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19.04.06

Come sarà il Romanzo del XXI secolo?

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Di Gianluca Gigliozzi

Prima di concludere e dire finalmente la mia sul romanzo di oggi e di domani, tre osservazioni a proposito del problema della valutazione delle opere:

1) Gli artisti, della parola come d’altri mezzi d’espressione, prima di comporre le loro opere valutano quelle degli altri, quelle della tradizione e quelle dei contemporanei: la valutazione ha una funzione regolativa e orientativa, senza cui non si potrebbe neanche pensare di mettersi a formare. La valutazione nasce dalla singolarità del rapporto di ogni scrittore (come di ogni lettore) con la singolarità dell’opera, e il piacere o non piacere che il futuro scrittore (come ogni lettore) ricava dall’opera, dipende dalla soggettività di ciascuno; ma se questa ricezione soggettiva resta soltanto privata e interna, e non può o non vuole essere comunicata e quindi sottoposta alla ragione, ogni soggetto che scrive, e che ha letto e giudicato prima di aver scritto, sarà come separato da quell’orizzonte di senso in cui l’opera, volenti o no, s’è andata a inserire, e da cui dovrebbe prendere senso, o almeno una parte di senso. A una fruizione simile avremo in genere associata, a mio avviso, un tipo di sensibilità artistica forse spregiudicata, ma che, di fatto, rifiutando la dialettica con la tradizione, perderà anche la misura e il senso non soggettivo del far arte, e cadrà più facilmente nella tentazione dei demoni intriganti dello Spettacolo Totale o del Nichilismo Non Pensato, per i quali le opere, come il mondo, hanno comunque senso, e la loro bellezza è Evidenza Indicibile e Trasparenza Gaudiosa, oppure all’opposto, che niente abbia senso, e dunque che tanto valga riprodurre gustosamente l’Irrazionale nella rappresentazione artistica, farne il suo oggetto nonché l’idolo di quelli che la godranno (ossia la subiranno…). Imitazionismo, gusto effettistico del pastiche, sensazionalismo, feticismo dell’atto violento, cinismo compiaciuto: ecco, in sintesi non esauriente, le tracce del pervertimento del gusto attuale…

2) Il discorso critico non tende più, in genere (dunque con eccezioni importanti, specie nella critica della “poesia”), a porsi la questione del valore estetico delle opere contemporanee, limitandosi prudentemente, per lo più, alla “pagella”, concepita e redatta all’insegna del più fluttuante impressionismo. Tanto per fare dei nomi e un esempio: Spinazzola che giudica il testo di esordio di Piperno come testo noioso, e che perciò conferisce un valore pressoché oggettivo a quell’essersi annoiato, e che si meraviglia che non tutto il mondo la pensi come lui, dato che il fatto di annoiarsi leggendo il testo suddetto è per l’illustre intellettuale un fatto scontato, che rientra con ogni evidenza nell’oggettività pura.

3) Da questa fiera del soggettivismo (a cui si oppongono filologi, comparatisti e semiologi agguerriti, con una strenua resistenza che però rischia talvolta di far regredire il discorso a una estetica non interrogante né problematica, addirittura con esiti prescrittivi) il non autorevole sottoscritto ricava, con le sue poche letture e non senza dubbiosità, che il problema si è manifestato, tra l’altro, in maniera eclatante col fenomeno del disgregamento del canone: come rilevava Cordelli, in un intervento plurale su un numero del Manifesto dell’estate scorsa (tanto per citare l’ultimo che ha, a quanto ne so, dibattuto pubblicamente in maniera chiara sulla questione), critici e artisti della sua generazione potevano far ancora riferimento a degli autori imprescindibili, e questo non è dovuto tanto al fatto che prima c’erano autori a cui valeva la pena far riferimento e oggi no, ma quanto al fatto che oggi è venuta a mancare proprio la necessità di un far riferimento a, di quella fondamentale alterità con cui instaurare una dialettica viva e feconda, non epigonica ma critico-creativa: non modelli da incorporare ludicamente perché così vuole il soddisfacimento del gusto personale o la voga magari intellettuale, ma forme da re-interrogare, da cui ripartire per schiuderne le possibilità implicite. Oggi come oggi, sembrerebbe, che le cose stiano in modo che ognuno fa per sé, gli artisti anche più dei critici (anche se naturalmente non è sempre vero); ognuno ha il suo canone personalissimo, e questo ha creato un caos fecondo per i fautori della democratizzazione dell’arte (magari interessati allo sfruttamento economico del patrimonio creativo di un’intera nazione che pullula di giovanotti o professionisti coi cassetti zeppi di capolavori…), ma ha anche disorientato in maniera radicale gli scrittori e critici più seri, al punto da rendere sempre più difficile una base comune per dei confronti razionali, sia sincronici (con i propri contemporanei) sia diacronici (con la tradizione di una data forma espressiva, o di altre affini). Insomma questo far per sé (che potrebbe far pensare a una vera autonomia contro l’oppressione “padrista”, come direbbe Scarpa, e a una autentica fuoriuscita dallo stato di minorità nei confronti di una tradizione vissuta come muta ed estranea) ha portato, mi sembra, insieme ad altri fattori ancora da sviscerare, a qualcosa che è il contrario di una vera liberazione; ha portato a una sorta di atomizzazione dell’Io che crea le opere o che le giudica, a un senso di orgogliosa dis-appartenenza e disgiunzione fatale da quel principio di intersoggettività che sta alla base del giudizio estetico e che è stato fino all’altro ieri alla base del fare arte. Insomma questo Io Dopato e Ultraromantico, falsamente libertario/liberatorio, ha portato a un oscuramento del senso comune, che non è il comune buon senso, come ci insegna Kant in un passaggio cruciale della Critica del Gusto (il paragrafo §40), bensì l’orizzonte di senso comune a più individui, quell’orizzonte che garantisce il principio di intersoggettività fondamentali per fare del gusto estetico qualcosa di comunicabile universalmente, ossia per farne un oggetto di confronto razionale (pur tenendo conto, anzi tenendo in massima considerazione il fatto che, come ci insegna lo stesso Kant, l’esperienza del piacere che proviamo al cospetto dell’opera d’arte non è determinato da concetti, ma sempre dalla soggettività, è un piacere “privato”: la personalissima percezione interna…).

Leggi qui il séguito dell'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo.

Posted by Davide Bregola at 19.04.06 10:17

Comments

Una lezione magistrale.

Posted by: marco at 21.04.06 14:16