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11.05.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #66
Michelangelo Zizzi interviene nell'inchiesta sul romanzo del XXi secolo. Lo scritto di Zizzi è già stato pubblicato su Nazione Indiana, ma per tematica, piglio e contenuti ben si addice a questa rubrica.
Un intervento violento
Tre divagazioni senza apparente luogo né sinossi su scrittura, lettura e geografia letteraria
“Io desidero un’apocalissi più svelta.”
M. Parente
“Là portami Sofia
in quella terra che pare medicea
o forse ancora del pleistocene.
Là senza i profitti dei dizionari.
Senza quelle volture esatte
per dire o non dire
entrare o non entrare. […]”
L’esatta sintassi della grammatica da scuola elementare di maestra della neve di fuori qui in murge come ossari che fa un ordine di filari di tombe in bianco avanzo o coperte di gelido freezer sugli avanzi dell’inverno mi dispone alla dissequenza, frastagliamento dell’immagine. Ma per contrasto delle forme perse, sepolte, giacché quel che si vede è monotono, monocromo.
Dissequenza, ma quanto poi sono lontano dalla congruità?
Il punto finale di queste brevi, sgretolate riflessioni è infatti un luogo. Ed è esatto. Un fondo nel sacco. In una città ustionata nella pentola d’estate e sbollita nei crepacci di secco barocco bodiniano che ‘si sbuccia come una banana’ che s’incrosta nelle fritture fredde d’inverno, nel passo alternante, ubiquo, perenne di poeti, scrittori che viaggiano vagano vaporano dalla piazza del Duomo al fondo. Fondo Verri. A Lecce. Dove (per natura sono immaginifico) spesso la scrittura si produce. E a volte, mi è parso, con un tono esatto. Non essendo lontano da una riflessione sul ritmo e sulla geografia (ma le due cose si compendiano al Caffè Paisiello) torno alle camere separate, ai cilindri in gemellaggio del motore dialettico. All’apparente distopia.
Della scrittura e dell’anagogia
I miei saggi su ‘I principi di verità e la letteratura’ scritti tra le nuvole, pubblicati nel punto di condensa degli intestini trasparenti delle storte, degli alambicchi sinuosi e curvi (lo spettacolo è come se un bambino appollaiato al vetro vedesse scendere ghiaccioli dall’alto in bufe silenti di nevi o coriandoli che si ammucchiano in salse acquose a marciapiedi), meditati negli intervalli tra un treno e l’altro, tra un’entrata nelle spire di pagine di un romanzo bellissimo (La macinatrice, o Perceber) e l’uscita di servizio, d’emergenza, dalle pagine di un altro (chessò, il loro numero è abominevole, ma faccio uno o due esempi a caso ma accumulativi: l’inutile Fandango di Baricco o gli scrittini di Cristian Raimo), i miei saggi dicevo partono da una riflessione (che mi pare unica, isolata e fastosa come l’intento di una guerra silenziosa che un imperatore invisibile abbia un giorno proclamato e alla quale partecipano tutti gli scrittori, tutti gli uomini del mondo, ma senza accorgersene. O quasi) che è contenuta nel Convivio di Dante.
Il senso ‘anagogico’.
Per il quale la letteratura, meglio la scrittura possederebbe (se è scrittura e non eco, inappartenenza, produzione involontaria) un’AZIONE. Produrrebbe insomma un effetto.
Il quale poi non è, o non sarebbe, solo quello sul lettore, ché ad esso rimane nulla di più che una suggestione, un emozione o tuttalpiù un nutrimento, un enzima per la fertilizzazione di altri ‘spazi letterari’. Il senso anagogico è molto di più. La sua direzione è oltrepassare l’effetto sul tempo, il suo effetto è oltrepassare la direzione della scrittura. Sorpassare quello che nel Novecento (un secolo che non possiamo troppo presto archiviare solo per eccesso di risonanza ecolalica) è stato definito ‘rete semiologica’ (formalisti, strutturalisti e infiniti linguisti: il numero di essi è così inenumerabile che ne facciamo un insieme, un insieme infinito), qualcosa che si produce anche solo per ‘Ars combinatoria’, o intreccio ludico (Calvino, ma non solo).
Va da sé che il problema dell’anagogia include quello di genialità (così tanto sgradito alla maggioranza dei critici ectoplasmatici, dei figuranti polemici, dei massmediologi massivi, dei sociologi socievoli, dei postmodernisti all’acqua di rosa, dei blogger che vivono solo nell’immateriale rete per 24 ore su 24, anche quando dormono sonni inquieti) e/o, ‘mutatis mutandis’, quello della scrittura celeste (anche in questo caso, per benigna ventura, il numero è quasi infinito, ma minore che nel caso degli scrittori inutili. Faccio solo qualche esempio: Faraoni, scribi degli dei, Eraclito, Porfirio, Apuleio, Petronio, Arnaldo da Villanova, Bruno, Francesco Colonna, Rabelais, Gogol, Manganelli, Gadda, Proust, Moresco, Borges, Pinchon, Mccarthy, D’Arrigo, Bene, Roberto Calasso).
Va da sé che se è il mondo a trasformarsi la scrittura anagogica oltrepassa anche le ‘discendevoli’ capacità di organizzazione della forma dal ‘di fuori’, oltrepassa l’idea della lingua come di uno strumento, di un fine, di una cosa, oltrepassa la pretesa di fare delle scienze cognitive la base della conoscenza, va da sé che il rapporto soggetto – oggetto si deve situare in uno spazio allotrio rispetto a quello dell’ebreo Galileo, va da sé che la psicanalisi ‘va in culo’, lo storicismo diventa una favola, le immagini di distruzione diventano beneaguranti, la resistenza alla morte (canone dell’Occidente) inutile, e l’essenza o la scienza delle trasformazioni l’unica cosa che rimane.
Sono forse vago?
Sella lettura o del realismo o del romanzo o del capolavoro.
Nella mia brevità inconcepibile e concitata (avrei bisogno di tremila pagine per spiegare quello che ho appena detto nel modo che il sociologo socievole, il blogger perenne, eccetera, potrebbero definire ‘accettabile’) passo ad altro luogo.
Impostiamo il problema violentemente. Così: il lettore (oltre al ‘lector in fabula’ echiano, ecolalico) deve essere catturato per espiarsi (risolversi).
Non mi riferisco all’accademia dell’espiare, alle pagine di un Aristotele (padre d’ogni tecnocrate) troppo meditante che ci insegna in un codice poi infinitamente copiato cos’è la catarsi, non mi riferisco alla crudeltà di Artaud.
In questo luogo o stato non c’è inferenza della psiche, nessuna teoria del bene e del male, nessuna necessità di violentare lo spettacolo.
Il problema è ancora una volta, se lo si vuol comprendere, quello del capolavoro. Del genio e della sua non traducibilità. Catturare in questo caso significa aver fatto agire la scrittura oltre, prima e dopo il suo tracciato di prevedibilità. La cattura che esiste solo per lo scrittore anagogico e neanche per il lettore, ha il suo corrispettivo nell’esercizio di stile all’interno dell’evidenza materiale dell’opera, e nell’esercizio della facoltà dello stile all’interno della vita dello scrittore.
Vita che si prospetta a questo punto come capolavoro.
Se si è eliminata ogni reticenza a dire o non dire, dichiarare o meno, se si è abolita ogni falsa coscienza dell’appartenere a questa o a quell’altra visione del mondo, se la visione del mondo è uno stato al quale ‘solamente’ si appartiene, dal di dentro e non nel regno delle asserzioni esterne, va da sé che ‘si è quello stato, quella azione’.
Lo spazio di questa scrittura è sterminato e proprio per questo la cattura avviene nel suo luogo impossibile. Nel deserto direbbe Bene.
Siamo oltre il linguaggio. Sociale, familiare, d’appartenenza misera e umana, fuori dalla sociologia della cultura, come fuori da ogni riparo dell’appartenenza codificata dal mondo esterno, dalle sue targhe, semiosi, immagini, indicatori.
Pertanto la questione è: riformulare, riconfigurare l’appartenenza. E anche al costo di diventar oscuro (ma questo discorso non è, esso stesso, lontano da una prassi, da un’anagogia, come neanche dall’essere un ‘intervento violento’) direi che bisogna ricondursi all’essenza e alla trascendenza. Non mi sto riferendo ad alcun ‘fatto’ teologico, pretesco, santagostiniano.
Sono nel deserto e nella sua aporia. In questo luogo esente dalla sinossi, dalla semiosi, dal senso. Infatti non spiego più di tanto.
Essenza e cattura appaiono come concatenate: entrambe prospettano due orizzonti: liberazione, ma anche rivelazione. Come dire che per ‘essere’ dobbiamo riconoscere i ‘nemici’, riconoscendo allo stesso momento noi stessi. In questo senso, solo in questo intendo la cattura del lettore. Non sto dichiarando nulla infatti, non sto dicendo nulla. Inutile aggiungere che ‘i nemici’ sono anche, soprattutto, gli effetti che intervengono prima o dopo, che ci distolgono dall’’essere dentro’, cioè ancora una volta essi sono le facili condiscendenze al dover dire, all’eticità (esterna) del discorso.
Se la scrittura si libera come anagogia, se sta agendo, il lettore verrà trasformato, ma non dal senso della scrittura o dalla sua polisemia, bensì dal suo stesso agire (della scrittura), che lo trasformerà non narratologicamente, non emeneuticamente, ma ‘realmente’.
Si tratta per gli scrittori di non sentirsi nella letteratura, per i lettori di non sentirsi nella lettura. Cioè nel codice, nella ripetizione, nel già detto. Si tratta di far agire. ‘Far’ agire, neanche farsi agire.
Innesto a questo punto una riflessione sul realismo, che è anche una riflessione per quanto rapida sul postmoderno. Luogo, com’è plausibile, non distante da ciò che stiamo dicendo. Se l’anagogia è un’azione tout court, se la scrittura è l’esercizio di una sperimentazione di uno stato neanche più solo umano, peggio biografico o peggio ancora memoriale (intendo questi luoghi così ‘come sono’, nella ‘loro’ perfetta analogia), se è sperimentazione di una forza, di una potenza che è in sé, non in relazione ad un esercizio (ché sarebbe invece leva, e già quasi solo tecnica), allora tutta la discussione sul realismo deve essere riconfigurata.
Siamo abituati a pensare al realismo come un aspetto della letteratura che riguarda i rapporti tra gli uomini e le cose. Eppure inteso così sarebbe solo una delle tante relazioni ‘minori’ come quelle che si fanno tra gli uomini per accordo reciproco. Insomma al pari di una transazione, di una mediazione, di un contratto che leghi negli aspetti ‘esterni’ due o più cose tra loro. Questa visione del realismo (relazione tra elementi) è forse lontana da psicologismo, ideologia, dietrologia, inventario delle cose da museo, ripetizione, calco dichiarativo che si fa attraverso la conversione ad un principio sociale?
La scrittura ama i deserti invece anche quando lo scrittore vive in una capitale affollata.
Il suo principio se davvero si è emancipato da ogni eco ‘esterna’, se si è trovato nella sua parola iniziale, prelogica, preculturale, se si sta facendo azione, anagogia, è forse per questo meno reale di ciò che chiamiamo reale?
O invece persino più reale, perché fondato ‘autenticamente’ e non soggetto all’isteria del caso?
Insomma il problema del realismo è un problema che assomiglia al segreto di pulcinella. Più che vedere, andare a vedere se lo scrittore e politicamente corretto o scorretto, se sta evocando quel luogo comune o quell’altra, se è buddista o cattolico, dovremmo vedere quanto è grande, dovremmo piuttosto dirci, chiederci quanto la scrittura è capolavoro, opera, quanto ha scavato, quanto sta agendo, catturando, infilandosi oltre ogni intrattenimento da spiaggia, oltre ogni inibizione della buona coscienza del fare il bene, oltre ogni idea del bene. E ovviamente oltre ogni idea del male.
Credo poco ai realismi alla Lukacs, alla durezza delle cose, alle cose e basta.
Non nego che le cose esistano, ma mi sembra poco per la scrittura.
Del Salento.
“Incontrare gli amici di un tempo, i caffè”
C. Bene
Ed eccoci infine ad un luogo che il geometra coadiuvato da strumenti umani può computare. Siamo a Lecce e passeggiamo.
Nel Salento che, per un effetto stabilito nei codici di insensate pulegge cosmiche o invece del tutto casuale, possiede oggi come oggi la più alta densità di scrittori rispetto agli abitanti e anche la più alta densità di talento tra gli scrittori rispetto al loro numero. Ed in particolare al Fondo Verri (dedicato al più che grande e quasi sconosciuto Antonio Verri) questo si avvera. Venite in un crepuscolo di maggio ed entrando al Fondo Verri sarà come entrare nella foresta incantata dove gli orologi di resine scesi negli anni pungenti di aghi di pini si sciolgono, nello specchio di Alice, nella catottromanzia delle possibilità d’incontro col sé, nell’effetto di viaggio che danno le tisane alle erbe, nella proctoscopia della scrittura, nell’aleph che è ben nascosto sotto il legno del palchetto dove si incontrano gli scrittori.
A Lecce ci sono le poetesse più belle e brave d’Italia, i talenti che nessuno legge e che invece sono i poeti, i performer migliori d’Italia (uno come L. Voce dovrebbe reggere loro il microfono come un moccolo), gli attori che senza dirsi d’avanguardia sono tre decenni avanti agli sperimentalisti della decagofonia interdisciplinare in mascherata diurna o notturna, i gelatai migliori d’Italia, le raccolte di feromoni nei cavi di ascelle delle femmine più bone d’Italia, i travestiti, i transessuali più sexy d’Italia, i migliori animatori culturali d’Italia (Mauro Marino).
Tralascio invece la menzione del buco nero: l’Università. Ché saremmo condotti all’ano storto, alla fagocitosi culturale, alla ferita senza rimarginazione, alla paesana esaltazione dei contadini culturali, agli occhi di bue, di secchioni che vi passeggiano in pascoli di foglie di libri ruminati senza metabolismo, al buio di cantine del sottosuolo intellettuale, alla corsia d’ospedale, all’infezione psicotica.
Mi limiterò ai poeti. Tralasciando gli altri: a Lecce (come in ogni luogo quasi perfetto per la vocazione simmetrica di ciò che è capolavoro c’è anche il contrario del talento) è possibile trovare, scovare i seguaci di Nanni Balestrini, di Lello Voce, di Paolo Nori, di Aldo Nove, ecc.
Anch’essi sono innumerevoli, sono i bravi copisti letterari, i lecchini della risalita accademica, quelli che inventano o ribollono l’acqua calda, che scoprono l’America dopo oltre cinquecento anni, e se ne meravigliano.
Mi limiterò ai poeti in questa riflessione distopica, questo ‘intevento violento’ che è il non luogo che porta alla discesa fino a scoprire le radici, il muladhara del genio e che ora si configura come apparente esortazione di un consorzio per il turismo, perché ancora vi dico, vi dico ‘venite a Lecce, venite al Fondo Verri’.
Ecco.
Incontrerete probabilmente Simone Giorgino che vi farà fare un giro in una macchina incantata nella quale ascolterete dalla sua voce irripetibile cd che riproducono tutto il canone poetico dell’Occidente (da Dante a Zizzi), ma se leggerete i suoi versi vi incanterà anche di più, perché sarete circuiti da poesia che non da tregua, che si svolge come canovaccio cantilenante ammantato di endecasillabi strepitosi, portati alla luce direttamente dalla fucina dove le immagini si producono. Eppure Giorgino, salvo qualche ciclostile, fotocopia, è pressoché inedito. Sconosciuto.
Vedrete Carla Saracino che possiede le risorse dell’aristofania, del sorgere come ‘signora’ nel suo sentimento del cosmo, lei che connette nel verso colato dall’alto nascite caldee, sirie, egizie e forse anche presemite, direi sumere. La Saracino che quando passeggia taglia in due le strade, le piazze e che quando scrive parla la lingua dei cieli: percezione della morte e respiro della trascendenza. Ben oltre le preoccupazioni femminili del dover fare la spesa. Diventerà grandissima.
Troverete Ilaria Seclì, lussuriosa e mistica, a metà strada tra la popolana e l’aristocratica essendo entrambe le cose, e quindi perfetta, raffinata e graffiante assieme, che vi tesserà una tela dei ragni che esistono solo nei meridioni: con una bava poetica che cantilena, intrama, scortica, con una lingua che affronta, non evita, accende. Lingua ctonia e materica, ma anche salmodiante, cantante, librante, alta.
Nel vicolo, a sera, mimetizzata con la luce lunare, bianca e notturna, smisuratamente dark ma senza moda, dall’intelligenza che si stimola nei nessi psicosessuali ma oltre la biologia, troverete se siete fortunati Laura Sergio, e penserete che siete a metà strada tra l’aver notato una fanciulla stimolante o un demone che svia. A 21 anni è promettentissima. Possiede la lingua che si autofonda, un verso ipermetaforico, ipermusicale, ridondante quanto dura il talento.
Troverete Angelo Petrelli in qualche bar. Vi offrirà da bere. E’ molto giovane, ma cresce con un ritmo costante, con consistenze vieppiù convincenti a volerlo leggere sin dalle prime prove fino ad oggi. Certo si sente qualche rifrazione d’altri, qualche eco, ma tra breve troverà la sua edificazione. Scommetto su di lui, come già feci in occasione del suo esordio.
Ma se verrete fino al Fondo Verri, dove Mauro Marino, un uomo che a causa della sua efficienza, grandezza, umanità, forse non esiste, vi ospiterà, se vi verrete, troverete in alcune sere, crepuscoli, notti tutti costoro insieme. E non vi sembrerà possibile.
Non vi sembrerà possibile quando vedrete apparire Massimiliano Parente, quando appare in una serata memorabile e fonda un canone della letteratura nel sorpasso ultraorgasmico dello sfondamento nel buco del culo di tutte le cazzate che dicono gli scrittori dell’eco, quando sarete macinati dalla macinatrice, che non è una metafora, non è una figura retorica, un modo di dire, ma proprio la scrittura nel suo momento acmeico.
Se lo show si fa serio, se viene Parente ad infilarsi nella dura legge dei giochi d’ombre cinesi del Fondo, la letteratura, la scrittura diventa un’azzardo più ‘vero’, oltre le pipe di Foucault e le pippe di Nesi. Resta qualcosa che nessuno può più tradurre. Siamo nella scrittura pura. Nella genialità.
Non vi sembrerà possibile quando vedrete venire, comparire Leonardo Colombati, quando compare, Colombati che sembra un buontempone e forse lo è, e lo vedrete comparire con quell’allegria così infrequente per i talenti (ma della quale non difettava Dalì, né Rabelais) e proprio per questo ancora più incredibile, più estremo. Insomma entra e presenta un libro di rara bellezza e ne parla come se fosse solo un oggetto messo in televendita. In queste occasioni il Fondo Verri si trasforma di più, agisce come la scrittura, come la cattura, si produce come se fosse Perceber, città, romanzo impossibile che prima aggrega la semiologia e poi la fa scoppiare come nell’opera che agisce come opera, capolavoro.
Ma la via civica dove il Fondo Verri è situato può spiegare molto. Via S. Maria del Paradiso. Antiche leggende leccesi la vogliono frequentata da fate salentine che rinascono ad ogni plenilunio comparendo nei riflessi argentei delle pozzanghere che raddoppiano il cielo, da fanciulle morte e vive allo stesso momento, ragazze di rara bellezza che si manifestano solo per pochi istanti con la giusta atmosfera e richiamano con la voce non dell’addio ma del riconoscimento e che talvolta danno a chi passeggia un viatico per l’eden terrestre o celeste che sia.
Difficile a credersi, eppure il Fondo Verri esiste ed è così.
Come è vero tutto quel che vi ho detto.
Anche se sono immaginifico.
Anche se sono un po’ feroce e questo è stato un intervento violento.
Michelangelo Zizzi è nato trentasette anni fa in Puglia, a Martina Franca. E' dottore di ricerca e presso l'Università di Lecce. E' medico omeopata.
Collaboratore di diverse riviste letterarie italiane ed internazionali (Nuovi Argomenti, Poesia, Y.I.P., Gradiva, L'immaginazione, Versodove), nelle quali sono apparse poesie, racconti e recensioni critiche.
A livello critico si è finora prevalentemente occupato di letteratura poetica dell'otto - novecento e in particolare di Dino Campana, Vittorio Bodini e Girolamo Comi sulla figure dei quali ultimi ha pubblicato Il Sud e la Luna - per una geografia della semantica in Vittorio Bodini attraverso la lingua (Levante Editore - 1999), Autoritratto con monade - Fenomenologia della poesia in Girolamo Comi (Multimedia Pensa editore - 2000) e L'orfismo in Comi (Multimedia Pensa editore 2002). Attualmente sta impostando un discorso critico sulla Linea lombarda.
In poesia ha pubblicato la raccolta La casa cantoniera ne la collana di Maurizio Cucchi (Stampa editore; 2001) e presso l'editore Manni (2002) il lavoro del 1992 La primavera ermetica.
Suoi testi in volumi collettivi sono apparsi presso Guerini & Associati, Crocetti e Marcos y Marcos.
Posted by Davide Bregola at 11.05.06 09:20