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11.04.06
REPORTAGE-AGAIN&AGAIN
Pellegrinaggio Emiliano (Terza e ultima parte)
(Sulle tracce di Pier Vittorio Tondelli)
Di Dimitri Di Salvo
Ci sono luoghi dell’infanzia che non se ne vanno per tutta la vita: restano come pietre miliari, punti di riferimento, termini di accostamento per organizzare tutta l’esperienza successiva. Sono gli “ab origine”, le epifanie a scoppio talvolta ritardato, i sigilli che imprimono un’impronta indelebile sul nostro successivo modo di vedere e interpretare noi stessi e il mondo.
A Correggio, discosta poche decine di metri dalla lunga piazza principale, c’è la chiesa di San Quirino, una chiesa tranquilla di mattoni rossi, cinquecentesca, simile a molte altre nella zona, composta come una signora in età matura ma non troppo. Dal sagrato innanzi alla chiesa parte un selciato fatto di cubetti di porfido, che si allunga nella piazza antistante, lunga e stretta, per ricongiungersi poi alel vie del paese. Al centro della piazza si alza il monumento alla maggior gloria locale, il pittore cinquecentesco che dal paese prese nome, Antonio Allegri detto “Il Correggio”. Questo luoghi vedono sfilare ogni anno, di Venerdì Santo, la processione del Cristo morto. Sì, proprio quella che ricordavo a pag. 130 e dintorni, suggerisce lo spirito di Pier sfogliando al mio fianco “Camere separate”.
Quando descrivevi la fatica, il dolore, l’umiliazione di portare la statua della Madonna, ai limiti della sopportazione fisica, ed eri pieno di rabbia impotente perchè non potevi fare altrimenti, altrimenti tutti ti avrebbero considerato una mezzacalzetta, uno incapace di portare a termine i compiti importanti? E allora tu hai portato fino in chiesa quella statua sulla portantina che ti affondava il suo peso nella carne, e stavi più male perchè non ti importava niente di dimostrare che potevi portare una statua fino all’altare ma eri obbligato, dovevi soffrire perchè gli altri lo volevano? E... – Quanta foga! Sì, grossomodo.
Forse infastidico dalla mia intemperanza, il genio di Pier va a nascondersi su qualche nuvoletta. Intanto la corrente d’aria provocata dalla sua uscita ha spalancato alcuni dei libri sul mio tavolo di lavoro e dovrei fare un po’ di ordine prima di continuare. L’avrà fatto apposta, una piccola vendetta per il fastidio che gli ho procurato? Faccio per richiedere un grosso libro d’arte sull’Antonio Allegri da Correggio, donatomi dall’amico Enos al tempo amico di Pier. Mi blocco e fisso affascinato la pagina, riempita interamente dalla riproduzione del Cristo Portacroce (Bruxelles, Museée Royal des Beaux Arts). Sovrappongo mentalmente l’immagine grafica e l’immagine mentale lasciatami da “Camere separate”. Coincidono in alcuni tratti non totalmente. Il Cristo del Correggio è troppo alto per essere contenuto nel quadro, c’è bisogno della croce per piegarlo entro il margine superiore e quello inferiore della cornice. Non pare disperato, addolorato, sofferente: soltanto uno stupore profondo emana nel suo sguardo indirizzato all’indietro, come a ripetere una domanda che non ha avuto soddisfazione: - Io? Proprio io? Non sarà stato uno scambio di persona?
La sofferenza è ancora da venire: l’incredulità innanzi all’ingiustizia, la sorpresa di chi ancora non riesce ad entrare nella parte del condannato sostengono questo Cristo che sale al Calvario con passo fermo e volto incredulo, pieno di una stupefatta mansuetudine che rende insignificante il peso materiale di quella croce.
Tra questo Cristo e Pier passano quasi cinque secoli; anche Pier era alto (quasi due metri), anche Pier dovette piegarsi entro i limiti della cornice; dovette piegarsi a portare una Madonna che avrebbe volentieri abbandonato in terra, dovette piegarsi alel restrizioni, ai condizionamenti ed ai pregiudizi di una vita di provincia soffocante, finchè non riuscì ad evadere. Ma ci sono luoghi dell’infanzia che non se ne vanno per tutta la vita... Sono i sigilli che imprimono un’impronta indelebile sul nostro successivo modo di vedere e interpretare noi stessi e il mondo.
Posted by Davide Bregola at 11.04.06 10:57