, esistono parecchi studi e non è questa la sede per riportarne i risultati. Mi limito a riferire le ipotesi degli studiosi sugli effetti di queste famigerate scie. Chi volesse approfondire il tema, può visitare i siti i cui indirizzi sono indicati in calce.
- Le sostanze chimiche rilasciate servono a modificare il clima della Terra per contrastare la formazione degli ammassi nuvolosi e quindi la caduta delle precipitazioni. La conseguenza più evidente è la siccità.
- Gli elementi irrorati determinano una ionizzazione dell’atmosfera in modo da favorire la trasmissione di segnali radio ad uso militare. Il solito bellicismo!
- Le sostanze generano campi elettro-magnetici che possono danneggiare le membrane cellulari e dunque concorrere all’insorgenza di neoplasie.
- Con i voli sono diffusi nell’aria virus e batteri atti a causare epidemie soprattutto di tipo influenzale.

Fantasie? Direi di no. I governi sono capaci di questo e di altro!!! Chi ne dubita può leggere il libro di P.B. Nichols, P. Moon, intitolato Progetto Montauk, 1992.
Anzi il fenomeno deve indurci a porre delle precise domande.
Chi autorizza questi voli?
Quanto costano ai contribuenti?
Da quali aeroporti decollano gli aerei?
È possibile che questo frenetico, costante sorvolo di ampie aree avvenga all’insaputa dei vertici politici e militari?
Perché gli organi di “informazione” si disinteressano del problema, proprio come se non esistesse?
Perché l’uomo del colle, uso a pronunciarsi su tutto ed il contrario di tutto, non ha mai neppure fatto un cenno a questi fatti?
Perché il sommo pontefice, uso a pronunciarsi su tutto ed il contrario di tutto, non ha mai neppure fatto un cenno a questi fatti?
Perché le due o tre interrogazioni parlamentari sulla questione sono rimaste lettera morta?

Ma oltre a questi interrogativi, sono d’uopo delle riflessioni. Se, come è vero ed inconfutabile, le scie chimiche sono parte di un progetto non molto edificante, eseguito in modo spudorato sotto gli occhi di tutti e evidentemente con l’avallo dei governi, potranno i cittadini credere ai politici quando essi affermano di voler predisporre, ad esempio, delle misure efficaci contro il terrorismo? Non sarà vero, invece, l’esatto contrario? Se la classe politica e gli apparati militari, in maniera così serafica, alla luce del sole, coram populo, approvano e compiono un’attività tesa a recar danno agli ecosistemi e alla salute pubblica, perché queste èlites non dovrebbero agire nell’ombra per perseguire i loro diabolici, inenarrabili scopi? Ecco rientrare dalla finestra la “teoria” della cospirazione, “teoria” che era stata espulsa dalla porta.
M’immagino già quei “giornalisti” che, di fronte alla realtà del complotto, si affannano, si arrabattano per negare, smentire e, quando non hanno più frecce spuntate al loro storto arco, ecco che irridono, sbeffeggiano, ironizzano. Giornalisti in letargo da quando sono nati, preda di un’incurabile narcolessia, addormentati sui flosci guanciali dei loro pregiudizi!

Quando, in occasione della prossima manovra finanziaria, il presidente del consiglio di turno, con voce suadente, chiederà agli Italiani di accettare qualche sacrificio per affrontare la sfavorevole congiuntura (sic) economica, per contenere il ciclopico debito pubblico, perché non chiedergli: Quanto sono costati tutti quei perniciosi voli? Non sostenere che non ne sai niente,
Sinone? Se vuoi risanare il deficit, riduciti le tue astronomiche prebende e quelle dei tuoi sodali!!! Risolvi i problemi con il tuo becero ottimismo! Non è forse il cielo sempre più blu?


Sulle scie chimiche vedi www.nexusitalia.com, www.orgoneitalia.com, www.centrostudileonardodavinci.it, www.acam.it, www.chemtrailcentral.com, www.carnicom.com, www.rense.com, www.apfn.org.

Posted by Davide Bregola at 18:24 | Comments (3)