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04.05.06
Preparativi per la pubblicazione del mio primo romanzo/3
Ecco un altro protocapitolo messo esotericamente nel Blog di Blog in cui si possono leggere anche i messaggi dei lettori. Era il 21 gennaio 2004. Il tema centrale della "Verità" non mi dava requie. Ora il pezzo essoterico è qui e una sua versione definitica è confluita nel romanzo "La cultura enciclopedica dell'autodidatta" (D.B.)
Qui si possono leggere i commenti.
Cagna
di Davide Bregola
Cosa dovrebbe fare uno scrittore del ventunesimo secolo? Tradurre la realtà in finzione letteraria.
E cercare di farlo bene a tal punto da renderla più duratura e concreta della realtà che l’ha ispirata. Ecco cosa. Allora lo scrittore dovrebbe fare discorsi di verità.
Oggi Laura mi ha parlato di Bologna, del corso di francese che sta facendo e dell’esame che farà. Dice che dopo la laurea in Giurisprudenza vorrebbe andare in una delle due città che ha scelto. Le ho chiesto di dirmi quali città avrebbe scelto, tanto per sapere dove ci dovremmo vedere nei prossimi anni. Dopo tante insistenze ha detto che abiterebbe volentieri a Milano o a Torino. Una amica di Asti le ha detto che ha vissuto sia a Milano che a Torino. Ora abita a Bologna. Dice che gli affitti costano tanto sia a Bologna sia a Milano. Anche la vita in generale costa di più a Milano e a Bologna. Le ho chiesto cosa si intende per costo della vita, e Laura mi ha parlato del costo dei mezzi pubblici, dei generi alimentari al negozio, dei ristoranti e delle pizzerie. Per associazione di idee le ho fatto notare che noi da due anni a questa parte andiamo molto meno in giro a mangiare la pizza o al ristorante rispetto agli anni passati. I prezzi sono diventati proibitivi anche in zona. Mi sono accorto di dire banalità, allora mi sono messo a tacere. Dopo qualche secondo Laura mi ha parlato della cagna della sua amica che l’aveva ospitata a Bologna qualche tempo fa.
Dice che ha una cagna di dieci anni, una cagnetta di razza di taglia piccola. Questa sua amica un giorno ha preso in braccio la cagnetta e sotto al pelo della pancia ha sentito due buchi che prima non aveva mai sentito, mai notato. Il giorno dopo è andata dal veterinario che l’ha visitata e ha detto che la cagna ha un cancro alle mammelle. I due buchi se li è fatti asportandosi lei a morsi due mammelle coi tumori.
La sua amica non aveva visto nulla, né sangue né pezzi di carne, ma il veterinario ha detto che probabilmente se li è mangiati o si è morsicata fuori casa e i pezzi di mammella li ha lasciati in giro.
Siccome aveva altri tumori, il veterinario l’ha operata. Ora è guarita, ma i due crateri sotto al pelo sono rimasti. Cicatrizzati perfettamente.
Il veterinario ha detto che succede a volte che i cani si operino a morsi nei punti in cui hanno dolori o indurimenti, anomalie. Laura non ne sapeva nulla di questo, e nemmeno io. Dice che dovrà dirlo a Giulio, il pittore nostro amico, perché sicuramente nemmeno lui ne sa qualcosa.
Parlo di Giulio, perché a casa ha tanti cani e gatti, è conosciuto come un buon intenditore di piante e animali, ma quella del cancro sicuramente risulta nuova pure a lui.
Prima, quando accennavo ai discorsi di verità, non ho approfondito cosa intendessi.
Il discorso di verità appartiene a chi si avventura in una zona in cui l’opera e l’autore in carne e ossa si incrociano in modo singolare. Non sto parlando di estetismo, di vati che parlano della loro vita come opera d’arte. Intendiamoci bene; il discorso di verità ha a che fare con un termine greco: parresia, che per i greci antichi stava a significare “dire tutto”, da pan e rehma.
Con questo significato, “dire tutto” vuol dire parlare o scrivere prendendosi personalmente il rischio. Il parresiastes infatti dice qualcosa che si deve dire perché è la verità, nonostante sia contraria all’opinione della maggioranza, nonostante possa dispiacere al tiranno o persino a un dio.
Foucault diceva che “se c’è una specie di ‘prova’ della sincerità del parresiastes, essa sta nel suo coraggio”.
Il parresiastes parla da una condizione subordinata rispetto al suo interlocutore, eppure “sceglie di parlar franco invece della persuasione, la verità invece della falsità o del silenzio, il rischio di morire invece della vita e della sicurezza, la critica invece dell’adulazione, e il dovere morale invece del proprio tornaconto o dell’apatia morale” (Discorso e verità nella Grecia antica di M.Foucault).
La parola acquista così, proprio per il rischio che corre chi parla, forza di verità.
Carla Benedetti nel libro Il tradimento dei critici parlando di Pasolini come di un parresia, mi viene in aiuto quando scrive: “In altri termini parresia non è dimostrare la verità ma costruirla esercitando la critica all’interno di una relazione di potere”.
Stamattina mi sono visto con i responsabili della cooperativa che ha chiesto di organizzare gli incontri con l’autore al bar della stazione. Sono riuscito a organizzarne sei. Gli autori contattati sono un po’ cambiati rispetto all’intenzione iniziale. Ora verranno Chiara Cretella, Martino Gozzi, Giulio Mozzi, Vitaliano Trevisan, Gialcuca Di Dio, Grazia Verasani. Ho cercato autori con cui avevo già contatti da tempo. Ho cercato autori che abitassero in città limitrofe perché soldi non ce ne sono e la cooperativa coprirebbe solo il rimborso spese, vitto e alloggio. L’alloggio però lo offre Romano che a casa sua ha una cucina e una camera con letto che non usa mai. Se uno scrittore venisse da lontano starebbe come minimo due giorni e sarebbe un problema per tutti.
In questi incontri si parlerà e si leggeranno brani sul viaggio inteso nel più ampio significato possibile. Mi sembra un tema interessante, soprattutto per il luogo che ci ospita: il bar della stazione, dove quando prendi un caffè passa un merci o un treno che va a Ferrara o a Bologna sul tratto dell’Abetone-Brennero.
Paola Borgonovo qualche settimana fa mi ha scritto: «Una delle cose che ho pensato su letteratura come verità è che significa letteratura "in quanto verità", cioè nel suo aspetto “di”. Dunque si può impostare una proporzione (un po' allegorica). La letteratura sta alla verità come il gusto sta agli elementi nutritivi. Termini sottintesi, rispettivamente realtà e cibo. La realtà contiene la verità, come il cibo contiene gli elementi nutritivi. Ciò che è necessario alla vita non è la realtà in sé o il cibo in sé ma la verità e gli elementi nutrizionali. Eppure nessuno mai gode per aver mangiato dei lipidi, però è felice di spazzolarsi la nutella. E cosa dà godimento della nutella? il gusto. La letteratura è il gusto della verità che è dentro la realtà. I gusti sono tanti e non sono tutti buoni (anche l'amaro è un gusto, il rancido, l'aspro...) ma sono il primo incontro e un tramite verso cose essenziali per sopravvivere.»
Solo oggi, dopo aver meditato a lungo su quanto mi ha detto Paola Borgonovo, ho capito perché lei ha parlato di “letteratura in quanto verità”, e l’ho capito alla luce di quella definizione di letteratura che si dà a scuola e che ha ripetuto Cesare De Michelis quando ci siamo incontrati: “Quello che abbiamo imparato a scuola è che la letteratura è quella particolare forma di esercizio dell’invenzione che passa attraverso la scrittura per cercare la verità. Qualcuno dice che cerca la bellezza che é già una deriva quasi novecentesca perché prima si diceva solo la verità poi qualcuno ha confuso la verità e la bellezza ed é un effetto che a me non piace ma che in ogni caso fa parte dell’idea letteraria.”
Già il termine letteratura ha in sé, gli è congenito, il connubio con la verità. Quindi, pur restando da stabilire cosa si intende per verità, mi sono chiarito quel “in quanto”.
Laura oggi mi ha ricordato una cosa che avevo detto tempo fa e che a lei, in questo periodo così inquieta, è tornato alla mente. Le avevo detto che io, lei, e in generale tante persone che conosciamo, hanno paura di sacrificarsi per il proprio futuro. Il sacrificio che intendo io e che lei mi ha riproposto, è un misto di coraggio, senso del dovere, progettualità, incoscienza e voglia di cambiamento personale e collettivo. Tutto è nato perché io sono disoccupato. Partendo dal mio stato sociale odierno, dai miei trentadue anni e un futuro precario, siamo arrivati a lei che ha ventotto anni e non s’è ancora laureata.
Io risolverei tutta la mia situazione economica, la mia condizione di uomo sconfitto dagli eventi che torna a casa con i genitori, semplicemente accettando cosa propone, e come, il mondo del lavoro contemporaneo. In giro c’è bisogno di gente che lavora, che faccia turni, che sia nel reparto produttivo, che operi in condizioni disagiate. Se avessi senso del sacrificio andrei a fare domande di lavoro in qualche azienda o in un’agenzia interinale che nel giro di sette giorni al massimo mi procurerebbe un lavoro. Il lavoro che la maggior parte delle persone occidentali fa: lavoro dipendente in qualche reparto di produzione materiali.
Invece mi ostino. Ma mi ostino a non sacrificarmi, a non accettare la realtà, che è anche un po’ una verità.
Stessa cosa fa lei. La paura del sacrificio la porta a non rischiare nulla, a fare esami quando è sicura di passarli, a non pensarsi in prospettiva una lavoratrice. Già pensa di fare un master di due anni post-laurea. Ma lo fai perché vuoi farlo o per rimanere ancora lontano dalla vita reale? Le ho detto, ma è come se avessi parlato a me stesso.
Così oggi ha ripescato il tema del sacrificio. Dice che ora lo accetterebbe più di qualche tempo fa, mentre io invece cerco ancora di tenerlo lontano da me. Io il sacrificio sono disposto a farlo in qualcosa che mi piace. Ma lei mi ha fatto notare che quello non è sacrificio, è una sottile forma di piacere anche la fatica che si fa, l’energia che si spende, in qualcosa che ci pare bello. No, dice, il sacrificio è qualcosa che si fa contro la propria volontà, eppure si accetta di farlo. Quando sono stato in giro per l’Italia a presentare il mio libro, o a parlare di narrativa, in verità ho fatto una certa fatica. Ho dormito poco, viaggiato con il caldo o con un freddo incredibile, sono stato in luoghi precari, lontano dalle mie comodità, eppure ero stanco di una stanchezza che nulla a che fare con il scrificio ma che si avvicina al sottile piacere di cui parlavo prima. Non vorrei che anche tutto questo arrabattarmi nel cercare di fare laboratori, organizzare cose mal retribuite, sperando in una prospettiva futura migliore da un punto di vista economico e lavorativo, sia una messa in scena del mio inconscio, non vorrei che tutta questa energia che sto sprecando sia un altro modo per sfuggire al sacrificio, un altro modo per mentire a me stesso e alle persone che mi sono vicine.
Cosa pretendo io? Perché il figlio di un operaio diventato per concorsi interni un impiegato, perché il figlio di un impiegato e di una casalinga, diplomato, che è come dire vent’anni fa uno con la terza media, che ha tentato, fallendo, di intraprendere Giurisprudenza, dovrebbe o vorrebbe affrancarsi dal suo destino? Perché il figlio di un impiegato, la madre casalinga, il fratello autista di carni per macellai, vorrebbe fare qualcos’altro da quello che gli spetterebbe?
Forse è giusto rischiare di fare ciò che si vuole, in modo onesto, nel miglior modo che si riesce. Ma per quanto tempo provarlo a fare? Sono mesi che sono disoccupato, che non ho un lavoro stabile e duraturo, che sono andato a fare domande di lavoro dove c’era la possibilità di continuare a scrivere, a leggere, a fare incontri in giro…
Il Comune poteva darmi quello che cercavo: un lavoro retribuito, per venti ore settimanali. Una base da cui partire, avrebbe detto la mamma di Laura. Tutte le persone che conosco, ha detto, hanno un lavoro che gli dà una base. Perfino Sidoti ha un lavoro con stipendio, che gli permette di fare i laboratori sulla scrittura e sul gioco. Mi ha detto un giorno. (n.d.r. Franco Sidoti, semiologo)
Infatti sto aspettando, le ho detto, c’è quel posto in Comune…che però dipende dal pagamento dell’Ici di una grossa azienda installatasi in paese.
Eppure sento di essere spiritualmente appagato. Mentre sono alla ricerca della verità sento di non essere in colpa con me stesso, ma di sentire la colpa, tutta esteriore, di non essere votato al sacrificio. Io potrei anche essere un parresia, per ben che mi possa andare, ma cosa c’è di più appagante e che produce senso di vuoto interiore di chi si sente sacrificato?
Ho amici e amiche con un’intelligenza fuori dal comune. Lavorano a turni alla Dideco di Mirandola e fanno accessori biomedicali. Ho amici e amiche magari poco colti, ma hanno un intelligenza semplice, pulita, al di sopra della media, e lavorano alla Cip di Quistello a fare aspirapolveri e macchine Vaporjet per la pulizia della casa con il getto a vapore. Ho amici e amiche molto intelligenti che si sacrificano e fanno scatole di cartoni a S.Felice sul Panaro.
Laura mi ha parlato della nostra incapacità a sacrificarsi. Quando Sabrina Ragucci mi ha detto quella cosa sugli scrittori invisibili, quali siamo noi che vendiamo mille copie del nostro libro che ci ha tenuti anni nella cameretta, riassumo così ora per semplificare, ha chiarito dentro di me un concetto che avevo ben presente in un angolo della mente ma non volevo tirarlo fuori. Volevo illudermi che anche noi che scriviamo e vendiamo, quando va bene, mille copie dei nostri libri, in qualche modo potremmo avere un significato sociale che giustifica la nostra sconfitta di persone senza un particolare status preciso. Siamo persone sfumate, oltre che invisibili. Non siamo ben definiti. Eppure lottiamo, o forse ci nascondiamo delle cose, o siamo degli illusi, e continuiamo imperterriti a scrivere, a lottare giornalmente con il nostro essere, a spendere il meno possibile per avere l’opportunità di rimanere nella condizione di scrittori invisibili, che è diversa dalla condizione di “scrittori inutili” di cui ha scritto Ermanno Cavazzoni. Siamo indefiniti, per qualcuno poi, a forza di credere in ciò che fa, si aprono porte e opportunità fino a poco prima insperate. Ma se considero i miei amici turnisti, le mie amiche della Dideco, della Paper International, della Cip, all’inferno, dove mi trovo io? Dove si trova Laura? Dove si trovano tutti quelli che scrivono un libro, vendono mille copie, e magari nemmeno si sono poste il pensiero della verità?
Nell’antologia di poesia L’opera comune a cura di Giuliano Ladolfi edita dalla rivista Atelier diretta da Marco Merlin c’è Igor De Marchi che scrive poesie che mi hanno coinvolto. Da Ascesa e declino di un giovane agente di commercio ripresa e ampliata anche nel suo libro Resoconto su reddito e salute racconta in poesia l’epopea di un rappresentante. Leggo i titoli: Il padrone della ditta, La macchina, Verso Chioggia, L’ingorgo di Mestre, Della cena questa sera Otto-dodici, tredici-diciannove, Stiamo poco a casa.
“Il padrone della ditta/quand’era di buon umore/ci insegnava le cose…”
Scrive all’inizio, mentre ne La macchina scrive in versi: “Tu guarda la macchina per esempio:/la realtà se la porta avanti/in chiaro/tenuta in ostaggio dagli abbaglianti…”.
In Verso Chioggia negli ultimi tre versi scrive:”Intanto-quello di cui stai parlando-/insistevi –anche se non pare,/non è ti dico un male ammortizzabile-.
L’ingorgo di Mestre parla di un tamponamento estivo che crea un ingorgo sulla tangenziale. L’agente di commercio sente dalla radio che effettivamente c’è stato un tamponamento a catena. La conferma di ciò che pensava gli dà un leggero sollievo.
Della cena questa sera Otto-dodici, tredici-diciannove, Stiamo poco a casa parlano rispettivamente della difficoltà di arrivare a casa a cena in orario a causa di un Tir ungherese lento che non riesce a superare, degli orari di lavoro talmente scanditi che passa la voglia di prendersi cura di sé: “Dopo un po’ ti passa la voglia/di tenere in moda la giacca/e pranzare in giro, se capita…”e per ultima la trascuratezza dei sentimenti che provoca l’impegno del lavoro.
In Resoconto su reddito e salute la sezione Ascesa e declino di un giovane agente di commercio è ampliata, fino ad arrivare alle dimissioni segnate da un annuncio di lavoro su una rivista specializzata di “Offro e cerco lavoro”. A un certo punto, dopo Otto-dodici, tredici-diciannove, De Marchi scrive: “Ho sorpassato in autostrada/un camion di maiali./Qualcuno se ne stava accovacciato/dentro la sua palude./Qualcuno con il grugno fuori/dalle sbarre lasciato al vento./Qualcun altro rosicchiava le sbarre/per addomesticare l’appetito./Io non sono come loro, mi sono detto.” De Marchi parla del camion di maiali, dei maiali, quasi fossero uomini, rosicchiano, addomesticano l’appetito, come noi umani. Poi mette quel verso: Io non sono come loro, ambiguo, poco chiaro, volutamente confuso. Non si capisce se si riferisce ai camionisti che guidano o ai maiali. Io non sono come loro è una rabbiosa presa di posizione dell’agente di commercio distrutto dagli ingorghi, dai rapporti superficiali, dai fatturati, dagli orari impossibili, dai pranzi pesanti che fanno venire acidità di stomaco. E’ una realtà che conosco molto bene, quella di cui parla in versi. Anch’io sono stato in giro per anni in macchina a vendere libri alle biblioteche del ferrarese. Ma la sua poesia, così legata alla realtà, segnata dalla nevrosi della fretta, determina un senso di stanchezza, attutisce la volontà di costruire. Il senso che rimane, dopo la lettura di Ascesa e declino di un giovane agente di commercio, è di una rassegnazione non redimibile nel mondo della competitività esasperata. Mi riconosco in tutto quello che scrive, non solo per il linguaggio usato, ma anche per il contenuto dei sentimenti, delle sfumature di sentimenti che prova il rappresentante di cui racconta. Quando ero in Einaudi, seppure fossi “co.co.co” ero a tutti gli effetti un rappresentante, quello che una volta si chiamava agente di commercio. Tutto parificato, tranne il contratto, e i rimborsi spesa. La macchina era a mie spese, come pure il carburante e i pranzi fuori in bettole da pochi soldi a pasto. Non potevo “scaricare” le spese, e quindi il concetto di ammortizzamento era sempre presente, ma alla luce del guadagno che avrei fatto. Naturalmente i guadagni erano sempre negativi rispetto alle spese, se avessi dovuto conteggiare pure l’usura della macchina, la sua svalutazione, le spese dei tagliandi, il consumo degli pneumatici…sarei impazzito. Invece facevo come fanno un po’ tutti: tagliando a chilometri triplicati rispetto a quello che consigliano sui manuali dell’autovettura, sostituzione degli pneumatici solo quando il battistrada diventa liscio…e poi i chilometri fatti non si guardano mai, per non pensare a quando la macchina, con trecentomila chilometri e passa, sarà da cambiare, ma non ci saranno i soldi. Conosco bene quella realtà che De Marchi rende bene in versi, anche se io non ho mai pensato, guardando gli altri esseri umani, o anche solo i maiali: Io non sono come loro. Mai l’ho pensato. Mai, inteso come: non sarò mai così in basso come loro, o non sarò mai ai loro livelli così alti, prestigiosi. La competitività non mi appartiene per natura, nemmeno mi appartiene, perché la sento lontata, l’idea di produttività sfrenata. E forse è proprio questa inconsapevolezza competitiva, produttiva, che non mi fa prendere il coraggio del sacrificio. Non è, forse, che temendo la fatica fisica, mentale, io e Laura non siamo in trincea, ma è proprio perché produttività e competitività non mi appartengono per natura che ne rimango lontano. Non so, forse mi sto raccontando una favola, e poi a ben pensarci, anche chi scrive è, in qualche modo, in trincea. La fatica e il sacrificio li sconta in un altro modo: la mancanza cronica di soldi, la difficoltà di vivere serenamente, la ricerca spasmodica di un intreccio eterno tra vita e morte.
Simon Weil andò a lavorare alla Wolksvagen per vedere le condizioni di lavoro in questo nuovo sistema produttivo chiamato “catena di montaggio”. Ma, tolte le buone intenzioni, andò lì con la consapevolezza che per lei, donarsi al lavoro operaio per qualche tempo, rappresentava un periodo determinato che concludendosi le avrebbe dato materiale teorico da scrivere e da analizzare. Quando Volponi, Ottieri, Bernari, scrivevano e descrivevano il mondo operaio, lo facevano da intellettuali che con un atteggiamento “estetico” e in modo falsamente epico, raccontavano la vita al lavoro, descrivevano personaggi proletari da una posizione privilegiata. Mi si potrà ribattere che comunque loro avevano le capacità, la preparazione, il talento, per farsi testimoni di un mondo che se anche non gli apparteneva, era nelle loro corde in quanto intellettuali e scrittori. Secondo il mio ragionamento, direbbe qualcuno, allora solo i macellai dovrebbero raccontare di macellai, solo i nobili dovrebbero raccontare il mondo dell’aristocrazia, solo i ciclisti dovrebbero raccontare le gare ciclistiche e così via. Ma la questione di cui volevo parlare io è un’altra. Mi spiego. Se io dovessi fare come la Weil, e considerassi di andare a lavorare in una ditta che produce qualcosa e andassi finalmente a lavorare con un contratto magari interinale, e se poi va bene, con un contratto degno di questo nome, verrei assorbito a tal punto dalla condizione in cui mi troverei, che non ci sarebbe più spazio per la creatività, per la scrittura. E magari dopo qualche tempo, mesi o anni che siano, anch’io potrei essere come l’agente di commercio che dice: Io non sono come loro. Invece so già di essere come loro. Maiali o uomini che siano, e non ho bisogno di fare “sacrifici” lontani dai miei desideri per poterlo capire o per potermi allontanare in maniera fittizia a loro.
Dentro di me è come se dicessi: Io so. Che non è un imperativo di valore, è più una consapevolezza, un modo d’essere. Io so di essere così e cosà, il mio sacrificio sta nella forze di resistere nel luogo in cui mi trovo, che non so bene che luogo sia esattamente, ma da questo luogo cerco di ordire il mio piano di lavoro.
“Ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare” sembrano dire gli intellettuali di ricca famiglia che si sono messi a scrivere quasi volessero dire: noi non siamo come loro, ma se avete pazienza vi racconto. Qualcuno si scandalizzerà per questa mia analisi. Tranquilli, se andate al fondo delle cose prima o poi converrete com me. E’ che i loro libri non riescono a fare scattare dentro di me la “sospensione di credulità”, troppo presi come sono a cesellare il lessico e la sintassi. Anche se in prima persona parla un operaio, magari degli anni ’50 e ’60 del XX secolo, loro creano una lingua falsa, che non corrisponde al vero!
Allora do ragione a Marco Candida, che un giorno ha scritto: “Ieri ho parlato con un tipo che è in gambissima. Mi parlava come se fosse un critico. Sapeva tutto del mondo dell'editoria undergroud e sapeva tutto della Letteratura e degli Autori. E io parlandogli mi è venuto come di pensare che tutte le persone che gravitano attorno alla letteratura vengono dalla letteratura. Tutti gli scrittori, tutti, tutti, tutti. Ma io vengo dal Bitume! Dalla Santa Pala Gommata! Dalle Sacre Betoniere! E dal Benedetto Filler! E dalla Sacrosanta Ghiaia! Io vengo dalle Pavimentazioni Stradali! Vengo dai Pavimenti! Non so neanche che faccia abbiano io i pendii del Parnaso! Io vengo dal di Fuori! Lo volete capire?! Non lo possono capire dei Letterati! Zombie! Non lo possono capire degli Scrittori! Zombie! Salottieri! PALLE MOSCE! Siete solo simulacri di scrittori! Non avete il fegato di mettervi in gioco davvero tutti presi come siete a farvi il nome e farvi il credito! Voi siete solo Cultori della Scrittura. Non siete La Scrittura!”
Anche se il suo furore è Carmelobeniano, con retrogusto rimbaudiano, ha colto abbastanza nel segno.
Oggi mi è arrivato per posta l’ultimo numero di Nuovi argomenti, il numero 24 di ottobre-dicembre 2003. Al fondo c’è un pezzo sulla commemorazione dei cinquant’anni della rivista. Assieme al testo di Raffaele La Capria ci sono alcune foto in bianco e nero. Nel gruppo riconosco: Mario Desiati vicino a Lorenzo Pavolini. C’è una foto scattata a Dacia Maraini. Enzo Siciliano con le mani in tasca è affiancato da Flavio Santi che sembra parlargli fittamente. Arnaldo Colasanti sta parlando con un signore di spalle che non riesco a riconoscere. Su questo numero di Nuovi Argomenti si chiede a diverse figure di spicco della narrativa, della chiesa, della politica, roba su: destra/sinistra: sei domande sulla crisi italiana. Su Poesia di Dicembre apprendo da una pubblicità che Flavio Santi scrive su Il Domenicale assieme a Daniele Piccini, Marco Merlin e altri. Già lo sapevo, ho comperato qualche volta il giornale di DellUtri per capire cosa volesse dire, Il Domenicale, o cosa avesse da dire. Siccome l’ho capito, non lo acquisto più.
Laura oggi mi ha detto che una sua amica che c’è al corso di francese, vent’anni, l’ha presa un po’ come una guida. Parlando un po’ in francese per esercitarsi, le ha chiesto chi ha fatto nascere la democrazia e questa ragazza di vent’anni ha risposto convinta che l’America ha creato la democrazia e l’ha esportata in tutto il Mondo. Funziona così, a slogan che manda la televisione, che i giornali scrivono, poi a forza di insistere, le persone ci credono. Con Laura ho cercato di dire: Ma le hai parlato di un certo Voltaire? Le hai parlato di quella cosa che nessuno più ricorda e che si chiama Illuminismo? Le hai detto che se certi paesi si trovano nelle condizioni in cui si trovano è perché l’Occidente li ha sfruttati e li sfrutta disseccandoli, ma è anche vero che quei paesi di un certo tipo che qualcuno chiama terzo e quarto mondo non hanno avuto o non sono stati toccati dall’Illuminismo francese?
Questa ragazza le ha chiesto quali libri alla sua età si dovrebbero leggere. Laura molto superficialmente le ha parlato del classico Giovane Holden e la ragazza, universitaria, iscritta a Sociologia, l’ha confuso con L’amico ritrovato…
Eppure secondo me c’è da sperare, perché i contenitori vuoti, quali siamo, non possono che essere riempiti, prima o poi. Spero.
Quando Riccardo Ielmini scrive Il privilegio della vita per le Edizioni Atelier, mi parla di un padre democristiano. E quando scrive quei versi dal titolo Mio padre è uno stanco democristiano, sembra che parli a me: “Mio padre è uno stanco democristiano./E’ quel che mi resta da dire,/e non è poco, se una storia, già andata/di là, lo invoca…” e più avanti: “Anche mio padre non ha combattuto/la guerra, e a farmelo vicino/basterebbe, perché una lontana eco/gli parve il racconto del partigiano,…” e nella terza serzione: “Mio padre andava alla sezione,/ascoltava i vecchi iscritti al partito,/con lo stemma dell’azione cattolica/appuntato al bavero del paltò…”, nella quinta parte inizia: “Mio padre ha la faccia di uno di provincia,/come di tante se ne vede,/e gli somiglio.” E via via fino a chiudersi in versi dove il padre tende la mano al figlio per salvarlo. Qui non c’è il conflitto con la figura paterna, è già passato nell’adolescenza, c’è una presa di coscienza che il padre sta scontando colpe per aver creduto in qualcosa che l’ha tradito, c’è la consapevolezza di sentirsi somiglianti al padre nell’aspetto fisico, nella genia, e allo stesso tempo di essere diverso, più protratto verso il futuro, che ancorato ad un passato di certezze fittizie. In questo libro dal titolo Mio padre è uno stanco democristiano c’è anche mio padre, un uomo che pur non avendo mai abbracciato fedi politiche per convinzione, è stato per lungo tempo democristiano, legato a un partito che non sentiva nemmeno vicino per ideologia, ma per abitudine familiare, alla “religiosità” della Democrazia Cristiana. In questo c’è comunanza anche col padre di Laura, democristiano attivo, amico e coetaneo di Bruno Tabacci, che ora è al governo e che rappresenta la punta di diamante della politica economica della Casa delle Libertà. Il padre di Laura, come mio padre, sono simili al padre di Mio padre è uno stanco democristiano che ora votano per senso del dovere ma che storicamente sono tagliati fuori, almeno a livello politico. Il padre di Laura, che ora vive lontano, in Romagna, è stato consigliere nella costituzione di un grande ospedale del Destra Secchia. Ospedale politicamente voluto dalla Democrazia Cristiana provinciale. Quando l’hanno costruito era già tecnologicamente superato e ora fa bella mostra di sé in mezzo al nulla della campagna.
Ma io cosa sono? Un essere morale.
Profondamente morale, mi verrebbe da dire. Ma tutti pensano d’esserlo.
Secondo Laura il sacrificio è il contrario del desiderio. E’ una costrizione a cui ci si dedica per trarre un beneficio futuro. Ma di questo beneficio futuro, e sicuro, non ne sono convinto. C’è il rischio di sacrificarsi e non ottenere nulla in cambio.
Tornando alla questione del sacrificio, ora ho fatto un po’ più di chiarezza dentro di me. Il lavoro deve essere e contenere in sé il valore dell’iniziativa personale, deve essere una possibilità di realizzazione personale. Il senso del lavoro consiste nel cercare di trarre il meglio da esso. Se il lavoro dovesse darmi solo remunerazioni materiali in cambio del mio tempo, del mio accrescimento personale, sarebbe un lavoro che non fa per me.
A parte questo, oggi Tommi, il mio cane, è tornato a casa dopo dieci giorni che non si faceva vedere. Era smunto e affamato. E’ andato via perché quando è in amore sembra non capire più nulla, sente solo il richiamo dell’accoppiamento e lo si può incontrare in giro ma non c’è verso che ti segua. Mia madre l’ha visto arrivare e gli ha aperto subito una scatoletta di pezzi di carne. Ha detto che tremava, forse aveva freddo, ma ha divorato tutto senza nemmeno masticare. Tutta la giornata ha parlato di Tommi che tremava, che forse aveva freddo. E’ andata a vederlo in garage dove abbiamo messo una cassetta di legno, degli stracci, del cartone per tappare ogni fessura. Nulla. Tremava anche al chiuso. Nella cuccia. Allora ha pensato bene di riempire delle bottiglie di plastica con dell’acqua bollente. Le ha avvolte in vecchie maglie di lana e le ha messe nella cuccia dove ci dorme Tommi. Il cane ha smesso di tremare e da oggi le bottiglie di plastica con l’acqua bollente sono diventate un rimedio efficace contro la bassa temperatura.
A me è tornata in mente la cagna che s’è strappata i tumori dalle mammelle. Ma non ho detto nulla a mia madre. L’ho solo ricordato nella mia mente.
Giuseppe Genna nel suo intervento aparso nel libro Scrivere sul fronte occidentale parla dell’ “io” che c’è nel romanzo Fight club di Palahniuk. Questo “io” doppio che compare, in realtà è la persona con la sua coscienza che, quando si fa sentire, a un certo punto, diventa destabilizzante. Genna scrive: “Questo elemento destabilizzante (l’io doppio n.d.a.) diventa nostro fratello e fa di tutto per trasformarci in qualcosa che la donna che volevo sposare, Maura, non avrebbe mai desiderato che facessi: ci fa lasciare il lavoro, ci fa vivere senza una lira, dimostra che consumare è essere schiavi nella più immediata delle concretezze.”
Sembra che questo “io” abbia posseduto anche me.
Posted by Davide Bregola at 04.05.06 21:18