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18.04.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #61

Gianluca Gigliozzi interviene con il sessantesimo intervento nell'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo. D'accordo, nel titolo c'è scritto 61, ma siccome ho saltato il 17 perché nessuno voleva essere il diciassettesimo della lista, ho "variato" un numero. Gigliozzi pone l'attenzione su svariate questioni importanti del romanzo e sul romanzo e questo intervento va letto tutto dall'inizio alla fine, magari fotocopiandoselo per rileggerlo con calma.
Gianluca Gigliozzi è nato a L'Aquila e ha pubblicato Neuropa-poema epicomico in prosa) Pensa Editore.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Tutti gli interventi di critici, scrittori, lettori si trovano QUI.

Gentile Davide

grazie per avermi contattato affinché dicessi la mia sul romanzo di oggi e di domani, e grazie dunque per avermi attribuito un’autorevolezza che non ho, né sento d’avere, e che mi costerebbe caro avere fino in fondo, perché vorrebbe dire avere (per poi mostrare) delle convinzioni limpide e inamovibili attorno a cui detta autorevolezza si avviterebbe, aggregato illustre di convinzioni che mi darebbe l’aria di colui che è profondamente convinto di sé, col fascino che esercita quasi sempre l’essere convinto di queste idee più o meno proprie sugli altri individui, di qualsiasi sesso, possibilmente opposto, che pure di idee ne hanno altrettanto proprie o presunte tali, e perfino opposte. Se non che al non autorevole sottoscritto pare che l’essere convinto, almeno per lui, anche se non del tutto, sia l’opposto del pensare, del mettersi a pensare propriamente, più propriamente possibile, non solo rispetto ad altri individui ma anche rispetto a se stessi. E pensare propriamente il non autorevole sottoscritto lo considera come un superar se stessi in quanto convinti, anche di poco, perché non è facile superarsi; dunque è una lotta con le proprie posizioni, contro il proprio posizionarsi su quel che si sa o si crede di sapere e che forma una lucida, ben rifinita proprietà, tesoro da accudire e potenziare. Ecco perché l’esser convinto mi sembra l’opposto del pensiero come movimento, e avere delle convinzioni mi sembra contrario, anche se non del tutto, a pensare e comunque mi sembra, l’esser convinto, non pacificamente coincidente col fatto che si pensa e che si sta pensando, che si vuole ripensare propriamente quel che si è ricevuto e quel che si è conquistato, per muoversi da là. Insomma il pensiero è esproprio, laddove l’esser convinto è la proprietà. L’esser convinto è funzionale: quindi abbiamo bisogno di essere e mostrarci convinti per funzionalizzare le nostre idee a una qualche prassi o confronto. Essere convinti va bene per l’azione e fa bene all’azione. E anche al dialogo, per il suo avvio, o se ci si limita a rilevare le cose in comune. L’essere convinto è fondamentale come testimonianza di moralità, come segno di non cedimento alle contorte lusinghe dei vari Poteri (anche quelli più orizzontali e invisibili, apparentemente innocui o amorfi). Essere convinti va bene per le cosiddette “battaglie culturali”, quando sono condotte con passione illuminante, ad esempio per smascherare l’ingiustizia di alcuni giochi di potere o di condizionamenti da parte dei suoi dispositivi, per denunciare la mancanza di libertà in un certo discorso apparentemente libertario e la funzione di certi meccanismi che regolano i rapporti e i linguaggi. L’esser convinto è necessario per queste “battaglie culturali” che sono battaglie civili, anche se a volte dietro queste “battaglie culturali” si possono anche annidare frizioni di consorterie, o altisonanti rancori di artisti e intellettuali che non godono della ribalta contro i pochi che campeggiano in una ribalta invece splendida, fatta di terze pagine e salotti mitici alla Guermantes. Tutto questo battagliare, anche quello meno disinteressato, in ogni caso, immette una certa vitalità nella vita di un Paese che, senza queste scaramucce a livello “alto”, avrebbe a disposizione per la pubblica esposizione solo le scaramucce pagliaccesche della Circovisione, o lo spettacolo sempre più uniforme e desolante del Parlamento Buffissimo che mette in scena se stesso, quotidianamente, accanitamente, in una estenuata e grottesca commediuccia provinciale. Però a volte anche queste cosiddette “battaglie culturali” non mi sembrano altro che degli espedienti più o meno clamorosi per lasciar disseminare a ciascun scrivente le proprie convinzioni, per imbastire altre messe in scena in cui ogni individuo fa vedere quanto gli altri individui convinti & scriventi siano più o meno ciechi e quanto lui, al contrario, ci veda chiaro. Da questa stratificata ed esorbitante asimmetria, mi pare di poter dedurre che manchi spesso il dialogo vero, e la vera attenzione per l’altro, e che l’esser convinti sempre, di tutto e comunque, insieme ad altri fattori, faccia più che altro confluire le nostre tensioni in questo che mi appare come un panorama di sordità e irruenza.

E questo perché ognuno è, o tende ad essere, fin troppo innamorato del proprio esser-convinto, appassionato del proprio osservatorio privilegiato in quanto suo, e addirittura chi non è o non appare convinto, è visto alla stregua di un tiepido, o è giudicato come vile perché non ha il coraggio di scagliarsi contro il falso che infesta e deforma le nostre rappresentazioni dell’oggi, nonché contro i sacerdoti del falso stesso, i quali si presentano, com’è noto, come amanti della verità e della libertà. Così, in questo Paese, surclassato dall’Irrazionale in forme molteplici e a volte inconsce, tutti questi portatori sani di verità non tendono che ad accapigliarsi, e tutto ciò è molto vitale, a suo modo, e fornisce moltissimo materiale alle redazioni, che sono un po’ i propulsori immaginali della nostra epoca. Solo che da tutte queste alte scaramucce, sacrosante per carità, non mi sembra (e lo dico nella mia non autorevolezza tutt’altro che ironica e nel mio oggettivo disorientamento di esserci ora) – insomma non mi sembra proprio che questa festa degli antagonismi incrociati porti il più delle volte a un esito più alto, a una comprensione più acuta, a una rilevazione più onesta della situazione culturale e del livello di civilizzazione raggiunto nel nostro Paese. Il fatto è che l’esser-convinto è necessario per la vita sociale, lo ripeto, e che non possiamo non essere e non dirci convinti se vogliamo combinare qualcosa nella vita confrontandoci con gli altri individui e con le altre convinzioni, ma l’essere convinti non basta; basta quando si tratta di agire nell’immediato, ma non basta essere convinti se si vuol rappresentare qualcosa della nostra epoca, se si vuole capire qualcosa di quello che accade e che ha che vedere con la nostra vita e con quella degli altri individui che dividono con noi questo tempo. Alle nostre convinzioni andrebbero messe le orecchie. Bisognerebbe riattivare le controvoci in se stessi, prefigurarsi già prima del confronto come disponibili a rimettere in gioco le credenze e i discorsi che ci hanno formato e che ci formano, consci che queste credenze e discorsi sono soltanto, per quanto fecondi, segmenti e momenti del nostro cammino di pensiero, e non rappresentano un pensiero che ha già esaurito il suo compito. Confronto coi viventi contemporanei ma anche coi non più vivi. Non per adeguarsi all’altro, o appiattirsi sul già formato e pensato, certo! Ma per vedere se il nostro punto di vista, grazie all’altro, può essere arricchito. Per aggiustare il tiro. Perché non tutto è come ce lo immaginavamo. Perché qualcosa sfugge sempre. Perché la realtà è più ricca ed elastica delle nostre posizioni. Perché è bello capirci qualcosa di più. Abbiamo per questo bisogno del coraggio di pensare, di pensare propriamente, di non fermarci alle posizioni, che sono a volte come trincee. Questo dovrebbe valere sia per gli intellettuali che per gli artisti. Gli artisti piccoli o grandi (penso a Cechov, per citarne uno grandissimo) si son sempre lamentati dei critici, della mancanza di un vero ascolto da parte dei critici professionisti, o della ricezione ridotta che offrivano. Anche a me, a tutt’oggi, sembra in parte vero: i critici sono spesso avvitati (acriticamente o opportunisticamente, un po’ come tutti) alle loro convinzioni, sembrano impermeabili al nuovo, o vi aderiscono senza un vero pensiero che ripensi questo nuovo che forse c’è o che comunque lotta per venir fuori; i critici, si dice, sono fin troppo sensibili ai privilegi dello status, in molti casi (specie per la narrativa) allergici al gusto per l’analisi; molti sembrano stritolati dal macchinario e costretti ad emettere discorsi consumabili, noterelle leggiadre o brani di puro veleno, righe che vanno dove li porta il cuore. Ma gli artisti, in particolare qui mi riferisco a poeti e narratori, non è che siano, almeno mi pare, tanto meglio di loro: pochi tra questi artisti (ma ve ne sono…) mi sembrano veramente generosi, pochissimi tra questi artisti della parola concepiscono il proprio lavoro come un dono al prossimo come lettore e vivente, o come uno spazio che può ospitare altre menti e voci, di vivi e di ancora-non-nati. No, mi sembra piuttosto che quello che interessa alla maggior parte degli artisti della parola, è imporsi alle menti (o meglio, ai cuori, visto che il Cuore è il Nuova Dogma, la Parola d’Ordine che schiude i mondi), far sì che la voce di ognuno di loro sia più forte delle altre voci. Ognuno, ho l’impressione, vuol essere riconosciuto come genio, ma non tutti poi del genio dimostrano il coraggio, l’ardimento di spostarsi un po’ dalle proprie convinzioni, di iniziare a ripensare il già pensato e il già formato, di rimettere in movimento quello che si è ricevuto, per alterarne il falso ordine. E la mancanza di coraggio si intuisce da una serie di elementi che spesso traspaiono, nelle forme più varie e con le più diverse sfumature, da molti dei testi che invadono lo spazio pubblico: il culto del proprio fantastico ombelico; l’adesione entusiastica o subdola alla colonizzazione delle menti italiane da parte del Moloch America, dalle mille suadenti bocche; il puntare sul regime terroristico del “cuore”, ossia sulle emozioni più basse od elementari, da cui i vari trucchetti per abbindolare il lettore, spesso oscuramente grato d’essere abbindolato; i giochetti furbi con i repertori; insomma tutti quelle caratteristiche che Kant chiama “attrattive” e che possono servire, al limite, a sedurre il fruitore dell’opera d’arte, ma che non possono consistere nell’opera d’arte stessa: “Il gusto resta sempre barbarico, quando abbia bisogno di unire al piacere le attrattive e le emozioni, o di questa faccia anche il criterio del suo consenso” (Critica del Giudizio, paragrafo §13). Prima di concludere e dire finalmente la mia sul romanzo di oggi e di domani, tre osservazioni a proposito del problema della valutazione delle opere:

1) Gli artisti, della parola come d’altri mezzi d’espressione, prima di comporre le loro opere valutano quelle degli altri, quelle della tradizione e quelle dei contemporanei: la valutazione ha una funzione regolativa e orientativa, senza cui non si potrebbe neanche pensare di mettersi a formare. La valutazione nasce dalla singolarità del rapporto di ogni scrittore (come di ogni lettore) con la singolarità dell’opera, e il piacere o non piacere che il futuro scrittore (come ogni lettore) ricava dall’opera, dipende dalla soggettività di ciascuno; ma se questa ricezione soggettiva resta soltanto privata e interna, e non può o non vuole essere comunicata e quindi sottoposta alla ragione, ogni soggetto che scrive, e che ha letto e giudicato prima di aver scritto, sarà come separato da quell’orizzonte di senso in cui l’opera, volenti o no, s’è andata a inserire, e da cui dovrebbe prendere senso, o almeno una parte di senso. A una fruizione simile avremo in genere associata, a mio avviso, un tipo di sensibilità artistica forse spregiudicata, ma che, di fatto, rifiutando la dialettica con la tradizione, perderà anche la misura e il senso non soggettivo del far arte, e cadrà più facilmente nella tentazione dei demoni intriganti dello Spettacolo Totale o del Nichilismo Non Pensato, per i quali le opere, come il mondo, hanno comunque senso, e la loro bellezza è Evidenza Indicibile e Trasparenza Gaudiosa, oppure all’opposto, che niente abbia senso, e dunque che tanto valga riprodurre gustosamente l’Irrazionale nella rappresentazione artistica, farne il suo oggetto nonché l’idolo di quelli che la godranno (ossia la subiranno…). Imitazionismo, gusto effettistico del pastiche, sensazionalismo, feticismo dell’atto violento, cinismo compiaciuto: ecco, in sintesi non esauriente, le tracce del pervertimento del gusto attuale…

2) Il discorso critico non tende più, in genere (dunque con eccezioni importanti, specie nella critica della “poesia”), a porsi la questione del valore estetico delle opere contemporanee, limitandosi prudentemente, per lo più, alla “pagella”, concepita e redatta all’insegna del più fluttuante impressionismo. Tanto per fare dei nomi e un esempio: Spinazzola che giudica il testo di esordio di Piperno come testo noioso, e che perciò conferisce un valore pressoché oggettivo a quell’essersi annoiato, e che si meraviglia che non tutto il mondo la pensi come lui, dato che il fatto di annoiarsi leggendo il testo suddetto è per l’illustre intellettuale un fatto scontato, che rientra con ogni evidenza nell’oggettività pura.

3) Da questa fiera del soggettivismo (a cui si oppongono filologi, comparatisti e semiologi agguerriti, con una strenua resistenza che però rischia talvolta di far regredire il discorso a una estetica non interrogante né problematica, addirittura con esiti prescrittivi) il non autorevole sottoscritto ricava, con le sue poche letture e non senza dubbiosità, che il problema si è manifestato, tra l’altro, in maniera eclatante col fenomeno del disgregamento del canone: come rilevava Cordelli, in un intervento plurale su un numero del Manifesto dell’estate scorsa (tanto per citare l’ultimo che ha, a quanto ne so, dibattuto pubblicamente in maniera chiara sulla questione), critici e artisti della sua generazione potevano far ancora riferimento a degli autori imprescindibili, e questo non è dovuto tanto al fatto che prima c’erano autori a cui valeva la pena far riferimento e oggi no, ma quanto al fatto che oggi è venuta a mancare proprio la necessità di un far riferimento a, di quella fondamentale alterità con cui instaurare una dialettica viva e feconda, non epigonica ma critico-creativa: non modelli da incorporare ludicamente perché così vuole il soddisfacimento del gusto personale o la voga magari intellettuale, ma forme da re-interrogare, da cui ripartire per schiuderne le possibilità implicite. Oggi come oggi, sembrerebbe, che le cose stiano in modo che ognuno fa per sé, gli artisti anche più dei critici (anche se naturalmente non è sempre vero); ognuno ha il suo canone personalissimo, e questo ha creato un caos fecondo per i fautori della democratizzazione dell’arte (magari interessati allo sfruttamento economico del patrimonio creativo di un’intera nazione che pullula di giovanotti o professionisti coi cassetti zeppi di capolavori…), ma ha anche disorientato in maniera radicale gli scrittori e critici più seri, al punto da rendere sempre più difficile una base comune per dei confronti razionali, sia sincronici (con i propri contemporanei) sia diacronici (con la tradizione di una data forma espressiva, o di altre affini). Insomma questo far per sé (che potrebbe far pensare a una vera autonomia contro l’oppressione “padrista”, come direbbe Scarpa, e a una autentica fuoriuscita dallo stato di minorità nei confronti di una tradizione vissuta come muta ed estranea) ha portato, mi sembra, insieme ad altri fattori ancora da sviscerare, a qualcosa che è il contrario di una vera liberazione; ha portato a una sorta di atomizzazione dell’Io che crea le opere o che le giudica, a un senso di orgogliosa dis-appartenenza e disgiunzione fatale da quel principio di intersoggettività che sta alla base del giudizio estetico e che è stato fino all’altro ieri alla base del fare arte. Insomma questo Io Dopato e Ultraromantico, falsamente libertario/liberatorio, ha portato a un oscuramento del senso comune, che non è il comune buon senso, come ci insegna Kant in un passaggio cruciale della Critica del Gusto (il paragrafo §40), bensì l’orizzonte di senso comune a più individui, quell’orizzonte che garantisce il principio di intersoggettività fondamentali per fare del gusto estetico qualcosa di comunicabile universalmente, ossia per farne un oggetto di confronto razionale (pur tenendo conto, anzi tenendo in massima considerazione il fatto che, come ci insegna lo stesso Kant, l’esperienza del piacere che proviamo al cospetto dell’opera d’arte non è determinato da concetti, ma sempre dalla soggettività, è un piacere “privato”: la personalissima percezione interna…).

Per chiudere: premesso quanto ho tentato di articolare circa i paradossi dell’esser convinto e della falsa autonomia dei soggetti implicati nel discorso del giudizio estetico, è quasi conseguente che non potrei proprio pronunciarmi su come sia effettivamente il romanzo di oggi nel nostro Paese stralunato o come vi sarà il romanzo di domani, perché non vorrei imporre narcisisticamente il mio gusto e la mia convinzione e sovrapporli a dei dati reali o meglio percepibili dal mio limitato osservatorio, o sfruttare il mio gusto e la mia convinzione per una prefigurazione del da venire. So benissimo quello che mi piace, e qui potrei fare liste di nomi (molti europei e quasi nessun americano) e sproloquiare su quali autori penso siano stati sopravvalutati e presi come modelli in questi anni, autori che spesso ci vengono presentati come “grandi” dalle Multinazionali della Scrittura(1) , ma non voglio stare al gioco dell’esibizione dei canoni privati (che canoni non sono, in quanto privati); penso peraltro sinceramente che potrebbero esserci anche altre forme e modalità di composizione romanzesca da me impensate (o svalutate) che potrebbero essere o rivelarsi valide e vitali per l’immediato avvenire di questa forma espressiva. Comunque, per andare avanti con la proiezione piuttosto che con la convinzione, ecco come lo sogno per oggi e per domani, questo romanzo del ventunesimo traballante secolo: innanzitutto lo vorrei ben distinto dal racconto di genere, che ha una sua dignità e senso, ma che ha tutt’altre funzioni, tutte o quasi finalizzate a “generare” un effetto particolare nel lettore. Come dovrebbe essere per me il romanzo non di genere del XXI sec. (per evitare l’etichetta “d’autore”, di cui ne abbiamo tutti fin sopra i capelli)? Non voglio fare il sofista, ma secondo me, dovrebbe essere in nessun modo che sia dicibile fin da ora: mi spiego: non lo vorrei con un dover essere particolare. Auguro di cuore al romanzo che verrà di non avere nessun dover essere, perché il dover essere è impartito sempre dall’alto, fosse pure dall’alto del piedistallo in cui ognuno di noi inevitabilmente mette se stesso. Se dicessi: il romanzo che verrà lo vorrei così e cosà, già sottrarrei al romanzo possibile quella dimensione per esso così determinante, nel modo in cui essa si è determinata storicamente da Cervantes fino ad oggi, ossia la libertà. Quindi se proprio devo dire come lo vorrei, direi che lo vorrei così com’è stato finora, almeno quando è stato davvero romanzo, perché non penso che tutto quello che viene chiamato romanzo sia, in ultima analisi, davvero tale; nel senso che il nome romanzo si è sempre applicato a cose che del romanzo hanno ben poco, almeno nel senso che questa parola e cosa ha acquistato negli ultimi tre secoli. Per romanzo s’intende oggi perlopiù anche e soprattutto quella notevole mole di narrativa a meccanismo(2), cioè finalizzata puramente, attraverso l’utilizzo di varie tecniche più o meno sopraffine, alla calibrata stimolazione degli strati più primitivi del cervello piuttosto che del cortex (il cervello evoluto: ragione speculativa e immaginazione). Nel romanzo-romanzo invece è proprio il cortex a essere perlopiù stimolato. Il romanzo così inteso è, per sua natura (storicamente determinata), un congegno testuale che non si fonda sulla provocazione di un effetto o di una serie di effetti (almeno come finalità…), ma piuttosto sul lasciar libero il lettore di ricercar godendo, attraverso la mediazione delle forme romanzesche, e cioè attraverso il libero e imprevedibile movimento dell’io dei personaggi, il senso del proprio esserci, del proprio essere-nell’esperienza. E’ questo, per me, il dono di libertà che fa il romanzo ai suoi lettori, la libertà mediata da forme di volta in volta diverse a seconda dell’individualità del romanziere, libertà attraverso cui passa l’interrogazione di ciascuno sull’esistenza e sul suo senso; interrogazione, questa, che poi è, a mio avviso, la finalità più autentica del romanzo e che è il segno della sua capacità di apertura: un’apertura che non dovrebbe coagularsi in convinzioni (nell’esibizione del proprio piccolo sistema-di-convinzioni), ma restare interrogazione e al limite testimonianza: testimonianza della violenza della storia e delle forme nuove che essa assume, ma anche testimonianza sulla relatività di ogni posizione (bisogni, valori, principi, comportamenti), e su come lo stesso fatto di esserci, di vivere e andare avanti in questa vita implichi sempre il fatto che le posizioni vengano o annullate dalla violenza della storia (o del non dialogo, o dell’oblio), oppure si relativizzino reciprocamente, secondo un’ironia che non è quella della retorica o del postmodern, ma che è interna, immanente alla vita e all’esserci stesso.
Insomma, per concludere, vorrei che il romanzo fosse se stesso, cioè libero e coraggioso, libero dal marchingegno dell’essere consumabile, dal cappio totalitario della suspence, coraggioso perché capace col pensiero e con la ragione immaginante di rimettere in gioco le nostre convinzioni e di portare l’ombra del paradosso all’interno delle nostre certezze e delle infinite forme di vita, e, perché no, un po’ di luce dentro le nostre cecità e dentro quelle molte piccole cieche tristezze che sembrano irredimibili proprio perché così radicate e intrecciate nella vita di ognuno di noi; libero e capace di portare il caos laddove è stato impiantato un falso ordine consolatorio, e rivelare la follia di tante cose credute sensate, ma anche di far trasparire un po’ di armonia spiazzante quando tutto ci sembra inghiottito dalla barbarie uniforme e dal non senso integrale. Anche se naturalmente non sono proprio convinto che sia tutto qua…

(1) L’espressione è del celebre e straordinario attore argentino, Cesàr Brie, che l’ha recentemente usata parlando di Garcia Marquez e Isabella Allende.
(2)Mi rendo conto che operare da un presunto osservatorio che privilegiato non è, ma in una posizione che è effettivamente (onestamente) dentro il caos dell’esperienza, anche semplicemente dell’esperienza come lettore di oggi, non permette sulla base di criteri a priori una esatta e disinvolta categorizzazione del tipo romanzo vs. non-romanzo, o come altri l’hanno concepita, romanzo vs. narrativa. Distinzioni simili sono sempre problematiche, e non c’è nessun principio a priori che possa garantire il nome della cosa in cui o rispetto a cui ci stiamo movendo. La mia categorizzazione sembra perentoria, ma non vuole esserlo, anche perché vorrebbe tenere presente appunto delle possibilità romanzesche ancora non dispiegate e che potrebbero al limite capovolgere una prospettiva che rischia di presentarsi come troppo “rassicurante” ma non seria fino in fondo.

Posted by Davide Bregola at 18.04.06 10:09

Comments

è veramente potente questa mole di concetti detti da Gigliozzi, ma cosa che più mi ha colpito è questa idea del romanzo come 'cosa', struttura narrativa?, interrogante, che dà la libertà a chi legge di interrogarsi sul senso ultimo di sé e del mondo. Questa cosa mi piace molto e mi convince.

d.

Posted by: demetrio at 19.04.06 10:09

Esco da questo scritto ammirato, esaltato, fortificato!

Mi sono trovato a tal punto d'accordo con l'ottimo Gigliozzi che così, a caldo, non so che altro dire... Anzi, una cosa sì, se mi è concessa una debolezza sentimentale: dopo questa lettura mi sento anche un po' meno solo.

Posted by: stefano at 20.04.06 20:01