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11.05.06

Preparativi per la pubblicazione del mio primo romanzo/4

La copertina del libro è pronta. Anche il libro è pronto. Il 25 maggio sarà nelle librerie. Qualcuno l'ha già preso alla Fiera del Libro di Torino e l'ha letto.
Su Sironi Editore ci sono altre notizie.

Autodidatta.jpg

Di Demetrio Paolin

Sto pensando a cosa scriverti del tuo libro e mi viene da scriverti questa cosa.
Ti chiedi cosa sia la verità, dici proprio ad ognuno di noi: "Entriamoci dentro".

Paradossalmente il tuo libro non arriva a dire cosa Giovanni Costa pensa della verità, se stiamo alla lettera, al discorso scritto.

Ma io penso che la verità sia un "fare".
Cerco di spiegarmi per come posso, e per come so. Se tu prendi la bibbia e chiedi a qualche prete o anche ad un rabbino dove ci sta scritta la verità in quelle mille e mille parole, lui ti dirà più o meno che la verità è nel libro, anzi che la verità è il libro stesso. La verità è nel fatto che il libro sia stato scritto.

Non conta che le pagine dentro raccontino fatti che non sempre si accordano tra di loro, che ci siano errori, omissioni e mancanze. Il fatto che il libro sia stato scritto è un 'fatto' di verità.

Primo Levi quando parla del problema del male, che secondo me è strettamente legato a questo della verità, dice che esiste un etica del fare e racconta una storia. Nel lager lui aveva conosciuto un muratore piemontese, che era stato trasportato lì per lavoro coatto, quest'uomo doveva costruire muri di difesa per i tedeschi.
Ora, dice Levi, tutti pensano che il tipo, che odiava i tedeschi, avesse deciso di boicottare i muri facendoli in malo modo. Invece no, quest'uomo tirava su i muri diritti e perfetti, perché lui era uno che amava fare bene il suo lavoro e che i tedeschi, diceva il muratore, avrebbero vinto se lui si fosse messo a fare muri storti.

Mi sembra che in quest'altra parabola, altrettanto strampalata come la tua (sabato alla presentazione per la Fiera di Torino ho raccontato una piccola storia rispondendo alla domanda "Cosa è Verità?"), ci sia la verità che io e te, e altri come noi, vanno cercando, perché svuota la verità, la libera, di tutto quello strato filosofico e religioso che il termine ha assunto su di sé.

La scelta di "abbassamento" (la kenosi) di Giovanni è simile a quella di questo muratore piemontese: la verità è fare bene ciò che si sa fare.
Ti mando il mio racconto "Approssimazioni" che in qualche modo è in tema con il discorso.

APPROSSIMAZIONI

ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo

- Un biglietto per Torino Porta Nuova
- 3.50
- Tenga
- Grazie. Buongiorno
- A lei
Per Demetrio questo è un inizio di giornata diverso. Lui di solito non compra il biglietto per andare a Torino, perché a Torino ci vive da più di quattro anni. Vive da solo nel suo piccolo appartamento di 50 metri quadri, in un quartiere tranquillo, Santa Rita, dove è esorbitante, rispetto alla media cittadina, solo il numero di parrucchiere per signora. Fu questa una delle prime cose che lo colpì, quando con sua madre, suo padre e sua sorella, andò a vedere la casa.
Hai notato quante parrucchiere?, disse a sua madre, che borbottò qualcosa come: vuol dire che è un posto tranquillo, ma la cosa morì lì. Tante volte le cose tra loro finivano così; la parola si perdeva nel mezzo di un altro discorso, oppure non veniva presa in considerazione. La gente poteva anche offendersi, ma per Demetrio tutto questo era chiaro: c’erano altri canali, diversi modi per comunicare con i suoi genitori. Il silenzio in certi casi, quello era uno di questi, era la miglior soluzione.
Demetrio oggi non si è svegliato nel suo solito letto, ma è seduto ad un bar, è una mattina dal cielo lattiginoso e il pullman che l’aveva portato fino in stazione aveva un odore preciso di sudore e dopobarba. Aspetta il treno per Torino e da Asti ne passa uno ogni quarto d’ora. Quello delle 7.21 fa al caso suo, arriva intorno alle 8 e lui può comodamente, ritornare a casa, posare le valige, prendere la borsa e andare in ufficio.

Demetrio lavora per un sindacato, che viene altrimenti definito un corpo sociale intermedio, da ormai 4 anni e occupa un sgabuzzino di alcuni metri quadri al primo piano di un palazzo in centro. L’edificio mezzo cadente non può essere abbattuto, perché il progetto della scala (l’androne in particolare) è opera di Filippo Juvarra. Come tale l’intero complesso è sottoposto a vincoli architettonici che lo rendono indistruttibile e bruttissimo. Salendo le scale, si arriva al primo piano, si imbocca un corridoio stretto e lì si trova sulla sinistra una porta con scritto sopra ufficio stampa. Questo è il suo compito, di Demetrio dico, scrivere comunicati, metterli in ordine, prendere dichiarazioni, girarle alla stampa, cercare di convincere i giornalisti che quello che ha da dire il suo capo sia più interessante di quello che hanno da dire gli altri. C’è capitato per caso a fare questo lavoro, perché come tutti i giovani di belle speranze con una passione per la scrittura e una laurea in lettere sotto l’ascella, Demetrio desiderava fare lo scrittore e voleva che questo suo gesto, che era naturale per chi lo guardava da fuori, ma che per lui era qualcosa di sadico e doloroso da costringerlo, in certi casi, a vomitare, venisse alla fine pagato e riconosciuto come importante.
Quando faceva lo studente pendolare, lui prendeva sempre il 7.21. Ogni mattina per 6 anni della sua vita, saliva sul treno, apriva un libro e leggeva. Poi arrivato a Porta Nuova, scendeva dal treno e invece di usare il bus (il 61 era pieno e il più delle volte la gente puzzava) e se ne andava a piedi. La strada immancabilmente era sempre la stessa: via Roma, i portici di piazza Castello, via Po, Palazzo Nuovo. In questo tragitto, Demetrio di solito pensava a versi bellissimi di poesie o a pagine di romanzi che avrebbe scritto. Li recitava proprio a mezza voce, mentre camminava con la testa bassa, e non si accorgeva di come le vie, che lui consumava giorno dopo giorno, cambiavano.
Ora, invece, che è sul terno, seduto comodamente, e guarda la campagna del Monferrato sparire, si rende conto di quanto poca cosa fosse la sua vocazione allo scrivere e di come tutto sommato si fosse salvato da un futuro di incertezze e di delusioni.
Quello che gli era rimasto, diciamo, della sua precedente vocazione era ascoltare le altre persone che parlavano. Seduti accanto a lui c’erano due studenti, che stavano ripassando un esame di storia medioevale. I due stavano uno di fronte all’altra, erano agitati e visibilmente fidanzati.
- Non mi ricordo molto bene il contesto sociale in cui nascono i comuni
- Non devi preoccuparti, puoi collegarlo a Le Goff e al discorso della nascita del Purgatorio
- In che senso?
- Le Goff dice che il purgatorio nasce nel momento in cui si affranca una nuova classe sociale che potremmo definire, con qualche forzatura, borghesia, la nascita di questa borghesia il suo sviluppo e la sua entrata in scena nella vita economica, politica e sociale medioevale porta al formarsi di un nuovo modo di concepire la città, o l’agglomerato urbano, che porterà alla nascita dei comuni
- Basterà dirgli questo
- Di certo
Lei ora lo accarezza sulla guancia, ma per farlo deve sporgersi verso di lui, che la bacia. Demetrio non può fare a meno di vedere come le loro lingue escano dalla bocca, si tocchino, si struscino le une sulle altre. Nota anche come le guance di lei diventino di un colore rosso, più intenso, mentre la mano del ragazzo, che era stata sempre appoggiata sul libro, corra lungo la schiena della fidanzata. Quando si staccano fanno uno schiocco, come di un ramo calpestato.
- Dai finiamo di ripassare
- Sì.
Demetrio ora non sente più le loro parole, è preso nell’immaginarseli chiusi nella cameretta. Vede i loro corpi distesi sul letto: lui sopra con i pantaloni tirati giù fino alla caviglia, le mutande appena abbassate e lei, che nella foga non si è tolta i calzetti, con le mutandine in bilico sulla punta del piede sinistro. Hanno entrambi la felpa ancora indosso, perché hanno saltato i preliminari, presi da una voglia bruciante. E in quel andirivieni, lei gli sussurra: dimmi quando stai per venire e togliti e non mi sporcare la felpa che è nuova; e lui: non ti preoccupare, non ti preoccupare. Demetrio li guarda e sorride. Lo vede venire e dire che sta venendo, e lei lo spinge fuori quasi fosse un parto e si alza la felpa, mentre lo sperma cade nell’ombelico, come fosse lo scarico di un rubinetto che raccoglie acqua grigiastra e densa.
Demetrio non ha neanche il tempo di fissarsi su quest’immagine, che coglie l’ultimo stralcio della conversazione.
- Dovremmo approssimare
- Sì c’è del ragionevole nelle approssimazioni per tentativi vari.
Ora è a Torino, il treno ha fatto una lunga frenata e ha incominciato ad ansare proprio come quando uno respira sempre peggio. I moribondi hanno questo fiato spezzato, che a Demetrio ricorda vagamente un vetro in frantumi; i vecchi quando muoiono respirano così, come se ad una certa età ancora ci si illudesse (Demetrio sa che questo è un pensiero orribile, sa per quello che ha fatto ieri e che ieri ha visto), non c’è futuro per loro, che dicono: ormai, tra un po’, vedrete non ci sarò più, morirò, ho compiuto tutta la mia vita, sono vecchio, non mi tocca che morire. Poi, quando arriva l’ora e la morte gli viene dietro, il respiro si rompe in mille rivoli e acquista una consistenza reale, che noi poi definiamo paura.

Sul binario gli capita di ripensare a quel termine “approssimazioni” e quell’immagine dell’ombelico, e mentre si incammina per prendere il pullman, pensa che forse scrivere non è altro che approssimare, fare in modo che la parola aderisca più precisamente possibile all’immagine che il nostro cervello ha elaborato e che a sua volta la realtà ci consegna. Questa del rubinetto, pensa, può essere un’immagine abbastanza forte e precisa, che ha qualcosa di lirico, ma una non basta per scrivere un racconto o un romanzo; bisognerebbe moltiplicarle le immagini, fino ad averne la nausea. E’ proprio questa sensazione di strafogamento che ha costretto Demetrio ha lasciare perdere.
- Sei arrivato?
- Sì sto tornando a casa e poi vado in ufficio. Oggi c’è una riunione piuttosto lunga e devo prendere qualche appunto. Dovremo poi scrivere il comunicato stampa, ma più o meno ce l’abbiamo in mente
- E allora cosa andate a fare alla riunione?
- Andiamo per fare presenza, tanto so già cosa diremo, cosa diranno e anche quando incominceremo a scannarci
- Che strano lavoro
- Però pagano bene
- Tuo padre è stato contento per ieri, gli ha fatto piacere
- Bene
- L’hai fatto per lui?
- Certo, non si diventa buoni di colpo
- Immaginavo
- Ciao
- Ciao.
Demetrio è sotto casa, quando chiude la telefonata. E’ turbato. Per tutto il tragitto del pullman è stato completamente in balia di alcune stravaganze. Pensava alla consistenza ossea delle persone, soprattutto delle donne. Quando le guardava non vedeva nulla di desiderabile o profondamente misterioso, osservava la cassa toracica, il bacino e i femori ripiegati all’interno; Demetrio comprendeva che la carne era una guaina di pietà, che rendeva possibile e sopportabile avvicinarsi ad un altro corpo. Forse questo ci fotte, pensò Demetrio, quando incontriamo una ragazza anoressica, è questo che non ci permette di godercela: è tutto un ossame, una spigolatura, punte acuminate che sono lì per lacerare quel sottile strato di carne. Questo senso di disagio è solo parzialmente reso sopportabile dall’assoluta ottusità di queste ragazze, di solito così completamente prese nel loro cupio dissolvi da accettare qualsiasi tipo di mortificazione da parte di un uomo. Demetrio aveva avuto una compagna di classe anoressica; era una bellissima ragazza che nel corso dei cinque anni di liceo era smagrita. Una volta durante una gita avevano parlato. Lei gli aveva detto che era anoressica, anzi gli aveva detto: ho quella malattia lì.
- Perché ne soffri?
- Non lo so
- Ma ci sarà una motivazione qualcosa che ti porta a non mangiare
- Dicono che sia legato a mia madre e alla scuola
- Scusa tua madre ti ama più di ogni cosa al mondo
- Sì
- A scuola sei la più brava della classe, sei la più carina…
- Sì
- Io non capisco allora cosa c’è che non va…
- Tu, Demetrio, non puoi capire
- Secondo me sono capricci…
- Sei il solito uomo di merda e stronzo
Per molto tempo non si erano più parlati, lei – dopo la maturità – se ne era andata a Milano e non si erano più visti e lui non ci aveva più pensato fino ad oggi sul bus.
Entrato in casa, Demetrio mormora: c’è stato qualcuno. E’ una piccola angoscia che si porta dietro da quando vive solo. Non appena mette piede dentro casa, Demetrio ha la percezione che qualcuno ci viva al suo posto; che nei giorni o nelle ore della sua assenza qualche intruso si materializzi e viva per lui in questa casa. Prima di uscire Demetrio osserva tutti gli oggetti, la loro precisa disposizione. La papera di legno, decapitata a causa di una caduta, sta sullo scrittoio davanti al pc, leggermente spostata verso destra. Così l’aveva lasciata tre giorni fa e così è, ma Demetrio sa che l’intruso è furbo e vive a casa sua e si comporta come se fosse lui, come se fosse un suo doppio in tutto e per tutto. E infine prima di andare via, prima di rimpicciolirsi e scomparire, lascia tutto nel medesimo iniziale ordine.
Questa persistente immobilità degli oggetti esaspera Demetrio stesso che, il più delle volte il sabato, sta in casa come se non ci fosse, preoccupato di non toccare niente, per non manomettere la scena criminis nel caso di venuta dell’intruso. Per questo motivo, Demetrio sceglie un libro, esce di casa, prende la sua macchina e se ne va al centro commerciale più vicino. Parcheggia e rimane per alcune ore, seduto su una panchina, a leggere. Poi quando torna a casa, dopo la lettura, e dopo essersi comprato qualche cosa da mangiare, ha la medesima sensazione che, nelle ore di sua assenza, qualcuno abbia vissuto in quelle stanze. L’assoluto ordine con cui tutto viene lasciato è una prova lampante di questa incredibile macchinazione.
Stamani però i minuti sono contati e Demetrio è in forte ritardo, così non si sofferma a memorizzare la posizione di ogni singolo oggetto, ma posa la valigia e torna fuori con la borsa dell’ufficio. Neanche 20 minuti dopo e già sale le scale e si siede nel suo bugigattolo.
La sua scrivania è formidabilmente complicata. La foggia è quella solita di un parallelepipedo con sopra un piano di compensato ricoperto di formica marrone scuro, ma il caos è quello dei fogli, dei post-it, dei quaderni lasciati a metà, delle biro orfane dei tappi; senza contare i giornali ammucchiati in ogni luogo, che nascondono Demetrio dalla vista di chiunque metta piede in quella stanza. Dietro le sue spalle c’è una finestra, che si apre su un altro palazzo, tanto vicino che pare crollargli addosso. La giornata di oggi sembra la solita giornata, per questo motivo Demetrio si stira la schiena e legge, sottolineando con un evidenziatore giallo, gli articoli più interessanti. In quel momento una signora anziana entra, dicendo permesso.
- Buongiorno
- Buongiorno
- In cosa posso esserle utile?
- Volevo chiederle una cosa
- Signora io non so se posso esserle utile.
La donna ha un cappotto vecchio e liso ai polsi, una busta della spesa con dentro alcune scatolette e una borsetta, che tiene a tracolla, di pelle nera leggermente mangiata ai bordi. Indossa un foulard dai colori spenti e chiusi. E’ molto magra quasi fosse un filo di ferro.
- Posso parlare con lei?
- Dipende
- Mi hanno detto di venire da lei.
Il portinaio è una brava persona, ma il più delle volte prende iniziative che risultano fuori quadro. Cosa potrà dire, pensa Demetrio, mentre la donna si accomoda su una sedia, che lui le ha gentilmente mostrato. Questa donna le ricorda sua nonna, che ieri è andata a trovare. La davano già per morta; invece quando lui è arrivato a casa, l’ha veduta in bagno che cercava di tirarsi su il pannolone. Demetrio non ha provato un sentimento di pietà o di partecipazione, ma ha continuato a registrare, con una freddezza, il suo incedere fiacco come una lingua che fatica ad articolarsi. Poi suo padre l’aveva presa in braccio, e la nonna si era abbandonata come una neonata. Suo padre, nel tenerla in braccio, l’aveva cinta come fanno i padri con i loro figli piccoli, tenendole su il capo. L’uomo aveva poi alzato il corpo, a Demetrio vennero in mente certi sacchi, e lo aveva adagiato sul letto.
La vecchia nel suo ufficio, intanto, continuava a parlare.
- Ha capito? Qualcuno sta cercando di fregarmi
- Chi?
- Un po’ tutti
- Signora deve essere precisa, non può accusare tutti di volerla raggirare
- Beh mi fa un po’ specie dirlo, ma i primi sono i miei figli
- Perché?
- E’ per via di mio marito.
Qui la donna fa una pausa e Demetrio la vede togliersi il fazzoletto che le copriva il capo, i capelli sono stranamente neri, estranei.
- Suo marito, quindi…
- Loro dicono che è morto, ma non è vero…
- Signora
- Mi ascolti e non mi interrompa, gli hanno pure fatto il funerale, hanno comperato la bara, ma io non ho visto mio marito lì dentro, quando sono arrivata l’avevano già saldato. Lei ha mai visto saldare una bara, ci mettono un mucchio, sa?, comunque il prete ha fatto proprio una bella predica e anche la processione fino al camposanto è stata commovente. Ma io non ci sono cascata. Niente. Una bella messa inscena, ma mio marito, Luciano si chiama, è ancora vivo. Si è solo rimpicciolito.
- Cosa?
- Luciano con il passare degli anni è dimagrito, è diventato sempre più piccolo, sempre più minuto, si è assottigliato, si è trasformato una specie di miniatura, fino a che un giorno, mi sono distratta, cosa vuole gli anni passano anche per me, e Luciano è sparito, mi si è ristretto
- …
- Capisce?
- Ho capito…
- Lei crede che si potrà fare qualcosa?
- Signora non lo so, ora io le do questo numero di telefono e lei domani chiami e vedrà che tutto si aggiusta.
- Lei è stato proprio gentile. Buona giornata
- A lei.
La donna esce, camminando all’indietro e continuando a salutare Demetrio che la guarda come fosse al cinema, la vede poco alla volta scomparire dal suo campo visivo, come se un’ombra la dileguasse lentamente.
Demetrio pensa a questa donna che, dopo aver preso i suoi bravi autobus, rientra a casa e cerca suo marito sparito, rimpicciolito. Sorride Demetrio di questa tenerezza inutile: chissà forse gli lascerà, sparse negli angoli più impensati, un po’ di briciole di pane, così che l’uomo possa nutrirsi, e una minima goccia d’acqua da dissetarsi.
- Vorrei che tu fossi come dieci gocce di valium
Isabella gli disse così una volta. Isabella è una ragazza dai capelli neri e gli occhi profondi.
E’ una ragazza bella.
La bellezza di Isabella, quel viso profondo e lungo, quel collo alla Modigliani, metteva a disagio Demetrio, lo zittiva. Demetrio la guardava: le gambe lunge, i seni diritti e i capezzoli lunghi, le areole di un rosa scuro rispetto alla pelle quasi trasparente, la schiena flessuosa e un sesso liquido. Parlava poco Isabella, ma le sue parole erano chiodi piantati, ma anche balsamo e tenerezza.
Quando fecero l’amore Demetrio si spaventò di cosa fosse quella donna per lui, di quali profondità toccasse il suo sesso entrando in lei. Lei, che aveva indosso solo un piccolo bracciale di stoffa, guardava l’autunno in ritardo.
- Vorrei che tu fossi come dieci gocce di valium
- Io?
- Sì tu, perché neanche dieci gocce di valium mi calmano come tu mi calmi
- E’ una cosa molto bella
- Sì lo penso anche io…
Demetrio, in realtà, non sapeva cosa dire, come uscire da quella confessione. Desiderava liquefarsi, farsi acqua e entrare in ogni singola cellula di Isabella, entrare nella sua bocca, nel suo sesso, penetrare nell’epidermide, nelle sue braccia, gambe, attraversarla come in un sogno solo per darle quella pace. Desiderò Demetrio essere una droga per Isabella, che avrebbe messo fine a tutto quanto era di questo mondo. Ebbe voglia di fare l’amore con lei, ma non glielo disse; così, quando Isabella se ne andò, l’aria si fece leggera, che avresti detto: piove.
- Come sta la nonna?
- Meglio
- …
- Ti ha fatto impressione?
- Un po’ non me l’aspettavo così
- Come
- Così vecchia
- E’ vero
- Mi è sembrata quasi una bambina
- Tanti parlano di regressione
- E’ vero
Mentre Demetrio parla con sua madre al telefono, scarabocchia su di un foglio immagini incomprensibili che somigliano ad una boscaglia fitta e stretta, che si annoda su per una montagna. Sembra l’antro della Sibilla Cumana, Demetrio si ricorda queste parole, che una sua compagna di università gli disse quando erano ad Ebensee in Austria. Ebensee era un campo di concentramento dove si fabbricavano i famigerati missili V2, che venivano assemblati nel ventre della montagna.
Lassù tirava un vento umido e sembrava di andare all’inferno, si sentivano anche i cani guaire.
- Sembra l’antro della Sibilla Cumana
- Sì?
- Sì
- Come fai a saperlo?
- Ho dato l’esame di storia della letteratura latina
- …
- C’era nel programma il passo dell’Eneide…
Entrati in quel vasto corpo cavo, si sentirono solo i loro passi e niente di più. Di tutta quella tragedia, di tutta quella miseria umana gli tornava indietro un niente raggelante e cristallino.
- Nell’antro manca tutto
- Cosa?
- Non c’è la Sibilla dico
- No
- Avrà fatto la fine spiacevole che aveva immaginato Petronio
- Quale fine?
- Il tempo ha consumato la Sibilla che è stata chiusa in un’ampolla ed è finita sul tavolo di qualche ricco liberto
Demetrio si ricorda l’immagine di questa vecchia rattrappita come un foglio di carta bagnato, che stava in un’ampolla piccola, mentre tutti ridevano e non ci badavano; gli sembra che questo ridursi dell’oracolo alla grandezza di un topo sia la più grande verità mai detta. Basta ascoltare la guida che dice: qui oltre 50mila persone sono morte; basta immaginarsi 50mila persone qua dentro ad affannarsi dietro la costruzione di un ordigno, per vedere tutta questa nientità. Demetrio non riesce a figurarseli, la sua fantasia non ha questa forza; forse se fosse venuto tra questi monti, appena finita la guerra, e avesse sentito l’odore di quella morte, lo scialo di nausea di quei corpi, forse. Ma adesso tutto era diventato un minuscolo insignificante punto. A questo erano ridotti i campi, su di un sussidiario qualcuno pubblicava una cartina dell’Europa e si vedevano tanti punti neri: ogni punto un campo, ogni campo un antro, ogni antro una minuscola Sibilla che recitava i suoi vaticini.
In ufficio ora la giornata pare andare via liscia, e in questo stato sospeso Demetrio certe volte si illude di essere felice: è questo uno dei suoi desideri più profondi e radicati. Lui non fatica a trovarlo assolutamente infantile, ma non riesce a liberarsene, e quando tutto attorno a lui si zittisce allora gli è facile pensare che l’essere felice è qualcosa da poco, che si può ottenere senza sforzo.
E’ questa una fantasia ad occhi spalancati, come quella volta che sognò di Anna. Sognò di fare l’amore con lei. Quando gliene parlò risero.
- Questa notte ti ho sognata…
- Come?
- Ho sognato te e me insieme
- Dove eravamo?
- In una casa sconosciuta, e quasi vuota
-Cosa vuol dire quasi
-Vuol dire che c’erano alcuni mobili, pochi, l’essenziale, e sembrava che tutto rimbombasse, come se fossimo andati a vedere una casa per comparala o ammobiliarla
- Capisco e cosa facevamo?
- Beh facevamo l’amore
- Proprio?
- Forse era meglio dire che scopavamo
- Ma in che stanza eravamo?
- Non era la camera da letto…
- La cucina?
- No. Eravamo in una sorta di studio, c’era una scrivania grande e c’eravamo noi
- E che sensazione hai provato?
- No so…
- Come non sai?
- Qualcosa di muscolare
- In che senso?
- Hai presente la tua nuotata?
- Sì
- Sai quel gesto leggero, in cui il corpo si sforza di fare un movimento, ma contemporaneamente lo fa naturalmente?
- Sì
- Era la stessa sensazione, come se nuotassimo
Demetrio aveva tenuto per sé un piccolo particolare. Lui e Anna scopavano come due animali, come due lupi; Demetrio le sovrastava le spalle e dava colpi regolari e profondi, poi con le sue mani la stringeva, sentiva la carne tra le dita, e la cingeva con forza per impedirle di scappare e di fuggirgli. Intanto con gli occhi seguiva la schiena di Anna, la riconosceva, e la vedeva contrarsi ai suoi colpi. Indovinava il guizzo del muscolo, come se fosse un delfino che salta fuori dall’acqua per poi rientrarci con spruzzi; poi l’attenzione di Demetrio fu tutta per un neo, nero preciso e circolare, a metà della schiena, in corrispondenza del polmone sinistro. Era quello che cercava, un punto, per focalizzare il suo desiderio e la sua tensione, la sua voglia. Poco per volta, in una sorta di oblio generale, si scordò del corpo di Anna a carponi davanti a lui, si smemorò di ogni suo movimento, risucchiato in quel vortice, che quando si riebbe dal sogno, bruscamente, il suo corpo gemeva.
La sera, ora, era lì. Un’altra giornata se ne era andata come un suicidio senza ripercussioni per nessuno. La nonna, gli dice sua madre al telefono, sta un po’ meglio. L’unica cosa che lui ricorda ora sono i suoi lunghi capelli bianchi, quando glieli vide sciolti, nonna di solito li teneva legati con una grossa molletta, pensò a un filamento di bava, tipico di chi è assetato: un filo di saliva unisce due labbra quasi morte.
Demetrio è stanco e decide di andare a casa. Anche oggi quello che ha fatto nel suo ufficio rimane una sorta di mistero. Il suo compito primario sarebbe scrivere delle dichiarazioni sulle più disparate esperienze economiche, e scriverne come se lui ne sapesse qualcosa, ma così non è. Può compilare una dichiarazione di Tizio a proposito di una crisi sulla delocalizzazione di un’azienda (in parole povere: un giorno i tipi di una multinazionale si svegliano e vedono che in Polonia il lavoro costa molto ma molto meno che in Italia, prendono baracche e burattini e trasferiscono linee, produzione e fabbriche in culo a dio), nello stesso tempo – potranno essere passati cinque minuti – scrive una dichiarazione di Caio che chiede una maggiore globalizzazione. A rendere tutto assolutamente più indecifrabile c’è l’evenienza che Tizio e Caio siano la stessa persona e che gli anatemi contro la delocalizzazione e “il libera tutti” della globalizzazione debbano stare nello stesso giro di frase.
Demetrio dovrebbe essere un professionista della comunicazione, nella realtà lui abbozza e si salva grazie ad una certa speditezza nello scrivere, che gli permette di fare tutto senza perdere molto tempo. Egli ha imparato soprattutto a non tenere conto di quello che va scrivendo: lui non sente nessuna responsabilità in quello che crea; anche se al fondo di ogni comunicato c’è il suo nome e cognome, è come se la cosa non lo riguardasse. C’è una crasi violenta tra le parole che scrive, tra ogni parola che scrive, e la sua persona.
Di questo mestiere, l’ufficio stampa, ciò che più lo affascina è l’ubbidienza, lui non è altro che uno strumento che dà sostanza a parole di altri, completamente differenti da quello che lui, il più delle volte, pensa o crede. Lui è uno strumento: è un altoparlante, un foglio di carta, un pennino, la schermata di un pc. Lui svolge solo un servizio; Demetrio, che per molto tempo aveva pensato che la servitù fosse una debolezza, ora è tecnicamente un servo.
C’è stato un periodo della sua vita, in cui provava fastidio per suo padre e per quella sua dedizione al lavoro e alla persona che lo comandava. C’era qualcosa di servile, che lo disgustava profondamente. Ora Demetrio ha capito, dopo 4 anni di servizio, di spoliazione leggera ma costante della sua esistenza, che servire è qualcosa che soddisfa profondamente. E’ un gesto che ripaga: spogliarsi di sé e delle proprie responsabilità è un atto di libertà. L’inutilità di un servo è una nicchia di salvezza, un guscio dove chiudersi. E’ questa una bellezza spoglia, che sa di povertà di spirito. E’ la bellezza di chi conosce la rinuncia e l’abbassamento. C’è in tutto questo qualcosa di meschino, ma è pur sempre la sola forma di bellezza consentita a Demetrio. E siccome è l’unica, è meglio tenerla stretta e non farsela scappare.

Posted by Davide Bregola at 11.05.06 10:22

Comments

ciao Davide io scruto le persone e le cose cosa credi?

Posted by: claudia at 11.05.06 11:41

cito da pagina 9:
"Una volta esisteva pure un prozio vescovo di Rovigo che ha procurato lavoro a tre generazioni del parentado".
Ehm.

Posted by: carlo at 11.05.06 18:10

Carlo, sì, un prozio vescovo. Ma le 3 generazioni del parentado hanno escluso il protagonista Giovanni Costa, che infatti si arrabatta a cwercare la "verità" mentre gli altri, lavorando, non se ne sono mai occupati e l'Italia è diventata quello che è diventata (bella o brutta decidi tu) perché li avevano distratti con pa panza piena e lo stipendietto fisso.(D.B.)

Posted by: D.B. at 11.05.06 20:58