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08.04.06

Reportage

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Inizia con questo "pezzo", per tre puntate, un resoconto di Dimitri Di Salvo, su un viaggio fatto qualche tempo fa a Correggio, sui luoghi Tondelliani. Dimitri, laureato in Lettere moderne a Torino, ora trentenne, aveva svolto, durante gli studi universitari una intensa attività giornalistica di tipo artistico-letterario, decidendo, dopo l'incontro con Enos Rota, di scegliere una Tesi di laurea sullo scrittore correggese. Proprio in una di queste incursioni nei luoghi deputati, scrisse alcune pagine molto acute, critiche e dense di significato non solo sull'Autore di Camere Separate, ma anche della realtà geografico-storica tutta, osservata con spirito molto obiettivo.(D.B.)

Pellegrinaggio emiliano (Prima Puntata)
Sulle tracce di Pier Vittorio Tondelli

di Dimitri Di Salvo

Certi luoghi hanno porte segrete. A seconda delle chiavi che ogni viaggiatore porta con sè, riesce a raccogliere in misura diversa i segni nascosti in essi. Alcuni luoghi debordano di questi segni: sono i crocevia dove si fondono le strade più larghe e numerose e antiche, e gli indizi scoppiano a ogni angolo. Città d’arte, metropoli industriali, luoghi di storia, presentano al visitatore tesori più appariscenti, e perle più nascoste. Talvolta è difficile scoprire certi percorsi, a meno di non aver già per le mani una traccia sicura. Nel caso di luoghi più raccolti, poniamo, ad esempio, un paesone della bassa di nome Correggio, il compito può farsi più facile. O più difficile, per certi versi.

Qui nella bassa arrivo una mattina di gennaio, stazione di Reggio Emilia, ospite dell’amico Enos. Ci lega un’amicizia breve e già intensa, nata all’ombra di uno dei “casi” letterari dello scorso decennio. Lasciamo Reggio per la campagna, distnaze sfumate da una perenne nebbiolina che lascia, bontà sua, trasparire talvolta un poco di sole. Distanze illusorie, miraggi al contrario di questa nebbia che sembra costruire assenze, svuotare il paesaggio, che si srotola intorno in ogni direzione, come da una spirale che ha il centro in chi guarda. Per me, che arrivo all’ombra delle Alpi, è un impatto questa assenza di frontiere. Tutt’al più, qualche ostacolo: casolari a grupponi, filari intermittenti di viti, il campanile di qualche chiesa che sbuca dalla piattezza circostante dritto rosso teso come il dito di una annegante. Sono ostatocli per la vista, non per lo spirito: che si ritira guardingo dopo brevi puntate intorno, come un esploratore che non voglia allontanarsi troppo dal campo base. Dev’essere diverso, per chi ci abita, per chi ci è nato. Devono avere in qualche modo imparato a difendersi, per sopravvivere, ad erigere in qualche modo delle frontiere mentali contro questo Nulla velato di nebbia che si annida dietro i segni sistemati dall’uomo. Ma queste sono le fantasie di un viaggiatore, uno straniero che per la prima volta giunge a curiosare in questi luoghi: d’altronde, mi si spiega, qui non si sta così male, almeno a livello di conto in banca: tra Lambrusco ed Affettati, piccole e medie industrie ed aziende, il tenore di vita è tra i più alti in Italia, nè il benessere si mostra in forme sfacciate o appariscenti. Io tuttavia non mi fido troppo: le mie fonti di informazioni, ed il filo rosso che mi ha portato fino a qui, mi suggeriscono un’altra faccia della medaglia, nascosta dietro la facciata paciosamente campagnola, serenamente borghese della Bassa e dei suoi paesoni come Correggio, ventimila abitnati, tre lettere e venti minuti (di macchina, una ferrovia non eisste) a nord di Reggio Emilia. Qui di turisti se ne vedono pochi, e non certo d’inverno: gli hotels si riempiono durante l asettimana di pendolari che viaggiano per lavoro, nel fine settimana di qualche squadra di calcio, di passaggio a giocare in qualche campo delle vicinanze. Oltre, naturalmente, ai pellegrini. Ne arrivano da tutta Italia, verso questa Mecca di provincia, capitale di un Islam la cui fede è intrecciata senza rimedio alla disperazione; sono i fedeli di una religione dai tratti sfuggenti, una religione che cerca i propri Dei bruciandoli e bruciandosi. Una religione che protende i suoi teentacoli dagli anni Settanta agli anni Ottanta, e che a quanto pare non cessa di far proseliti anche in questi declinati anni Novanta. Una religione che ha dopo l’ebbrezza del rifiuto, della distruzione, della tabula rasa ha sperimentato la disillusione di chi ha riconosciuto crescere, dalla terra bruciata, erbacce non dissimili dalle vecchie. Qualcuno potrebbe riconoscere nel Settantasette l’ultima fiammata, prima della discesa nella rassegnazione e nel disgusto; ma forse i pellegrini che arrivano da queste parti appartengono ad un popolo molto più antico, che si porta incisi nel DNA un certo tipo di sensibilità ferita, una disillusione innanzi all’implacabile esaurirsi delle Verità, una rabbia e un desiderio di consumazione per lasciare almeno una bruciatura sulla pelle di questo Vuoto e soffocante che si attacca come un parassita agli ideali. Non è questione di età. Alcuni sono giovanissimi, altri “maturi” (si portano addosso un numero di anni sufficiente ad essere considerati, giudicati, pretesi ad essere persone “perbene”). Non è questione di mattane giovanili, la scrittura di Pier Vittorio Tondelli, ma di carne e sangue, respiro che grida e sussurra e magari si ride addosso ma sempre con un occhio alla Bestia, l’ombra soffocante che può strisciare nella vita e avvelenarla, farla correre sempre più veloce in cerca di frontiere, quelle che la nebbia della Padana continuamente nasconde. Adesso che ho svelato il mio gioco, potete immaginarmi come un pellegrino in cerca di fede; adesso che sapete il nome del profeta, potete immaginare il mio vagabondare per questi luoghi della sua vita come un viaggio. Un viaggio senza la certezza di una ricompensa, della Mecca al termine della strada; piuttosto, un cammino in questa Terrasanta emiliana, alla ricerca di segni in un deserto a tratti tropo verde, troppo accogliente, troppo morbidamente sfumato dalla nebbia. Segni come luoghi, fotografie, persone legate alla vita che non è più di Colui che ha parlato, attraverso la sua Scrittura; segni per meglio interpretare, per scoprire, anche per difendersi dalle parole che ha lasciato dietro di sè, parole in cui ha lasciato sè.

Posted by Davide Bregola at 08.04.06 15:32

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