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26.05.06
La cultura enciclopedica
Tutti gli interventi dell'inchiesta sul romanzo del XXI secolo si leggono cliccando qui.
Intervista pubblicata anche su libroblog e tratta da RETROGUARDIA
Il romanzo "La cultura enciclopedica dell'autodidatta" (per gli amici: CEDA) è uscito il 25 maggio per la Sironi Editore.
Mi piacerebbe che tu raccontassi il tuo primo romanzo in modo diretto. Chi è Giovanni Costa? Lo conosciamo? Ti va di presentarcelo?
Giovanni Costa (il protagonista del romanzo, n.d.r) è il tentativo di rappresentare un "personaggio" nuovo, del secolo appena iniziato. Ho cercato di costruirlo come se fosse una tipologia di uomo che racchiude in sé la tipologia di uomini, nella loro vera essenza, di questa contemporaneità. E' pronipote di Emilio, nipotino di Zeno Cosini i cui zii sono Bouvard&Pecuchet. Miscuglio di riferimenti culturali "illuministi" e "bassezza" del mondo reale. Il tutto raccontato in prima persona, nella maniera più semplice possibile. Perché questo? Perché la forma è un retaggio del passato. La forma affascina quando non si ha più la forza di capire cosa sia la forza e di estrapolarla da se stessa. Chi non ha forza di scrittura getta tutta la sua cupidigia nella forma. Io invece ho scommesso tutto sulla "forza". Mi sono allontanato dal "formalismo" e ho cercato spazi tra le pieghe della neuroscienza, del cognitivismo. Ma ho fatto un’opera in levare. Troverai una prosa "soggetto-predicato-complemento oggetto" e l'enciclopedismo di riferimento è molto più vicino all'idea wiky che non quella di cui tutti serbano memoria. La cultura enciclopedica dell'autodidatta è un tentativo di scrivere l'opera narrativa come se fosse un "palinsesto". Si vedono e si riescono a leggere tracce del passato. Ma il testo è lì. Nuovo di zecca. Ai critici chiedo di definire cosa è "forza" perché la "forma" è già stata codificata.
Per un anno sei stato inquilino della palazzina Vibrisse. Dal tuo appartamento hai invitato scrittori, critici e lettori ad immaginare o definire il romanzo del ventunesimo secolo. Molti hanno accettato il tuo invito, altri si sono risparmiati. In concomitanza dell’uscita del romanzo CEDA, pubblicherai tutti- o in parte- gli interventi in formato pdf? Che cosa intendi con paralipomeni?
Ti posso dire che il pdf sarà qualcosa che in parte risponde e in parte medita sul romanzo del xxi secolo. Per cui l'inchiesta rimane l'inchiesta, poi ci saranno invece i paralipomeni. Sorta di saggi in cui ci sono idee e pezzi di un libro uscito (i paralipomeni per definizione sono degli scritti su un altro scritto). Lì dentro ai paralipomeni (il titolo esatto: Il grande romanzo italiano del XXI secolo) ci saranno alcuni pezzi o anche testi completi di interventi fatti da scrittori. Quello sarà il pdf file sharing scaricabile dal 25 maggio su www.sironieditore.it. Si darà spazio ed evidenza anche all'inchiesta compiuta. Entrambi questi progetti viaggeranno in parallelo col romanzo CEDA.
Allora che rapporto c’è tra il CEDA e "Il grande romanzo italiano del ventunesimo secolo"?
L'attinenza tra CEDA e i paralipomeni è questa: la condivisione. Siamo nel secolo della condivisione di file, di saggi, di letteratura, di immagini. I paralipomeni sono scaturiti per contatti diretti. Giovanni Costa chiede che tutte le menti siano messe in "serie" per fare un grande, mastodontico cervellone ideale per migliorare la nostra specie e il Mondo. Io, dal momento che il blog e la mia collaborazione esoterica in rete cesserà, inizierò la fase essoterica. Andrò in giro per l'Italia a presentare il libro e a discutere dei temi che mi premono come la Verità e altri Valori dimenticati dall'uomo. Ma lo farò cercando la "condivisione", appunto. Cercherò di essere solo un tramite. Chi ha il privilegio di andare in mezzo agli altri non si deve arrogare il diritto di monologare, ma di agire nel territorio per ambire a fare "il bene" per la società dell'epoca in cui vive. Lascio gli egocentrismi ad altri. Io voglio agire nel territorio. E portare a casa la speranza di un futuro. Si può fare tutto questo con un romanzo? Si potrà fare con la letteratura che per chiunque rappresenta un mezzo debole? Non lo so. Non ho risposta.
Hai accennato alla tua esperienza nella palazzina Vibrisse. Che idea ti sei fatto del mezzo internet e, nello specifico, del mondo dei blog?
L'esperienza di blog e di internet l'ho accettata proprio perché partiva da un progetto che mi avrebbe portato a definire alcune cose come quelle approfondite: scrittura alloglotta, idee sul romanzo. Mi piace pensare che ho usato un mezzo contemporaneo per arrivare prima e direttamente a ciò che mi ero proposto. I blog e i siti però mi interessano fino a un certo punto. Ho notato che ha più seguito chi sbraita di più e chi fa polemica o accusa. Dove ci sono nomi e cognomi (ad esempio in qualche pezzo postato) in cui si parla male di qualcuno o di qualcosa, si vede chiaramente la maggior affluenza e la maggior partecipazione. Per chi vuole fare un discorso più argomentato e un vero dibattito per definire un discorso (almeno uno), il mezzo indicato non è ancora frequentato da persone sufficientemente affrancate dalla idea analogica dello scontro. Comunque se vuoi sapere un parere: il mezzo del blog o del lit-blog è già vetusto. A mio avviso c'è un nuovo modo di incontro e di dialogo: l'agorà reale. La realtà e l'incontro diretto sono il mezzo più innovativo e rivoluzionario lasciatoci in dote dal passato.
Posted by Davide Bregola at 10:17 | Comments (13)
25.05.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #67
Leonado Pelo di NoRelpy interviene nell'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo.
Di Leonardo Pelo
www.labibliotecaingiardino.it
Rispondo in maniera emotiva, non razionale, convinto che alla fine di ogni decisione ci sia un sentimento: il mio primo impulso è rigettare il termine romanzo. In epoca post post-moderna, ormai, mi sembra fuori luogo. Basta sostituirlo con narrativa o - addirittura - letteratura e la questione non solo non perde senso, ma si amplifica.
Penso, per aiutarmi a ragionare, alle mie ultime due letture: Giuseppe Genna (Dies irae) e Aldo Nove (Mi chiamo Roberta…). Li ho divorati. Mi sono commosso. Situazioni e riflessioni mi sono entrate in circolo.
Il primo è decisamente un romanzo, l’altro formalmente no. In teoria, ma in pratica? Anche se usa lo strumento dell'intervista, Aldo Nove riesce a raccontare un'unica “storia”. Entrambi scuotono il lettore, nel profondo.
Esattamente come in questo momento, mentre scrivo, sta facendo la canzone Dentro una Scatola di MondoMarcio, le sue rime fanno pensare, hanno una urgenza comunicativa.
A prescindere dal romanzo, la parola è viva e in continua evoluzione.
La strada tracciata per il presente e il futuro la si sente, a questo punto è superfluo spiegarla.
Una parola che ascolta il suo pubblico, che muta senza perdere in profondità. Una parola capace di essere ascoltata, di raccontare il mondo, di fotografare la realtà e dare spunti per pensare.
Capace, ancora, di emozionare.
Il fine dell’arte.
dal 30 maggio al 20 luglio 2006 torna
La Biblioteca in Giardino
letteratura, reading e set acustici: incontri d’autore nei giardini delle biblioteche milanesi
Autorevoli penne italiane e internazionali, mostri sacri della musica e personaggi dello spettacolo di grande presa sul pubblico: per il 2006, La Biblioteca in Giardino, tradizionale rassegna culturale estiva promossa dal Comune di Milano, propone un programma particolarmente ricco di sorprese. Dal 30 maggio al 20 luglio, nei più bei giardini delle biblioteche milanesi si accenderanno i dibattiti dedicati alla situazione della letteratura, animati dai suoi stessi artefici e moderati da prestigiose firme giornalistiche.
A inaugurare la rassegna, il 30 maggio alla Biblioteca Sormani, saranno due grandi scrittori d'Oltreoceano: il maestro del genere horror Jonathan Carroll e l'acclamato Dennis Cooper. Gli appuntamenti seguenti prevedono incontri con autori poliedrici del calibro di Vincenzo Cerami, Federico Moccia, Carlo Lucarelli e Paco Ignacio Taibo II.
Ai talenti consolidati di Piero Colaprico, Gianni Biondillo, Giuseppe Genna e Raul Montanari si affiancheranno le voci più giovani di Giorgio Falco e Luca Ragagnin. Il 24 giugno, inoltre, in occasione della Notte bianca, il cabarettista Alberto Patrucco, reduce dal successo di Zelig, proporrà una sua personalissima interpretazione dell'opera di Leopardi.
Sul versante musicale, la rassegna ospiterà, nella loro duplice veste di scrittori e cantautori, Stefano Cisco Bellotti, ex leader dei Modena City Ramblers, e il leggendario Elliott Murphy accanto a CinemaVolta e Petrol nuovo supergruppo della scena torinese.
In parallelo proseguirà l'apprezzata sezione consacrata ai lettori del futuro, i bambini dai tre ai dieci anni:
Bibliolandia, con i suoi undici appuntamenti dedicati alla scoperta dei libri attraverso il gioco, i laboratori e le letture animate, si terrà dal 24 giugno al 19 luglio.
La Biblioteca In Giardino è curata dal Comune di Milano Settore Biblioteche e dalla casa editrice No Reply, che si distingue nel panorama di produzione e diffusione culturale per le originali e interessanti proposte: dai cidilibri agli eventi, con il fine di coinvolgere il pubblico nella fruizione artistica.
Info:
direzione e organizzazione artistica Leonardo Pelo
in collaborazione con Alessandro Bertante
si ringraziano Vola Gratis, Fnac e Radio 24
Posted by Davide Bregola at 21:14 | Comments (1)
20.05.06
Il Grande Romanzo Italiano del XXI secolo
Intervista di Francesco Sasso su CEDA e saggio:
[...] Giovanni Costa (il protagonista del romanzo, n.d.r) è il tentativo di rappresentare un "personaggio" nuovo, del secolo appena iniziato. Ho cercato di costruirlo come se fosse una tipologia di uomo che racchiude in sé la tipologia di uomini, nella loro vera essenza, di questa contemporaneità. E' pronipote di Emilio, nipotino di Zeno Cosini i cui zii sono Bouvard&Pecuchet. Miscuglio di riferimenti culturali "illuministi" e "bassezza" del mondo reale. Il tutto raccontato in prima persona, nella maniera più semplice possibile. Perché questo? Perché la forma è un retaggio del passato. La forma affascina quando non si ha più la forza di capire cosa sia la forza e di estrapolarla da se stessa. Chi non ha forza di scrittura getta tutta la sua cupidigia nella forma. Io invece ho scommesso tutto sulla "forza". Mi sono allontanato dal "formalismo" e ho cercato spazi tra le pieghe della neuroscienza, del cognitivismo. Ma ho fatto un’opera in levare. Troverai una prosa "soggetto-predicato-complemento oggetto" e l'enciclopedismo di riferimento è molto più vicino all'idea wiky che non quella di cui tutti serbano memoria. La cultura enciclopedica dell'autodidatta è un tentativo di scrivere l'opera narrativa come se fosse un "palinsesto". Si vedono e si riescono a leggere tracce del passato. Ma il testo è lì. Nuovo di zecca. Ai critici chiedo di definire cosa è "forza" perché la "forma" è già stata codificata.[...]
LEGGI IL SEGUITO SU RETROGUARDIA
Il 25 Maggio, all'uscita del romanzo potrà essere scaricato file sharing su www.sironieditore.it su www.vibrissebollettino.net e nel mio blog "Il Grande Romanzo Italiano del XXI Secolo". Si tratta di paralipòmeni le cui tematiche sono riconducibili a narrativa, letteratura, poetica, saggistica. All'interno sono confluiti anche diversi interventi dell'inchiesta sul romanzo del XXI secolo. Ecco un "pezzo" di Francesco Dimitri.
“Perché il romanzo italiano del XXI secolo parta serve un rogo in cui qualcosa di vecchio venga bruciato tra fiamme e canti e danze ubriache, e qualcosa di nuovo e ancestrale al tempo stesso sorga all’alba. La parola d’ordine è: divertimento. Divertimento come divergere, allontanarsi da quell’alveare ideologico che ci ostiniamo a definire «Realtà», per andare a visitare e abitare mondi nuovi, non necessariamente allegri, ma almeno intriganti.
Ho la sensazione che la maggior parte degli autori italiani cerchino di scrivere libri intelligenti. Vogliono mandare messaggi. Per come la vedo io, se vuoi mandare un messaggio esistono mezzi più adatti di un romanzo: l’email e il telefono, per esempio. O i pamphlet e i saggi. Un buon romanzo non «manda messaggi». Costruisce mondi, ti colpisce in pancia e in testa come una scarica concentrata di LSD. Basta con le tirate politiche e le pseudosottigliezze di destra, sinistra e sghimbescio, basta con la letteratura da secchioni.” (Francesco Dimitri)
Posted by Davide Bregola at 16:23 | Comments (3)
19.05.06
Recensione CEDA
[...]Giovanni Costa e’ un tipo che sta simpatico per forza. Giovanni Costa e’ figlio di gente per bene, di gente di campagna, operai, gente che lavora. Giovanni Costa e’ un antifighetto; talmente antifighetto che sta con una ragazza che ha la tigna – e ci ride sopra.
Giovanni Costa sa un sacco di cose, ma le cose che sa non gli bastano. Gli manca la verità. Così continua ad interrogarsi, ad interrogare le persone che gli stanno attorno e le loro storie, ma soprattutto continua ad interrogare le tante cose che sa: concetti nozioni e bibliografie. Tutte cose che Giovanni Costa rispetta, utilizza e cede al lettore.[...]
Leggi il séguito su Booksblog.
Posted by Davide Bregola at 00:29 | Comments (1)
18.05.06
Inchiesta
Tutti i sessantasette interventi di scrittori, critici, lettori inerenti il romanzo del XXI secolo si possono leggere cliccando qui.
Io li ho stampati e vengono circa 100 pagine.
In particolare vorrei riproporre:
Nicola Lagioia
Umberto Rossi
Girolamo de Michele
Beniamino Sidoti
Posted by Davide Bregola at 12:27 | Comments (1)
17.05.06
Paralipomeni (leggi qui cosa sono i paralipomeni)
Di Davide Bregola
[...]Il romanzo a una dimensione, come l’uomo di Marcuse è un residuo del passato. Oggi nulla è più programmabile, è il principio della casualità che regola le nostre esistenze, e la prosa, la poesia, la letteratura o ciò che io chiamo per convenienza e in modo improprio “romanzo” devono dare atto di questo cambiamento in corso.
Gli ultimi due decenni del Ventesimo secolo sono stati il regno della certezza, della prevedibilità, del calcolo. Il fordismo si rimaterializzava nel toyotismo: nelle fabbriche giapponesi il ciclo del montaggio veniva stressato nei punti critici, per mettere in tensione il sistema e trovare soluzioni in grado di incrementare la produttività. Il Truman Show e la sua programmazione totale era un modello incombente di struttura narrativa praticabile. Sta cambiando tutto.[...]
Posted by Davide Bregola at 22:35 | Comments (5)
16.05.06
Il Grande Romanzo Italiano del XXI secolo
Dal 25 maggio sarà possibile scaricare gratuitamente il mio saggio-paralipomeni intitolato "Il grande romanzo italiano del XXI secolo".Sarà in .pdf e in .rtf, così tutti i lettori che vorranno leggerlo per intero potranno farlo anche senza avere il software Adobe Acrobat.
Cosa ci sarà nello "scritto"? Oltre ad alcune tra le più suggestive lettere speditemi da critici, scrittori, lettori, ci saranno alcune mie considerazioni sulla scrittura e sui romanzi, compreso il mio.
Di seguito riporto un pezzo del saggio.
Di Davide Bregola
L’organizzazione sociale oggi non esiste più, l’aggregato sociale sembra piuttosto una somma di individualismi, in cui ogni soggetto agisce da solo come membro preterintenzionale della folla solitaria.
L’atteggiamento quotidiano di ognuno di noi è “guardingo”. Stiamo attenti a camminare per strada guardando intorno a chi si incontra e a che cosa succede di momento in momento. In questo scenario in cui non ci sono né generazioni né movimenti, e nel quale i complessi di norme si destrutturato, Zygmunt Barman ha parlato di una società “adiaforica”, che sconnette le scelte dall’etica riducendole a questioni tecniche, e resta indifferente davanti alle gerarchie di valore, anzi le tratta come una dimensione prossima allo zero.
La funzione random ossia la fornitura casuale di sensazioni completa il processo e azzera anche il dilemma tecnico. Rassicura, sorprende, conferma e gratifica.
L’intreccio della prosa dovrà essere ridotto al minimo, sarà più che altro una fabula sequenziale e il lettore dovrà metterla in ordine. E’ come se il software fosse ridotto al minimo e la sequenza della narrazione non permette di intervenire fisicamente ma solo mentalmente.
C’è solo un fluire assimilabile alla modernità liquida in cui c’è la libertà di trattare l’intera vita come un unico protratto tripudio di acquisto, con brevi gratificazioni ad ogni piccola spesa e a ogni esperienza.
Posted by Davide Bregola at 21:43 | Comments (0)
14.05.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #67/1
Alcide Pierantozzi presenta la prima di due versioni della sua idea sul romanzo nel XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova qui.
Tutti gli interventi di scrittori, critici, lettori si trovano qui.
Qui l'intervista shockante a Alcide Pierantozzi.
ROMANZO POP(PER)

Di Alcide Pierantozzi
Il romanzo del XXI secolo puzza di Popper e ha la stessa faccia di Vladimir Luxuria. Insomma è una cosa che dovrebbe distendere i muscoli, soprattutto quelli del cervello. Soprattutto quelli del cervello di Roberto Cotroneo, tanto per fare un esempio.
Con la faccia di Vladimir Luxuria perché è un ibrido disarmonico, questo nuovo romanzo evoluto: un mosaico misto e perfetto, cioè una cosa che dev’essere un po’ di tutto ma che abbia negli occhi tutto l’aroma della salvezza. Tutta la salvezza di cui abbiamo bisogno.
Scrivere elegante, dovremmo. Ad esempio come faceva Manzoni. Così il nemico a cui ci rivolgiamo, ragazzi, dice: “Ammazza, qui ci attacca una persona importante!”
Quindi la prima regola del romanzo del XXI secolo è: scrittura colta, alta, didascalica, tentativo di descrizione vera del mondo, critica feroce verso le teorie contemporanee, una roba pronta a individuare i punti deboli di ogni congettura logica e clericale, capace di individuarne la fallibilità. Una lingua che non c’entri niente con quella che c’era in Italia e nel mondo fino a ieri. Una lingua che freghi il nemico.
Dunque la prima caratteristica è che questo romanzo è scritto da scrittori veri e non più dalla vacca (o dal giornalista) che passa, tanto per fare un esempio.
Tipo il romanzo del XXI secolo è una cosa che non c’entra niente col modo in cui sto scrivendo ‘sto pezzo. ‘Sto pezzo è così perché scrivo veloce, non è un progetto. Bregola mi ha chiesto di scrivere un pezzo entro lunedì. Ieri sera ero al Billy e non potevo scriverlo, dunque lo scrivo adesso un po’ ai matti, come si dice dalle parti mie. Un po’ impopperito per altri cazzi.
Un’altra regola quindi è avere un PROGETTO, scrivere per fare Letteratura, per parlare dell’incertezza – tutta l’incertezza – della natura umana, senza porsi censure, senza temere l’abisso che inghiotte le strade, i palazzi, i tralicci delle vostre belle città.
Il romanzo del XXI secolo è un ibrido tra "Profondo rosso" e "I Ponti di Madison County" nei contenuti e un miscuglio tra lo "Zibaldone" e una Summa qualsiasi nella forma. Si oppone allo storicismo, alla Storia, non vuole trascendere l’individuale, è privo di digressioni massimaliste e sa raccontare una busta di plastica che svolazza, come in American Beauty. E si legge tutto d’un fiato. E ritorna alla scrittura la prerogativa della sua esclusività.
Caspita, c’è così tanta bellezza nel mondo che il mio cuore non riesce a sopportarla. Non è così? Ricapitolando, questo romanzo scientifico del XXI secolo adotta la pratica di interventi limitati e parziali, vuole risolvere i singoli problemi, vuole recuperare il mito perché crede nel valore ontologico della metafora: cioè io, come scrittore, come vita singola, mi esprimo solo attraverso la metafora e tutto il resto è recupero filosofico, invettiva pasoliniana, nuovo perfetto paradigma. Le allegorie, Dante docet, spaventano il lettore, ogni lettore.
Il romanzo del XXI secolo deve farci paura di brutto, deve salvarci la vita di brutto. Non possiamo più stare male. Non possiamo più crogiolarci nel dolore. C’è troppa bellezza nel mondo.
Allora… abbasso le censure. Allora abbasso le sperimentazioni fini a se stesse.
Allora abbasso tutto ciò che non è vuoto, tutto quello che non è infinito. Tutto quello che, nonostante tutto questo, non arriva al popolo.
Il talento fa paura. Il talento inquieta, ancora, persino in un tempo impassibile come il nostro. Soprattutto quando è giovane, e si presenta a noi con furia inaudita. La furia simbolica, sessuale, filosofica, omicida di questo libro, di questo racconto struggente e infernale.
Taiwo e Kehinde sono gemelli siamesi. Il loro corpo dotato di due busti e di un solo paio di gambe ha la forma di una ipsilon, come la lingua di un serpente, ma lavorando come inservienti dietro il banco di un locale di incontri sessuali pochi conoscono la loro natura, la verità della loro carne. È solo la prima di una serie di immagini fulminanti, di una successione di pagine fosche e splendenti che alternano ossessioni, torture, gironi danteschi, filosofia, sangue, suggestioni horror, riferimenti pasoliniani, passaggi efferati e altri pieni di una grazia purissima, quasi infantile.
Questo è un libro che disturba, e al tempo stesso abbraccia e consola. Questo è un libro che qualcuno chiamerà maledetto, ma che io chiamerei nel modo contrario. Un libro benedetto dalla spada del talento, dalla luce sacra della letteratura.
(Marco Mancassola - risvolto di copertina di 'Uno in-diviso' di Alcide Pierantozzi, pubblicato nel maggio 2006 da Hacca editore)
Posted by Davide Bregola at 22:23 | Comments (13)
13.05.06
Inchiesta

di Davide Bregola
L'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo ospiterà l'ultimo intervento a breve. Nel frattempo chi volesse rivederli, stamparli o leggerli tutti può cliccare qui.
Quando uscirà il romanzo "La cultura enciclopedica dell'autodidatta" il 25 maggio, sul blog, in Vibrisse e sul sito di Sironi Editore sarà possibile scaricare il testo impaginato in .pdf di un mio paralipòmeni dal titolo "Il grande romanzo italiano del XXI secolo".
Cosa conterrà? oltre ad alcuni interventi di scrittori, critici, lettori, già pubblicati in parte nel blog, ci saranno anche considerazioni personali sulla narrativa e i libri pubblicati in questi primi anni del nuovo millennio. "Il grande romanzo italiano del XXI secolo" sarà file sharing e sarà riconducibile al saggio narrativo. In questo testo si parlerà di scrittori, critici, romanzi, saggi. Nello scriverlo avevo in mente che la generazione degli scrittori nati negli anni settanta cui appartengo non hanno ancora prodotto nulla di riconducibile a "Cos'é questo fracasso" di Tiziano Scarpa o "Parole private dette in pubblico" di Giulio Mozzi o "Lo Sbrego" di Antonio Moresco oppure a "Istruzioni per l'uso del lupo" di Emanuiele Trevi. Oltre ad aver fatto i conti anche con i loro testi ho tentato di indicare una mia personale via alla scrittura andando a scomodare scienziati quali ad esempio Feyerabend e il suo testo fondamentale "Contro il metodo" ma anche i testi apocalittici di Pasolini, Elsa Morante, Fortys de Heromymis contestualizzandoli all'oggi. Il mio desiderio è di continuare il dialogo iniziato con l'inchiesta partendo anche da "Il grande romanzo italiano del XXI secolo" per sviluppare un'idea di testo nell'epoca in cui "media" all'apparenza molto più seduttivi e popolari lavorano nello stesso ambito che credo sia quello dell'immaginazione e dell'arte.
Posted by Davide Bregola at 16:43 | Comments (4)
12.05.06
Vertigine
Dal blog Vertigine di Rossano Astremo

Giovanni Costa è un autodidatta genialoide con una famiglia modesta alle spalle: suo padre è un pensionato Enel già operaio negli anni Settanta, impiegato negli Ottanta e caporeparto nei Novanta; sua madre è casalinga; il fratello è camionista; lui, Giovanni, è il primo che ha studiato. A scuola era un fenomeno, poi è scoppiato: ha mollato Legge dopo due anni e pazienza per i sedici esami già superati brillantemente. S’è ritrovato a vendere libri porta a porta: salvo poi riuscire a pubblicare, ma senza che questo gli cambi la vita, il suo primo e unico libro.Giovanni vive in un paese del profondo Nord: ha una ragazza, qualche amico distratto, avventure di scarsa importanza, è sottoccupato e sbarca il lunario con lavori precari. Mentre dedica sempre più tempo a letture impegnative e trasognate riflessioni, si trova ad affrontare le difficoltà di tutti i giorni: il padre che si ammala, i soldi che scarseggiano. Ma in mezzo a tutto ciò è assorbito dal compito più alto che si è dato: interrogarsi sulla verità. Novello enciclopedista, si dedica alle questioni fondamentali della vita, del sapere, della cultura a cui nessuno dà più importanza; come un Don Chisciotte dei nostri giorni, si scaglia senza esito contro i mulini a vento della mediocrità a cui la vita sembra volerlo condannare.Sotto gli occhi del lettore si compone così uno zibaldone di cronaca, diario e appassionata ricerca intellettuale: Giovanni prende appunti per il suo “Grande romanzo sulla verità” ma non riesce a comprendersi con sua madre; raccoglie notizie di attualità, compila l’elenco degli italiani di successo di oggi e di domani, ma non riceve nemmeno una risposta alla pioggia di curricula che ha spedito in tutta Italia per trovare lavoro.
Operetta morale, commedia, dramma sono gli ingredienti di questa autofiction con la quale Davide Bregola – già stimato dalla critica per il suo esordio narrativo di Racconti felici – si inventa un genere tutto nuovo, tra l’autobiografia e la fiction.
Anche su www.sironieditore.it
Posted by Davide Bregola at 11:26 | Comments (0)
Rassegna preventiva della fiera (ragioni per disertarla)
Questo articolo è stato pubblicato su Il Riformista di Venerdi 5 maggio '06 con il titolo "Rassegna preventiva della fiera (ragioni per disertarla". Lo ripropongo per chi l'avesse perso quel giorno.
L’unico modo per difendersi dalla Fiera del Libro di Torino è quello di non andarci. Per una serie di ragioni tutte nobilissime, a cominciare dal fatto che è come una fiera del bestiame solo che è dedicata al libro, ma il bestiame non manca. In ogni caso, o miei lettori, sappiate che ci sono delle costanti, quindi ritagliate e conservate questa piccola fenomenologia portatile sia che abbiate intenzione di andarci sia che vogliate fingere di esserci stati.
Gli addetti ai lavori se ne lamentano tutti, chiunque dice che non ci andrà, che ci farà solo una puntatina nel giorno di punta, che ormai non è più il Salone d’una volta, che di anno in anno si è degradato, e poi li ritrovi tutti lì come se ci fossero finiti col pilota automatico. I grandi editori ci sono come ci sarebbero in un supermercato, nella loro tracotanza architettonica e niente più, benché a qualcuno, ogni tanto, sia apparso Gian Arturo Ferrari, ma sono leggende come quelli che vedono gli ufo e la madonna. I piccoli editori, si sa, al Salone non possono non andare, e è la dannazione di un anno di riunioni redazionali per decidere se acquistare o meno un modulo in più di spazio, non perché gliene freghi qualcosa, ma per far vedere agli altri che si è cresciuti. Per un piccolo editore Torino è un inferno in cui, come in qualsiasi inferno terrestre degno di rispetto, si chiacchiera, si sussurra, si mormora su chi ce l’ha più grosso. Il piccolo editore si dà arie spavalde, dà a vedere che le dimensioni del suo stand sono una scelta, ma dentro si rode, pensa il prossimo anno glielo faccio vedere io, a quello, pensa di chiunque come Di Pietro di Berlusconi ai bei tempi: io a quello lo sfascio. Chi fa veramente rabbia sono quelli di minimum fax: una tribù di formichine felici, si montano da soli uno stand della madonna e poi fanno l’happy hour, l’happy our, l’happy night, l’happy few, l’happy day. Sì, sono così felici, quelli di minimum fax, che ti viene voglia di dargli fuoco o di avvelenargli la birra, di vederli come in Happy Days ma di Samuel Beckett, interrati fino alla testa. La sera ci sono le festicciole, gli smandrappati quadrupedanti vanno a minimum fax, i pastrufaziani borghesi all’Einaudi, gli jüngheriani snob già alle sei di sabato sono in giro a noleggiarsi un tight per l’Adelphi.
Se vedete un uomo di mezza età vestito da manager con i capelli neri e il ciuffo sgarbiano che si dà le arie è Fazi Editore, uguale ma senza ciuffo e con più soldi è Cairo Editore. Se vi intimidiscono entrambi e cercate la versione underground dei due c’è il fantascientifico Sergio Fanucci, il più smargiasso, il più postumano, il più serenamente a suo agio, mette la musica a tutto volume, offre da bere, fuma un sigaro gigante sbattendosene delle guardie, invita pure la vecchietta dello stand accanto a farsi un bicchierino, lui è il vero mercante in fiera che non si fa mancare nulla, e per favore non rompetegli il Dick.
Non confidate sulla segnaletica e le varie mappine sparse, sono fatte apposta per farvi girare invano e, tra padiglioni e confuse coordinate da battaglia navale, capiterete sempre davanti al mausoleo funebre di Aragno che pare una lussuosa agenzia viaggi per aspiranti suicidi: se cattolici fatevi il segno della croce, chiedevi se esiste un uomo Aragno e scivolate via. Per orientarvi nel caos tenete a mente, piuttosto, le tre sale della morte: la Sala Gialla, la Sala rossa, la Sala Blu, con davanti capannelli di visitatori moribondi stravaccati su enormi puff come turisti senza meta e senza speranza, con in mano il sacchetto dove hanno comprato lo stesso best seller che avrebbero trovato sotto casa, e allo stesso prezzo, e nell’altra la coca e l’hot dog che ti vendono agli appositi chioschetti dopo aver fatto mezz’ora di fila. (Qui si apre un ulteriore mistero, perché se è difficile comprendere la via crucis degli addetti ai lavori per salire sul golgota dell’io c’ero, impossibile comprendere i visitatori, da dove vengono, cosa fanno, perché si sottopongono a questa tortura del corpo e della mente. Devono essere, ciascuno opportunamente accoppiato, come la coppia Alberto Sordi e Anna Longhi in Dove vai in vacanza?, con lei che dice “a Giacì, me porti a vede er salone?”, devono essere gli stessi che riempiono le librerie Ikea di libri Ikea comprati in edicola). Se volete fumare, o emettere flatulenze all’aria aperta, e non siete Fanucci, uscite fuori dai lati, sotto il sole troverete altri disperati come voi fuori dagli hangar di un’aeroporto senza aerei. Nelle Sale colorate si fanno le conferenze e le presentazioni più noiose (per questo le hanno colorate, per farti credere sia una figata entrarci) alle quali o arrivi troppo tardi e esci subito, e non capisci neppure di cosa stanno parlando, o arrivi in orario e esci subito perché capisci di cosa stanno parlando. Se vedete un signore pelato vestito di nero simile a un prete ma con la gestualità zen è Alberto Castelvecchi, mentre lo stesso ma più piazzato, più colorato e spiccicato a Mussolini è Alberto Gaffi Editore in Roma. Se vedete una dark che impartisce istericamente ordini al telefonino è Elisabetta Sgarbi. Se vagolando non trovate Pinketts cercatelo, Pinketts c’è sempre, con il sigaro in bocca, leggermente sbronzo, che si trascina in giro per farsi vedere. Se volete essere caritatevoli salutatelo, o fate vedere di averlo riconosciuto. Questa è l’unica opera pia che potete fare a uno che la Fiera delle Vanità l’ha presa sul serio.
Posted by Davide Bregola at 00:03 | Comments (6)
11.05.06
Preparativi per la pubblicazione del mio primo romanzo/4
La copertina del libro è pronta. Anche il libro è pronto. Il 25 maggio sarà nelle librerie. Qualcuno l'ha già preso alla Fiera del Libro di Torino e l'ha letto.
Su Sironi Editore ci sono altre notizie.

Di Demetrio Paolin
Sto pensando a cosa scriverti del tuo libro e mi viene da scriverti questa cosa.
Ti chiedi cosa sia la verità, dici proprio ad ognuno di noi: "Entriamoci dentro".
Paradossalmente il tuo libro non arriva a dire cosa Giovanni Costa pensa della verità, se stiamo alla lettera, al discorso scritto.
Ma io penso che la verità sia un "fare".
Cerco di spiegarmi per come posso, e per come so. Se tu prendi la bibbia e chiedi a qualche prete o anche ad un rabbino dove ci sta scritta la verità in quelle mille e mille parole, lui ti dirà più o meno che la verità è nel libro, anzi che la verità è il libro stesso. La verità è nel fatto che il libro sia stato scritto.
Non conta che le pagine dentro raccontino fatti che non sempre si accordano tra di loro, che ci siano errori, omissioni e mancanze. Il fatto che il libro sia stato scritto è un 'fatto' di verità.
Primo Levi quando parla del problema del male, che secondo me è strettamente legato a questo della verità, dice che esiste un etica del fare e racconta una storia. Nel lager lui aveva conosciuto un muratore piemontese, che era stato trasportato lì per lavoro coatto, quest'uomo doveva costruire muri di difesa per i tedeschi.
Ora, dice Levi, tutti pensano che il tipo, che odiava i tedeschi, avesse deciso di boicottare i muri facendoli in malo modo. Invece no, quest'uomo tirava su i muri diritti e perfetti, perché lui era uno che amava fare bene il suo lavoro e che i tedeschi, diceva il muratore, avrebbero vinto se lui si fosse messo a fare muri storti.
Mi sembra che in quest'altra parabola, altrettanto strampalata come la tua (sabato alla presentazione per la Fiera di Torino ho raccontato una piccola storia rispondendo alla domanda "Cosa è Verità?"), ci sia la verità che io e te, e altri come noi, vanno cercando, perché svuota la verità, la libera, di tutto quello strato filosofico e religioso che il termine ha assunto su di sé.
La scelta di "abbassamento" (la kenosi) di Giovanni è simile a quella di questo muratore piemontese: la verità è fare bene ciò che si sa fare.
Ti mando il mio racconto "Approssimazioni" che in qualche modo è in tema con il discorso.
APPROSSIMAZIONI
ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
- Un biglietto per Torino Porta Nuova
- 3.50
- Tenga
- Grazie. Buongiorno
- A lei
Per Demetrio questo è un inizio di giornata diverso. Lui di solito non compra il biglietto per andare a Torino, perché a Torino ci vive da più di quattro anni. Vive da solo nel suo piccolo appartamento di 50 metri quadri, in un quartiere tranquillo, Santa Rita, dove è esorbitante, rispetto alla media cittadina, solo il numero di parrucchiere per signora. Fu questa una delle prime cose che lo colpì, quando con sua madre, suo padre e sua sorella, andò a vedere la casa.
Hai notato quante parrucchiere?, disse a sua madre, che borbottò qualcosa come: vuol dire che è un posto tranquillo, ma la cosa morì lì. Tante volte le cose tra loro finivano così; la parola si perdeva nel mezzo di un altro discorso, oppure non veniva presa in considerazione. La gente poteva anche offendersi, ma per Demetrio tutto questo era chiaro: c’erano altri canali, diversi modi per comunicare con i suoi genitori. Il silenzio in certi casi, quello era uno di questi, era la miglior soluzione.
Demetrio oggi non si è svegliato nel suo solito letto, ma è seduto ad un bar, è una mattina dal cielo lattiginoso e il pullman che l’aveva portato fino in stazione aveva un odore preciso di sudore e dopobarba. Aspetta il treno per Torino e da Asti ne passa uno ogni quarto d’ora. Quello delle 7.21 fa al caso suo, arriva intorno alle 8 e lui può comodamente, ritornare a casa, posare le valige, prendere la borsa e andare in ufficio.
Demetrio lavora per un sindacato, che viene altrimenti definito un corpo sociale intermedio, da ormai 4 anni e occupa un sgabuzzino di alcuni metri quadri al primo piano di un palazzo in centro. L’edificio mezzo cadente non può essere abbattuto, perché il progetto della scala (l’androne in particolare) è opera di Filippo Juvarra. Come tale l’intero complesso è sottoposto a vincoli architettonici che lo rendono indistruttibile e bruttissimo. Salendo le scale, si arriva al primo piano, si imbocca un corridoio stretto e lì si trova sulla sinistra una porta con scritto sopra ufficio stampa. Questo è il suo compito, di Demetrio dico, scrivere comunicati, metterli in ordine, prendere dichiarazioni, girarle alla stampa, cercare di convincere i giornalisti che quello che ha da dire il suo capo sia più interessante di quello che hanno da dire gli altri. C’è capitato per caso a fare questo lavoro, perché come tutti i giovani di belle speranze con una passione per la scrittura e una laurea in lettere sotto l’ascella, Demetrio desiderava fare lo scrittore e voleva che questo suo gesto, che era naturale per chi lo guardava da fuori, ma che per lui era qualcosa di sadico e doloroso da costringerlo, in certi casi, a vomitare, venisse alla fine pagato e riconosciuto come importante.
Quando faceva lo studente pendolare, lui prendeva sempre il 7.21. Ogni mattina per 6 anni della sua vita, saliva sul treno, apriva un libro e leggeva. Poi arrivato a Porta Nuova, scendeva dal treno e invece di usare il bus (il 61 era pieno e il più delle volte la gente puzzava) e se ne andava a piedi. La strada immancabilmente era sempre la stessa: via Roma, i portici di piazza Castello, via Po, Palazzo Nuovo. In questo tragitto, Demetrio di solito pensava a versi bellissimi di poesie o a pagine di romanzi che avrebbe scritto. Li recitava proprio a mezza voce, mentre camminava con la testa bassa, e non si accorgeva di come le vie, che lui consumava giorno dopo giorno, cambiavano.
Ora, invece, che è sul terno, seduto comodamente, e guarda la campagna del Monferrato sparire, si rende conto di quanto poca cosa fosse la sua vocazione allo scrivere e di come tutto sommato si fosse salvato da un futuro di incertezze e di delusioni.
Quello che gli era rimasto, diciamo, della sua precedente vocazione era ascoltare le altre persone che parlavano. Seduti accanto a lui c’erano due studenti, che stavano ripassando un esame di storia medioevale. I due stavano uno di fronte all’altra, erano agitati e visibilmente fidanzati.
- Non mi ricordo molto bene il contesto sociale in cui nascono i comuni
- Non devi preoccuparti, puoi collegarlo a Le Goff e al discorso della nascita del Purgatorio
- In che senso?
- Le Goff dice che il purgatorio nasce nel momento in cui si affranca una nuova classe sociale che potremmo definire, con qualche forzatura, borghesia, la nascita di questa borghesia il suo sviluppo e la sua entrata in scena nella vita economica, politica e sociale medioevale porta al formarsi di un nuovo modo di concepire la città, o l’agglomerato urbano, che porterà alla nascita dei comuni
- Basterà dirgli questo
- Di certo
Lei ora lo accarezza sulla guancia, ma per farlo deve sporgersi verso di lui, che la bacia. Demetrio non può fare a meno di vedere come le loro lingue escano dalla bocca, si tocchino, si struscino le une sulle altre. Nota anche come le guance di lei diventino di un colore rosso, più intenso, mentre la mano del ragazzo, che era stata sempre appoggiata sul libro, corra lungo la schiena della fidanzata. Quando si staccano fanno uno schiocco, come di un ramo calpestato.
- Dai finiamo di ripassare
- Sì.
Demetrio ora non sente più le loro parole, è preso nell’immaginarseli chiusi nella cameretta. Vede i loro corpi distesi sul letto: lui sopra con i pantaloni tirati giù fino alla caviglia, le mutande appena abbassate e lei, che nella foga non si è tolta i calzetti, con le mutandine in bilico sulla punta del piede sinistro. Hanno entrambi la felpa ancora indosso, perché hanno saltato i preliminari, presi da una voglia bruciante. E in quel andirivieni, lei gli sussurra: dimmi quando stai per venire e togliti e non mi sporcare la felpa che è nuova; e lui: non ti preoccupare, non ti preoccupare. Demetrio li guarda e sorride. Lo vede venire e dire che sta venendo, e lei lo spinge fuori quasi fosse un parto e si alza la felpa, mentre lo sperma cade nell’ombelico, come fosse lo scarico di un rubinetto che raccoglie acqua grigiastra e densa.
Demetrio non ha neanche il tempo di fissarsi su quest’immagine, che coglie l’ultimo stralcio della conversazione.
- Dovremmo approssimare
- Sì c’è del ragionevole nelle approssimazioni per tentativi vari.
Ora è a Torino, il treno ha fatto una lunga frenata e ha incominciato ad ansare proprio come quando uno respira sempre peggio. I moribondi hanno questo fiato spezzato, che a Demetrio ricorda vagamente un vetro in frantumi; i vecchi quando muoiono respirano così, come se ad una certa età ancora ci si illudesse (Demetrio sa che questo è un pensiero orribile, sa per quello che ha fatto ieri e che ieri ha visto), non c’è futuro per loro, che dicono: ormai, tra un po’, vedrete non ci sarò più, morirò, ho compiuto tutta la mia vita, sono vecchio, non mi tocca che morire. Poi, quando arriva l’ora e la morte gli viene dietro, il respiro si rompe in mille rivoli e acquista una consistenza reale, che noi poi definiamo paura.
Sul binario gli capita di ripensare a quel termine “approssimazioni” e quell’immagine dell’ombelico, e mentre si incammina per prendere il pullman, pensa che forse scrivere non è altro che approssimare, fare in modo che la parola aderisca più precisamente possibile all’immagine che il nostro cervello ha elaborato e che a sua volta la realtà ci consegna. Questa del rubinetto, pensa, può essere un’immagine abbastanza forte e precisa, che ha qualcosa di lirico, ma una non basta per scrivere un racconto o un romanzo; bisognerebbe moltiplicarle le immagini, fino ad averne la nausea. E’ proprio questa sensazione di strafogamento che ha costretto Demetrio ha lasciare perdere.
- Sei arrivato?
- Sì sto tornando a casa e poi vado in ufficio. Oggi c’è una riunione piuttosto lunga e devo prendere qualche appunto. Dovremo poi scrivere il comunicato stampa, ma più o meno ce l’abbiamo in mente
- E allora cosa andate a fare alla riunione?
- Andiamo per fare presenza, tanto so già cosa diremo, cosa diranno e anche quando incominceremo a scannarci
- Che strano lavoro
- Però pagano bene
- Tuo padre è stato contento per ieri, gli ha fatto piacere
- Bene
- L’hai fatto per lui?
- Certo, non si diventa buoni di colpo
- Immaginavo
- Ciao
- Ciao.
Demetrio è sotto casa, quando chiude la telefonata. E’ turbato. Per tutto il tragitto del pullman è stato completamente in balia di alcune stravaganze. Pensava alla consistenza ossea delle persone, soprattutto delle donne. Quando le guardava non vedeva nulla di desiderabile o profondamente misterioso, osservava la cassa toracica, il bacino e i femori ripiegati all’interno; Demetrio comprendeva che la carne era una guaina di pietà, che rendeva possibile e sopportabile avvicinarsi ad un altro corpo. Forse questo ci fotte, pensò Demetrio, quando incontriamo una ragazza anoressica, è questo che non ci permette di godercela: è tutto un ossame, una spigolatura, punte acuminate che sono lì per lacerare quel sottile strato di carne. Questo senso di disagio è solo parzialmente reso sopportabile dall’assoluta ottusità di queste ragazze, di solito così completamente prese nel loro cupio dissolvi da accettare qualsiasi tipo di mortificazione da parte di un uomo. Demetrio aveva avuto una compagna di classe anoressica; era una bellissima ragazza che nel corso dei cinque anni di liceo era smagrita. Una volta durante una gita avevano parlato. Lei gli aveva detto che era anoressica, anzi gli aveva detto: ho quella malattia lì.
- Perché ne soffri?
- Non lo so
- Ma ci sarà una motivazione qualcosa che ti porta a non mangiare
- Dicono che sia legato a mia madre e alla scuola
- Scusa tua madre ti ama più di ogni cosa al mondo
- Sì
- A scuola sei la più brava della classe, sei la più carina…
- Sì
- Io non capisco allora cosa c’è che non va…
- Tu, Demetrio, non puoi capire
- Secondo me sono capricci…
- Sei il solito uomo di merda e stronzo
Per molto tempo non si erano più parlati, lei – dopo la maturità – se ne era andata a Milano e non si erano più visti e lui non ci aveva più pensato fino ad oggi sul bus.
Entrato in casa, Demetrio mormora: c’è stato qualcuno. E’ una piccola angoscia che si porta dietro da quando vive solo. Non appena mette piede dentro casa, Demetrio ha la percezione che qualcuno ci viva al suo posto; che nei giorni o nelle ore della sua assenza qualche intruso si materializzi e viva per lui in questa casa. Prima di uscire Demetrio osserva tutti gli oggetti, la loro precisa disposizione. La papera di legno, decapitata a causa di una caduta, sta sullo scrittoio davanti al pc, leggermente spostata verso destra. Così l’aveva lasciata tre giorni fa e così è, ma Demetrio sa che l’intruso è furbo e vive a casa sua e si comporta come se fosse lui, come se fosse un suo doppio in tutto e per tutto. E infine prima di andare via, prima di rimpicciolirsi e scomparire, lascia tutto nel medesimo iniziale ordine.
Questa persistente immobilità degli oggetti esaspera Demetrio stesso che, il più delle volte il sabato, sta in casa come se non ci fosse, preoccupato di non toccare niente, per non manomettere la scena criminis nel caso di venuta dell’intruso. Per questo motivo, Demetrio sceglie un libro, esce di casa, prende la sua macchina e se ne va al centro commerciale più vicino. Parcheggia e rimane per alcune ore, seduto su una panchina, a leggere. Poi quando torna a casa, dopo la lettura, e dopo essersi comprato qualche cosa da mangiare, ha la medesima sensazione che, nelle ore di sua assenza, qualcuno abbia vissuto in quelle stanze. L’assoluto ordine con cui tutto viene lasciato è una prova lampante di questa incredibile macchinazione.
Stamani però i minuti sono contati e Demetrio è in forte ritardo, così non si sofferma a memorizzare la posizione di ogni singolo oggetto, ma posa la valigia e torna fuori con la borsa dell’ufficio. Neanche 20 minuti dopo e già sale le scale e si siede nel suo bugigattolo.
La sua scrivania è formidabilmente complicata. La foggia è quella solita di un parallelepipedo con sopra un piano di compensato ricoperto di formica marrone scuro, ma il caos è quello dei fogli, dei post-it, dei quaderni lasciati a metà, delle biro orfane dei tappi; senza contare i giornali ammucchiati in ogni luogo, che nascondono Demetrio dalla vista di chiunque metta piede in quella stanza. Dietro le sue spalle c’è una finestra, che si apre su un altro palazzo, tanto vicino che pare crollargli addosso. La giornata di oggi sembra la solita giornata, per questo motivo Demetrio si stira la schiena e legge, sottolineando con un evidenziatore giallo, gli articoli più interessanti. In quel momento una signora anziana entra, dicendo permesso.
- Buongiorno
- Buongiorno
- In cosa posso esserle utile?
- Volevo chiederle una cosa
- Signora io non so se posso esserle utile.
La donna ha un cappotto vecchio e liso ai polsi, una busta della spesa con dentro alcune scatolette e una borsetta, che tiene a tracolla, di pelle nera leggermente mangiata ai bordi. Indossa un foulard dai colori spenti e chiusi. E’ molto magra quasi fosse un filo di ferro.
- Posso parlare con lei?
- Dipende
- Mi hanno detto di venire da lei.
Il portinaio è una brava persona, ma il più delle volte prende iniziative che risultano fuori quadro. Cosa potrà dire, pensa Demetrio, mentre la donna si accomoda su una sedia, che lui le ha gentilmente mostrato. Questa donna le ricorda sua nonna, che ieri è andata a trovare. La davano già per morta; invece quando lui è arrivato a casa, l’ha veduta in bagno che cercava di tirarsi su il pannolone. Demetrio non ha provato un sentimento di pietà o di partecipazione, ma ha continuato a registrare, con una freddezza, il suo incedere fiacco come una lingua che fatica ad articolarsi. Poi suo padre l’aveva presa in braccio, e la nonna si era abbandonata come una neonata. Suo padre, nel tenerla in braccio, l’aveva cinta come fanno i padri con i loro figli piccoli, tenendole su il capo. L’uomo aveva poi alzato il corpo, a Demetrio vennero in mente certi sacchi, e lo aveva adagiato sul letto.
La vecchia nel suo ufficio, intanto, continuava a parlare.
- Ha capito? Qualcuno sta cercando di fregarmi
- Chi?
- Un po’ tutti
- Signora deve essere precisa, non può accusare tutti di volerla raggirare
- Beh mi fa un po’ specie dirlo, ma i primi sono i miei figli
- Perché?
- E’ per via di mio marito.
Qui la donna fa una pausa e Demetrio la vede togliersi il fazzoletto che le copriva il capo, i capelli sono stranamente neri, estranei.
- Suo marito, quindi…
- Loro dicono che è morto, ma non è vero…
- Signora
- Mi ascolti e non mi interrompa, gli hanno pure fatto il funerale, hanno comperato la bara, ma io non ho visto mio marito lì dentro, quando sono arrivata l’avevano già saldato. Lei ha mai visto saldare una bara, ci mettono un mucchio, sa?, comunque il prete ha fatto proprio una bella predica e anche la processione fino al camposanto è stata commovente. Ma io non ci sono cascata. Niente. Una bella messa inscena, ma mio marito, Luciano si chiama, è ancora vivo. Si è solo rimpicciolito.
- Cosa?
- Luciano con il passare degli anni è dimagrito, è diventato sempre più piccolo, sempre più minuto, si è assottigliato, si è trasformato una specie di miniatura, fino a che un giorno, mi sono distratta, cosa vuole gli anni passano anche per me, e Luciano è sparito, mi si è ristretto
- …
- Capisce?
- Ho capito…
- Lei crede che si potrà fare qualcosa?
- Signora non lo so, ora io le do questo numero di telefono e lei domani chiami e vedrà che tutto si aggiusta.
- Lei è stato proprio gentile. Buona giornata
- A lei.
La donna esce, camminando all’indietro e continuando a salutare Demetrio che la guarda come fosse al cinema, la vede poco alla volta scomparire dal suo campo visivo, come se un’ombra la dileguasse lentamente.
Demetrio pensa a questa donna che, dopo aver preso i suoi bravi autobus, rientra a casa e cerca suo marito sparito, rimpicciolito. Sorride Demetrio di questa tenerezza inutile: chissà forse gli lascerà, sparse negli angoli più impensati, un po’ di briciole di pane, così che l’uomo possa nutrirsi, e una minima goccia d’acqua da dissetarsi.
- Vorrei che tu fossi come dieci gocce di valium
Isabella gli disse così una volta. Isabella è una ragazza dai capelli neri e gli occhi profondi.
E’ una ragazza bella.
La bellezza di Isabella, quel viso profondo e lungo, quel collo alla Modigliani, metteva a disagio Demetrio, lo zittiva. Demetrio la guardava: le gambe lunge, i seni diritti e i capezzoli lunghi, le areole di un rosa scuro rispetto alla pelle quasi trasparente, la schiena flessuosa e un sesso liquido. Parlava poco Isabella, ma le sue parole erano chiodi piantati, ma anche balsamo e tenerezza.
Quando fecero l’amore Demetrio si spaventò di cosa fosse quella donna per lui, di quali profondità toccasse il suo sesso entrando in lei. Lei, che aveva indosso solo un piccolo bracciale di stoffa, guardava l’autunno in ritardo.
- Vorrei che tu fossi come dieci gocce di valium
- Io?
- Sì tu, perché neanche dieci gocce di valium mi calmano come tu mi calmi
- E’ una cosa molto bella
- Sì lo penso anche io…
Demetrio, in realtà, non sapeva cosa dire, come uscire da quella confessione. Desiderava liquefarsi, farsi acqua e entrare in ogni singola cellula di Isabella, entrare nella sua bocca, nel suo sesso, penetrare nell’epidermide, nelle sue braccia, gambe, attraversarla come in un sogno solo per darle quella pace. Desiderò Demetrio essere una droga per Isabella, che avrebbe messo fine a tutto quanto era di questo mondo. Ebbe voglia di fare l’amore con lei, ma non glielo disse; così, quando Isabella se ne andò, l’aria si fece leggera, che avresti detto: piove.
- Come sta la nonna?
- Meglio
- …
- Ti ha fatto impressione?
- Un po’ non me l’aspettavo così
- Come
- Così vecchia
- E’ vero
- Mi è sembrata quasi una bambina
- Tanti parlano di regressione
- E’ vero
Mentre Demetrio parla con sua madre al telefono, scarabocchia su di un foglio immagini incomprensibili che somigliano ad una boscaglia fitta e stretta, che si annoda su per una montagna. Sembra l’antro della Sibilla Cumana, Demetrio si ricorda queste parole, che una sua compagna di università gli disse quando erano ad Ebensee in Austria. Ebensee era un campo di concentramento dove si fabbricavano i famigerati missili V2, che venivano assemblati nel ventre della montagna.
Lassù tirava un vento umido e sembrava di andare all’inferno, si sentivano anche i cani guaire.
- Sembra l’antro della Sibilla Cumana
- Sì?
- Sì
- Come fai a saperlo?
- Ho dato l’esame di storia della letteratura latina
- …
- C’era nel programma il passo dell’Eneide…
Entrati in quel vasto corpo cavo, si sentirono solo i loro passi e niente di più. Di tutta quella tragedia, di tutta quella miseria umana gli tornava indietro un niente raggelante e cristallino.
- Nell’antro manca tutto
- Cosa?
- Non c’è la Sibilla dico
- No
- Avrà fatto la fine spiacevole che aveva immaginato Petronio
- Quale fine?
- Il tempo ha consumato la Sibilla che è stata chiusa in un’ampolla ed è finita sul tavolo di qualche ricco liberto
Demetrio si ricorda l’immagine di questa vecchia rattrappita come un foglio di carta bagnato, che stava in un’ampolla piccola, mentre tutti ridevano e non ci badavano; gli sembra che questo ridursi dell’oracolo alla grandezza di un topo sia la più grande verità mai detta. Basta ascoltare la guida che dice: qui oltre 50mila persone sono morte; basta immaginarsi 50mila persone qua dentro ad affannarsi dietro la costruzione di un ordigno, per vedere tutta questa nientità. Demetrio non riesce a figurarseli, la sua fantasia non ha questa forza; forse se fosse venuto tra questi monti, appena finita la guerra, e avesse sentito l’odore di quella morte, lo scialo di nausea di quei corpi, forse. Ma adesso tutto era diventato un minuscolo insignificante punto. A questo erano ridotti i campi, su di un sussidiario qualcuno pubblicava una cartina dell’Europa e si vedevano tanti punti neri: ogni punto un campo, ogni campo un antro, ogni antro una minuscola Sibilla che recitava i suoi vaticini.
In ufficio ora la giornata pare andare via liscia, e in questo stato sospeso Demetrio certe volte si illude di essere felice: è questo uno dei suoi desideri più profondi e radicati. Lui non fatica a trovarlo assolutamente infantile, ma non riesce a liberarsene, e quando tutto attorno a lui si zittisce allora gli è facile pensare che l’essere felice è qualcosa da poco, che si può ottenere senza sforzo.
E’ questa una fantasia ad occhi spalancati, come quella volta che sognò di Anna. Sognò di fare l’amore con lei. Quando gliene parlò risero.
- Questa notte ti ho sognata…
- Come?
- Ho sognato te e me insieme
- Dove eravamo?
- In una casa sconosciuta, e quasi vuota
-Cosa vuol dire quasi
-Vuol dire che c’erano alcuni mobili, pochi, l’essenziale, e sembrava che tutto rimbombasse, come se fossimo andati a vedere una casa per comparala o ammobiliarla
- Capisco e cosa facevamo?
- Beh facevamo l’amore
- Proprio?
- Forse era meglio dire che scopavamo
- Ma in che stanza eravamo?
- Non era la camera da letto…
- La cucina?
- No. Eravamo in una sorta di studio, c’era una scrivania grande e c’eravamo noi
- E che sensazione hai provato?
- No so…
- Come non sai?
- Qualcosa di muscolare
- In che senso?
- Hai presente la tua nuotata?
- Sì
- Sai quel gesto leggero, in cui il corpo si sforza di fare un movimento, ma contemporaneamente lo fa naturalmente?
- Sì
- Era la stessa sensazione, come se nuotassimo
Demetrio aveva tenuto per sé un piccolo particolare. Lui e Anna scopavano come due animali, come due lupi; Demetrio le sovrastava le spalle e dava colpi regolari e profondi, poi con le sue mani la stringeva, sentiva la carne tra le dita, e la cingeva con forza per impedirle di scappare e di fuggirgli. Intanto con gli occhi seguiva la schiena di Anna, la riconosceva, e la vedeva contrarsi ai suoi colpi. Indovinava il guizzo del muscolo, come se fosse un delfino che salta fuori dall’acqua per poi rientrarci con spruzzi; poi l’attenzione di Demetrio fu tutta per un neo, nero preciso e circolare, a metà della schiena, in corrispondenza del polmone sinistro. Era quello che cercava, un punto, per focalizzare il suo desiderio e la sua tensione, la sua voglia. Poco per volta, in una sorta di oblio generale, si scordò del corpo di Anna a carponi davanti a lui, si smemorò di ogni suo movimento, risucchiato in quel vortice, che quando si riebbe dal sogno, bruscamente, il suo corpo gemeva.
La sera, ora, era lì. Un’altra giornata se ne era andata come un suicidio senza ripercussioni per nessuno. La nonna, gli dice sua madre al telefono, sta un po’ meglio. L’unica cosa che lui ricorda ora sono i suoi lunghi capelli bianchi, quando glieli vide sciolti, nonna di solito li teneva legati con una grossa molletta, pensò a un filamento di bava, tipico di chi è assetato: un filo di saliva unisce due labbra quasi morte.
Demetrio è stanco e decide di andare a casa. Anche oggi quello che ha fatto nel suo ufficio rimane una sorta di mistero. Il suo compito primario sarebbe scrivere delle dichiarazioni sulle più disparate esperienze economiche, e scriverne come se lui ne sapesse qualcosa, ma così non è. Può compilare una dichiarazione di Tizio a proposito di una crisi sulla delocalizzazione di un’azienda (in parole povere: un giorno i tipi di una multinazionale si svegliano e vedono che in Polonia il lavoro costa molto ma molto meno che in Italia, prendono baracche e burattini e trasferiscono linee, produzione e fabbriche in culo a dio), nello stesso tempo – potranno essere passati cinque minuti – scrive una dichiarazione di Caio che chiede una maggiore globalizzazione. A rendere tutto assolutamente più indecifrabile c’è l’evenienza che Tizio e Caio siano la stessa persona e che gli anatemi contro la delocalizzazione e “il libera tutti” della globalizzazione debbano stare nello stesso giro di frase.
Demetrio dovrebbe essere un professionista della comunicazione, nella realtà lui abbozza e si salva grazie ad una certa speditezza nello scrivere, che gli permette di fare tutto senza perdere molto tempo. Egli ha imparato soprattutto a non tenere conto di quello che va scrivendo: lui non sente nessuna responsabilità in quello che crea; anche se al fondo di ogni comunicato c’è il suo nome e cognome, è come se la cosa non lo riguardasse. C’è una crasi violenta tra le parole che scrive, tra ogni parola che scrive, e la sua persona.
Di questo mestiere, l’ufficio stampa, ciò che più lo affascina è l’ubbidienza, lui non è altro che uno strumento che dà sostanza a parole di altri, completamente differenti da quello che lui, il più delle volte, pensa o crede. Lui è uno strumento: è un altoparlante, un foglio di carta, un pennino, la schermata di un pc. Lui svolge solo un servizio; Demetrio, che per molto tempo aveva pensato che la servitù fosse una debolezza, ora è tecnicamente un servo.
C’è stato un periodo della sua vita, in cui provava fastidio per suo padre e per quella sua dedizione al lavoro e alla persona che lo comandava. C’era qualcosa di servile, che lo disgustava profondamente. Ora Demetrio ha capito, dopo 4 anni di servizio, di spoliazione leggera ma costante della sua esistenza, che servire è qualcosa che soddisfa profondamente. E’ un gesto che ripaga: spogliarsi di sé e delle proprie responsabilità è un atto di libertà. L’inutilità di un servo è una nicchia di salvezza, un guscio dove chiudersi. E’ questa una bellezza spoglia, che sa di povertà di spirito. E’ la bellezza di chi conosce la rinuncia e l’abbassamento. C’è in tutto questo qualcosa di meschino, ma è pur sempre la sola forma di bellezza consentita a Demetrio. E siccome è l’unica, è meglio tenerla stretta e non farsela scappare.
Posted by Davide Bregola at 10:22 | Comments (3)
Il romanzo del ventunesimo secolo #66
Michelangelo Zizzi interviene nell'inchiesta sul romanzo del XXi secolo. Lo scritto di Zizzi è già stato pubblicato su Nazione Indiana, ma per tematica, piglio e contenuti ben si addice a questa rubrica.
Un intervento violento
Tre divagazioni senza apparente luogo né sinossi su scrittura, lettura e geografia letteraria
“Io desidero un’apocalissi più svelta.”
M. Parente
“Là portami Sofia
in quella terra che pare medicea
o forse ancora del pleistocene.
Là senza i profitti dei dizionari.
Senza quelle volture esatte
per dire o non dire
entrare o non entrare. […]”
L’esatta sintassi della grammatica da scuola elementare di maestra della neve di fuori qui in murge come ossari che fa un ordine di filari di tombe in bianco avanzo o coperte di gelido freezer sugli avanzi dell’inverno mi dispone alla dissequenza, frastagliamento dell’immagine. Ma per contrasto delle forme perse, sepolte, giacché quel che si vede è monotono, monocromo.
Dissequenza, ma quanto poi sono lontano dalla congruità?
Il punto finale di queste brevi, sgretolate riflessioni è infatti un luogo. Ed è esatto. Un fondo nel sacco. In una città ustionata nella pentola d’estate e sbollita nei crepacci di secco barocco bodiniano che ‘si sbuccia come una banana’ che s’incrosta nelle fritture fredde d’inverno, nel passo alternante, ubiquo, perenne di poeti, scrittori che viaggiano vagano vaporano dalla piazza del Duomo al fondo. Fondo Verri. A Lecce. Dove (per natura sono immaginifico) spesso la scrittura si produce. E a volte, mi è parso, con un tono esatto. Non essendo lontano da una riflessione sul ritmo e sulla geografia (ma le due cose si compendiano al Caffè Paisiello) torno alle camere separate, ai cilindri in gemellaggio del motore dialettico. All’apparente distopia.
Della scrittura e dell’anagogia
I miei saggi su ‘I principi di verità e la letteratura’ scritti tra le nuvole, pubblicati nel punto di condensa degli intestini trasparenti delle storte, degli alambicchi sinuosi e curvi (lo spettacolo è come se un bambino appollaiato al vetro vedesse scendere ghiaccioli dall’alto in bufe silenti di nevi o coriandoli che si ammucchiano in salse acquose a marciapiedi), meditati negli intervalli tra un treno e l’altro, tra un’entrata nelle spire di pagine di un romanzo bellissimo (La macinatrice, o Perceber) e l’uscita di servizio, d’emergenza, dalle pagine di un altro (chessò, il loro numero è abominevole, ma faccio uno o due esempi a caso ma accumulativi: l’inutile Fandango di Baricco o gli scrittini di Cristian Raimo), i miei saggi dicevo partono da una riflessione (che mi pare unica, isolata e fastosa come l’intento di una guerra silenziosa che un imperatore invisibile abbia un giorno proclamato e alla quale partecipano tutti gli scrittori, tutti gli uomini del mondo, ma senza accorgersene. O quasi) che è contenuta nel Convivio di Dante.
Il senso ‘anagogico’.
Per il quale la letteratura, meglio la scrittura possederebbe (se è scrittura e non eco, inappartenenza, produzione involontaria) un’AZIONE. Produrrebbe insomma un effetto.
Il quale poi non è, o non sarebbe, solo quello sul lettore, ché ad esso rimane nulla di più che una suggestione, un emozione o tuttalpiù un nutrimento, un enzima per la fertilizzazione di altri ‘spazi letterari’. Il senso anagogico è molto di più. La sua direzione è oltrepassare l’effetto sul tempo, il suo effetto è oltrepassare la direzione della scrittura. Sorpassare quello che nel Novecento (un secolo che non possiamo troppo presto archiviare solo per eccesso di risonanza ecolalica) è stato definito ‘rete semiologica’ (formalisti, strutturalisti e infiniti linguisti: il numero di essi è così inenumerabile che ne facciamo un insieme, un insieme infinito), qualcosa che si produce anche solo per ‘Ars combinatoria’, o intreccio ludico (Calvino, ma non solo).
Va da sé che il problema dell’anagogia include quello di genialità (così tanto sgradito alla maggioranza dei critici ectoplasmatici, dei figuranti polemici, dei massmediologi massivi, dei sociologi socievoli, dei postmodernisti all’acqua di rosa, dei blogger che vivono solo nell’immateriale rete per 24 ore su 24, anche quando dormono sonni inquieti) e/o, ‘mutatis mutandis’, quello della scrittura celeste (anche in questo caso, per benigna ventura, il numero è quasi infinito, ma minore che nel caso degli scrittori inutili. Faccio solo qualche esempio: Faraoni, scribi degli dei, Eraclito, Porfirio, Apuleio, Petronio, Arnaldo da Villanova, Bruno, Francesco Colonna, Rabelais, Gogol, Manganelli, Gadda, Proust, Moresco, Borges, Pinchon, Mccarthy, D’Arrigo, Bene, Roberto Calasso).
Va da sé che se è il mondo a trasformarsi la scrittura anagogica oltrepassa anche le ‘discendevoli’ capacità di organizzazione della forma dal ‘di fuori’, oltrepassa l’idea della lingua come di uno strumento, di un fine, di una cosa, oltrepassa la pretesa di fare delle scienze cognitive la base della conoscenza, va da sé che il rapporto soggetto – oggetto si deve situare in uno spazio allotrio rispetto a quello dell’ebreo Galileo, va da sé che la psicanalisi ‘va in culo’, lo storicismo diventa una favola, le immagini di distruzione diventano beneaguranti, la resistenza alla morte (canone dell’Occidente) inutile, e l’essenza o la scienza delle trasformazioni l’unica cosa che rimane.
Sono forse vago?
Sella lettura o del realismo o del romanzo o del capolavoro.
Nella mia brevità inconcepibile e concitata (avrei bisogno di tremila pagine per spiegare quello che ho appena detto nel modo che il sociologo socievole, il blogger perenne, eccetera, potrebbero definire ‘accettabile’) passo ad altro luogo.
Impostiamo il problema violentemente. Così: il lettore (oltre al ‘lector in fabula’ echiano, ecolalico) deve essere catturato per espiarsi (risolversi).
Non mi riferisco all’accademia dell’espiare, alle pagine di un Aristotele (padre d’ogni tecnocrate) troppo meditante che ci insegna in un codice poi infinitamente copiato cos’è la catarsi, non mi riferisco alla crudeltà di Artaud.
In questo luogo o stato non c’è inferenza della psiche, nessuna teoria del bene e del male, nessuna necessità di violentare lo spettacolo.
Il problema è ancora una volta, se lo si vuol comprendere, quello del capolavoro. Del genio e della sua non traducibilità. Catturare in questo caso significa aver fatto agire la scrittura oltre, prima e dopo il suo tracciato di prevedibilità. La cattura che esiste solo per lo scrittore anagogico e neanche per il lettore, ha il suo corrispettivo nell’esercizio di stile all’interno dell’evidenza materiale dell’opera, e nell’esercizio della facoltà dello stile all’interno della vita dello scrittore.
Vita che si prospetta a questo punto come capolavoro.
Se si è eliminata ogni reticenza a dire o non dire, dichiarare o meno, se si è abolita ogni falsa coscienza dell’appartenere a questa o a quell’altra visione del mondo, se la visione del mondo è uno stato al quale ‘solamente’ si appartiene, dal di dentro e non nel regno delle asserzioni esterne, va da sé che ‘si è quello stato, quella azione’.
Lo spazio di questa scrittura è sterminato e proprio per questo la cattura avviene nel suo luogo impossibile. Nel deserto direbbe Bene.
Siamo oltre il linguaggio. Sociale, familiare, d’appartenenza misera e umana, fuori dalla sociologia della cultura, come fuori da ogni riparo dell’appartenenza codificata dal mondo esterno, dalle sue targhe, semiosi, immagini, indicatori.
Pertanto la questione è: riformulare, riconfigurare l’appartenenza. E anche al costo di diventar oscuro (ma questo discorso non è, esso stesso, lontano da una prassi, da un’anagogia, come neanche dall’essere un ‘intervento violento’) direi che bisogna ricondursi all’essenza e alla trascendenza. Non mi sto riferendo ad alcun ‘fatto’ teologico, pretesco, santagostiniano.
Sono nel deserto e nella sua aporia. In questo luogo esente dalla sinossi, dalla semiosi, dal senso. Infatti non spiego più di tanto.
Essenza e cattura appaiono come concatenate: entrambe prospettano due orizzonti: liberazione, ma anche rivelazione. Come dire che per ‘essere’ dobbiamo riconoscere i ‘nemici’, riconoscendo allo stesso momento noi stessi. In questo senso, solo in questo intendo la cattura del lettore. Non sto dichiarando nulla infatti, non sto dicendo nulla. Inutile aggiungere che ‘i nemici’ sono anche, soprattutto, gli effetti che intervengono prima o dopo, che ci distolgono dall’’essere dentro’, cioè ancora una volta essi sono le facili condiscendenze al dover dire, all’eticità (esterna) del discorso.
Se la scrittura si libera come anagogia, se sta agendo, il lettore verrà trasformato, ma non dal senso della scrittura o dalla sua polisemia, bensì dal suo stesso agire (della scrittura), che lo trasformerà non narratologicamente, non emeneuticamente, ma ‘realmente’.
Si tratta per gli scrittori di non sentirsi nella letteratura, per i lettori di non sentirsi nella lettura. Cioè nel codice, nella ripetizione, nel già detto. Si tratta di far agire. ‘Far’ agire, neanche farsi agire.
Innesto a questo punto una riflessione sul realismo, che è anche una riflessione per quanto rapida sul postmoderno. Luogo, com’è plausibile, non distante da ciò che stiamo dicendo. Se l’anagogia è un’azione tout court, se la scrittura è l’esercizio di una sperimentazione di uno stato neanche più solo umano, peggio biografico o peggio ancora memoriale (intendo questi luoghi così ‘come sono’, nella ‘loro’ perfetta analogia), se è sperimentazione di una forza, di una potenza che è in sé, non in relazione ad un esercizio (ché sarebbe invece leva, e già quasi solo tecnica), allora tutta la discussione sul realismo deve essere riconfigurata.
Siamo abituati a pensare al realismo come un aspetto della letteratura che riguarda i rapporti tra gli uomini e le cose. Eppure inteso così sarebbe solo una delle tante relazioni ‘minori’ come quelle che si fanno tra gli uomini per accordo reciproco. Insomma al pari di una transazione, di una mediazione, di un contratto che leghi negli aspetti ‘esterni’ due o più cose tra loro. Questa visione del realismo (relazione tra elementi) è forse lontana da psicologismo, ideologia, dietrologia, inventario delle cose da museo, ripetizione, calco dichiarativo che si fa attraverso la conversione ad un principio sociale?
La scrittura ama i deserti invece anche quando lo scrittore vive in una capitale affollata.
Il suo principio se davvero si è emancipato da ogni eco ‘esterna’, se si è trovato nella sua parola iniziale, prelogica, preculturale, se si sta facendo azione, anagogia, è forse per questo meno reale di ciò che chiamiamo reale?
O invece persino più reale, perché fondato ‘autenticamente’ e non soggetto all’isteria del caso?
Insomma il problema del realismo è un problema che assomiglia al segreto di pulcinella. Più che vedere, andare a vedere se lo scrittore e politicamente corretto o scorretto, se sta evocando quel luogo comune o quell’altra, se è buddista o cattolico, dovremmo vedere quanto è grande, dovremmo piuttosto dirci, chiederci quanto la scrittura è capolavoro, opera, quanto ha scavato, quanto sta agendo, catturando, infilandosi oltre ogni intrattenimento da spiaggia, oltre ogni inibizione della buona coscienza del fare il bene, oltre ogni idea del bene. E ovviamente oltre ogni idea del male.
Credo poco ai realismi alla Lukacs, alla durezza delle cose, alle cose e basta.
Non nego che le cose esistano, ma mi sembra poco per la scrittura.
Del Salento.
“Incontrare gli amici di un tempo, i caffè”
C. Bene
Ed eccoci infine ad un luogo che il geometra coadiuvato da strumenti umani può computare. Siamo a Lecce e passeggiamo.
Nel Salento che, per un effetto stabilito nei codici di insensate pulegge cosmiche o invece del tutto casuale, possiede oggi come oggi la più alta densità di scrittori rispetto agli abitanti e anche la più alta densità di talento tra gli scrittori rispetto al loro numero. Ed in particolare al Fondo Verri (dedicato al più che grande e quasi sconosciuto Antonio Verri) questo si avvera. Venite in un crepuscolo di maggio ed entrando al Fondo Verri sarà come entrare nella foresta incantata dove gli orologi di resine scesi negli anni pungenti di aghi di pini si sciolgono, nello specchio di Alice, nella catottromanzia delle possibilità d’incontro col sé, nell’effetto di viaggio che danno le tisane alle erbe, nella proctoscopia della scrittura, nell’aleph che è ben nascosto sotto il legno del palchetto dove si incontrano gli scrittori.
A Lecce ci sono le poetesse più belle e brave d’Italia, i talenti che nessuno legge e che invece sono i poeti, i performer migliori d’Italia (uno come L. Voce dovrebbe reggere loro il microfono come un moccolo), gli attori che senza dirsi d’avanguardia sono tre decenni avanti agli sperimentalisti della decagofonia interdisciplinare in mascherata diurna o notturna, i gelatai migliori d’Italia, le raccolte di feromoni nei cavi di ascelle delle femmine più bone d’Italia, i travestiti, i transessuali più sexy d’Italia, i migliori animatori culturali d’Italia (Mauro Marino).
Tralascio invece la menzione del buco nero: l’Università. Ché saremmo condotti all’ano storto, alla fagocitosi culturale, alla ferita senza rimarginazione, alla paesana esaltazione dei contadini culturali, agli occhi di bue, di secchioni che vi passeggiano in pascoli di foglie di libri ruminati senza metabolismo, al buio di cantine del sottosuolo intellettuale, alla corsia d’ospedale, all’infezione psicotica.
Mi limiterò ai poeti. Tralasciando gli altri: a Lecce (come in ogni luogo quasi perfetto per la vocazione simmetrica di ciò che è capolavoro c’è anche il contrario del talento) è possibile trovare, scovare i seguaci di Nanni Balestrini, di Lello Voce, di Paolo Nori, di Aldo Nove, ecc.
Anch’essi sono innumerevoli, sono i bravi copisti letterari, i lecchini della risalita accademica, quelli che inventano o ribollono l’acqua calda, che scoprono l’America dopo oltre cinquecento anni, e se ne meravigliano.
Mi limiterò ai poeti in questa riflessione distopica, questo ‘intevento violento’ che è il non luogo che porta alla discesa fino a scoprire le radici, il muladhara del genio e che ora si configura come apparente esortazione di un consorzio per il turismo, perché ancora vi dico, vi dico ‘venite a Lecce, venite al Fondo Verri’.
Ecco.
Incontrerete probabilmente Simone Giorgino che vi farà fare un giro in una macchina incantata nella quale ascolterete dalla sua voce irripetibile cd che riproducono tutto il canone poetico dell’Occidente (da Dante a Zizzi), ma se leggerete i suoi versi vi incanterà anche di più, perché sarete circuiti da poesia che non da tregua, che si svolge come canovaccio cantilenante ammantato di endecasillabi strepitosi, portati alla luce direttamente dalla fucina dove le immagini si producono. Eppure Giorgino, salvo qualche ciclostile, fotocopia, è pressoché inedito. Sconosciuto.
Vedrete Carla Saracino che possiede le risorse dell’aristofania, del sorgere come ‘signora’ nel suo sentimento del cosmo, lei che connette nel verso colato dall’alto nascite caldee, sirie, egizie e forse anche presemite, direi sumere. La Saracino che quando passeggia taglia in due le strade, le piazze e che quando scrive parla la lingua dei cieli: percezione della morte e respiro della trascendenza. Ben oltre le preoccupazioni femminili del dover fare la spesa. Diventerà grandissima.
Troverete Ilaria Seclì, lussuriosa e mistica, a metà strada tra la popolana e l’aristocratica essendo entrambe le cose, e quindi perfetta, raffinata e graffiante assieme, che vi tesserà una tela dei ragni che esistono solo nei meridioni: con una bava poetica che cantilena, intrama, scortica, con una lingua che affronta, non evita, accende. Lingua ctonia e materica, ma anche salmodiante, cantante, librante, alta.
Nel vicolo, a sera, mimetizzata con la luce lunare, bianca e notturna, smisuratamente dark ma senza moda, dall’intelligenza che si stimola nei nessi psicosessuali ma oltre la biologia, troverete se siete fortunati Laura Sergio, e penserete che siete a metà strada tra l’aver notato una fanciulla stimolante o un demone che svia. A 21 anni è promettentissima. Possiede la lingua che si autofonda, un verso ipermetaforico, ipermusicale, ridondante quanto dura il talento.
Troverete Angelo Petrelli in qualche bar. Vi offrirà da bere. E’ molto giovane, ma cresce con un ritmo costante, con consistenze vieppiù convincenti a volerlo leggere sin dalle prime prove fino ad oggi. Certo si sente qualche rifrazione d’altri, qualche eco, ma tra breve troverà la sua edificazione. Scommetto su di lui, come già feci in occasione del suo esordio.
Ma se verrete fino al Fondo Verri, dove Mauro Marino, un uomo che a causa della sua efficienza, grandezza, umanità, forse non esiste, vi ospiterà, se vi verrete, troverete in alcune sere, crepuscoli, notti tutti costoro insieme. E non vi sembrerà possibile.
Non vi sembrerà possibile quando vedrete apparire Massimiliano Parente, quando appare in una serata memorabile e fonda un canone della letteratura nel sorpasso ultraorgasmico dello sfondamento nel buco del culo di tutte le cazzate che dicono gli scrittori dell’eco, quando sarete macinati dalla macinatrice, che non è una metafora, non è una figura retorica, un modo di dire, ma proprio la scrittura nel suo momento acmeico.
Se lo show si fa serio, se viene Parente ad infilarsi nella dura legge dei giochi d’ombre cinesi del Fondo, la letteratura, la scrittura diventa un’azzardo più ‘vero’, oltre le pipe di Foucault e le pippe di Nesi. Resta qualcosa che nessuno può più tradurre. Siamo nella scrittura pura. Nella genialità.
Non vi sembrerà possibile quando vedrete venire, comparire Leonardo Colombati, quando compare, Colombati che sembra un buontempone e forse lo è, e lo vedrete comparire con quell’allegria così infrequente per i talenti (ma della quale non difettava Dalì, né Rabelais) e proprio per questo ancora più incredibile, più estremo. Insomma entra e presenta un libro di rara bellezza e ne parla come se fosse solo un oggetto messo in televendita. In queste occasioni il Fondo Verri si trasforma di più, agisce come la scrittura, come la cattura, si produce come se fosse Perceber, città, romanzo impossibile che prima aggrega la semiologia e poi la fa scoppiare come nell’opera che agisce come opera, capolavoro.
Ma la via civica dove il Fondo Verri è situato può spiegare molto. Via S. Maria del Paradiso. Antiche leggende leccesi la vogliono frequentata da fate salentine che rinascono ad ogni plenilunio comparendo nei riflessi argentei delle pozzanghere che raddoppiano il cielo, da fanciulle morte e vive allo stesso momento, ragazze di rara bellezza che si manifestano solo per pochi istanti con la giusta atmosfera e richiamano con la voce non dell’addio ma del riconoscimento e che talvolta danno a chi passeggia un viatico per l’eden terrestre o celeste che sia.
Difficile a credersi, eppure il Fondo Verri esiste ed è così.
Come è vero tutto quel che vi ho detto.
Anche se sono immaginifico.
Anche se sono un po’ feroce e questo è stato un intervento violento.
Michelangelo Zizzi è nato trentasette anni fa in Puglia, a Martina Franca. E' dottore di ricerca e presso l'Università di Lecce. E' medico omeopata.
Collaboratore di diverse riviste letterarie italiane ed internazionali (Nuovi Argomenti, Poesia, Y.I.P., Gradiva, L'immaginazione, Versodove), nelle quali sono apparse poesie, racconti e recensioni critiche.
A livello critico si è finora prevalentemente occupato di letteratura poetica dell'otto - novecento e in particolare di Dino Campana, Vittorio Bodini e Girolamo Comi sulla figure dei quali ultimi ha pubblicato Il Sud e la Luna - per una geografia della semantica in Vittorio Bodini attraverso la lingua (Levante Editore - 1999), Autoritratto con monade - Fenomenologia della poesia in Girolamo Comi (Multimedia Pensa editore - 2000) e L'orfismo in Comi (Multimedia Pensa editore 2002). Attualmente sta impostando un discorso critico sulla Linea lombarda.
In poesia ha pubblicato la raccolta La casa cantoniera ne la collana di Maurizio Cucchi (Stampa editore; 2001) e presso l'editore Manni (2002) il lavoro del 1992 La primavera ermetica.
Suoi testi in volumi collettivi sono apparsi presso Guerini & Associati, Crocetti e Marcos y Marcos.
Posted by Davide Bregola at 09:20 | Comments (0)
04.05.06
Preparativi per la pubblicazione del mio primo romanzo/3
Ecco un altro protocapitolo messo esotericamente nel Blog di Blog in cui si possono leggere anche i messaggi dei lettori. Era il 21 gennaio 2004. Il tema centrale della "Verità" non mi dava requie. Ora il pezzo essoterico è qui e una sua versione definitica è confluita nel romanzo "La cultura enciclopedica dell'autodidatta" (D.B.)
Qui si possono leggere i commenti.
Cagna
di Davide Bregola
Cosa dovrebbe fare uno scrittore del ventunesimo secolo? Tradurre la realtà in finzione letteraria.
E cercare di farlo bene a tal punto da renderla più duratura e concreta della realtà che l’ha ispirata. Ecco cosa. Allora lo scrittore dovrebbe fare discorsi di verità.
Oggi Laura mi ha parlato di Bologna, del corso di francese che sta facendo e dell’esame che farà. Dice che dopo la laurea in Giurisprudenza vorrebbe andare in una delle due città che ha scelto. Le ho chiesto di dirmi quali città avrebbe scelto, tanto per sapere dove ci dovremmo vedere nei prossimi anni. Dopo tante insistenze ha detto che abiterebbe volentieri a Milano o a Torino. Una amica di Asti le ha detto che ha vissuto sia a Milano che a Torino. Ora abita a Bologna. Dice che gli affitti costano tanto sia a Bologna sia a Milano. Anche la vita in generale costa di più a Milano e a Bologna. Le ho chiesto cosa si intende per costo della vita, e Laura mi ha parlato del costo dei mezzi pubblici, dei generi alimentari al negozio, dei ristoranti e delle pizzerie. Per associazione di idee le ho fatto notare che noi da due anni a questa parte andiamo molto meno in giro a mangiare la pizza o al ristorante rispetto agli anni passati. I prezzi sono diventati proibitivi anche in zona. Mi sono accorto di dire banalità, allora mi sono messo a tacere. Dopo qualche secondo Laura mi ha parlato della cagna della sua amica che l’aveva ospitata a Bologna qualche tempo fa.
Dice che ha una cagna di dieci anni, una cagnetta di razza di taglia piccola. Questa sua amica un giorno ha preso in braccio la cagnetta e sotto al pelo della pancia ha sentito due buchi che prima non aveva mai sentito, mai notato. Il giorno dopo è andata dal veterinario che l’ha visitata e ha detto che la cagna ha un cancro alle mammelle. I due buchi se li è fatti asportandosi lei a morsi due mammelle coi tumori.
La sua amica non aveva visto nulla, né sangue né pezzi di carne, ma il veterinario ha detto che probabilmente se li è mangiati o si è morsicata fuori casa e i pezzi di mammella li ha lasciati in giro.
Siccome aveva altri tumori, il veterinario l’ha operata. Ora è guarita, ma i due crateri sotto al pelo sono rimasti. Cicatrizzati perfettamente.
Il veterinario ha detto che succede a volte che i cani si operino a morsi nei punti in cui hanno dolori o indurimenti, anomalie. Laura non ne sapeva nulla di questo, e nemmeno io. Dice che dovrà dirlo a Giulio, il pittore nostro amico, perché sicuramente nemmeno lui ne sa qualcosa.
Parlo di Giulio, perché a casa ha tanti cani e gatti, è conosciuto come un buon intenditore di piante e animali, ma quella del cancro sicuramente risulta nuova pure a lui.
Prima, quando accennavo ai discorsi di verità, non ho approfondito cosa intendessi.
Il discorso di verità appartiene a chi si avventura in una zona in cui l’opera e l’autore in carne e ossa si incrociano in modo singolare. Non sto parlando di estetismo, di vati che parlano della loro vita come opera d’arte. Intendiamoci bene; il discorso di verità ha a che fare con un termine greco: parresia, che per i greci antichi stava a significare “dire tutto”, da pan e rehma.
Con questo significato, “dire tutto” vuol dire parlare o scrivere prendendosi personalmente il rischio. Il parresiastes infatti dice qualcosa che si deve dire perché è la verità, nonostante sia contraria all’opinione della maggioranza, nonostante possa dispiacere al tiranno o persino a un dio.
Foucault diceva che “se c’è una specie di ‘prova’ della sincerità del parresiastes, essa sta nel suo coraggio”.
Il parresiastes parla da una condizione subordinata rispetto al suo interlocutore, eppure “sceglie di parlar franco invece della persuasione, la verità invece della falsità o del silenzio, il rischio di morire invece della vita e della sicurezza, la critica invece dell’adulazione, e il dovere morale invece del proprio tornaconto o dell’apatia morale” (Discorso e verità nella Grecia antica di M.Foucault).
La parola acquista così, proprio per il rischio che corre chi parla, forza di verità.
Carla Benedetti nel libro Il tradimento dei critici parlando di Pasolini come di un parresia, mi viene in aiuto quando scrive: “In altri termini parresia non è dimostrare la verità ma costruirla esercitando la critica all’interno di una relazione di potere”.
Stamattina mi sono visto con i responsabili della cooperativa che ha chiesto di organizzare gli incontri con l’autore al bar della stazione. Sono riuscito a organizzarne sei. Gli autori contattati sono un po’ cambiati rispetto all’intenzione iniziale. Ora verranno Chiara Cretella, Martino Gozzi, Giulio Mozzi, Vitaliano Trevisan, Gialcuca Di Dio, Grazia Verasani. Ho cercato autori con cui avevo già contatti da tempo. Ho cercato autori che abitassero in città limitrofe perché soldi non ce ne sono e la cooperativa coprirebbe solo il rimborso spese, vitto e alloggio. L’alloggio però lo offre Romano che a casa sua ha una cucina e una camera con letto che non usa mai. Se uno scrittore venisse da lontano starebbe come minimo due giorni e sarebbe un problema per tutti.
In questi incontri si parlerà e si leggeranno brani sul viaggio inteso nel più ampio significato possibile. Mi sembra un tema interessante, soprattutto per il luogo che ci ospita: il bar della stazione, dove quando prendi un caffè passa un merci o un treno che va a Ferrara o a Bologna sul tratto dell’Abetone-Brennero.
Paola Borgonovo qualche settimana fa mi ha scritto: «Una delle cose che ho pensato su letteratura come verità è che significa letteratura "in quanto verità", cioè nel suo aspetto “di”. Dunque si può impostare una proporzione (un po' allegorica). La letteratura sta alla verità come il gusto sta agli elementi nutritivi. Termini sottintesi, rispettivamente realtà e cibo. La realtà contiene la verità, come il cibo contiene gli elementi nutritivi. Ciò che è necessario alla vita non è la realtà in sé o il cibo in sé ma la verità e gli elementi nutrizionali. Eppure nessuno mai gode per aver mangiato dei lipidi, però è felice di spazzolarsi la nutella. E cosa dà godimento della nutella? il gusto. La letteratura è il gusto della verità che è dentro la realtà. I gusti sono tanti e non sono tutti buoni (anche l'amaro è un gusto, il rancido, l'aspro...) ma sono il primo incontro e un tramite verso cose essenziali per sopravvivere.»
Solo oggi, dopo aver meditato a lungo su quanto mi ha detto Paola Borgonovo, ho capito perché lei ha parlato di “letteratura in quanto verità”, e l’ho capito alla luce di quella definizione di letteratura che si dà a scuola e che ha ripetuto Cesare De Michelis quando ci siamo incontrati: “Quello che abbiamo imparato a scuola è che la letteratura è quella particolare forma di esercizio dell’invenzione che passa attraverso la scrittura per cercare la verità. Qualcuno dice che cerca la bellezza che é già una deriva quasi novecentesca perché prima si diceva solo la verità poi qualcuno ha confuso la verità e la bellezza ed é un effetto che a me non piace ma che in ogni caso fa parte dell’idea letteraria.”
Già il termine letteratura ha in sé, gli è congenito, il connubio con la verità. Quindi, pur restando da stabilire cosa si intende per verità, mi sono chiarito quel “in quanto”.
Laura oggi mi ha ricordato una cosa che avevo detto tempo fa e che a lei, in questo periodo così inquieta, è tornato alla mente. Le avevo detto che io, lei, e in generale tante persone che conosciamo, hanno paura di sacrificarsi per il proprio futuro. Il sacrificio che intendo io e che lei mi ha riproposto, è un misto di coraggio, senso del dovere, progettualità, incoscienza e voglia di cambiamento personale e collettivo. Tutto è nato perché io sono disoccupato. Partendo dal mio stato sociale odierno, dai miei trentadue anni e un futuro precario, siamo arrivati a lei che ha ventotto anni e non s’è ancora laureata.
Io risolverei tutta la mia situazione economica, la mia condizione di uomo sconfitto dagli eventi che torna a casa con i genitori, semplicemente accettando cosa propone, e come, il mondo del lavoro contemporaneo. In giro c’è bisogno di gente che lavora, che faccia turni, che sia nel reparto produttivo, che operi in condizioni disagiate. Se avessi senso del sacrificio andrei a fare domande di lavoro in qualche azienda o in un’agenzia interinale che nel giro di sette giorni al massimo mi procurerebbe un lavoro. Il lavoro che la maggior parte delle persone occidentali fa: lavoro dipendente in qualche reparto di produzione materiali.
Invece mi ostino. Ma mi ostino a non sacrificarmi, a non accettare la realtà, che è anche un po’ una verità.
Stessa cosa fa lei. La paura del sacrificio la porta a non rischiare nulla, a fare esami quando è sicura di passarli, a non pensarsi in prospettiva una lavoratrice. Già pensa di fare un master di due anni post-laurea. Ma lo fai perché vuoi farlo o per rimanere ancora lontano dalla vita reale? Le ho detto, ma è come se avessi parlato a me stesso.
Così oggi ha ripescato il tema del sacrificio. Dice che ora lo accetterebbe più di qualche tempo fa, mentre io invece cerco ancora di tenerlo lontano da me. Io il sacrificio sono disposto a farlo in qualcosa che mi piace. Ma lei mi ha fatto notare che quello non è sacrificio, è una sottile forma di piacere anche la fatica che si fa, l’energia che si spende, in qualcosa che ci pare bello. No, dice, il sacrificio è qualcosa che si fa contro la propria volontà, eppure si accetta di farlo. Quando sono stato in giro per l’Italia a presentare il mio libro, o a parlare di narrativa, in verità ho fatto una certa fatica. Ho dormito poco, viaggiato con il caldo o con un freddo incredibile, sono stato in luoghi precari, lontano dalle mie comodità, eppure ero stanco di una stanchezza che nulla a che fare con il scrificio ma che si avvicina al sottile piacere di cui parlavo prima. Non vorrei che anche tutto questo arrabattarmi nel cercare di fare laboratori, organizzare cose mal retribuite, sperando in una prospettiva futura migliore da un punto di vista economico e lavorativo, sia una messa in scena del mio inconscio, non vorrei che tutta questa energia che sto sprecando sia un altro modo per sfuggire al sacrificio, un altro modo per mentire a me stesso e alle persone che mi sono vicine.
Cosa pretendo io? Perché il figlio di un operaio diventato per concorsi interni un impiegato, perché il figlio di un impiegato e di una casalinga, diplomato, che è come dire vent’anni fa uno con la terza media, che ha tentato, fallendo, di intraprendere Giurisprudenza, dovrebbe o vorrebbe affrancarsi dal suo destino? Perché il figlio di un impiegato, la madre casalinga, il fratello autista di carni per macellai, vorrebbe fare qualcos’altro da quello che gli spetterebbe?
Forse è giusto rischiare di fare ciò che si vuole, in modo onesto, nel miglior modo che si riesce. Ma per quanto tempo provarlo a fare? Sono mesi che sono disoccupato, che non ho un lavoro stabile e duraturo, che sono andato a fare domande di lavoro dove c’era la possibilità di continuare a scrivere, a leggere, a fare incontri in giro…
Il Comune poteva darmi quello che cercavo: un lavoro retribuito, per venti ore settimanali. Una base da cui partire, avrebbe detto la mamma di Laura. Tutte le persone che conosco, ha detto, hanno un lavoro che gli dà una base. Perfino Sidoti ha un lavoro con stipendio, che gli permette di fare i laboratori sulla scrittura e sul gioco. Mi ha detto un giorno. (n.d.r. Franco Sidoti, semiologo)
Infatti sto aspettando, le ho detto, c’è quel posto in Comune…che però dipende dal pagamento dell’Ici di una grossa azienda installatasi in paese.
Eppure sento di essere spiritualmente appagato. Mentre sono alla ricerca della verità sento di non essere in colpa con me stesso, ma di sentire la colpa, tutta esteriore, di non essere votato al sacrificio. Io potrei anche essere un parresia, per ben che mi possa andare, ma cosa c’è di più appagante e che produce senso di vuoto interiore di chi si sente sacrificato?
Ho amici e amiche con un’intelligenza fuori dal comune. Lavorano a turni alla Dideco di Mirandola e fanno accessori biomedicali. Ho amici e amiche magari poco colti, ma hanno un intelligenza semplice, pulita, al di sopra della media, e lavorano alla Cip di Quistello a fare aspirapolveri e macchine Vaporjet per la pulizia della casa con il getto a vapore. Ho amici e amiche molto intelligenti che si sacrificano e fanno scatole di cartoni a S.Felice sul Panaro.
Laura mi ha parlato della nostra incapacità a sacrificarsi. Quando Sabrina Ragucci mi ha detto quella cosa sugli scrittori invisibili, quali siamo noi che vendiamo mille copie del nostro libro che ci ha tenuti anni nella cameretta, riassumo così ora per semplificare, ha chiarito dentro di me un concetto che avevo ben presente in un angolo della mente ma non volevo tirarlo fuori. Volevo illudermi che anche noi che scriviamo e vendiamo, quando va bene, mille copie dei nostri libri, in qualche modo potremmo avere un significato sociale che giustifica la nostra sconfitta di persone senza un particolare status preciso. Siamo persone sfumate, oltre che invisibili. Non siamo ben definiti. Eppure lottiamo, o forse ci nascondiamo delle cose, o siamo degli illusi, e continuiamo imperterriti a scrivere, a lottare giornalmente con il nostro essere, a spendere il meno possibile per avere l’opportunità di rimanere nella condizione di scrittori invisibili, che è diversa dalla condizione di “scrittori inutili” di cui ha scritto Ermanno Cavazzoni. Siamo indefiniti, per qualcuno poi, a forza di credere in ciò che fa, si aprono porte e opportunità fino a poco prima insperate. Ma se considero i miei amici turnisti, le mie amiche della Dideco, della Paper International, della Cip, all’inferno, dove mi trovo io? Dove si trova Laura? Dove si trovano tutti quelli che scrivono un libro, vendono mille copie, e magari nemmeno si sono poste il pensiero della verità?
Nell’antologia di poesia L’opera comune a cura di Giuliano Ladolfi edita dalla rivista Atelier diretta da Marco Merlin c’è Igor De Marchi che scrive poesie che mi hanno coinvolto. Da Ascesa e declino di un giovane agente di commercio ripresa e ampliata anche nel suo libro Resoconto su reddito e salute racconta in poesia l’epopea di un rappresentante. Leggo i titoli: Il padrone della ditta, La macchina, Verso Chioggia, L’ingorgo di Mestre, Della cena questa sera Otto-dodici, tredici-diciannove, Stiamo poco a casa.
“Il padrone della ditta/quand’era di buon umore/ci insegnava le cose…”
Scrive all’inizio, mentre ne La macchina scrive in versi: “Tu guarda la macchina per esempio:/la realtà se la porta avanti/in chiaro/tenuta in ostaggio dagli abbaglianti…”.
In Verso Chioggia negli ultimi tre versi scrive:”Intanto-quello di cui stai parlando-/insistevi –anche se non pare,/non è ti dico un male ammortizzabile-.
L’ingorgo di Mestre parla di un tamponamento estivo che crea un ingorgo sulla tangenziale. L’agente di commercio sente dalla radio che effettivamente c’è stato un tamponamento a catena. La conferma di ciò che pensava gli dà un leggero sollievo.
Della cena questa sera Otto-dodici, tredici-diciannove, Stiamo poco a casa parlano rispettivamente della difficoltà di arrivare a casa a cena in orario a causa di un Tir ungherese lento che non riesce a superare, degli orari di lavoro talmente scanditi che passa la voglia di prendersi cura di sé: “Dopo un po’ ti passa la voglia/di tenere in moda la giacca/e pranzare in giro, se capita…”e per ultima la trascuratezza dei sentimenti che provoca l’impegno del lavoro.
In Resoconto su reddito e salute la sezione Ascesa e declino di un giovane agente di commercio è ampliata, fino ad arrivare alle dimissioni segnate da un annuncio di lavoro su una rivista specializzata di “Offro e cerco lavoro”. A un certo punto, dopo Otto-dodici, tredici-diciannove, De Marchi scrive: “Ho sorpassato in autostrada/un camion di maiali./Qualcuno se ne stava accovacciato/dentro la sua palude./Qualcuno con il grugno fuori/dalle sbarre lasciato al vento./Qualcun altro rosicchiava le sbarre/per addomesticare l’appetito./Io non sono come loro, mi sono detto.” De Marchi parla del camion di maiali, dei maiali, quasi fossero uomini, rosicchiano, addomesticano l’appetito, come noi umani. Poi mette quel verso: Io non sono come loro, ambiguo, poco chiaro, volutamente confuso. Non si capisce se si riferisce ai camionisti che guidano o ai maiali. Io non sono come loro è una rabbiosa presa di posizione dell’agente di commercio distrutto dagli ingorghi, dai rapporti superficiali, dai fatturati, dagli orari impossibili, dai pranzi pesanti che fanno venire acidità di stomaco. E’ una realtà che conosco molto bene, quella di cui parla in versi. Anch’io sono stato in giro per anni in macchina a vendere libri alle biblioteche del ferrarese. Ma la sua poesia, così legata alla realtà, segnata dalla nevrosi della fretta, determina un senso di stanchezza, attutisce la volontà di costruire. Il senso che rimane, dopo la lettura di Ascesa e declino di un giovane agente di commercio, è di una rassegnazione non redimibile nel mondo della competitività esasperata. Mi riconosco in tutto quello che scrive, non solo per il linguaggio usato, ma anche per il contenuto dei sentimenti, delle sfumature di sentimenti che prova il rappresentante di cui racconta. Quando ero in Einaudi, seppure fossi “co.co.co” ero a tutti gli effetti un rappresentante, quello che una volta si chiamava agente di commercio. Tutto parificato, tranne il contratto, e i rimborsi spesa. La macchina era a mie spese, come pure il carburante e i pranzi fuori in bettole da pochi soldi a pasto. Non potevo “scaricare” le spese, e quindi il concetto di ammortizzamento era sempre presente, ma alla luce del guadagno che avrei fatto. Naturalmente i guadagni erano sempre negativi rispetto alle spese, se avessi dovuto conteggiare pure l’usura della macchina, la sua svalutazione, le spese dei tagliandi, il consumo degli pneumatici…sarei impazzito. Invece facevo come fanno un po’ tutti: tagliando a chilometri triplicati rispetto a quello che consigliano sui manuali dell’autovettura, sostituzione degli pneumatici solo quando il battistrada diventa liscio…e poi i chilometri fatti non si guardano mai, per non pensare a quando la macchina, con trecentomila chilometri e passa, sarà da cambiare, ma non ci saranno i soldi. Conosco bene quella realtà che De Marchi rende bene in versi, anche se io non ho mai pensato, guardando gli altri esseri umani, o anche solo i maiali: Io non sono come loro. Mai l’ho pensato. Mai, inteso come: non sarò mai così in basso come loro, o non sarò mai ai loro livelli così alti, prestigiosi. La competitività non mi appartiene per natura, nemmeno mi appartiene, perché la sento lontata, l’idea di produttività sfrenata. E forse è proprio questa inconsapevolezza competitiva, produttiva, che non mi fa prendere il coraggio del sacrificio. Non è, forse, che temendo la fatica fisica, mentale, io e Laura non siamo in trincea, ma è proprio perché produttività e competitività non mi appartengono per natura che ne rimango lontano. Non so, forse mi sto raccontando una favola, e poi a ben pensarci, anche chi scrive è, in qualche modo, in trincea. La fatica e il sacrificio li sconta in un altro modo: la mancanza cronica di soldi, la difficoltà di vivere serenamente, la ricerca spasmodica di un intreccio eterno tra vita e morte.
Simon Weil andò a lavorare alla Wolksvagen per vedere le condizioni di lavoro in questo nuovo sistema produttivo chiamato “catena di montaggio”. Ma, tolte le buone intenzioni, andò lì con la consapevolezza che per lei, donarsi al lavoro operaio per qualche tempo, rappresentava un periodo determinato che concludendosi le avrebbe dato materiale teorico da scrivere e da analizzare. Quando Volponi, Ottieri, Bernari, scrivevano e descrivevano il mondo operaio, lo facevano da intellettuali che con un atteggiamento “estetico” e in modo falsamente epico, raccontavano la vita al lavoro, descrivevano personaggi proletari da una posizione privilegiata. Mi si potrà ribattere che comunque loro avevano le capacità, la preparazione, il talento, per farsi testimoni di un mondo che se anche non gli apparteneva, era nelle loro corde in quanto intellettuali e scrittori. Secondo il mio ragionamento, direbbe qualcuno, allora solo i macellai dovrebbero raccontare di macellai, solo i nobili dovrebbero raccontare il mondo dell’aristocrazia, solo i ciclisti dovrebbero raccontare le gare ciclistiche e così via. Ma la questione di cui volevo parlare io è un’altra. Mi spiego. Se io dovessi fare come la Weil, e considerassi di andare a lavorare in una ditta che produce qualcosa e andassi finalmente a lavorare con un contratto magari interinale, e se poi va bene, con un contratto degno di questo nome, verrei assorbito a tal punto dalla condizione in cui mi troverei, che non ci sarebbe più spazio per la creatività, per la scrittura. E magari dopo qualche tempo, mesi o anni che siano, anch’io potrei essere come l’agente di commercio che dice: Io non sono come loro. Invece so già di essere come loro. Maiali o uomini che siano, e non ho bisogno di fare “sacrifici” lontani dai miei desideri per poterlo capire o per potermi allontanare in maniera fittizia a loro.
Dentro di me è come se dicessi: Io so. Che non è un imperativo di valore, è più una consapevolezza, un modo d’essere. Io so di essere così e cosà, il mio sacrificio sta nella forze di resistere nel luogo in cui mi trovo, che non so bene che luogo sia esattamente, ma da questo luogo cerco di ordire il mio piano di lavoro.
“Ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare” sembrano dire gli intellettuali di ricca famiglia che si sono messi a scrivere quasi volessero dire: noi non siamo come loro, ma se avete pazienza vi racconto. Qualcuno si scandalizzerà per questa mia analisi. Tranquilli, se andate al fondo delle cose prima o poi converrete com me. E’ che i loro libri non riescono a fare scattare dentro di me la “sospensione di credulità”, troppo presi come sono a cesellare il lessico e la sintassi. Anche se in prima persona parla un operaio, magari degli anni ’50 e ’60 del XX secolo, loro creano una lingua falsa, che non corrisponde al vero!
Allora do ragione a Marco Candida, che un giorno ha scritto: “Ieri ho parlato con un tipo che è in gambissima. Mi parlava come se fosse un critico. Sapeva tutto del mondo dell'editoria undergroud e sapeva tutto della Letteratura e degli Autori. E io parlandogli mi è venuto come di pensare che tutte le persone che gravitano attorno alla letteratura vengono dalla letteratura. Tutti gli scrittori, tutti, tutti, tutti. Ma io vengo dal Bitume! Dalla Santa Pala Gommata! Dalle Sacre Betoniere! E dal Benedetto Filler! E dalla Sacrosanta Ghiaia! Io vengo dalle Pavimentazioni Stradali! Vengo dai Pavimenti! Non so neanche che faccia abbiano io i pendii del Parnaso! Io vengo dal di Fuori! Lo volete capire?! Non lo possono capire dei Letterati! Zombie! Non lo possono capire degli Scrittori! Zombie! Salottieri! PALLE MOSCE! Siete solo simulacri di scrittori! Non avete il fegato di mettervi in gioco davvero tutti presi come siete a farvi il nome e farvi il credito! Voi siete solo Cultori della Scrittura. Non siete La Scrittura!”
Anche se il suo furore è Carmelobeniano, con retrogusto rimbaudiano, ha colto abbastanza nel segno.
Oggi mi è arrivato per posta l’ultimo numero di Nuovi argomenti, il numero 24 di ottobre-dicembre 2003. Al fondo c’è un pezzo sulla commemorazione dei cinquant’anni della rivista. Assieme al testo di Raffaele La Capria ci sono alcune foto in bianco e nero. Nel gruppo riconosco: Mario Desiati vicino a Lorenzo Pavolini. C’è una foto scattata a Dacia Maraini. Enzo Siciliano con le mani in tasca è affiancato da Flavio Santi che sembra parlargli fittamente. Arnaldo Colasanti sta parlando con un signore di spalle che non riesco a riconoscere. Su questo numero di Nuovi Argomenti si chiede a diverse figure di spicco della narrativa, della chiesa, della politica, roba su: destra/sinistra: sei domande sulla crisi italiana. Su Poesia di Dicembre apprendo da una pubblicità che Flavio Santi scrive su Il Domenicale assieme a Daniele Piccini, Marco Merlin e altri. Già lo sapevo, ho comperato qualche volta il giornale di DellUtri per capire cosa volesse dire, Il Domenicale, o cosa avesse da dire. Siccome l’ho capito, non lo acquisto più.
Laura oggi mi ha detto che una sua amica che c’è al corso di francese, vent’anni, l’ha presa un po’ come una guida. Parlando un po’ in francese per esercitarsi, le ha chiesto chi ha fatto nascere la democrazia e questa ragazza di vent’anni ha risposto convinta che l’America ha creato la democrazia e l’ha esportata in tutto il Mondo. Funziona così, a slogan che manda la televisione, che i giornali scrivono, poi a forza di insistere, le persone ci credono. Con Laura ho cercato di dire: Ma le hai parlato di un certo Voltaire? Le hai parlato di quella cosa che nessuno più ricorda e che si chiama Illuminismo? Le hai detto che se certi paesi si trovano nelle condizioni in cui si trovano è perché l’Occidente li ha sfruttati e li sfrutta disseccandoli, ma è anche vero che quei paesi di un certo tipo che qualcuno chiama terzo e quarto mondo non hanno avuto o non sono stati toccati dall’Illuminismo francese?
Questa ragazza le ha chiesto quali libri alla sua età si dovrebbero leggere. Laura molto superficialmente le ha parlato del classico Giovane Holden e la ragazza, universitaria, iscritta a Sociologia, l’ha confuso con L’amico ritrovato…
Eppure secondo me c’è da sperare, perché i contenitori vuoti, quali siamo, non possono che essere riempiti, prima o poi. Spero.
Quando Riccardo Ielmini scrive Il privilegio della vita per le Edizioni Atelier, mi parla di un padre democristiano. E quando scrive quei versi dal titolo Mio padre è uno stanco democristiano, sembra che parli a me: “Mio padre è uno stanco democristiano./E’ quel che mi resta da dire,/e non è poco, se una storia, già andata/di là, lo invoca…” e più avanti: “Anche mio padre non ha combattuto/la guerra, e a farmelo vicino/basterebbe, perché una lontana eco/gli parve il racconto del partigiano,…” e nella terza serzione: “Mio padre andava alla sezione,/ascoltava i vecchi iscritti al partito,/con lo stemma dell’azione cattolica/appuntato al bavero del paltò…”, nella quinta parte inizia: “Mio padre ha la faccia di uno di provincia,/come di tante se ne vede,/e gli somiglio.” E via via fino a chiudersi in versi dove il padre tende la mano al figlio per salvarlo. Qui non c’è il conflitto con la figura paterna, è già passato nell’adolescenza, c’è una presa di coscienza che il padre sta scontando colpe per aver creduto in qualcosa che l’ha tradito, c’è la consapevolezza di sentirsi somiglianti al padre nell’aspetto fisico, nella genia, e allo stesso tempo di essere diverso, più protratto verso il futuro, che ancorato ad un passato di certezze fittizie. In questo libro dal titolo Mio padre è uno stanco democristiano c’è anche mio padre, un uomo che pur non avendo mai abbracciato fedi politiche per convinzione, è stato per lungo tempo democristiano, legato a un partito che non sentiva nemmeno vicino per ideologia, ma per abitudine familiare, alla “religiosità” della Democrazia Cristiana. In questo c’è comunanza anche col padre di Laura, democristiano attivo, amico e coetaneo di Bruno Tabacci, che ora è al governo e che rappresenta la punta di diamante della politica economica della Casa delle Libertà. Il padre di Laura, come mio padre, sono simili al padre di Mio padre è uno stanco democristiano che ora votano per senso del dovere ma che storicamente sono tagliati fuori, almeno a livello politico. Il padre di Laura, che ora vive lontano, in Romagna, è stato consigliere nella costituzione di un grande ospedale del Destra Secchia. Ospedale politicamente voluto dalla Democrazia Cristiana provinciale. Quando l’hanno costruito era già tecnologicamente superato e ora fa bella mostra di sé in mezzo al nulla della campagna.
Ma io cosa sono? Un essere morale.
Profondamente morale, mi verrebbe da dire. Ma tutti pensano d’esserlo.
Secondo Laura il sacrificio è il contrario del desiderio. E’ una costrizione a cui ci si dedica per trarre un beneficio futuro. Ma di questo beneficio futuro, e sicuro, non ne sono convinto. C’è il rischio di sacrificarsi e non ottenere nulla in cambio.
Tornando alla questione del sacrificio, ora ho fatto un po’ più di chiarezza dentro di me. Il lavoro deve essere e contenere in sé il valore dell’iniziativa personale, deve essere una possibilità di realizzazione personale. Il senso del lavoro consiste nel cercare di trarre il meglio da esso. Se il lavoro dovesse darmi solo remunerazioni materiali in cambio del mio tempo, del mio accrescimento personale, sarebbe un lavoro che non fa per me.
A parte questo, oggi Tommi, il mio cane, è tornato a casa dopo dieci giorni che non si faceva vedere. Era smunto e affamato. E’ andato via perché quando è in amore sembra non capire più nulla, sente solo il richiamo dell’accoppiamento e lo si può incontrare in giro ma non c’è verso che ti segua. Mia madre l’ha visto arrivare e gli ha aperto subito una scatoletta di pezzi di carne. Ha detto che tremava, forse aveva freddo, ma ha divorato tutto senza nemmeno masticare. Tutta la giornata ha parlato di Tommi che tremava, che forse aveva freddo. E’ andata a vederlo in garage dove abbiamo messo una cassetta di legno, degli stracci, del cartone per tappare ogni fessura. Nulla. Tremava anche al chiuso. Nella cuccia. Allora ha pensato bene di riempire delle bottiglie di plastica con dell’acqua bollente. Le ha avvolte in vecchie maglie di lana e le ha messe nella cuccia dove ci dorme Tommi. Il cane ha smesso di tremare e da oggi le bottiglie di plastica con l’acqua bollente sono diventate un rimedio efficace contro la bassa temperatura.
A me è tornata in mente la cagna che s’è strappata i tumori dalle mammelle. Ma non ho detto nulla a mia madre. L’ho solo ricordato nella mia mente.
Giuseppe Genna nel suo intervento aparso nel libro Scrivere sul fronte occidentale parla dell’ “io” che c’è nel romanzo Fight club di Palahniuk. Questo “io” doppio che compare, in realtà è la persona con la sua coscienza che, quando si fa sentire, a un certo punto, diventa destabilizzante. Genna scrive: “Questo elemento destabilizzante (l’io doppio n.d.a.) diventa nostro fratello e fa di tutto per trasformarci in qualcosa che la donna che volevo sposare, Maura, non avrebbe mai desiderato che facessi: ci fa lasciare il lavoro, ci fa vivere senza una lira, dimostra che consumare è essere schiavi nella più immediata delle concretezze.”
Sembra che questo “io” abbia posseduto anche me.
Posted by Davide Bregola at 21:18 | Comments (0)
Incontri
A partire da oggi sarò per due giorni in provincia di Modena dove presenterò alle scuole superiori la mattina e in biblioteca la sera Edoardo Albinati.
Sabato alle 17 invece sarà la volta di Torino:
Sabato 6 maggio per gli incontri della Fiera del Libro nei quartieri.
Ore 17,00
Circolo Spazzi - Via Virle 21 (Torino, Quartiere San Paolo)
Presentazione del libro di Davide Bregola:
"LA CULTURA ENCICLOPEDICA DELL'AUTODIDATTA"
"Spazzi" si trova cliccando qui.
Domenica e lunedi se qualcuno vuol passare, sono nel padiglione 2, stand J146: dove c'è Sironi, ovviamente.
Martedi sarò a Roma con Giulio Mozzi e parleremo del Romanzo Italiano del XXI secolo assieme alla "Cultura enciclopedica dell'autodidatta".
Tutto questo a partire dalle 22 in Via del Commercio 36 ad Alpheus al Festival Martelive.
Mercoledi sarò a Suzzara in provincia di Mantova.
Riuscirò a portare tutto a compimento?
Posted by Davide Bregola at 10:33 | Comments (2)
Se sei bello ti tirano le pietre
Il sottoscritto con Raul Montanari
Nel blog "La cultura enciclopedica dell'autodidatta" 22.500 pagine visitate in 9 mesi, 180 articoli, 720 commenti. Un'inchiesta con 65 tra scrittori, critici, lettori portata avanti sul "Romanzo del XXI secolo". Eppure il blog non riesce ad essere incisivo, per alcuni...(D.B.)
Gianluca Morozzi chiede qui:
"Del blog di Davide Bregola che ne pensate? Dagli interventi sul romanzo italiano del XXI secolo stanno venendo fuori cose interessanti, a mio parere..."
Andrea dà un parere molto interessante qui:
Davide Bregola è bravissimo, però mi pare che il suo blog non riesca assolutamente a essere incisivo (oltretutto nascosto dentro Vibrisse), è come se tutto quello che dice fosse a volume troppo basso. Non sto dicendo che deve, che si deve gridare, volevo dire che non bisogna censurarsi quando si sostengono certe idee, non bisogna avere paura del tono. Se si dicono cose controcorrente il tono sarà sempre pionieristicamente sbagliato, ma se non si milita non si va nemmeno avanti: gli equidistanti non vanno avanti, stanno fermi nel posto che amano di più: il centro dell'attenzione, a dispensare piacionismo. Bregola non è nato per non incidere, lo ripeto è molto bravo, deve solo fare un soundcheck prima di postare qualcosa.
Il suo lavoro sul nuovo romanzo mi ricorda un po' il tentativo di Igort di raccogliere opinioni sul fumetto che vorremmo leggere. Sono cose disorganiche con interventi a volte molto belli.
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Siamo abituati a pensare che le cose vadano criticate con la finezza dell'ironia. Non è vero. Certe cose vanno commentate con l'urlo di chi non le sopporta più. (T. Scarpa)
Posted by Davide Bregola at 00:14 | Comments (3)
03.05.06
Preparativi per la pubblicazione del mio primo romanzo/2
Di Davide Bregola
Il protocapitolo riportato ieri e leggibile QUI<