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03.04.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #59
Sandra Petrignani contribuisce con il suo intervento al dibattito sul Romanzo del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Tutti gli interventi di critici, scrittori, lettori si trovano QUI.

Ho l’impressione, che come tante altre cose in questa epoca distruttiva, anche il romanzo (e non solo quello italiano) abbia fatto il suo tempo. Finito, kaputt. Mi pare che lo sostenga in qualche modo pure Milan Kundera, che non solo ha scritto alcuni dei romanzi più belli del secolo, ma che al romanzo ha dedicato vari libri saggistici. Si continua a scrivere romanzi, alcuni molto molto importanti, ma ciò non toglie che, da quando l’arte ha perso la sua benedetta “aura” (l’epoca della riproducibilità tecnica di benjaminiana memoria...) è davvero difficile conservare quel rispetto che solo darebbe un senso al lavoro letterario-artistico.
Pensiamo a cosa si è ridotta oggi la pittura: un gran giro di soldi intorno a certi galleristi che fanno dall’oggi al domani la fortuna di alcuni nomi a scapito di altri di uguale valore. In campo letterario sono i grandi agenti e i grandi editori a decidere quale prodotto imporre sul mercato internazionale, a decidere cioè quali sono le opere PIU’ IMPORTANTI. E naturalmente il peso schiacciante dell’area anglofona fa fuori le culture minoritarie.
In questa situazione si dovrebbe riflettere se il valore che davamo all’arte non fosse una delle tante illusioni dell’umanità. Forse l’arte aveva un senso solo quando era intimamente legata alla religiosità di una tribù, quando l’artista si confondeva con lo sciamano. Oggi l’offerta esorbitante di libri in generale e di romanzi in particolare fa sì che l’oggetto anche solo per questo venga deprezzato. Escono molti romanzi bellissimi, moltissimi così così e un numero sterminato di romanzi orrendi. La gente spesso ama quelli orrendi. Né la critica, né tanto meno i premi letterari, sono in grado di orientare i lettori. Hanno perso credibilità, autorità, per la dipendenza dalle case editrici. E poi nessuno può umanamente riuscire a leggere tutto quel che si pubblica e quindi si sceglie necessariamente fra i romanzi più sponsorizzati o che in un modo o nell’altro riescono a guadagnarsi una visibilità.
Mettici poi la confusione fra valore letterario e vendite. Molta gente crede sinceramente che i primi in classifica siano i romanzi più belli.
Poi ho un’altra considerazione da fare: penso che l’umanità sia arrivata al limite di un percorso devastante. Penso che ci siano delle urgenze che relegano la letteratura e l’arte in posizioni secondarie. Non si può davvero più farne una religione come in altri tempi, persino come ancora succedeva a me nella giovinezza. Quelli che ancora credono a se stessi come Scrittori, mi fanno un po’ pena. Scrivere romanzi è un’attività come un’altra. Carina, molto carina, ma con poca incidenza sul nostro destino. Non è un caso se assistiamo al trionfo della letteratura di genere: vedi le boiate pseudo storiche, il comico, il noir ecc... Una letteratura al tramonto è giustamente poco più che un gioco. Persino la più giovane delle arti, il cinema, non ha più niente da dire di veramente intenso, irrinunciabile. Ogni tanto ci stupisce, ma è ben poco rispetto alle grandi sorprese di una volta.
Allora? Allora andiamo avanti, ma consapevoli di tutto questo, consapevoli di essere i testimoni probabilmente della fine dell’UOMO come l’abbiamo conosciuto fin qui, con le sue stupende invenzioni scientifiche e artistiche, che non l’hanno reso migliore, anzi. Forse il passo successivo è l’annientamento totale, o forse la trasformazione in angelo, chissà. In un caso e nell’altro, dubito che si sentirà il bisogno del romanzo.
Sandra Petrignani vive a Roma. Ha scritto il libro di viaggio Ultima India; i racconti raccolti in Il catalogo dei giocattoli, Vecchi, Poche storie; i romanzi Navigazioni di Circe, Come cadono i fulmini, Come fratello e sorella; le interviste Le signore della scrittura. Con Neri Pozza ha pubblicato La scrittrice abita qui, libro finalista al Premio Strega 2003 e Care presenze nel 2004.
I suoi libri si possono acquistare QUI.
Posted by Davide Bregola at 03.04.06 17:45
Comments
Uhm...sono d'accordo con molte delle cose dette, però non riesco a credere che si sia arrivati alla fine del romanzo o alla fine dell'uomo così come l'abbiamo conosciuto fin qui.
Magari dipende solo dal fatto che sono una lettrice relativamente giovane...insomma, non è più possibile fare niente di nuovo? Non c'è più spazio per altro?
Posted by: Maura at 03.04.06 20:09
"La gente spesso ama quelli orrendi. Né la critica, né tanto meno i premi letterari, sono in grado di orientare i lettori. Hanno perso credibilità, autorità, per la dipendenza dalle case editrici."
Questo passaggio in particolare mi spaventa.
Ma credo che i segnali positivi non manchino.
Certo il romanzo cambia, cambiano gli stili...
Io non me la prenderei solo con gli scrittori però!
Credo che la crisi sia del libro/bene in genere, come ci ricorda Schiffrin nel suo ultimo "Il controllo della parola".
Il romanzo ha perso la sua "ultilità". Sempre più scrittori scrivono perché fa fico scrivere. Questi scrittori, consci che il loro successo è dettato dai lettori danno loro esattamente ciò che chiedono: semplice evasione. Nulla che resta.
E gli editori non sono da meno. Sono aziende editoriali, non editori per vocazione. Come tali sono soggetti al ciclo di vita di un azienda, bilanci, perdite, utili.
Anche loro sono schiavi dei lettori.
Ed è un peccato! Ci sarebbero i mezzi, per la prima volta nella storia, per far sì che nuovi modi di intendere e di volere la letteratura, abbiano il sopravvento sulla noia.
Posted by: andrea.nobili at 03.04.06 23:01
Mi pare che la Petrignani sottovaluti il ruolo del cinema, che, come scrissi, ha ancora molte carte da giocare, con la sua visività, per proseguire la tradizione del romanzo, o meglio del raccontare.
Credo che sia il raccontare il *mestiere* più antico del mondo:-)
Bart
Posted by: Bartolomeo Di Monaco at 04.04.06 07:45
Dei romanzi italiani di scrittori viventi ho difficoltà a ricordarne (sebbene ci siano dei discreti e rispettabili scrittori di storie in mezzo a una marea di mediocri che se la cantano facendosala cantare secondo uno schema del contraccambio di celebrazione più o meno pianificato), qualche straniero invece...Saramago, Marias, Ishiguro, Naipaul, e tra i meno vivi Iris Murdoch. Ma nella disperazione nasce la speranza.
Posted by: luminamenti at 04.04.06 08:01
l'arte è un lusso per pochi, lo è stata periodicamente e l'arte popolare è sempre stata popolare. accanto al centinaio di autori che si studiano sulle antologie ci sono state altre migliaia di minori che hanno fatto il loro mestiere intellettuale.
l'unica cosa sensata del discorso è che non c'è la necessità di scrivere, in questo mercato iperproduttivo e globalizzato non c'è davvero la necessità di scrivere, c'è già chi l'ha fatto.
ma è come dire a un cane che non c'è bisogno di pisciare, di cani che pisciano ce n'è pieno, da cane preferisco continuare a pisciare.
Posted by: fv at 04.04.06 08:26
ma è come dire a un cane che non c'è bisogno di pisciare, di cani che pisciano ce n'è pieno, da cane preferisco continuare a pisciare.
E' quello che penso anch'io.
Sottovalutiamo però il fatto che il coltello dalla parte del manico l'abbiamo noi lettori.
Posted by: andrea.nobili at 04.04.06 10:03
A me sembra di capire che dopo 60 interventi qualcosa di interessante su cui discutere e da cui partire ci sia. Farò una disamina più approfondita a breve, quando avrò più tempo per tirare le prime somme, ma è chiara una cosa: la "forma" affascina quando non si ha più la forza di capire cosa sia la "forza" e di estrapolarla dai libri. Il XX secolo è stato in parte caratterizzato dalla forma e dalla sua interpretazione, dalla sua codificazione. A mio avviso il XXi secolo dovrebbe insistere a sviscerare la "forza" e per fare ciò serve la critica cognitiva e la neuroscienza. Strutturalismo, narratologia, per critici e scrittori, dovrebbero essere lasciati lì, nel secolo breve e alla luce di tutto ciò che ha dato (ovvio che non si può resettare e cancellare il lavoro compiuto) partire a sondare il campo dell'immaginazione attraverso queste due scienze relativamente nuove: cognitivismo, neuroscienza. E' come se Petrignani denunciasse una fine cosmica, ma invece, mettendo a fuoco meglio la questione, annuncia la fine di una certa interpretazione di romanzo e quindi anche di immaginazione collettiva. (D.B.)
Posted by: D.Bregola at 04.04.06 11:18
Sei ottimista, Davide. Sandra Petrignani dice che prima della fine cosmica c'è lo svuotamento ormai compiuto dell'uomo, "penso che l’umanità sia arrivata al limite di un percorso devastante" e "Forse il passo successivo è l’annientamento totale, o forse la trasformazione in angelo, chissà. In un caso e nell’altro, dubito che si sentirà il bisogno del romanzo.". Non credo che la già improbabile trasformazione in angelo avverrà grazie alle neuroscienze. Che, forse invece, hanno già allontanto il neoromanzo del romanzo.
Posted by: Paolo S at 04.04.06 12:14
Sì, Paolo ha ragione, Petrignani è molto più drastica di quel che ho voluto far finta di credere. Logico che son dibattuto tra il sostenere la sua tesi apocalittica e il vedere uno spiraglio attrverso le scienze nuove. Come dire: il pessimismo della ragione, l'ottimismo del cuore. Da che parte stare?(D.B.)
Posted by: D.B. at 04.04.06 12:57
Se metto insieme il pezzo di Petrignani e il primo commento di Bregola, mi ritrovo in molti punti e spunti. Questo per esempio: "partire a sondare il campo dell'immaginazione attraverso queste due scienze relativamente nuove: cognitivismo, neuroscienza". Perfetto.
Credo infatti che, nonostante la diagnosi verosimile di Petrignani, non si debba perdere la fiducia nelle potenzialità estetico-conoscitive dell'immaginazione romanzesca, così come ha potuto manifestarsi nei grandi romanzi moderni, che sono stati al tempo stesso indagini esistenziali concretissime ed efficaci metafore epistemologiche delle epoche che li hanno prodotti; probabilmente questa immaginazione continuerà a manifestarsi, a prescindere da dove questo avverrà (dopo l'Europa centrale della prima metà del XX secolo e l'America latina della seconda metà, ha forse senso aspettarsi qualcosa del genere dai paesi in via di sviluppo più che dal vecchio continente, che forse il suo meglio in questa storia l'ha già dato, ma è solo un'ipotesi affrettata).
Insomma, non posso che condividere sia le osservazioni "finali" del pezzo postato, sia la fiducia del postante nella "forza" di un'arte in cui anch'io, nel mio piccolo, ripongo ancora qualche speranza.
Aspetto con curiosità il bilancio di Bregola.
Posted by: stefano at 04.04.06 17:57