10.03.06

Ogni casa è illuminata

sermide.jpg
Nella piazza del luogo in cui abito hanno montato una web cam funzionante 24 ore su 24. La mia casa è a pochi metri dallo slargo ripreso. Dietro alla torre gonzaghesca.
QUI è possibile vedere ogni movimento e passaggio di pedoni, vetture, cicli. La sera ogni casa è illuminata; Safran Foer (Ogni cosa è illuminata) ne saprebbe inventare storie avvincenti, perché a due passi c'è Contrada degli Ebrei. (D.B.)
Con la visione della web si raccomanda la colonna sonora degli Offlaga Disco Pax QUI.

Posted by Davide Bregola at 21:20 | Comments (6)

09.03.06

Piccola cosmogonia letteraria portatile (un passo indietro&due in avanti)

Di seguito riporto uno "scritto" propedeutico sugli ultimi trentasei anni di narrativa italiana. Ne è autore Antonio Spadaro, redattore letterario della rivista La Civiltà Cattolica e professore incaricato presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. Un suo intervento è già stato pubblicato QUI. Per onor di cronaca aggiungo che il pezzo riportato di seguito è stato scritto sei anni fa e quindi nel 2000 non era ancora ben chiaro come si sarebbero sviluppati tutti i rizomi dei "generi".

Tendenze della letteratura italiana
appunti di Antonio Spadaro S.I.
Fonte: http://www.antoniospadaro.net

1) Settanta - Descrivere il panorama della narrativa italiana degli ultimi anni è compito abbastanza arduo. Tuttavia è possibile stabilire approssimativamente un punto di svolta simbolico tra un "prima" e un "dopo": il 1980. Gli anni Settanta erano stati caratterizzati dal predominio del politico e del sociale e la letteratura era stata considerata come elemento pre-rivoluzionario dell'"impegno" militante e anti-elitario (Porci con le ali, Cani sciolti, Vogliamo tutto) oppure come praticamente inutile e "borghese" perdita di tempo (Pasolini metteva in guardia!). Uno degli effetti fu il prevalere della produzione saggistica su quella narrativa. Semmai vengono riscoperti, postumi, alcuni autori di valore (Saba, Satta, Morselli) e nel '74-'75 affiorano le scritture contro-tendenza di Morante, Volponi e D'Arrigo.
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2) Ottanta - Gli anni Ottanta sono gli anni del "riflusso" sul piano culturale, sociale e anche letterario. Il 1979 si chiudeva con la pubblicazione di Se una notte d'inverno un viaggiatore di Calvino. Il 1980 è l'anno della pubblicazione del primo romanzo "postmoderno" italiano, Il nome della rosa di Umberto Eco e del romanzo generazionale Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli.

a) Eco e Calvino, pur diversi, sono uniti da una sorta di illuminismo scettico e da un'idea di letteratura combinatoria, citazionista, labirintica tra enciclopedia e cruciverba (e dunque da una sfiducia radicale per la narrazione!). Si può forse affermare che la "vendetta" del mercato su Eco è avvenuta nel 1994 con il successo della Tamaro (2 milioni di copie vendute) che, pur con toni da saggezza prêt à porter, ha il coraggio di mettere in scena sentimenti elementari, comuni. Con Eco comincia la marcia trionfale della scrittura euforica che accantona le problematiche profonde della letteratura, compresa quella della tensione linguistica, in favore di un'esibizione spavalda e geniale del lato comunicativo della parola applicato ad un congegno di fascinazione fabulatoria accattivante. L'aspetto positivo è il rinato gusto per il racconto. Si apre la stagione del romanzo di successo (e, a volte, anche di consumo).

b) con Tondelli si pone un articolato autobiografismo generazionale caratterizzato da:

- una netta distanza sia dalla letteratura "pura" (e dal laboratorio degli sperimentalisti della neo-avanguardia) sia dal documentarismo puramente socio-politico.

- un rinnovato bisogno di esprimersi tramite la mescolanza dei linguaggi di gruppo, le narrazioni "in presa diretta", lo scardinamento delle regole grammaticali e sintattiche. La normalizzazione dei linguaggi gergali e trasgressivi e la loro "consumabilità" diventa una frontiera dell'editoria italiana

- l'esigenza di "farsi delle storie" in un clima di rinnovato interesse per la narrazione. La sede del significato non è più "la" storia, ma il quotidiano, il piccolo, il ravvicinato. Questo vuol dire che gli scrittori della nuova generazione sentono che c'è la "Storia", ma ci sono anche le "storie", personali, intense.

- l'esigenza imperiosa di scrivere, di entrare nel mondo della parola con la fedeltà al proprio mondo fatto non di citazioni dotte, ma di musica, cinema, letture, cartoons, gerghi, dialetti, costumi, tensioni e tradizioni. Si apre la stagione dei "giovani scrittori" (si assiste allo slittamento semantico del termine "giovane" in quello di "nuovo"). Questo frantoio linguistico mira a superare un linguaggio di pura conoscenza nella direzione di un linguaggio di potenza e di forte carica emotiva: il testo è una questione di ritmo (cfr. J. Kerouac).

c) altre linee significative all'interno della selva dei percorsi:

- il rapporto tra realtà e letteratura, scienza e arte (Del Giudice); - l'ossessione visiva, analiticamente fredda, da école du regard (De Carlo); - il fantastico-surreale e picaresco-onirico (Cavazzoni); - l'evocazione, in vario modo, di atmosfere interiori (Capriolo, Tamaro, Piersanti, Doninelli, Lodoli, De Luca); - il romanzo storico o la reinvenzione del passato (Consolo, Nigro, Loy, Maraini)
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3) Novanta - Tondelli aveva varato un progetto tra il letterario e il sociologico, che aveva lo scopo di far emergere le scritture giovanili e registrare il bisogno di "farsi delle storie" nei giovani "under 25". Il progetto fu un successo e ha generato tre antologie di testi scritti da giovani autori, alcuni dei quali oggi sono ben noti (ed è divenuto un modello anche per la generazione successiva, quella di E. Brizzi, per fare un nome). Leggendo i testi di questi "post-under 25", vi si possono comunque scorgere alcune fondamentali linee di tendenza interessanti della generazione dei 35/40enni, così come si sono espressi negli anni Novanta:

- La linea delle "Inquietudini della formazione" - nasce dal passaggio da una giovinezza di tipo adolescenziale a una più adulta. Sono scritture che partono picaresche e percorrono le tappe dell'iniziazione e della formazione fino a una "crisi" e ad un addio al mondo della prima giovinezza. La questione dell'identità personale e del proprio mondo è in primo piano. In alcuni casi, stilisticamente e linguisticamente, la narrazione è resa da impasti che miscelano italiano "colto", gergo, anglismi e forme dialettali: si genera un codice comunicativo che sembra essere una nuova koinè. (Silvia Ballestra, Giuseppe Culicchia, Romolo Bugaro). Questa è stata la linea più riconoscibile nei primi anni Novanta.

- La linea delle "Cifre dell'esistenza" - determinata da un atteggiamento più maturo nei confronti della vita. Sono scritture che si immergono nella vita adulta, che emergono da essa cercando di intuirne le cifre, di darne interpretazioni, visioni d'insieme, valutazioni disincantate. Lo scrittore prova a decifrare le relazioni, le azioni, arrivando a sintesi o addirittura a "formule" quasi geometriche di comprensione o almeno di descrizione. Non ci offrono trame potenti o affascinanti, ma vivono nella linea d'ombra delle questioni di senso (Romagnoli, Canobbio).

- La linea delle "Scritture di provincia e di periferia" - costituita da trame che si immergono nelle periferie o nelle province, presentando un bagaglio di lessico, di immagini, di toni, di ispirazione che trae la propria linfa e il proprio significato da un mondo geograficamente caratterizzato, nel quale l'io risulta assorbito a livello di valori e simboli (Claudio Camarca, Guido Conti).

Al di là di ogni etichetta identificativa e assemblante, emergono:

- una tentazione: il remake, una sorta di manierismo superficiale e facile di genere giovanilista (riscrivere all'infinito Il giovane Holden), ingigantito da un can can pubblicitario

- alcuni interrogativi: il rapporto con la storia e la contemporaneità, la rappresentatività generazionale, il linguaggio letterario, la ricerca dei modelli (che non si trovano in Italia)

- una certezza: la scrittura non è frutto della ricerca di un prestigio sociale, nè del vacuo status di scrittore, ma di un inestinguibile bisogno di comunicare, di un sentire all'interno del quale conoscersi, interpretarsi e raccontarsi.
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4) Creative Writing - Il fenomeno degli esordienti ha liberato il desiderio e l'interesse di molti nei confronti della "scrittura creativa". Negli USA le prime cattedre di creative writing nascono negli anni Venti. La tradizione italiana è troppo aulica per esperienze similari. Tuttavia il clima rinnovato permette la nascita e, in breve tempo, la proliferazione di scuole di scrittura creativa e la pubblicazione di saggi, manuali, raccolte su questo tema. Negli anni '80 erano nate molte riviste cartacee di varia qualità. Negli anni '90 esse consolidano le loro posizioni e diventano luoghi in cui anche le grandi case editrici "pescano" nuovi autori. Nascono alcune riviste di "nuova" critica letteraria. Dal 1995 circa l'attività, spesso legata al sottobosco cartaceo, si apre alla Grande Rete con la nascita di siti internet capaci di raccogliere un numero elevato di testi e di diffonderli a costo zero. Nascono anche alcune mailing list letterarie evengono pubblicati carteggi via e-mail. Esiste anche qualche esempio italiano di racconto ipertestuale e qualche esempio di scrittura collettiva (con incipit pre-fissato e svolgimento per accumulo aperto a chiunque). Si pongono vari problemi critici: il senso dell'opera come "fatto", l'individuazione del suo autore e la tutela del copyright (cfr a questo proposito fenomeno "Luther Blisset").
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5) Pulp fiction - Alla fine degli anni '90 alcune case editrici (Einaudi-Stile Libero soprattutto), oltre a seguire con estrema attenzione questi fenomeni, hanno saputo cavalcare la new wave, creando dei "casi" letterari di effimera durata. Il più "esemplare" di questi è il caso della letteratura "pulp", che spesso si associa a quella detta splatter o anche splatterpunk. Il termine pulp per sé fa riferimento ai pulp magazines della cultura di massa, quei giornali dozzinali e di rapido consumo, stampati su carta di bassa qualità. Violenza, volgarità, aberrazioni sessuali sono gli elementi che in genere ne costituiscono la trama. Possiamo isolare tre elementi chiave che danno vita a questo tipo di narrativa: le immagini e le situazioni violente e sanguinolente; i toni e il linguaggio tra l'anarchico, il provocatorio e la volgarità ostentata; l'assoluto antiaccademismo tipico dei giornali e dei romanzetti di bassa qualità. Troviamo una sorta di "inferno estetico": il vortice delle immagini "registra" il caos della vita e la sua violenza, ma alla fine esprime soltanto un distacco anestetico che "gira a vuoto", lasciando paradossalmente il gusto amaro e leggero dell'artificio retorico. Il rischio alla fine è di pensare la vita fuggendo dal suo spessore e dalla sua "corposità". Il pulp è impalpabile. La morte è la vera grande assente. Figura di questo "genere" è lo "zombi": ciò che è più diametralmente opposto all'eroe romantico. Lo zombi è vivo, ma insieme è morto e soprattutto non ha identità. Se tra Ottocento e Novecento l'uomo è dialetticamente preso tra i suoi mille volti, cangianti sulla base delle relazioni che intrattiene, qui non c'è relazione significativa con nessuno e anche quel principio di identità che è il corpo viene ad essere chiuso nel caos del disfacimento e nell'assemblaggio. (cfr il primo Ammaniti, Nove, Scarpa).
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Prospettive e problemi

La critica sembra oscillare tra due estremi:

la posizione di reazione di G. Ferroni (Dopo la fine), che considera la letteratura come giunta a un punto "finale" per cui la comunicazione attuale ci colloca "dopo" una storia che appare esaurita. La sola risposta possibile sarebbe una fedeltà alle esperienze del passato, nella piena coscienza che esse non possono "rinascere", ma devono "sopravvivere", mantenendo la loro forza vitale nell'atto stesso in cui avvertono di essere condotte alla fine.

la posizione di esaltazione di R. Paris (Romanzi di culto), che ritiene la critica impreparata a comprendere il nuovo perché chiusa in salottini piccoli-borghesi. La letteratura invece, a suo giudizio, è diventata un mezzo di comunicazione di grande impatto e di forte valore antropologico.

A me sembra di riconoscere almeno le seguenti dialettiche:

- La possibilità che la letteratura valorizzi l'immaginario come luogo di simboli e metafore della vita e il rischio che essa possa ridursi a un catalogo di fantasie futili e gratuite e di storie da raccontare all'infinito.

- La possibilità che la letteratura recuperi il valore specifico dello scrivere e il rischio che essa sia subalterna ad altri linguaggi e modelli.

- La possibilità di "inventare" la realtà e il rischio di un appiattimento sulla cronaca.

- La possibilità di costruire "strumenti ottici" per guardare in direzione del reale e il rischio di perdere la dimensione dell'interpretazione per carenza di modelli (es. il tema del "male").

- La possibilità di essere ancorati alla vita, alla storia, all'esperienza "umana" e il rischio di perdere il legame fisico con l'esperienza e acquistare quello con la manipolazione (telematica, informatica, pubblicitaria).

- La possibilità di recuperare il senso della soggettività narrante e il rischio di perdere il valore e il senso dell'"autore" come soggetto.

La possibilità di valorizzare, al di là di folklorismi, in maniera "divergente" le tradizioni culturali del nostro paese e il rischio dell'assoluta omologazione nazionali a modelli ed etichette (cfr. soprattutto la narrativa del Sud e le posizioni divergenti Fofi/Trecca).

Posted by Davide Bregola at 23:12 | Comments (8)

01.03.06

Parente Di Nessuno

Massimiliano Parente ha da poco dato alle stampe il libro Parente di Nessuno (Gaffi Editore), un libro composto con articoli e saggi pubblicati sul settimanale Il Domenicale le cui tematiche sono riconducibili alla narrativa italiana contemporanea. Parente fa i nomi e i cognomi degli scrittori che critica, fa nomi e cognomi dei critici conniventi con editori amici o scrittori apparentati, snocciola cifre "reali" e contribuisce a rendere chiara la sua idea di Letteratura. Spesso risulta essere "cattivo" o "antipatico", sembra seminar zizzania, se non fosse che non si può liquidare il contenuto del suo libro o l'idea che sottende con aggettivi semplicistici e superficiali, attaccandolo magari proprio perché lo fanno scrivere e trova spazio solo su Il Domenicale di Dell'Utri e non sul Corriere della Sera o Repubblica. Su Il Riformista sabato 25 febbraio 2006 Filippo La Porta lo attacca in un articolo il cui incipit è:

"Le illusioni perdute e sadomasochiste di Parente.
Giusto criticare conformismi, servilismi, pavidità, mafie e vari traffici intellettuali. Ma si può fare «critica dell’ideologia» auto-legittimandosi sul solo principio della soggettivà? Il rischio, autolesionista, è di rimanere prigioniero delle proprie idiosincrasie."

Se non fosse che La Porta è consulente editoriale della Casa Editrice Gaffi, sembrerebbe un parere come un altro, allo stesso tempo però preciso che l'articolo di La Porta è molto più sostanzioso, ma tramite la Rete non è possibile recuperrarlo.

Massimiliano Parente mi scrive:

"Purtroppo la risposta di La Porta di sabato scorso, in cui mi dava del sadomasochista (citando tra l'altro a sproposito il samurai cieco di kitano, che colpiva benissimo e tra l'altro non era neppure cieco, gli occhi li teneva chiusi perché non aveva bisogno di tenerli aperti), non te la posso mandare perché non ho il file ma solo il cartaceo. Non so se è reperibile nel sito del Riformista, ma mi pare che occorre essere abbonati. La cosa incredibile è che, a fronte dell'articolo che leggerete, Mughini mi scrive dicendomi che d'ora in poi mi chiamerà "lo stragista", mentre La Porta scrive un articolo SU di me e non per rispondere a quello che dico. Insomma, molto più facile rinchiudere un j'accuse inventandosi un personaggio piuttosto che dover rispondere, dover rendere conto."

Solo qualche giorno prima Parente di Nessuno e il suo autore erano stati duramente attaccati da Il Foglio in un articolo di Camillo Langone e QUI se ne da conto.
Di seguito la risposta argomentata di Massimiliano Parente uscita su Il Riformista di mercoledi 22 Febbraio 2006.
(D.B.)

Di Massimiliano Parente

Caro direttore. Luca Mastrantonio, sul Riformista del 20 febbraio, riprende in un articolo il “caso Parente”, commentando la formuletta langoniana apparsa in un sardonico articolo sul Foglio, mettendo in evidenza la mia volontà di immolarmi quale “San Sebastiano della letteratura italiana”. Sarei colui che “massacra tutti, delegittima tutti, e poi sembra dire: ci sono solo io”. Siccome la cosa di per sé è vera e falsa al tempo stesso, vorrei precisare e portare il discorso altrove, o meglio esattamente dove sono io, ossia da nessuna parte. Non una parte, quantomeno, che mi riguardi né più né meno di quanto riguarda voi cittadini italiani e chiunque altro. Perché in realtà, dove sono io, non ci sono neppure io. E non tanto perché io scriva nelle “catacombe del Domenicale di Marcello Dell’Utri”, come ha scritto Langone (malignità singolare per un cattolico tradizionalista come lui, nelle catacombe è pur nato il cristianesimo, e se qualcuno davvero sta oliando una ghigliottina per me, nel caso, e giusto per vezzo, preferirei una croce).
L’Italia è un paese in cui della letteratura non frega più un cazzo a nessuno. Ecco, per esempio, perché questa settimana Claudio Magris sul Corriere della sera può aver ragione stando dalla parte del torto. Ha ragione quando dice che “se questo è il tempo dei Dan Brown, ciò significa che ad esprimere l’io e il mondo non sarebbe più la grande letteratura sperimentale e d’avanguardia –che da più di un secolo ha cambiato la realtà, cogliendone l’essenza con potenza visionaria- che continua a farci scoprire in essa, nonostante gli anni e i decenni, il nostro presente, la nostra verità. Abbiamo sempre creduto che, a dispetto delle date, i Kafka, gli Svevo, gli Strindberg, i Beckett fossero nostri contemporanei”. Ha ragione perché è vero, e ha torto essendo la predica di Claudio Magris e il pulpito il Corriere. Parla di corda in casa dell’impiccato, e inoltre è sempre il solito giochino postmoderno alla chiusura, ti dico che mi piace Kafka assumendolo sì come un valore, ma per dire che oggi non c’è più nessuno come Kafka, che è la solita solfa ripetuta dai critici intervistati da Di Stefano sul Corriere (eccezion fatta per Carla Benedetti), anziché Kafka dicendo “non ci sono più Pasolini e Calvino” e meno male, chissà chi se le sarebbe lette duemila pagine di Petrolio oggi che Ermanno Paccagnini tra Lovers della Santacroce e Canti del caos preferisce recensire il primo e ignorare il secondo perché troppo faticoso. Oggi che il criterio è quello di Antonio D’Orrico, con i libri divisi in facili e difficili, e a restare sarebbero i facili. Non Proust, non Musil, non Kafka, non Gadda, non Flaubert, non Swift, ma solo i facili. Da Cassola a Avoledo, al massimo del Midcult, appunto, proprio lui, Claudio Magris.
La “dittatura dei bestseller” cos’altro è se non Piperno pompatissimo e paragonato a Proust, o Buttafuoco spompinatissimo che finalmente dà alla destra quello che le mancava, un romanzo di destra, quando a ben vedere la destra, se proprio lo voleva, già ce l’aveva, erano i berlusconiani Wu Ming o Babette Factory (i quali pensano anche le stesse cose di Buttafuoco su Israele o gli Stati Uniti), ma anche lì ci ha pensato Giulio Mozzi rifilandogli una paccottiglia futurista collettiva e vissero felici e contenti, tenuto conto che Buttafuoco, essendo la stessa minestra narrativa riscaldata, è piaciuto anche a sinistra. Ma non è solo questo. A Roma ci sono le salotterie, c’è Bibli e Parpaglioni che fa il piccolo ma vuole vincere a tutti i costi lo Strega con lo stesso prodotto dei grandi editori e si lamenta, poi chiude e si lamenta.

Ci sono le presentazioni e le pacche sulle spalle. Sui giornali di destra o si fa cronaca culturale, o si tenta una demarcazione piagnona tra cultura di destra e cultura di sinistra non sapendo però chi metterci a destra. Sul Foglio la cultura è o Berardinelli, che sale in cattedra anche lui per spiegare che sono importanti i bestseller, o Langone, che scende dalla cattedra per fare del giornalismo cultural-gastronomico da business-class, o Maria Rosa Mancuso, anche lei per dire che i grandi libri sono sempre stati dei casi commerciali, chissà dove ha studiato. Filippo La Porta, a cena a Milano con Gaffi Editore in Roma, mi dà ragione su D’Orrico ma poi non scrive una riga contro. Oppure il mio amico Mughini con la sua rubrica Uffa, il quale, dopo il pezzo di Langone in cui figuro come un kamikaze dalla triste figura, mi telefona per dirmi di moderarmi, come se non avessi passato un esame, come se Langone fosse la dogana di qualcosa. Uffa lo dico io. Intanto, mentre Il Foglio mi nega qualsiasi intervento di risposta perché è meglio farmi sembrare un principe Miškin fuori tempo massimo, ho la colpa di aver fatto bene le scuole dell’obbligo e di difendere Scuola di nudo di Walter Siti o Canti del caos di Moresco o La macinatrice di Parente (mi cito solo perché, non essendomi mai citato prima, a forza di parlare del “caso Parente” e dire che mi cito da solo ho deciso di farlo davvero, come una moglie che accusi il marito di cornificarla, alla fine tanto vale scopare come ci pare o almeno farsi una sega in cui pensare il mondo e qualsiasi altra troia vera sui propri esclusivi polpastrelli), milioni di famiglie continuano a mandare i figli a scuola e a pretendere che studino Dante o Leopardi. Quando usciranno dovranno sapere che in televisione, a parte i buchi del culo ostentati, non c’è un solo buco dove parlare non soltanto dei libri che contano, non soltanto dove contino i libri, ma dove i libri siano un valore. Non è un’idea seriosa, è un’idea seria, data questa si può anche scherzare, basta non sia sempre carnevale.
L’etica dominante non ha niente a che fare con l’estetica, e va bene, vige quella delle classifiche di vendita, e va bene, che paradossalmente si fanno solo sui libri, mai sulle lavatrici, nemmeno sui vibratori. Questo paese di contenutisti impenitenti, dopo Croce, dopo il marxismo, dopo lo strutturalismo, non sa più riconoscere la differenza tra una Madonna con Bambino di Bellini e una di Caravaggio: in questo paese i critici seguono il loro gusto personale che è quello di leggere storielle, seguono il gusto del pubblico che è lo stesso loro, sbarcare il lunario e fare poca fatica, e se un romanzo è complesso, se è Harmonia Cælestis o Horcynus Orca leggersi solo il risvolto di copertina o andare su Google. In questo paese di realisti e balestriniani, se parli di forma capiscono formalismo, o ti tirano fuori la leggerezza di Calvino. In questo paese dove il Diario di uno scrittore di Dostoevskij è fuori catalogo da anni. In questo paese studiare è un disvalore. Non troverete mai un reality in cui qualcuno nomini un libro. Solo Mughini, che dice alle Iene e alla Canalis di averne scritti quattordici. Solo Busi, ma vestito da Zta Zta Gabor. Sarà, che ormai non possiamo non dirci berlusconiani, purché con berlusconiano non si intenda capitalista. Siamo ultimi in occidente quanto a consumo di libri e quotidiani, abbiamo ben assimilato da Marx, Engels e poi dalla Scuola di Francoforte che c’è la struttura e la sovrastruttura, e se la sovrastruttura è tale tanto vale sia entertainment il più possibile. Ci vantiamo di essere la patria della cultura ma celebriamo i morti per affossare i vivi, mentre l’Ungheria esporta fieramente Esterházy, il Brasile Guimãres Rosa, il cile José Donoso, noi affossiamo Moresco o Busi e esportiamo Melissa P, e la Cappella degli Scrovegni non sappiamo dove sia ma lo sanno bene gli americani che vengono a visitarla, e che vengono da un paese capitalista dove non solo ci sono centinaia di canali televisivi, non solo spinge all’esterno scrittori come David Foster Wallace o William Vollman o Thomas Pynchon e decine di altri, non solo il Moma è bellissimo e gratis e meno male che molte nostre opere sono uscite dagli scantinati dei nostri musei per finire lì, servite e riverite, non solo. Ma le università sono anche promotrici di cultura, e ci sono le university press (che pubblicarono perfino Toni Negri, e oggi pubblicano Carla Benedetti ragionandoci sopra seriamente come noi non siamo capaci di fare) e dibattiti seri, ci si scontra per il bene e per il male, per la pace e per la guerra ma seriamente, dove Bush chiama non Calderoli ma uno come Bernard Lewis per farsi spiegare l’islam, dove impera sì la narrativa commerciale ma la letteratura è high brow, middle brow, o low brow, e la parola ha ancora un senso. Si è processato Bret Easton Ellis come qui nell’italia democristiana si teneva in così alta considerazione Pasolini da processarlo (ma anche poi invitandolo a parlare in televisione, e qualcuno mi dica oggi dove mai potrebbero intervistarlo, al massimo andrebbe a commentare La Fattoria e cercare lì la sua Italia contadina), si blocca American Pshyco alla frontiere del Canada perché ritenuto pericoloso, perché la letteratura è importante, perché, come diceva Moretti prima del rincoglionimento politico e procreativo, le parole sono importanti, chi parla male pensa male, figuriamoci chi scrive peggio. Noi siamo il paese dove, non essendoci cultura, non c’è neppure ricerca, e spero davvero che si pretenda dai chirurghi quello che pretendiamo dai critici, dagli editor, e dai letterati, da Langone e da Mirella Serri, almeno decimeranno qualche milione di italiani di troppo, lettori di Piperno e di Sveva Casati Modigliani. Noi siamo il paese cattolico dove non si può fare l’eterologa, e però sono tutti clonati, in nome del “popolo sovrano”, come dice Simona Ventura. Noi siamo il paese in cui Federico Fellini non riuscì ad avere il finanziamento per un suo ultimo film, ma in compenso lo ebbe poi Marina Ripa di Meana, grande amica del mio amico Mughini.

Posted by Davide Bregola at 11:47 | Comments (17)

27.12.05

I TRE ARTICOLI CHE SCONVOLSERO L'ITALIA (DELLE LETTERE)

Di seguito propongo tre articoli che in questo inizio di secolo hanno fatto molto discutere sui media e in rete. Il primo è stato scritto nel 2004 da Mauro Covacich sull'Espresso, il secondo è di Romano Luperini, scritto per l'Unità, il terzo, del 2005, di Antonio Moresco, apparso su Nazione Indiana. I primi due articoli (di Covacich, Luperini) mi hanno chiarito molte cose sul "fare narrativa" nel mondo contemporaneo; non avrei scritto il romanzo che uscirà nel 2006 per Sironi Editore intitolato La cultura enciclopedica dell'autodidatta, se non avessi seguito, mentre lo rimaneggiavo, tutta la polemica nata con questi due pezzi. Il terzo, di Moresco, dice in modo molto più convincente, ciò che la maggior parte dei "non addetti ai lavori" pensa anche in modo preconcetto sullo stato dell'editoria italiana e dei media in genere. Li ripropongo di seguito, anche se possono sembrare fuori tempo massimo, per fare il punto della situazione.D.B.

Mauro Covacich, Ho le vertigini da fiction, pubblicato su "l'Espresso" del 15 gennaio 2004:

La nostra è un'epoca piena di meraviglie. Il cielo si è abbassato a tal punto che gli aerei entrano nelle costruzioni più alte. Maestri di scuola si vestono di tritolo e salgono sugli autobus per farsi brillare. Attori diventano governatori. Cantanti diventano primi ministri. Presidenti della Camera diventano conduttrici televisive. Nella Rete c'è un kit fai-da-te per abortire. In tv, sul satellite, c'è un programma che segue dal vivo gli intubamenti, le amputazioni, le de- fibrillazioni di una giornata al pronto soccorso di un grande ospedale, prendendo spunto da una famosa serie di telefilm. Ogni cosa per essere reale dev'essere trasmessa, ma non solo - questa ormai è roba vecchia - anche ogni esperienza di vita è reale solo se pensata da chi la vive coi ritmi, le sequenze e le inquadrature di una fiction. Il concetto “la vita come un romanzo" ha cambiato più volte faccia fino ad arrivare a “la vita come un reality show": e così si è imposto, è sceso in lingue di fuoco sulla gente, l'ha coperta di finzione. lntanto, modelli etici di scala planetaria come Bono Vox e Pavarotti gridano motti copiati dal libro di catechismo. Intanto splendidi ottantenni corrono maratone, desiderano e ottengono erezioni - desiderano e ottengono erezioni prolungate; e si avvicina il momento in cui non moriremo più, in cui l'heideggeriano essere-per-la-morte non sarà più la condizione esistenziale dell'uomo. Intanto il movimento giovanile antagonista più imponente dai tempi del '68 per far sentire le proprie ragioni contro lo sfruttamento del pianeta ha bisogno degli organi di informazione del sistema che contesta, così come quello stesso sistema vende jeans e giubbotti griffati sfacciatamente ispirati allo stile "no global". Intanto un signore per bene: tutti gli identikit ne sottolineano il conformismo, la normalità; un signore che non si batte per niente e contro nessuno, confeziona da nove anni minuscole bombe con la cura e la dedizione di un mastro fornaio, poi le piazza nei supermercati o sotto gli ombrelloni delle spiagge friulane. Eccetera eccetera.
Perché gli scrittori italiani si sottraggono a tutto ciò? Perché lo ignorano mentre raccontano le loro storie? Ogni volta che qualcuno mi pone domande del genere, di solito succede al terzo quarto intervento alle presentazioni dei libri, ho un vuoto allo stomaco. Sì, lo ammetto, una specie di vertigine, un po' a causa della complessità dell'argomento, un po' a causa del fatto che io, quelle domande, le con divido. Cominciamo dalla complessità. Tra le fortune che ho (mi ritengo un uomo piuttosto fortunato) una è senz'altro quella di poter frequentare alcuni dei più bravi scrittori che vivono in Italia. Vado al mare con Diego Mainardi, al cinema con Gian Mario Villalta. Mangio la pizza con Tiziano Scarpa, Dario Volto lini, Romolo Bugaro, Giulio Mozzi, Roberto Ferrucci, Marco Franzoso, Tullio Avoledo. A Roma dormo da Niccolò Ammaniti, giro in Vespa con Sandro Veronesi. Lo dico solo perché mi crediate, so come la pensano questi scrittori. Ebbene, sono tutti morbosamente, famelicamente avvinti al presente, tutti con gli occhi puntati sul mondo. Molti di loro sono veri e propri esempi di militanza letteraria. Subito dopo 1'11 settembre si sono autoconvocati per discutere sulle prospettive della scrittura, come dire, alla luce dei fatti accaduti. Curano un sito (www.nazioneindiana.it) che non stacca mai la presa sulla realtà. Insomma non sto parlando di scrittori che raccontano di alleva tori di bachi da seta dell'Ottocento o che srotolano le infinite avventure di un ispettore siciliano. Non sto parlando di scrittori che fanno un passo indietro e dicono io scrivo noir, faccio letteratura di genere, sono un artigiano. Né di quelli che scelgono la memorialistica, il romanzo storico o altre forme testuali rette dall'idea che lo statuto dell'arte preveda un allontanamento dal tempo presente. No, sto parlando di gente che sente il mondo attuale come l'unico interlocutore, un interlocutore meraviglioso ma, direi, abbastanza marziano, con cui far dialogare il proprio vissuto. lo partecipo ogni volta che posso alle loro iniziative e vi assicuro che]e analisi sviluppate in quelle occasioni sullo stato attuale delle cose spesso hanno poco da invidiare a una discussione su "Micromega".
Ma, oltre al volume di fuoco decisamente significativo, è una questione di sensibilità, o meglio, di sensorialità, che li mette sullo stesso piano degli altri grandi scrittori contemporanei, persone in grado di captare, della cosiddetta quotidianità, frequenze ultra-soniche, gamme d'onda pressoché impercettibili. Ogni volta che sono con loro, mi chiedo perché l'Italia non abbia ancora espresso il proprio Wallace, il proprio Houellebecq, il proprio Pelevin, il proprio Palahniuk, esagero, il proprio De Lillo. Gli occhi, le voci, le menti ci sarebbero tutte. E anche le intenzioni, ve lo garantisco. Capite la complessità cui accennavo? lo per primo mi sento tradito dai loro libri, dai miei libri. Mi pare di essere caduto nello stesso equivoco di Totò in "Totòle Moko": i banditi credono che lui possa essere un degno sostituto del boss, Totò crede che la banda suoni, faccia musica, come lui a Napoli. Si sbagliano da entrambe le parti. Ogni tanto mi penso proprio con la faccia di Totò quando, dopo aver salutato la platea già con la bacchetta in pugno, si gira verso la banda e vede i suoi soci estrarre dai portastrumenti fucili e mitragliette. Ragazzi, perché non riusciamo a suonare? Perché la musica ci resta sempre lì, sul tavolo della pizzeria? Beninteso, non è colpa di nessuno. Non è che ce la dimentichiamo. Però, non so, non la mettiamo mai sulla pagina come sembreremmo capaci di fare. Secondo me, l'Italia possiede un potenziale di scrittura unico in Europa. Eppure eccoci qua, tanti Del Piero che giocano con le pinne, tanti Mick Jagger che cantano con la caramella in bocca.
Alle presentazioni il vuoto allo stomaco lo provo davvero, quelle domande le condivido davvero. Per me la scrittura resta una forma di conoscenza. lo leggo e scrivo per capire di me qualcosa che ancora non so. Finora ho imparato più cose dalla letteratura che da ogni altro genere di disciplina - immagino che anche per chi fa quelle domande sia così. Viviamo in un'epoca che chiede in ginocchio che qualcuno tenti di dirla, di raccontarla. Lo scrittore è una terminazione nervosa. Sentendo, fa sentire tutti. Non spiega. Sente e fa sentire. Trasforma esperienza in narrazione, persone in personaggi, vita in racconto. Bene, che cosa sentono oggi gli scrittori? Sentono il mondo, sono coraggiosamente sintonizzati sul mondo. E che cosa fanno sentire? Beh, dipende. C'è chi non si è ancora rassegnato alla propria intelligenza e al proprio ingegno e li dissimula in sofisticate provocazioni neodadaiste. C'è chi ha deciso di raccontare storie di paesaggi. Ripeto, storie di paesaggi. C'è chi, dopo essersi sbudellato sull'inferno dei professionisti cui appartiene rivaleggiando col miglior Capote, ha scritto un romanzo ineccepibile e invissuto. C'è chi si è rifugiato nella corsa. C'è chi compone migliaia di bellissime pagine sul caos, lavorando con maestria eccelsa per non farsi leggere. C'è chi ha semplicemente appeso il computer al chiodo e si è messo a fare l'editor.
Perché non riusciamo a prendere il mondo per le corna? Perché non riusciamo a raccontare storie - non importa se inventate, vere, realistiche, surreali - in grado di spremere la vita, di metterla sotto torchio? Perché dobbiamo continuare a sentire che solo gli americani, solo gli inglesi, eccetera eccetera? Perché dobbiamo lasciare che i professori ci dicano ancora: non sapete altro che cianciare, statevene a casa a ricamare i vostri romanzetti, che è meglio?
Ho accennato a persone che non stanno in nessun giornale, non hanno nessuna cattedra, non sono giurati di nessun premio, ovvero non hanno nessun potere se non quello, enorme, di escludermi dalla prossima pizza. Non ho citato. i loro libri perché questa non è una recensione, ma appunto una riunione di pizzeria, in cui ora cedo la parola.

Romano Luperini, Intellettuali, non una voce, pubblicato su "l'Unità" del 18 febbraio 2004:

Nel settembre 1975 un episodio di cronaca nera, il delitto del Circeo (due giovani fascisti pariolini avevano seviziato due ragazze di borgata, uccidendone una), divenne un episodio culturale: Calvino, Pasolini, Fortini lo commentarono sulla .prima pagina del Camere della sera e del Mondo, leggendovi una trasformazione complessiva della società italiana e della condizione giovanile. I protagonisti del dibattito letterario e culturale erano allora anche protagonisti della vita pubblica. Né c'erano solo Calvino, Pasolini e Fortini, ma anche Sciascia, Fo, Sanguineti.
Nel 1974 Fo aveva rappresentato per la prima volta il suo capolavoro, Mistero buffo, e Sciascia pubblicato Todo modo in cui denunciava la collusione fra DC e mafia.
Sempre il 1974 è l'anno in cui Volponi era uscito con Corporale e la Morante con La storia. Pochi mesi prima erano stati pubblicati Pasque di Zanzotto e Il castello dei destini incrociati di Calvino e sugli schermi cinematografici era apparso Amarcord di Fellini; pochi mesi dopo Montale vincerà il Nobel e usciranno Scritti corsari di Pasolini e Il muro della terra di Caproni.
Trent'anni fa. Gli intellettuali avevano ancora una funzione pubblica, l'Italia un posto sulla scena internazionale della cultura. Il dibattito letterario e artistico era ancora vivo e le riviste culturali promosse da scrittori potevano occupare ancora uno spazio etico-politico (Alfabeta comincerà a uscire nel 1978, e sarà l'ultima). I registi italiani erano maestri riconosciuti in tutto il mondo, e si chiamavano Fellini, Antonioni, Visconti, Pasolini. Fra gli scrittori, Calvino e Sciascia avevano un ruolo di primo piano in Europa. Poeti allora poco più che cinquantenni come Zanzotto, Luzi, Sereni, Fortini, Pasolini (o anche più giovani, come Sanguineti) godevano in Italia di un'autorità già riconosciuta.
Oggi non ci sono più, fra gli scrittori, dibattito culturale e politico e conflitto di poetiche, né, fra i critici e i teorici della letteratura, dialogo e polemica fra i vari metodi (non ci sono più, nemmeno, metodi identificabili: trionfano l'eclettismo e, come è stato denunciato da tempo, la «crisi della critica»). Fra il 2002 e oggi non sono usciti romanzi e film neppure paragonabili a quelli sopra ricordati. Nessun poeta che abbia fra i cinquanta e i sessant'anni ha in Italia un'autorità e un prestigio come quelli che avevano allora Zanzotto, Sereni, Luzi, Fortini, Pasolini, Sanguineti. n ruolo internazionale del cinema, del teatro, della letteratura italiani è vicino a zero.
Di quello che sta succedendo nel mondo o in Italia nella produzione letteraria non c'è quasi traccia. Gli esordienti che ogni anno si presentano a «Ricercare» si dilettano in racconti ginecologici e ombelicali, a base di cazzo e di vomito; gli scrittori di mezza età si attardano in uno stanco postrnodernismo manieristico. Per il cinema - se mi è permessa un'incursione in un campo che non è il mio - si è parlato recentemente di ritorno a un confronto con la realtà e con la politica, ma, visti in questa luce, i film che dovrebbero esprimerlo risultano alquanto deludenti: La meglio gioventù esalta una ricca borghesia idillica, progressista e buonista con casolari in campagna in Toscana e si conclude con cartoline illustrate da Stromboli e dalla Val d'Orcia e con la grottesca apparizione del fantasma del fratello morto a unire la coppia dei protagonisti e a santificare il lieto fine nel modo più scontato e tradizionale: The Dreamers ripresenta la vecchia storia morbosa dell’incesto facendo del Sessantotto solo uno scenario casuale ed esterno; Buongiorno notte evita prese di posizione chiare e si conclude anch’esso con fantasie buoniste. Persino Moretti, che pure è fra i pochi che s’impegna direttamente, troppo spesso come regista riduce la prospettiva politica a un mal di pancia personale.
Si obietterà giustamente che la situazione storica è cambiata e la figura dell’intellettuale legislatore tramontata per sempre. E tuttavia il panorama dei prodotti letterari e filmici che ci giunge dagli Stati Uniti e dal resto d'Europa, oltre a essere spesso di qualità più elevata, è assai più ricco e vivo, meno evasivo e narcisistico, più fervido di richiami alla realtà sociale e politica. Nessuna generica deprecatio temporum, dunque. Si tratta piuttosto di prendere atto di un declino della civiltà italiana, o comunque di una sua parte consistente, avviatosi già a partire dagli anni Ottanta e accentuatosi poi con il passare degli anni sino a toccare m questo inizio di millennio un suo punto estremo. Parlo di un declino, dunque, non solo politico ed economico (su questo siamo d'accordo tutti), ma anche intellettuale. Di questo immiserimento culturale e civile, dilagante in ogni piega della società italiana, lo stesso caso Berlusconi – neppure, infatti, immaginabile in Gran Bretagna o in Francia o in Germania – è piuttosto un effetto che una causa. I Europa un italiano ha da vergognarsi non solo del proprio governo. È in questione, insomma, un generale clima etico-politico. Siamo davanti a uno sbracamento complessivo, a una mancanza di orgoglio culturale e di dignità nazionale, a un disinteresse per la cosa pubblica, a una accettazione frettolosa di ogni novità indotta dalla americanizzazione. Fenomeni come lo scimmiottamento scomposto di quanto c'è di peggio oltre Atlantico, l'adozione indiscriminata di termini americani (una sorta di “similinglese”) nella sfera pubblica e nella produzione letteraria, o la diffusione di un gergo e di una ideologia economicisti anche in settori che non dovrebbero rispondere in primo luogo a esigenze di mercato, quali la scuola, la ricerca, la sanità, precedono l’attuale esperienza di governo di Berlusconi (l’ultimo di centro-sinistra non è stato certo esente da colpe in proposito). A suo tempo Gramsci aveva mostrato come dietro i fenomeni linguistici si dovessero leggere precise strategie egemoniche delle forze politiche ed economiche. Ma oggi, in Italia, chi si ricorda di Gramsci (ben presente, invece, nel dibattito culturale attuale negli Stati Uniti)?
Mentre un terzo del pianeta muore di fame, di Aids, di guerre, e milioni per [sic] persone in cerca di una possibilità di sopravvivenza cominciano a invadere il nostro paese; mentre saltano in aria le Twin Towers e si stanno gettando le premesse per un immane contrasto di civiltà e di religioni; mentre si assiste a una drammatica palestinizzazione del pianeta; gli intellettuali italiani (se non tutti, certo quasi tutti) sembrano in tutt'altre faccende affaccendati. Giulivi, disinvolti, narcisisti, furbi, pronti a fiutare ogni moda e ogni indirizzo del mercato culturale, sommersi nel clima di declino morale e civile in cui viviamo. Privi di passato e di futuro. Felicemente immemori e accecati.
C'è stato un salto fra le generazioni. Nessuna eredità. Fortini, Sciascia, Volponi sono stati dimenticati; Pasolini è stato ridotto al- l'icona di un santino omosessuale e un po' trasgressivo; Calvino è diventato un classico per gli accademici e i professori dei licei; la neoavanguardia un oggetto da museo (d‘altronde hoc erat in votis) e da tesi per le scuole di dottorato. Il postmoderno con il suo disincanto e il suo manierismo giocoso e disimpegnato, in agonia già da tempo, è morto, definitivamente crollato con le due torri di New York.
Ma nessuno in Italia sembra essersene accorto. All’inizio degli anni Settanta Pasolini parlava, per il nostro paese, di un genocidio culturale in corso. C’è stato e ha fatto tabula rasa. Il postmoderno italiano è stato questo genocidio; e dunque, pur risentendo di quello internazionale, ha avuto caratteri propri. Rispetto agli Stati Uniti, alla Francia alla Germania, alla Gran Bretagna l'Italia aveva tradizioni culturali moderne assai più fragili, un costume civile più approssimativo, più posticcio e precario. il tessuto della memoria e del patto fra le generazioni si è lacerato da noi più che in altri paesi, facendo affiorare una trama esclusiva di facili disimpegni, di egoismi di interessi individuali (o di gruppi o di corporazioni), di atteggiamenti indici e di agili cinismi. La crisi dello «stile», della «profondità» e dello spessore è servita come lasciapassare all'appiattimento e alla banalizzazione linguistici, all'azzeramento delle tradizioni, alla rincorsa dei modelli proposti dal mercato editoriale e, talora, al ripristino di calligrafismi e di improbabili lirismi e autolatrie. Ne ha risentito non solo il clima civile e politico, ma la stessa qualità della produzione almeno nel campo della letteratura e delle discipline umanistiche.
È possibile andare avanti cosi? Non mi faccio illusioni, e questi ultimi éI1ni hanno insegnato che non c'è confine al peggio. Tuttavia segni di allarme ci sono, benché si levino sinora più dal mondo politico e civile che da quello, perlopiù beatamente incosciente, della letteratura. D'altronde anche questa separazione di ambiti è un segno da tempi, e a essa sono dovuti, almeno in parte, la sordità e il ritardo stessi dell'ambiente letterario e artistico.
Questa stessa chiusura però oggi è minacciata. Ci si può illudere di vivere, come il postmodernismo ci aveva fatto credere, in un mondo esclusivamente linguistico di rifacimenti e di pure parole che si ripetono all'infinito quando il mondo si va palestinizzando, le nostre piazze, i nostri aeroporti e le nostre metropolitane sono a rischio, e intere popolazioni premono ai nostri confini? Si può continua;e a coltivare la futilità e a giocare sull'orlo dell'abisso?
È successo altre volte che la storia salti una generazione. Nasceranno nuovi scrittori, e si impadroniranno della nostra lingua (già lo stanno facendo) giovani intellettuali albanesi e magrebini. Qualcuno forse ricomincerà a leggere Fortini e Sciascia, Volponi e la Morante, Vittorini e Pasolini.

Antonio Moresco, LA RESTAURAZIONE, 20 marzo 2005

Viviamo in un periodo di pesante restaurazione. Siamo alle prese con un’intossicazione che attraversa le strutture della vita, dell’organizzazione sociale e professionale, delle forme economico-politiche e democratiche, delle finalità scientifiche e tecnologiche, della religione, dei media, del pensiero, della cultura, dell’arte…
La domanda è questa: dobbiamo aspettare 10 o 20 anni per vederlo scritto nei libri o lo possiamo, lo vogliamo, lo dobbiamo vedere e dire lucidamente adesso, mentre stiamo vivendo questa situazione?
E ancora -detto in un altro modo- abbiamo o no la responsabilità di mostrare la macchina in azione nel momento stesso in cui agisce o dobbiamo mettere la testa sotto la sabbia, tirare a campare e aspettare di vederla inoffensivamente descritta domani, come abbiamo letto -seduti in poltrona o prima di addormentarci- le narrazioni di altri periodi di restaurazione descritti da chi ci è vissuto dentro? E a leggere sembrava tutto chiaro ed era facile stare dalla parte dell’autore che ce ne mostrava il peso sulla vita umana e la sofferenza e il prezzo e ci dicevamo: “Cazzo, ma com’erano mediocri, ciechi, vili, trasformisti e corrotti gli uomini di quel tempo!”
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Posted by Davide Bregola at 11:47 | Comments (3)

30.11.05

Nuovi Argomenti #32 -reload-

PasoliniNuovi-argomenti.jpg

Il racconto tratto da Nuovi Argomenti numero 32 intitolato "IO SO"

Se le porte della percezione fossero ripulite tutte le cose sembrerebbero infinite
Di Davide Bregola

C’è una storia che si racconta alle cene con gli onorevoli del nostro parlamento. E’ una storia che per essere raccontata ha bisogno di una formula standardizzata e vuole che queste siano vicende di finzione, al cento per cento.
Sto leggendo un racconto di Antonio Pascale dal titolo “Io sarò Stato?” E’ uscito nell’antologia La qualità dell’aria. Ad un certo punto il suo impiegato statale dice: “E’ un processo postmoderno, la verità non esiste, conta solo l’intreccio e la composizione delle forze in vettore.”
Mi fa tornare alla mente un fatto di qualche anno fa.
Italia
Modena
Via De Romei
Ore 21.50 circa.
Ero a cena all’Osteria Pane&Vino con una ventina d’invitati e l’Onorevole Ernesto Pellegrino.
Ernesto Pellegrino aveva finito da qualche ora di parlare in pubblico del suo nuovo libro Segreti di stato.
Avevo presentato l’incontro in Sala Estense. Pellegrino era il responsabile della Commissione stragi del governo in carica di Massimo D’Alema.
L’incontro era stato un fiasco. Ad ascoltarlo c’erano state solo sedici persone, mancava il sindaco. Presente solo un assessore defilato, vicino alla porta d’ingresso, pronto per uscire. Sarebbe ricomparso durante la cena.
A cena c’era anche il titolare dell’agenzia Inaudito. Il libro era della casa editrice in questione e ne avevamo fatti arrivare cinque scatoloni pieni per venderli durante la presentazione pubblica. Ne avevamo venduti otto. Il titolare era arrabbiatissimo.
Prima che l’onorevole arrivasse la polizia era fuori ad aspettarlo e seguiva i suoi spostamenti con le radio trasmittenti e i cellulari collegati ad altri militari che lo stavano accompagnando a Modena. Da Roma sarebbe arrivato in aereo a Bologna. Dall’aeroporto l’avrebbero scortato fino al luogo dell’incontro. Un poliziotto aveva detto che l’onorevole era in ritardo di un’ora.
Prima di vedere l’auto su cui c’era Pellegrino sentimmo cinque minuti di sirene spiegate. Sirene il cui suono sembrava sempre più vicino. Arrivò la prima macchina della polizia, una seconda, una terza. Spensero il suono ma lasciarono le sirene a lampeggiare. Scesero due poliziotti in borghese. Parlavano al telefono. Arrivò dopo cinque minuti l’auto blu su cui c’era l’onorevole con altri tre uomini.
Scesero, si guardarono attorno e lo fecero scendere. Uscì che era tutto uno scatto, volle dirigersi subito all’interno della sala dove si sarebbe tenuta la presentazione. Alcuni poliziotti rimasero fuori dal teatro. Altri entrarono. Le due guardie del corpo sempre appresso.
Il titolare dell’agenzia mi guardò con la fronte corrugata. Io e lui assistevamo a questi movimenti che avevano la parvenza di essere un rito consolidato. Ognuno sapeva come muoversi, cosa fare, dove guardare.
Rilassò la fronte e mi disse Ma quanto ci costano questi!
Proprio così. Disse solo Quanto ci costano questi!
Al che risposi E’ la democrazia che costa. Ma non ero troppo convinto di quello che avevo risposto. Questa frase l’avevo sentita dire tante volte e metteva tutti a tacere. Sembrava la formula magica per ingoiare tutto: E’ la democrazia che costa.
Dopo l’incontro un poliziotto in borghese chiese all’onorevole: Prendiamo le auto?
No, andiamo a piedi.
Per scaricare tutto il racconto in formato PDF clicca qui


Posted by Davide Bregola at 22:13 | Comments (4)

02.11.05

EDITORIA UNDERGROUND:Untitl.Ed

Di Davide Bregola
Nostro intento è puntare, insieme con gli autori, alla creazione e alla liberazione di oggetti di scrittura, nati dalla creatività, dalla libertà (e dalla vicinanza alle voci altrui) a cui ci si abitua nel web, piuttosto che alla costruzione di un personaggio-autore, di un libro-evento o di un fenomeno-cult.

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Sostenitore da sempre delle idee editoriali intelligenti e originali, animatore di una di queste in www.nomadepsichico.it, mi sono informato su esperienze simili a Nomade esistenti in Italia e sono incappato in un'operazione di sicuro interesse chiamata Untitl.Ed.
Cosa è Untitl.Ed? Un progetto nato dall'imprenditorialità culturale di un gruppo di bloggers. Pubblicano libri di narrativa, saggistica, poesia, ma a differenza di tante case editrici alle quali si manda il dattiloscritto, quelli di Untitl.Ed vanno a spasso per la Rete di Internet a cercare "scrittori in potenza" o "talentuose scrittrici appartate". Per saperne di più clicca qui: http://www.untitlededitori.com/welcome/

La Untitled Editori (in breve: Untitl.Ed) è nata in un blog, discutendo fra blogger. L'idea iniziale è stata questa: ogni giorno tantissime persone (e noi fra queste) riversano una quantità enorme di scrittura in rete, e ogni giorno possiamo leggere tantissime storie, e la realtà raccontata da centinaia di punti di vista. Perché non chiedere agli autori dei blog più belli, alle "voci" alle quali siamo più affezionati, di scrivere un vero libro? Se avessimo una casa editrice, ci siamo detti, potremmo trattare queste scritture come bozze di narrazioni che si accatastano, magicamente ogni giorno, sul tavolo della nostra ipotetica Redazione.

Sostenuti dalla curiosità e dalla simpatia espresse dagli interventi in rete di moltissimi blogger e lettori di blog, nel gennaio 2005 abbiamo dunque fondato la casa editrice vera e propria, la Untitled Editori srl.: una società di blogger finalizzata alla pubblicazione di libri scritti da blogger.

La collana Untitl.Ed è “untitled” di proposito e volutamente fin dalla copertina dei suoi libri: copertine molto semplici sulle quali è riportato il solo titolo del libro, senza il nome dell'autore. La scelta di far scivolare il nome dell'autore dalla copertina al frontespizio ha per noi il significato di un gesto simbolico, che rifiuta "gli onori" della copertina per assumersene, responsabilmente, prima di tutto gli "oneri": l’onere della prova, l’onere del racconto.

Questo il modo di procedere di Untitl.Ed.
La casa editrice non chiede testi in visione, ma propone ad alcuni autori di blog di scrivere uno specifico libro per la sua collana. Si tratta, in sostanza, di una vera e propria commissione. Se l’autore-blogger accetta, avrà come primo lettore un editor (in particolare: il lettore più attento e appassionato di quel blog) con cui l’autore potrà discutere ed elaborare l’idea iniziale e che si impegna a curarne il lavoro nel modo più discreto e aperto possibile, nel pieno rispetto della sua originalità espressiva e del senso della sua ricerca.
Gli autori verranno regolarmente retribuiti per il lavoro richiesto, mentre la casa editrice pubblicherà i loro libri a proprio totale rischio.
Nostro intento è puntare, insieme con gli autori, alla creazione e alla liberazione di oggetti di scrittura, nati dalla creatività, dalla libertà (e dalla vicinanza alle voci altrui) a cui ci si abitua nel web, piuttosto che alla costruzione di un personaggio-autore, di un libro-evento o di un fenomeno-cult.

I libri vengono pubblicati a tre per volta, e sono acquistabili separatamente, oppure tutti e tre insieme in un'unica confezione a prezzo speciale.

Con questa scelta intendiamo offrire, fin dalla prima uscita (settembre 2005), un piccolo panorama di scritture diverse e ugualmente affascinanti, e promuovere le parole e lo stile personale di moltissimi blogger di valore, con lo stesso spirito giocoso e collettivo che caratterizza il sistema dei blog, non tanto nell’ottica di una battaglia per il copy-left, che guardiamo con curiosità ma a cui non siamo interessati, ma piuttosto, lasciando volentieri e deliberatamente ad altri la lotta di potere per l’affermazione di un nome-logo, magari mascherata da ricerca di un carattere “autoriale”.

Posted by Davide Bregola at 10:09 | Comments (0)

27.10.05

«"Google Print": è nata la biblioteca di Babele?», in La Civiltà Cattolica 2005 III 507-516.

Di Antonio Spadaro

Lo scrittore argentino Jorge Louis Borges nel racconto La Biblioteca di Babele (1941) paragonava l’universo a un’immensa biblioteca; tutti sono attratti dal numero indefinito delle sue gallerie e trascorrono la vita a esplorarle, senza però mai venirne a capo: non si trovano né i confini estremi né i libri che si cercano: «La Biblioteca è una sfera il cui centro esatto è qualsiasi esagono, e la cui circonferenza è inaccessibile». Ecco la domanda: è possibile che qualcuno abbia pensato sul serio di catalogare, riprodurre e rendere disponibile al pubblico l’intera memoria dell’umanità contenuta in tutti i libri del mondo? Forse no, ma qualcuno ha avuto un’idea che, sebbene sia più realistica, si ispira comunque a quell’utopia.

Un progetto ambizioso

L’immagine di Borges è affascinante e viene spontanea alla mente quando si pensa che il più consultato motore di ricerca presente in internet, cioè Google(1), il 14 dicembre scorso ha reso noto un accordo per la digitalizzazione(2) di circa 15 milioni di volumi. Ciò significa che le intere collezioni della Stanford University (8 milioni di volumi), della University of Michigan (7 milioni di volumi), oltre a collezioni di documenti della New York Public Library(3), a testi dell’Ottocento di Oxford e a 40.000 volumi di Harvard, per un totale di circa 4,5 miliardi di pagine saranno trasferiti dalla carta su supporto informatico e poi resi accessibili gratuitamente attraverso la Rete. A questi vanno aggiunti i libri che gli stessi editori mettono a disposizione direttamente. Ovviamente, saranno consultabili integralmente soltanto quelli che non sono coperti da diritto di autore; degli altri è prevista la digitalizzazione integrale per attivare ricerche al loro interno, ma non la piena disponibilità per l’utente. Il lettore che desiderasse acquistare il volume consultato potrà farlo proprio dalla pagina di accesso alla lettura.

Concretamente ciò significa che tutta la ricchezza di questo sapere potrà essere consultabile da casa propria in qualunque parte del mondo. Mary Sue Coleman, rettore dell’University of Michigan, ha dichiarato che permettere l’accesso universale al sapere mediante i tesori della biblioteca è una delle missioni importanti di una grande università(4). Il progetto non è privo di fascino e ricorda da vicino l’utopia di poter raccogliere e schedare tutto il sapere prodotto dall’umanità, rendendo possibile al suo interno ricerche e studi. Il nome di questo progetto è Google Print(5), disponile all’accesso in una versione dimostrativa dal giugno scorso. La ricerca è realizzata sull’integrità dei testi già inseriti e così permette di visualizzare l’elenco dei libri che contengono le parole-chiave ricercate. Un esempio: digitando il titolo della nostra rivista tra virgolette (“La Civiltà Cattolica”) si scopre che sono stati inseriti già oltre 200 libri che la citano. Non è poco, se consideriamo che il numero di volumi digitalizzati al momento è molto ridotto. Di ogni volume possiamo leggere le pagine disponibili e visualizzare il luogo esatto del testo nel quale ricorre la citazione della parola o dell’espressione che stiamo cercando. Possiamo però vederne anche la copertina, scorrerne l’indice ed, eventualmente, effettuare una nuova ricerca all’interno dell’opera scelta. Se essa è soggetta a diritti di autore, Google Print propone la consultazione di poche pagine soltanto (ma anche altre parti come l’indice o la bibliografia o la presentazione, a seconda degli accordi editoriali), mentre i testi di pubblico dominio sono proposti integralmente. L’utente dispone di link verso i siti partner del progetto, cioè librerie che vendono i libri via internet e propongono l’acquisto del volume cartaceo(6). È possibile poi, sempre dalla stessa pagina, proseguire nella ricerca per avere informazioni sul libro in questione: giudizi critici e citazioni del medesimo presenti in tutta la Rete.

In realtà quello di Google non è un progetto del tutto nuovo. Già la libreria virtuale Amazon, col suo motore di ricerca A9(7), sin dall’ottobre 2003 offre un servizio molto interessante. Essa infatti ha varato il programma «Inside the book» (Dentro il libro), al quale hanno aderito numerosi editori.
PER LEGGERE IL SEGUITO DEL SAGGIO DI ANTONIO SPADARO: http://www.laciviltacattolica.it/Quaderni/2005/3726/Articolo%20Spadaro.html

Posted by Davide Bregola at 10:55 | Comments (0)

20.10.05

COMUNICATO

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dipinto di Gabriele Picco

È uscito “Politicamente Scorretto”, il sesto numero di Vertigine, il periodico di scrittura e critica letteraria curato da Rossano Astremo. “Politicamente Scorretto” offre il suo punto di vista sull’Italia d’oggi e non solo, e lo fa raccogliendo l’intervento di dodici autori, Giordano Meacci, Luciano Pagano, Flavio Santi, Gianluca Morozzi, Laura Pugno, Cristiano de Majo, Elisabetta Liguori, Andrea Inglese, Sergio Rotino, Davide Bregola, Elio Paoloni, Gianluca Gigliozzi. Ad esclusioni delle schegge in versi di Laura Pugno e Sergio Rotino, gli altri scrittori raccontano in prosa il nostro tempo alternando storie grottesche, feroci, disilluse e ciniche, offrendo un veritiero spaccato del nostro tempo. Testi in grado di proiettare il naso al di fuori del proprio condominio di riferimento, testi in grado di “aggredire” il reale, di smascherarlo attraverso procedure formali differenti. Personaggi reali che dominano il nostro immaginario collettivo, come il Presidente del Consiglio, Benedetto XVI, Bob Dylan, Saddam Hussein, si mescolano a trame fittizie dando vita a reality show impensabili, omicidi utopistici, crisi familiari irreversibili. Si consente la riproduzione parziale o totale dei testi presenti nella rivista e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta. Le illustrazioni, come ogni numero, sono della pittrice salentina Annalisa Macagnino. Per tutte le informazioni visitare il blog http://vertigine.clarence.com o scrivere a rossanoastremo@libero.it

Posted by Davide Bregola at 17:42 | Comments (0)

15.08.05

Propedeutica all'enciclopedismo del secolo odierno

RIPORTO UN PEZZO DI SAGGIO PUBBLICATO SU CIVILTA' CATTOLICA n° 3722-IL QUINDICINALE DEI GESUITI- IN CUI SI PARLA DELLE NUOVE FORME DI ENCICLOPEDIA. Per leggerlo tutto andate qui. D.B.

Di Antonio Spadaro SJ
Adesso il lettore immagini di navigare in Rete e di far ricorso a una enciclopedia «aperta», a cui in ogni momento persone interessate (anche uno dei suoi utenti) aggiungono voci, spiegazioni, documenti, collegamenti, e i cui contenuti possono essere distribuiti liberamente o tradotti senza vincolo di diritto d'autore. In tal modo il lettore avrebbe una prima idea di che cosa sia un wiki [2]. Il sito internet della Treccani, pur non mettendo a disposizione i suoi contenuti in Rete, offre una scelta di sei grandi enciclopedie on line [3]. Tra queste appare Wikipedia, la quale viene così descritta: «Wikipedia è un'enciclopedia on-line, multilingue, a contenuto aperto [...]. Tutti i testi possono essere liberamente modificati, distribuiti e venduti. Wikipedia ha consistenza diversa in relazione alle diverse lingue nelle quali è disponibile e si incrementa costantemente. In ragione della sua struttura — che permette, a chiunque sia connesso a internet e possieda un browser web, di modificare il contenuto delle sue pagine — gli stessi responsabili di Wikipedia dichiarano esplicitamente di non offrire garanzie sulla validità dei contenuti». Partiamo dalla descrizione di questo caso concreto, il più noto del resto, per descrivere i wiki.

Posted by Davide Bregola at 10:59 | Comments (1)