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01.05.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #65
Beniamino Sidoti interviene nell'inchiesta sul romanzo del XXI secolo. Già Consulente didattico per il Ministero della Pubblica Istruzione, ha scritto un testo di riferimento per tutti i professionisti che si occupano di scrittura dal titolo "Giochi con le storie" Edizioni La Meridiana.
Tutti gli interventi di scrittori, critici, lettori, si possono leggere Qui.
Di Beniamino Sidoti
La mia prima impressione sull'argomento proposto è stata onestamente un po' freddina (diciamo che la morte dell'autore e del romanzo non mi hanno mai granché toccato). Ma poi ho letto fra le righe e sul blog, e ho trovato una bella discussione in corso, con idee, voglia di confrontarsi, di rilanciare. Senza l'accademica necessità di giustificare ogni ipotesi sulla falsa riga di qualcun altro, e senza il vezzo di fare nomi o di non farne.
Questo, forse più che la domanda, mi ha incuriosito. Allora provo a rispondere alla domanda originale, facendo finta che il XXI secolo non sia un periodo cronologico, un'unità di tempo, ma uno stato d'animo, un auspicio, una direzione. Anche perché ne è trascorso il 6% circa, che è un po' pochino per tracciare un profilo.
Credo che il romanzo si stia finendo di avvitare in un movimento paradossale intorno al concetto di "genere": da una parte emergono sempre più narratori che, per dar vita a grandi storie, e mantenere un contatto con il proprio pubblico, evitano la Letteratura. Grandi scrittori e scrittrici si dedicano allora alla fantascienza (qualcuno citava Evangelisti: mi accodo, lo sento uno dei pochi autori italiani lanciati su una ricerca sui mezzi e le potenzialità, sulla funzione della narrazione), al racconto orale (penso a Celestini e al suo far teatro con grande attenzione alle storie e alla Storia), al libro per ragazzi (mi vengono in mente Paulsen e Oates, stavolta non voglio far nomi italiani che pur ci sono), al giallo e al noir, alla fantasy, al fumetto (penso a Tardi e a Brown, a Thompson e a Gipi...); eccetera. Dall'altra parte la Letteratura rischia di diventare essa stessa un "genere" basato sulla violazione delle regole, sulla manomissione dei meccanismi narrativi attesi: un genere o un meta-genere, un modo di raccontare a chi legge solo Letteratura o molta Letteratura.
Quando leggo romanzi che mi entusiasmano, sono quasi sempre frutto di contaminazioni e di mediazioni fra questi due poli: penso a Vonnegut, ai libri azzeccati di Benni, a un piccolo libro che si intitola "Feed" (per ragazzi, da Fabbri, di M. T. Anderson). Credo che chi scrive storie senta l'urgenza di far valere le storie per quello che sono, di farle vivere e sentire vive: e penso che questo sia ora paradossalmente più facile fuori della Letteratura.
Non credo che sia un dramma: è un segno forse di un ricambio generazionale, di un tentativo di svecchiare da dentro i cliché letterari, di ampliare la forma romanzo verso un maggiore uso dell'illustrazione e del disegno, verso una condivisione reale con la comunità di lettori.
Un'altra pulsione curiosa che attraversa il romanzo è il gioco, il tentativo di creare meccanismi interattivi nella pagina scritta. E' un tentativo lento, che emerge lentamente, e che non sempre produce grandi cose: ma esiste e prende varie forme, dalla collaborazione a più mani al superamento della forma lineare della lettura, dall'esposizione/sovraesposizione sul web a ingannevoli forme di flirt con la realtà. Credo che nuove forme di scrittura nasceranno anche da questo, magari su altri mezzi di comunicazione, o magari tornando alla carta stampata in forme ancora inedite. Mi ricordo, di Matteo B. Bianchi, per dire, un meraviglioso gioco di rievocazioni che apre una finestra sul mondo pop dello scrittore milanese.
La forma romanzo, insomma, sta cambiando: credo che stia cambiando di più nei luoghi lontani dai riflettori, ai margini fertili dei generi meno indagati. Nella tua lettera/invito dici che si perde la percezione del valore degli autori (in particolare italiani) e dei romanzi: è vero, ma credo che il problema sia in un sistema dei media (e della critica) che non è in grado di riconoscere e di gestire un mondo che si è fatto così vasto. Però il cinema continua ad attingere dai romanzi, il teatro pure; le storie esistono, e qualcosa si muove.
Certo, il romanzo tradizionale è rimasto "centrale" alla forma letteraria (e al mercato, e all'immagine dell'editoria), e sta languendo, per essere generosi. Sono in pochi a cercare strade nuove, e probabilmente non hanno neanche tanto interesse a farlo: tutto sommato, a conti fatti, non paga. Fuori da questo centro, nella periferia dell'editoria, le cose si muovono rapidamente, ma è molto più difficile seguirle. Ogni tanto, per fortuna, qualche evento e talento eccezionale costringe a ricucire i due mondi.
Ti faccio un esempio di questo strabismo: gli anni Novanta hanno visto il fenomeno dei "giovani scrittori"; eppure, credo che a guardare quanti siano e cosa scrivano gli scrittori della mia generazione, penso che solo una minima parte si stia lambiccando sul romanzo, mentre molti scrivono fumetti e fantasy, fantascienza e gialli, libri per ragazzi, teatro, radio e televisione. C'è stato un ricambio, e non ce ne siamo accorti: quello che s'è visto è stato solo un fenomeno superficiale, i "giovani scrittori". A guardarla bene, potevamo raccontare tutto un mondo di letture e scritture; invece siamo diventati rotocalco.
L'editoria vive di rotocalchi, di tirature, di fenomeni e di "casi". Non può durare a lungo: prima o poi ne usciremo. Per ora viviamoci i margini, questi margini liberi e sperimentali (in cui c'è tanta spazzatura, per carità! Ma anche quella, almeno, è anonima e non certificata: monnezza genuina!). Certo, tocca fare qualche sacrificio: per dire, c'è un'intera generazione, o quasi, che deve inventarsi altri mestieri per poter fare il poeta o lo scrittore; mentre pubblicano Madonna e Totti, Melissa P. e Bruno Vespa. Non è bello e non è facile: ma non è facile per nessuno che abbia avuto la testardaggine di nascere dopo il 1960.
Beniamino Sidoti si occupa di promozione della lettura e di giochi (in particolare in ambito socio-educativo); fa parte dell'associazione Letteratura interattiva e si è laureato con una tesi sulle "scritture collettive".
Suoi libri si trovano QUI.
Posted by Davide Bregola at 01.05.06 11:33
Comments
Bella riflessione.
"Per ora viviamoci i margini, questi margini liberi e sperimentali".
Spero fortemente in un nuovo orizzonte, che hai margini ci sia VITA.
Posted by: Francesco Sasso at 01.05.06 21:44
D'accordo con Sasso. La riflessione di Sidoti è da leggere tutta perché dà grande speranza all'intelligenza e alla immaginazione. Oggi è chi "fatica" ad essere in una posizione di privilegio artistico. Chi ha i privilegi è "seduto" sugli allori, per questo ho grandi aspettative nei confronti dei precari di ogni genere e forma. Ho letto il "pezzo" di raimo su Nazione indiana e se fossi in lui invece di essere cupo mi rallegrerei per l'enorme possibilità che mi è stata data di non diventare un impiegato delle lettere o delle case editrici. Felicitazioni, dunque. Seppur paradossali!(D.B.)
Posted by: D.B. at 02.05.06 13:26