« Febbraio 2006 | Main | Aprile 2006 »

28.03.06

Il ritorno di Liberiamo La Censura

Lo avevamo lasciato tra i presunti vivi& i vivi, Liberiamo La Censura, nome de plume di un autore o un'autrice italiana che esordirà per una casa editrice "piccola ma combattiva" entro il 2006. Lo ritroviamo con questo ritrattino di una generazione alla luce del film "Il Caimano". Liberiamo ne ha una per tutti. Tutti i pezzi di Liberiamo la Censura si trovano QUI.(D.B.)

Di Liberiamo La Censura

Nanni Moretti approfitta della credulità buonista della sinistra catto-comunista scorreggiona per fare soldi e tanti…dirige in modo dilettantesco una cialtronata chiamata “IL CAIMANO” dove si urla molto, si ride poco e non ci si rende conto per niente di quello che è successo in Italia…Berlusca è un ladro, Berlusca corrompe, Berlusca vende merda…ect.,ect.,…e comunque sia il belpaese l’ha votato e in massa…e allora?…
…e allora forse si dovrebbe uscire dai propri ufficietti dorati e ben pensanti per andare a vedere il popolo bue e non democratico italiano che sceglie e segue il più furbo…quello che promette…quello che permette di inculare il prossimo con il sorriso in faccia e la bella parola…il popolo che era fascista fino all’otto settembre e dopo era comunista e poi democristiano…il popolo che voterà contro Berlusca (almeno spero) perché ha le tasche vuote… perché al popolo di Genova/Irak/Legge 30/Falso in bilancio/Condoni etc…non gliene frega un cazzo…c’è l’ognuno per sé e il dio per tutti…non siamo protestanti…solo dei paraculi cattolici…
…e poi il lavoretto è brutto, girato male e recitato peggio…una sorta di Godard del periodo peggiore, il politico del “Vento dell’est” (non che l’altro segaiol/intellettuale/frigido sia migliore) che non ha niente a che spartire con il cinema veramente politico dei Petri/Damiani/Montaldo o gli ab-soluti poliziotteschi di un Di Leo…
…è ridicolo…è l’altra faccia del campione del buonismo cerchio-bottista…il buon Benigni Roberto…pessimo attore da telenovela bulgara quando incespica in Dante (e può commuovere solo il nostro amatissimo ciampi) e ancora peggiore di pessimo regista senza idee e senza senso del ridicolo…


e per finire un’annotazione sulla figura della giovane regista che va a girare il film sul Berlusca nel caimano…specchio riflesso della genuflessione di una generazione vuota e piena di superfluo (per molto meno della legge 30 in Francia hanno bruciato una nazione) ai presunti padri che sono figli di puttana che ci meritiamo e che in nome di un autorità che non hanno ci impediscono (e a molti di noi piace) DI AVERE UNA CULTURA CHE SIA DISIMPARARE LE REGOLE PER AVERNE ALTRE…

…NOI SIAMO QUELLO CHE CI MERITIAMO…NON DIVENTEREMO MAI QUELLO CHE SIAMO…

meglio il silenzio…

Posted by Davide Bregola at 17:05 | Comments (3)

Recensione su Rolling Stone Aprile 2006

Rolling_Stone_logo-1.gif

Di Davide Bregola

Massimiliano Parente
Parente di nessuno
Gaffi, pp.214, € 12,00

Se per individuare una retta sono sufficienti due punti, per capire che "Parente di nessuno" è un libro da leggere tutto d’un fiato bastano due pagine. Ma questo libro non è una retta. Trattasi invece di lettere indirizzate a tutti i personaggi dei media italiani, siano essi VIP o scrittori famosi. Maurizio Costanzo, Paolo Crepet, Alessandro Piperno, Aldo Busi e Maria De Filippi: loro ci sono, ma c’è anche il Venditore di giochi elettronici e il blogger che è dentro ad ognuno di noi. Stroncatura dopo stroncatura, irriverenza dopo irriverenza, Parente riesce a darci una fotografia ad alta risoluzione sulla nostra condizione contemporanea di nerds acritici pronti a bersi qualsiasi cosa ci venga propinata. La franchezza di queste pagine diverte e fa pensare. Se non fosse che ormai nessuno segue più il gobbetto Leopardi direi che si tratta di un’ “Operetta Morale”, ma sarei pronto a scommettere che dal loggione partirebbe una pernacchia, per cui ritiro tutto.

Posted by Davide Bregola at 16:38 | Comments (6)

27.03.06

GLI IRREGOLARI

Fachini.jpg

Da anni io e Cristiano Ferrarese volevamo fare un ciclo di incontri dedicato alle "scritture irregolari", agli scrittori irregolari. Ex punx, giocatori di calcio diventati autori, giramondo, giornalisti di Nera passati al fantasy e ai romanzi seriali, chitarristi di gruppi di culto. Ci metteremo a tavola e gli autori invitati partiranno da una canzone e un film per poi dipanare la propria storia. E' nato così un ciclo di "Cene Irregolari" alla Trattoria dell'Arci Virgilio in P.tta S.Leonardo a Mantova. Si inizierà mercoledi 29 marzo. Ecco tutto il programma:

1-Mercoledi 29 Marzo alle ore 20.00 Toni Fachini "La virgola e l'orologio" Effigie.

2-Mercoledi 19 aprile ore 20.00 Marco Philopat "I viaggi di Mel" Shake.

3-Mercoledi 24 Maggio ore 20.00 Massimo Zamboni "Il mio primo dopoguerra" Mondadori

4-Mercoledi 14 Giugno ore 20.00 Giuseppe Pederiali "Camilla e il Grande Fratello" Garzanti.

Le cene sono aperte a tutti ed è gradita la prenotazione allo 0376-2853 oppure mantova@arci.it

Posted by Davide Bregola at 19:40 | Comments (1)

Il romanzo del ventunesimo secolo #58

Giuseppe Iannozzi interviene nell'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo.
Tutti gli altri interventi si possono trovare nella rubrica "ROMANZO XXI SECOLO" alla destra del monitor.
Giuseppe Iannozzi ha il lit-blog QUI.

Il Romanzo del XXI secolo
- alcune apocalittiche riflessioni -

di Giuseppe Iannozzi

Cosa resterà del romanzo del XX secolo? Probabilmente niente, o meno ancora. Il fatto è che di romanzi nel XX secolo ne sono stati scritti parecchi, ma pochi veramente buoni; quasi nessuno nell’ultimo ventennio che va dagli anni Ottanta ai primi giorni del Duemila. Gli ultimi venti anni sono tra i più negri e medioevali che siano stati consegnati ai lettori: la dittatura thrilleristica si è imposta come moda, e gli scrittori, dopo il meritato successo di Giorgio Faletti, si sono buttati a capofitto nell’affaire thriller; e come tutto risultato, poco più di niente, solo dei romanzetti scritti male e per giunta con la pretesa di voler essere à la Pasolini.

Autori quali Italo Calvino, Beppe Fenoglio, Cesare Pavese, Primo Levi, Carlo Emilio Gadda, Pier Vittorio Tondelli, Tiziano Terzani, e ancora Sebastiano Vassalli, Umberto Eco, Aldo Busi, sono già nella storia, o meglio appartengono già da tempo alla Letteratura, a chi dopo di noi li approfondirà sui banchi di scuola. Molto più difficile, se non impossibile, che domani un romanzetto di Melissa P. venga ricordato. E sono dell’opinione che sarà difficile che anche un maestro come Valerio Evangelisti venga domani ricordato, se non tra le fila di quei simpatizzanti per una letteratura votata (destinata) ad esser “popolare”. Eppure Evangelisti meriterebbe di più, nonostante alcune (inevitabili) cadute di tono, come l’abbastanza deludente “Il collare di fuoco”: ma romanzi quali “Noi saremo tutto” o “Il castello di Eymerich” o il più perfetto “Cherudek” meriterebbero di rimanere, e di esser considerati sin da oggi Letteratura. Il problema – se giusto è definirlo tale – è che ultimamente lo stile di Valerio Evangelisti si sta evolvendo, per uscire da qualsiasi schema e progetto narrativo: essendo che questa strada nessuno l’ha ancora percorsa, la strada che Evangelisti sta percorrendo è molto ma molto buia, così tanto che c’è il rischio che lo inghiotta in sé. Probabilmente, parafrasando una canzone di Ron (cantata da Lucio Dalla), “con l’aiuto del buon dio, stando sempre attenti al lupo”, Evangelisti riuscirà a dar un corpo pienamente completo ed intelligibile alla sua scrittura, quindi al suo stile. E se ci riuscirà, allora domani non escludo che potrà essere anche autore da antologia, da studiare seriamente.
Diverso discorso, ma breve, per Giuseppe Genna: i suoi thriller, tra i migliori che abbia letto, erano qualcosa. Oggi, dopo due scivoloni, gravi a mio giudizio, non so davvero che abbia intenzione di fare, perché la sensazione è quella che dia sfogo alla penna più per esercizio che non per dar corpo a della narrativa, a delle storie, e men che meno a della letteratura, foss’anche con la “l” minuscola. Dopo “L’impero di Costantino” e “L’anno luce”, due prove che valgono poco - nulla, a voler essere completamente onesto, secondo il mio fallibile metro di giudizio -, credo che “nel quasi mezzo cammin di sua vita si sia inoltrato per una selva davvero troppo oscura perché possa incontrare un Virgilio che lo conduca a veder del Paradiso una seppur flebile luce, o anche solo l’illusione d’una luce”. Sia come sia, non sarà con Giuseppe Genna e né con i kamikaze di Tiziano Scarpa che il XXI secolo potrà dirsi iniziato al Romanzo o alla Letteratura. E di Federico Moccia forse ricorderemo che ha fatto impazzire molte ragazzine: ma non me la sento proprio di dire che la sua scrittura sia qualcosa che rimarrà nel tempo: due romanzi, ma “Tre metri sopra il cielo”, per il giovane autore, è quello che gli ha dato il successo di vendite. Poi, a voler guardare ad Alberto Bevilacqua, probabile che qualche romanzo rimanga, non fosse altro che per la gran mole di libri scritti e pubblicati, per i temi sempre uguali e reiterati romanzo dopo romanzo. Andrea Camilleri resterà, verrà ricordato come autore del “popolo” e quindi popolare: i suoi romanzi non giustificano nessuna pretesa sociale e/o politica, sono soltanto delle storie e basta, storie che hanno fatto bene presa nell’immaginario del popolo, che ancora domani se lo ricorderà il suo commissario Montalbano. In fondo, leggere Camilleri ci distrae dai nostri problemi: il suo stile è semplice, vicino alla parlata popolare, e forse proprio questa peculiarità l’ha fatto amare ad un pubblico eterogeneo senza inimicarsi i critici, anche i più esigenti. Non più di tanto, comunque.

Brutto, molto brutto, tirare ad indovinare chi rimarrà e chi no, fare un toto-scrittori così come sto facendo: ma qualcuno deve pur farlo, qualcuno dovrà pur prendersi, se non la responsabilità, perlomeno il merito d’aver scagliato la prima pietra, e non perché io sia innocente, solo perché colpevole. Io rimango sempre, o quasi, affascinato quando leggo un romanzo di Valerio Massimo Manfredi: e però, in veste di critico, per quanto modesto io possa essere, non posso fare a meno di rendermi conto che sono delle storielle, ben scritte, non dico di no, ma pur sempre delle storielle con qualche elemento storico. Alessandro Baricco è invece scrittore che due cadute pesanti ce le ha avute, con “L’Iliade” e “Senza sangue”, ma con “Questa storia” è tornato ad essere genuino, quello di “Castelli di rabbia”, “Oceano mare”, “Seta”, “Novecento”. Senza addentrarmi in quelli che sono pregi e difetti della scrittura di Baricco, sono dell’avviso che i suoi romanzi rimarranno, a lungo, in quanto contengono non una morale ma più morali: ogni storia è un gioco, una sorta di matrioska, personaggio dopo personaggio, morale dopo morale, pagina dopo pagina, si scopre qualche cosa, un dettaglio che sembrava insignificante e che invece è essenziale. Una rara abilità questa per uno scrittore, che non può esser ignorata né lavata via con giudizi asfittici o di ostinata superficialità: quello che intendo dire è che la scrittura di Alessandro Baricco merita un approfondimento serio che non si fermi – e che non si impantani – in un’analisi superficiale.

La mia impressione a proposito dell’attuale mercato editoriale è che si mettano in circolo, se non proprio degli istant book, almeno degli scartafacci che, a un occhio inesperto, possono sembrare dei romanzi bell’e finiti. Il libro è stato ridicolizzato, ridotto a mero oggetto di consumo: gli scaffali delle librerie, giorno dopo giorno, sono invasi da nuove uscite, e tutti gli editori promettono – alzando occhi braccia e mani al cielo – che hanno dato alle stampe il capolavoro del secolo. Sono libri - ma libri solo perché di pagine tenute insieme da una rilegatura e una copertina – che dopo due, tre mesi, nessuno più ricorda. E però vengono immediatamente sostituiti da altri titoli simili, da autori uguali che reiterano all’infinito sempre la stessa storia, solo variando il nome dei personaggi e la scenografia.

Non sono ottimista: il romanzo del XXI secolo non è stato ancora dato alle stampe. E, soprattutto, non c’è un autore che oggi possa dire “nato per essere il primo dei grandi della Letteratura del Ventunesimo Secolo dopo Cristo”. Ma forse è molto meglio così: perché così, chi vorrà leggere tornerà ad affrontare con ragione e sentimento i Classici della Letteratura Italiana e non.

Posted by Davide Bregola at 17:12 | Comments (15)

23.03.06

Webcam&Bill Viola

Provetecniche.jpg

CLICCA QUI E LEGGI DOPO:http://www.officine.it/webcam/index.html

I Video artisti dovranno prima o poi fare i conti con tutta questa massa di occhi indiscreti, questo oscuro scrutare, queste webcam puntate sulle piazze d'Italia e nei luoghi di villeggiatura tristi d'inverno e grigi come una magliettina della salute. Ancor più tristi d'estate, pieni di persone col metal detector in cerca di monetine, anelli e collanine perse dai bagnanti in mezzo alla sabbia. Metal detector con uominimetaldetector.jpg vestiti da militari che cercano di sconfiggere la crisi economica attraverso l'illusione di trovare la pepita. O anche solo un bracciale.
I video artisti, gli scrittori, i pittori, i poeti dovranno fare i conti con la bellezza insita nel gesto di chi vuole collegare col resto del Mondo la sua parte di luogo, piccola e insignificante. Il bambino protagonista del libro di Safran Foer "Molto forte, incredibilmente vicino" ricostruisce la vita del padre attraverso i frame dell'immagine dell'uomo che cade da una delle due torri gemelle. Noi ricostruiamo un pezzo delle nostre vite, gli diamo una trama, seguendo magari le webcam dei nostri luoghi cari: una palazzina marrone, un interno vuoto di un locale romagnolo nel quale abbiamo trovato la nostra musa, la vista sulle torri nostrane, la Piazza del paese in cui ci sono i nostri cari.

Noi. Fermi, come nomadi psichici, e la possibilità di avere sotto controllo, attraverso il monitor, il nulla che accade. Dissillusi guardiamo mari e monti, piazze e laghi, vallate e interni, il macro e il micro. Disillusi, dicevo, non ci facciamo impressionare da nulla, forse. Perché c'è sempre il fattore imprevedibile, l'inaspettato, qualcosa che farebbe sobbalzare dalla sedia anche Bill Viola, David Lynch, Rocco Siffredi, Maria De Filippi, e questo qualcosa viene trasmesso da una Webcam puntata su Cassino. (D.B.)

Posted by Davide Bregola at 09:55 | Comments (3)

22.03.06

Scrittore in vendita

La cultura enciclopedica di Francescoconsiglio
consiglio.jpg

Di Davide Bregola

Non so se trovarlo poetico o fastidioso, ma c'è una persona, tale Francesco Consiglio, che si è messo in vendita su ebay con la frase: "Adottate uno scrittore squattrinato". Di sé dice: "Un metro e ottanta per settanta chili il mio corpo, Giovanni e Angela i miei genitori, la Sicilia, Roma e l'Abruzzo i miei luoghi, la scrittura la scelta della mia anima. Ecco il risultato di quel cucciolo d'uomo che, un giorno d'aprile del I965, amici e parenti cominciarono a chiamare Francesco. Francesco Consiglio. E chi è?
Diciotto lettere per un nome, diciotto sussurri, diciotto grida. Effe, erre, a, enne, c, e, esse, c, o, c, o, enne, esse, i, g, elle, i, o... boh! Diciotto lettere per un nome non bastavano a dire cosa io fossi, nè chi fosse, questo francescoconsiglio, e neppure se esisteva. Al massimo (o al minimo?) quelle lettere si prestavano ad ingannare la mia vita di ragazzo, lasciandomi immaginare che in esse era possibile scoprire il marchio del futuro, poiché nel nome poteva esserci il daimon, poteva esserci il destino."
Le Edizioni Tabula gli hanno pubblicato pochi mesi fa "Valentino va veloce-una favola-" ma la sua idea è di mettersi al servizio di chi vorrebbe raccontare la propria biografia e non ce la fa. Ecco allora che Francesco Consiglio si presenta come "Biografo ufficiale". Bastano 5 o 10 pagine di memorie personali e lui ordisce la trama della vostra vita, ne ricostruisce le vicende più importanti, dà ordine a notizie sparse, aneddoti e gioie. Dolori. Gl stessi dolori che deve avere pensato di patire lui se, all'età di 40 anni ha deciso di postare su Ebay questo accorato appello: "Adottando un artista gli permetterete di scrivere senza doversi occupare di piccole invadenze quotidiane. La letteratura ne trarrà giovamento e voi avrete fatto una buona azione. Con soli 5 euro mi permetterete di stare per un'ora davanti al computer a scrivere romanzi, poesie, canzoni... Cosa ci guadagnate? Nell'immediato nulla, ma quando sarò ricco e famoso mi ricorderò di voi. Il mondo ha bisogno di artisti, che ne dite? Ecco tre versi: un regalo d'amore... Ora che il dardo è lanciato, a me non rimane che strapparmi il cuore e farne bersaglio, nell'aria."
Su Ebay lo trovate qui: http://cgi.ebay.com/SAVE-ITALIAN-WRITER_W0QQitemZ8397371766QQcategoryZ377QQssPageNameZWDVWQQrdZ1QQcmdZViewItem Io ho già fatto la mia offerta, gli ho "ricaricato" circa 10 ore di autonomia, perché, pur non avendo ancora capito se il suo è un gesto di estrema poesia o sia un cialtrone, voglio dargli fiducia. Assomiglia troppo al personaggio Giovanni Costa di cui conosco vita morte e miracoli.
Il sito di Francesco Consiglio è qui.

Posted by Davide Bregola at 10:25 | Comments (21)

21.03.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #57

Laura Barile interviene nell'inchiesta sul romanzo del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.(D.B.)

Di Laura Barile

Cos'è il romanzo nel 21.o secolo? Caspita che domanda.
Le dirò alcune altre cose, che sto rimuginando in questo periodo:
Italo Calvino, 1923.
Milan Kundera, 1929
Georges Perec, 1937
Claudio Abbado, 1937
Amos Oz 1939
Claudio Magris 1939...

Potrei continuare, passare al 1943, e poi agli anni cinquanta e via via ai nati nella seconda metà fino alle classi settanta-ottanta.
Cosa voglio dire?
Che per ora gli scrittori del Duemila sono nati almeno negli anni
Ottanta del secolo scorso. Nascere in un secolo si porta dietro tutto
il secolo in cui si è nati.
E poi che non esiste il romanzo italiano, o meglio che se esiste non mi sembra significativo definirlo così.
Forse, dico forse, esiste il romanzo europeo all'interno della cultura occidentale (diverso da quello USA, ma anche lì vai a vedere)... in fin dei conti anche oriente e occidente si stanno mescolando, per fortuna: vedi Kundera, Kureishi & C.

Io non cerco risposte italiane, per quello mi bastano e avanzano i giornali. Cerco scritture che intravedendo non vedono, e che a loro volta generano domande, che sono le mie e quelle di tutti noi: e l'Italia non c'entra per niente.
Sono le domande di quella che Einstein, alla frontiera USA, richiesto
della sua razza, scrisse: "umana"
E poi mi piace che parlino d'amore.

Laura Barile si è occupata di editoria popolare e quotidiani (Sonzogno e "Il Secolo" di Milano), di "irregolari" come Carlo Dossi e Antonio Pizzuto, di Italo Calvino, e di poesia, in particolare Vittorio Sereni, Montale, e più recentemente Leopardi. Insegna alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Siena. Scrive su L'Indice.

Posted by Davide Bregola at 21:54 | Comments (9)

20.03.06

Webcam

webcamBollate.jpg
(Bollate: Vista su palazzo marrone con siepe plastificata)
Se le webcam potessero parlare direbbero e si chiederebbero: Non succede nulla, perché son qui a puntare l'occhio sulle immagini sfocate del vostro infame mondo?
In questa rubrica si segnaleranno le webcam più improbabili puntate sull'infinito punto del nulla.
A tal proposito dopo la webcam della Piazza che trasmette da QUI.
Segnalo anche la webcam posta sopra al cornicione della principale piazza di Cento, ridente paese della provincia di Ferrara osservabile da QUI.Se qualcuno scopre webcam assurde mi informi per e-mail. Sto cercando di scrivere un saggio dal titolo "Sulla differenza tra lo sguardo dello scrittore che descrive e l'occhio della webcam come sconfitta essoterica del nulla".

Posted by Davide Bregola at 21:53 | Comments (3)

Barbolini & Bregola

Sabato 25 marzo dalle 20 in poi Roberto Barbolini sarà a Sermide da Cavallucci a parlare dei suoi libri Il punteggio di Vienna, Magical Mystery Tour e Stephen King contro il gruppo 63. Potete prenotare per la serata a: cavallucci.sas@libero.it o 0386/61091. Il Progetto incontri d'autore si trova QUI.

Barbolini1.jpg
(Roberto Barbolini è il primo a destra in completo bianco)

Roberto Barbolini
Magical Mystery Tour
Aliberti editore, pp.235, euro 13,90

Prendete Roberto Barbolini, per esempio. Il suo libro è l’esatto equilibrio tra passione per i Passages di W. Benjamin e la fortuna di essere nato in un luogo che a pochi chilometri di distanza ha visto crescere gente come Ligabue, Vandelli dell’Equipe 84, Guccini, Vasco Rossi, Tondelli, Crovi, Pavarotti, Delfini, D’Arzo. L’autore quei luoghi, quelle persone, è riuscito a raccontarli bene. E non è poco. Ma non è tutto. Perché Barbolini è anche riuscito a raccontare cose difficilissime come le sculture di Wiligelmo e dell’Antelami rendendo tematiche, all’apparenza ostiche, piacevolmente divulgative e mescolandole al talento di Beatles e Rolling Stone. Così facendo ha dato vita a un’epopea pop-colta arguta e spregiudicata. Ci parla dell’amico di Pascoli e degli Who, di Ferrari e Giovanni Lindo Ferretti, di figure di contorno cui la storia ha riservato solo un cameo. Ma un cameo con tutti i crismi. Con Magical Mystery Tour si potrebbe avere l’impressione di andare avanti a vanvera. Invece tutto torna. In una sorta di spaesamento in cui non si capisce più se sta parlando di Morandi cantante o pittore, se sta parlando di Bono o di suo padre, i ricordi personali si fondono alla memoria collettiva e in questo incantamento il Mondo sembra più bello.(D.B.)

Posted by Davide Bregola at 12:02 | Comments (0)

18.03.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #56

FRANZ KRAUSPENHAAR interviene nell'inchiesta sul romanzo del XXI secolo.

DI FRANZ KRAUSPENHAAR
www.markelo.net

Porsi la domanda su cio’ che sarà il romanzo italiano del XXI secolo è importante fin da ora, che questo nuovo secolo l’abbiamo appena adocchiato. In realtà siamo ancora legati, mani e piedi, al secolo passato e alle sue forme. La forma romanzo spadroneggia infatti ancora in tutte le librerie del mondo, e non sembra che essa possa ancora esaurirsi, vista la fame di storie compiute che ancora ci attanaglia. La domanda è dunque: possiamo già da ora pensare a una tendenza per il nostro futuro?
Si vedono già delle avvisaglie. Ma forse, queste avvisaglie già nascono nel Novecento. Perché un Céline, per esempio, non è stato un romanziere tipo, è stato un affabulatore puro, e i suoi romanzi erano delle navigazioni spesso senza controllo, in certo senso “informali”. Oggi come ieri chiamiamo per brevità e per marketing (la scimmia sulla schiena dell’industria editoriale) opere che sono romanzesche a volte soltanto per brevi tratti, nell’intelaiatura, ma che alla resa dei conti si spiegano come cosa diversa, come navigazione spesso caotica nell’immensa placenta del mondo. Qualcuno prima di me ha parlato di ibridi, di commistione appassionante tra fiction e saggistica. Una volta si chiamavano “romanzi-saggio”. Niente s’inventa dal niente, tutto nasce dalla tradizione a da un suo morale sovvertimento, da una piega a u delle tendenze, da un gesto necessario e igienico di ribellione.
Ci si puo’ ribellare in vari modi, addirittura continuando a scrivere romanzi compiuti; per esempio, entrando nel “genere” (il giallo, per esempio) e tentando di liberarsi da quella gabbia facendo i dovuti e difficilissimi conti con le pastoie inevitabili che del genere sono le coordinate. Operazioni di equilibrismo che forse non riescono ancora a dare il risultato sperato, per cui è forse più facile, ennesimo paradosso, far finta di azzerare tutto, inventarsi un viaggio interstellare che partendo dalle avanguardie storiche faccia deflagrare la “navicella romanzo” in alta quota, come accade a Moresco. I suoi libri possono essere letti come drammatiche parodie del romanzo tradizionale ma anche, e questo è a mio avviso ancora più interessante, come parodie del romanzo d’avanguardia. Dentro al contenitore-libro ci puo’ quindi stare la sconfessione vergata nero su bianco del contenitore stesso, come se implicitamente si volesse spiegare (a parole assolutamente proprie) che questo contenitore non basta più; e dunque in Moresco le pagine sembrano esondare, e i razzi cartacei imbevuti di grottesco propellente che ne derivano sembrano voler colpire al di là della materia-libro.
A scorrere le liste di “prescrizione” dei maggiori premi letterari e le classifiche di vendita sembrerebbe che nulla sia cambiato da almeno vent’anni. In pieno postmodernismo affranto, la letteratura italiana ufficializzata s’accartoccia sempre più su se stessa, assomigliando nelle storie e negli aciduli sapori a certo cinema intimista prodotto da decenni con le sovvenzioni statali. Invece là fuori molti scrittori cercano nuove strade, come è sempre avvenuto, e senza alcun tipo di sovvenzione.
Fare previsioni sul futuro è sempre rischioso e comunque spesso, se si è sufficientemente onesti, è impossibile. Certamente assistiamo oggi a un fenomeno nuovissimo: la letteratura è uscita dalla carta ed è approdata sulla rete. I blog letterari, numerosissimi, offrono testi i più disparati, e li offrono al giudizio critico spesso estemporaneo dei lettori. Saltando la mediazione critica, si assiste a una consumazione spesso “fast food” del “genere letteratura”: assaggi da happy hour dopolavoristico commentati in tempo reale. Il lettore (spesso sotto mentite spoglie) dice la sua su cio’ che ha letto, e l’autore interviene allo scoperto in posizione spesso difensiva.

Ci troviamo dunque in una specie di virtuale presentazione libraria non stop, con i lettori che, protetti dall’anonimato e dallo schermo del loro computer, a volte gettano sassi dal cavalcavia verso l’autore; se questi ha deciso di prestarsi al gioco, a mio avviso lo deve fare fino in fondo, e sapersi prendere non solo i complimenti, ma anche le critiche più feroci, anche le sassaiole più ferenti, tentando sempre di argomentare. Il bagno nell’umiltà è indispensabile.
Il discorso è a doppio taglio: perché se i lit-blog fomentano senza volerlo delle reazioni a volte scomposte, e il ruolo della critica ufficiale diventa mano a mano più sottile e viene del tutto (o quasi) esiliato sulle spesso asfittiche pagine dei giornali, allora per l’autore, paradossalmente, diventa sempre più difficile arrivare nel modo giusto ai suoi lettori. Cioè spesso ci arriva, attraverso i lit-blog, senza passare per l’intercapedine critica, a pelle nuda, senza nessun filtro, dal produttire al consumatore. Un modo di ovviare ci sarebbe, e credo che la tendenza sarà questa, in questa mia sostanzialmente ottimistica previsione: un maggior numero di critici e scrittori si avvicineranno a internet per mancanza di spazi di discussione sui luoghi fin qui deputati, e discuteranno sempre più nell’altrove smaterializzato della virtualità; e dunque – dopo questo presente nel quale la critica dalla rete si tiene ancora abbastanza lontana - s’ispessirà l’intercapedine, mentre continuerà, come è giusto, a esserci la possibilità, per il lettore, di spezzare quest’intercapedine e di interloquire in maniera libera con gli “addetti ai lavori”.
Tutto questo movimento in certo modo sovversivo dovrebbe portare i giornali a modificare il loro stile ingessato e ancora novecentesco, ad agire in controspinta rispetto ai lit-blog, ad attualizzare le loro modalità comunicative.
Con l’informatizzazione della letteratura, a mio avviso ogni previsione su come sarà il romanzo italiano del XXI secolo puo’ essere, per il momento, azzardata. Potremmo addirittura tornare al lontano passato, quando le riviste pubblicavano in anteprima romanzi; se non in versione integrale, nell’immediato futuro anche gli scrittori già da tempo pubblicati su carta potrebbero approfittare di internet per mettere a disposizione i loro romanzi e racconti prima della pubblicazione, in modo da testarli sulla “piazza elettronica” dei lettori più appassionati.

FRANZ KRAUSPENHAAR, Milano 1960. Ha pubblicato Avanzi di Balera (Addiction) e gli ultimi libri per Baldini&Castoldi "Le cose come stanno" e "Cattivo Sangue" consultabili QUI.

Posted by Davide Bregola at 02:05 | Comments (2)

16.03.06

Carmilla e Ogni casa è illuminata

Su Carmilla c'è un reportage di sedicente Marco Philopat in cui si riprende la notizia della web cam puntata vicino a casa mia descritta QUI
sermide1.jpg

a cura degli AMICI DEL CICAP ALLA MANIERA DI MARCO PHILOPAT
[Per la comprensione profonda di questo gonzo reportage, è fondamentale visionare i link evidenziati in grassetto dopo averlo letto]

Dice Paris Dell'Unto: "C'è un blog in cui si vede una webcam. Questa Webcam è puntata su una piazza: è una piazza di Sermide, paese nelle prossimanze di Mantova. La sera, la piazza è vuota, dalla webcam vedi questa piazza di cemento vuota dove non passa niente e nessuno, ci sono i lampioni ad arco fosforico arancione. E' un paradosso, perché la webcam dovrebbe inquadrare qualcosa che si muove, qualcuno, e invece c'è solo questa piazza vuota, immobile. E' esattamente quello che abbiamo visto stasera" - E se ne va, Paris, non lo rivedrò mai più?

La CAM puntata sulla Piazza si trova cliccando QUI.

Posted by Davide Bregola at 13:16 | Comments (6)

Il romanzo del ventunesimo secolo #55

Francesco Guglieri interviene nel dibattito sul Romanzo del XXI secolo. Guglieri scrive per L'Indice e Pulp Libri. E'dottorando in Letterature Comparate a Torino.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.(D.B.)

Di Francesco Guglieri

Pensare cosa sarà il romanzo italiano del XXI secolo è, prima di tutto, un esercizio di immaginazione. E ogni esercizio di immaginazione è un esercizio romanzesco. Non è certo l’unico, o il “migliore”, neppure il più alto (o più basso) gradino di un’inesistente scala di valori dei “modi di immaginazione”, ma è, bene o male, l’orizzonte in cui siamo immersi, l’aria che respiriamo da queste parti. Mi spiego: io sono un lettore di romanzi, lo sono più o meno per mestiere, gran parte della mia vita da adulto l’ho dedicata a leggere romanzi e a studiare, a lungo, il modo in cui si dovrebbero leggere. E questa, a conti fatti, è la mia vita. Poi capita che certi giorni mi chieda, come tutti, come sarebbe andata se, invece che essere fulminato dalla letteratura, avessi fatto l’ingegnere informatico, poniamo. Allora mi metto lì e immagino: di certo avrei più soldi e una maggiore stabilità, probabilmente meno acidità di stomaco ma anche meno capelli in testa. Che discorsi farei adesso, che film guarderei, quanto distante sarebbe quest’immaginario io controfattuale da quello che sono adesso? Non lo so. Non posso neanche dire che sarei migliore o peggiore, più felice o più infelice. Non è questo il punto. Il punto è che quando ci sediamo lì e cominciamo a immaginarci “come sarebbe stata la mia vita se” facciamo un piccolo, minimale magari, io credo fondamentale, esercizio romanzesco (così come lo facciamo quando pensiamo a ciò che “io sono adesso”: ai mille frammenti della mia esistenza, della mia coscienza, della mia autorappresentazione, impongo per un attimo una forma che ha l’aspetto di una compiutezza romanzesca).
Ecco, riusciamo a farlo perché siamo tutti “lettori di romanzi” (anche chi non ne ha mai letto uno!): non solo perché siamo tutti immersi in cultura che ci porta a immaginare le nostre vite e le nostre scelte secondo schemi, finalismi e ricorrenze romanzesche, ma soprattutto perché poche altre forme del linguaggio come il romanzo ci costringono a questi continui esercizi d’immaginazione, a spiare e possedere vite che non sono le nostre, ad abitare mondi che sono o non sono il nostro. Il romanzo ci obbliga ogni volta a nuove letture, nuove aspettative e quindi forse, a volte, nuovi contesti.

Allora, mi sembra che quelli che ci vengono a dire che il romanzo è morto o è in crisi, che tutto è già stato fatto e rappresentato, che esiste un enorme deposito del già detto (già visto, già scritto) da cui pescare per assemblare al più un bricolage di seconda mano, vogliono sottrarci la possibilità di immaginare in prima persona (o, quantomeno, ridurre al prevedibile le possibilità che hai di pensare te stesso e con te stesso tutto il resto). Ti danno un immaginario in cambio dell’immaginazione, ti scaraventano in una sfera, quella dell’immaginario, in ogni cosa è già successa (già prevista) e nulla accade se non come simulacro, ripetizione del già accaduto. Uno spettacolo senza futuro.
Funziona allo stesso modo per quelli che ciclicamente ripetono, quasi fosse una giaculatoria o una sorta di elaborato esorcismo, che il romanzo italiano è morto, o in crisi, o –ed è lo stesso –asfittico, ombelicale, esangue, infinitamente inferiore a quello americano (al contrario!).
Sinceramente, a me pare che mai come in questi anni il romanzo italiano sia stato altrettanto potente, sorprendente, vitale, altrettanto capace di portare dentro di sé ambiti sempre più ampi del reale: non riflettendolo (non è questo che fa la letteratura, mai: grazie al cielo), ma masticandolo e trasformandolo in qualcosa d’altro, in qualcosa che con la realtà è strettamente implicato ma secondo relazioni complicate, tortuose, ben lontane da qualsiasi pacificante rispecchiamento (questo per rispondere a chi dice che il romanzo italiano non ha ambizioni, non affronta la Storia e le grandi narrazioni: il rischio è quello di avere un’idea semplicista del lavoro del linguaggio letterario, o comunque molto limitata. Capita, così, che se il testo sgarra dalle forme previste ci si rifiuta di dedicargli quella fatica che l’impegno ermeneutico richiede).
“Il romanzo, questo cannibale” scriveva a suo tempo Virginia Woolf: il romanzo è un cannibale perché ingoia porzioni sempre più ampie del mondo, porta nei suoi confini ciò che prima ricadeva nell’ambito dell’indicibile, o del non letterario. Ma anche perché muta forma, assume l’aspetto di altri linguaggi, di altri media, di altri generi. È posseduto da una spastica predisposizione alla totalità, a esaurire le contraddizioni, e allo stesso tempo è sempre dentro alla contraddizione, alla polifonia, al limite di una forma aperta, mai conclusa. Il romanzo è più romanzo nella misura in cui lo è meno, nella misura in cui tradisce le aspettative spostandole un po’ più in là. E continuerà a esserlo anche nel XXI secolo.

Mi ripeto: mai come adesso il romanzo italiano si è potuto permettere una tale varietà di forme, di voci e di proposte, mi sembra che mai abbia potuto dispiegare un così vasto pensiero sul presente. Una vivacità particolarmente evidente, ad esempio, in quelle estreme propaggini della contrada romanzesca in cui il romanzo sembra venire meno, almeno la sua forma narrativa: i testi brevi, fortemente saggistici, in cui l’autofiction si mescola a momenti di teoresi più astratta o di prosa descrittiva (Voltolini, Franchini, Magrelli, Sebaste, Trevi). Per non parlare, nel versante opposto, di quelle scritture che si fanno totalmente carico delle regole e dei canoni di un genere codificato ma piuttosto che viverle come gabbia le fanno esplodere in direzioni opposte a qualsiasi chiusura: a Evangelisti, Genna, Wu-Ming, poi, bisogna ascrivere una eccezionale coerenza nel portare avanti la propria visione. Oppure pensa a quegli autori che sul tessuto del reale aprono una breccia di parole, di linguaggio, dolorosa e assoluta, come Moresco, Scarpa, Ferrante, Santangelo, e in forma diversa Mozzi, Nori. Ma non posso citarli tutti (cosa dire di autori che trovo straordinari, e diversi, come Mancassola, Bajani, Nove, Lagioia, Raimo…) e non serve neanche: il romanzo italiano del XXI secolo avrà forme inaspettate, lo troveremo là dove meno lo si aspetta, sarà sorprendente, felice e doloroso come quello di oggi.
Il romanzo italiano del XXI secolo forse ce l’abbiamo sotto gli occhi ma non possiamo ancora riconoscerlo perché non abbiamo fatto sedimentare le categorie necessarie ad accoglierlo.

Il limite è un altro. Che tristezza mi prese tempo fa quando lessi un venerato vecchio critico liquidare Kamikaze d’Occidente soltanto come un romanzo interessato ai rapporti d’amore tra uomo e donna e poco rivolto ai “problemi del presente”! Come si può scrivere una cosa del genere quando Kd’O ha la sua ragion d’essere proprio in una presa di posizione sul ruolo dello scrittore, sulla natura della rappresentazione, sul rapporto tra scrittura, finzione e realtà nel presente, e lo fa con una radicalità lacerante? Mi cascano le braccia quando leggo, su riviste letterarie, recensioni a romanzi impegnativi come Occidente per principianti interessate solo all’uso dell’avverbio che si fa in quel testo, senza rispondere minimamente alle sollecitazioni che ti muove una lettura del genere. O romanzi, come l’ultimo di Pincio, passati come al solito in categorie mistificatorie quali “lingua da traduzione”, “ossessione americana” come se a Pincio, ambientando i suoi romanzi negli USA degli anni ’60, interessasse veramente parlare solo dell’America di quart’anni fa!
Il pericolo che temo è che manchi una critica capace di rispondere alle domande che questi testi pongono, di rispondere con la stessa serietà, lo stesso rigore, la stessa tensione che questi testi impongono. Non che manchino i buoni critici: quello che si è indebolito è l’istituto della critica, il suo spazio sociale, autonomo e riconosciuto. Questa, ovviamente, è una questione politica, di politica culturale, ma di certo intimamente intrecciata col discorso che facevo prima.
Il fatto è che i romanzi italiani del XXI secolo saranno (quelli di oggi sono) pensieri radicali, esercizi di un’immaginazione senza remissione che noi, in quanto lettori e ancora di più in quanto critici, dobbiamo essere all’altezza di ricevere e rilanciare: dobbiamo essere in grado di rispondere con la stessa serietà, lo stesso rigore, la stessa radicalità con cui si rivolgono a noi.
Ridurre la critica alla battuta fulminante, alla barzelletta, ma anche a semplice esercizio di gusto, o esercitarla secondo parametri che non sono quelli della critica ma quelli del mercato (leggibilità, intrattenimento, passatempo, spettacolo), sollevare la critica dalla fatica della mediazione, vuol dire assecondare una cultura semplificatoria, spettacolarizzante, significa rinunciare a qualsiasi volontà di sapere, ma soprattutto riconoscere il proprio ambito e la propria funzione come puramente residuali, caselle vuote. Pensare la critica come l’esercizio del “mi piace e non mi piace”, magari in salsa snob, prendere la noia e l’antintelletualismo come parametro, vuol dire ricondurre il letterario a territorio subalterno, innocuo, pacificante. Così come certi toni apocalittici, temo, alla lunga facciano il gioco opposto.
Il pensiero del romanzo ci mette di fronte a una lacerazione che non possiamo risolvere con una battuta e un’alzata di spalle. L’unico modo per essere all’altezza di chi ci ha preceduto è credere a ciò che si scrive (e si legge), senza residui, senza salvezze.

Posted by Davide Bregola at 00:03 | Comments (2)

14.03.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #54

Piero Sorrentino interviene nell'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.(D.B.)

Di Piero Sorrentino

Qualche sera fa, davanti a una pizza e a una lattina ormai semivuota di coca cola, un amico scrittore mi raccontava che un Famoso Critico Letterario, incontrato per caso in strada poche ore prima, l’aveva fermato e gli aveva annunciato, trionfante e orgoglioso, che il suo prossimo libro, di imminente uscita, sarebbe stato, alla pari del libro di prossima pubblicazione del mio amico scrittore, “un ibrido proprio come il tuo!”. Mi rendo conto che per apprezzare in pieno la portata di ridicolaggine che quella frasetta convoglia nel breve spazio sintagmatico di appena cinque parole, bisognerebbe essere in grado di scorrere la carriera del Famoso Critico Letterario – fatta di immonde curatele di scrittori del Novecento pagate a suon di migliaia di euro, collaborazioni a giornali mainstream e ingessatissime riviste accademiche, illeggibili pubblicazioni saggistiche presso importanti editori, direzione di premi letterari sulla cui gestione economica più d’uno avanza dubbi e perplessità da codice penale -, inorridendo così di fronte al pietoso spettacolo di uno studioso di mezza età che senza pensarci due volte getta alle ortiche la scrittura saggistica che pure gli ha dato fino a quel momento fama e denari, per lanciarsi – forse per sentirsi ancora giovane tra i giovani? - nel meraviglioso mondo degli ibridi (che poi, detta così, senza altre specificazioni, concludevo con l’amico scrittore, non si sa nemmeno bene cosa cazzo siano, questi ibridi. A pensare alla parola “ibrido”, a me per esempio veniva in mente solo il mio canarino).

Eppure, meditavo tornando a casa, guidando piano sulla strada viscida d’acqua, nonostante questa sorta di violento screditamento della forma del saggio (o di quella del romanzo), a favore di una scrittura che sta a metà tra i due, tra le pure forme di fiction e le strutture cristallizzate della saggistica, provenga da un autore su cui gettare discredito e fango è tutt’uno col restituire dignità e onore alla parola letteraria, non si può negare che “ibrido”, questa parola vaga, generica, lasca, che, direbbe Antonio Moresco, “prende dentro tutto” – e quindi niente -, sia quella che meglio descrive la forma più vigorosa e vitale della letteratura italiana contemporanea. La migliore forma di scrittura, la più onesta e completa, quella che più ci serve per capire un po’ di più della nostra vita, quella che promette molto e mantiene di più, la forma in cui ci viene offerta la più nutriente presenza di contenuti, oggi, è quella che abbandona definitivamente il romanzo, che se lo lascia dietro senza troppe lacrime, che spalanca le gabbie ormai anguste della fiction e le infiltra di altri linguaggi, altri sguardi, altri scenari. Ma si badi bene. Si tratta di separazione consensuale e non di abbandono di minore, e soprattutto si tratta di un distacco pensato, voluto e perseguito dagli stessi scrittori, e non il frutto dell’ennesima geremiade critica sulla morte del romanzo, questo zombie di carta che da almeno 60 anni crepa e risorge con più solerzia di un non-morto di Romero. Viviamo anni complessi, e il meglio delle nostre penne ha capito che il romanzo non basta più per raccontarli. Non si può correre a Indianapolis con una Punto 1100. Il romanzo italiano del XXI secolo, insomma, non sarà un romanzo. E questo l’hanno capito in molti. L’ha capito Emanuele Trevi con “I cani del nulla”, “Senza verso”, “L’onda del porto”; Marco Mancassola con “Last Love Parade”; Antonio Moresco con “Lo sbrego” e “Zio Demostene”; Antonio Franchini con “Quando vi ucciderete, maestro?”, “L’abusivo”, “Cronaca della fine”, “Gladiatori”; Valerio Magrelli con “Nel condominio di carne”; Giuseppe Genna con “Assalto a un tempo devastato e vile”; Antonio Pascale con “La città distratta”; Edoardo Albinati con “Svenimenti”, “Maggio selvaggio”, “19”; Beppe Sebaste con “H.P. L’ultimo autista di Lady Diana” (per non dire poi di quelli che l’hanno capito nel resto del mondo: Sebald, Langewiesche, Herr, Vollmann…)
Il valore del romanzo italiano del XXI secolo si misurerà sulla sua forza di rinnovamento, sulla prontezza con cui si scaraventerà, come il barone di Munchausen che si libera dalle sabbie mobili tirandosi per il codino, fuori dal cammino tracciato in precedenza dalle forme romanzesche tradizionali nelle quali fino a oggi si è manifestato. Se ogni processo di radicalizzazione dei generi conduce a compimento, anzi a esaurimento, la forma di scrittura fino ad allora in auge, il romanzo del XXI secolo muterà a poco a poco, da solo - in un processo che assumerà i caratteri dell’ineluttabilità del destino e della necessità di una palingenesi ormai irrinunciabile - i suoi stessi procedimenti testuali, le sue strategie, le sue strutture. Credo sarà un trapasso indolore, atteso e anzi invocato. Certo ogni autore, muovendo da un orizzonte di attese tutto suo, piegherà la nuova forma ibrida secondo le proprie esigenze e finalità. Ma in fondo che cos’è poi la scrittura se non il continuo scartare da tutto, “un po’ più in là, da lato, da lato”?

Piero Sorrentino è nato a Napoli nel 1978. Scrive su Stilos e Nuovi Argomenti e collabora con l’edizione campana del Corriere della sera. È redattore della rivista Nazione indiana. Un suo racconto, Beppe, è stato pubblicato nell’antologia “Prima leggere, poi scrivere” curata da Diego de Silva e Domenico Scarpa (Rubbettino editore). Suoi saggi, articoli e interventi sono usciti su I Miserabili, Carmilla, Lipperatura, Belphegor.

Posted by Davide Bregola at 23:00 | Comments (2)

13.03.06

Universo in espansione

Maura Gancitano interviene nel dibattito su studenti e università, su aspettative e realtà. Tutto è iniziato con Valeria Vitelli QUI. Il suo malcontento ha stimolato un vero e proprio scambio di esperienze a cui Maura dà seguito.

Io sono fortunata, io frequento un’università privata, le segretarie mi chiamano per nome e studio dentro a un palazzo affrescato. Ma in realtà non c’è niente di diverso dalle università pubbliche.

Studio filosofia, sono al secondo anno. Ho scelto questa facoltà (nata quattro anni fa) perché è la migliore in Italia, ci sono ottimi insegnanti, e di conseguenza dovrebbe dare maggiori possibilità d’impiego. Ha un piano di studi diverso da quello classico, non ci sono esami di storia dell’arte e di letteratura, e il corso di storia è stato introdotto solo quest’anno dal nuovo Preside.

In un anno e mezzo ho dato 12 esami e me ne mancano ancora 11, più 6 colloqui su altrettanti classici della filosofia (che valgono 1 credito ciascuno, cioè niente), uno stage di 150 ore e la tesi.
Non ci sono i moduli e le parcellizzazioni, ma quasi tutti gli esami sono piuttosto pesanti (non c’è il limite delle pagine – o perlomeno non viene rispettato - e i professori hanno maggiore libertà riguardo ai programmi di studio) e il numero dei crediti è incongruo. Scegliendo di frequentare quasi esclusivamente corsi di 9 crediti (cioè i più pesanti), sono riuscita a ridurre a 23 il numero degli esami complessivi (molti dei quali sono sia scritti che orali...cioè, prima devi scrivere una tesina leggendo una miriade di testi di approfondimento, spesso in inglese, e poi studiare il programma e sostenere l’esame orale), ma se avessi lasciato così com'era il piano di studi ne avrei dovuti dare quasi 30 (più i soliti colloqui sui classici).

Come dicevo, il nuovo preside ha introdotto il primo corso di storia, che si dice permetta di raggiungere il numero di crediti sufficienti per insegnare. Ma io non posso frequentarlo perché non mi conviene in termini di crediti, perché devo riuscire a laurearmi in tempo (costo già troppo alla mia famiglia, non posso permettermi anche di andare fuori corso) e devo scegliere gli esami che mi sono più utili, che mi danno la possibilità di acquisire il maggior numero di crediti con il minor sforzo (si fa per dire). Potrei seguire il corso senza dare l’esame, per “cultura personale”, ma ovviamente non sarebbe la stessa cosa.

Quando passerò alla laurea specialistica dovrò imparare il tedesco in 2 anni (riuscendo a comprendere i testi filosofici, le conferenze filosofiche e a scrivere di filosofia e sostenendo alla fine un esame che verrà valutato in trentesimi - - come succede anche per quello d’inglese – e che quindi non darà una semplice idoneità, incidendo inevitabilmente sulla media), dare quasi altri 20 esami e scrivere una tesi di 350 cartelle.
E poi magari, quando finirò, non troverò uno straccio di lavoro.

L’anno scorso ci sono state le prime lauree. Qui le medie sono molto alte, ci sono studenti brillanti, c’è gente che studia ininterrottamente, eppure nella sessione estiva si sono laureate solo 4 persone.

Perché, oltre al numero esagerato degli esami, un grosso problema è anche quello della tesi. Quando si scrive? Se si devono preparare quasi 30 esami in 3 anni, quando si ha il tempo per scegliere un tema forte, leggere decine e decine di testi e scrivere una tesi decente? Così molti, pur avendo già dato tutti gli esami, devono posticipare la laurea alla sessione successiva per scriverla, correndo contro il tempo.

Tra agosto e settembre farò uno stage al Festivaletteratura. Ho deciso di mettermi direttamente in contatto con loro (ho fatto due anni di volontariato lì) per evitare che la facoltà mi spedisse in qualche brianzolo assessorato alla cultura. A dire il vero qui viene offerta la possibilità di fare lo stage in aziende conosciutissime e di alto livello. Peccato che non ti facciano fare niente (niente che ti piace, almeno) e che non ti diano la possibilità di imparare qualcosa (fatte le dovute eccezioni). E allora a che servono gli stage? A guadagnare crediti anche quelli, a permetterti di avvicinarti alla soglia dei 180 crediti che ti permetteranno di laurearti? Che senso ha, allora?

Anch’io sono arrivata qui piena di aspettative e, pur sapendo che farei di nuovo la stessa scelta, anch’io mi sono ricreduta. Ho studiato tanto, eppure mi sembra di non sapere niente, di non avere alcuna abilità. Mi manca un anno e mezzo per laurearmi e ce ne vorranno altri due per la specializzazione. Eppure a me sembra di avere ancora poco tempo prima di entrare nel famigerato “mondo del lavoro”. Potrei fare un master che potrebbe darmi le competenze per fare il lavoro che voglio, ma servirebbe davvero a qualcosa?

E allora cerco di darmi da fare adesso, studiando per conto mio cose che in facoltà non insegnano, leggendo più che posso, scrivendo, facendo più cose di quelle che riesco a fare, affannandomi per fare esperienza. Ma ho bisogno che qualcuno mi dia la possibilità di crescere, che mi dia l’opportunità di fare esperienza, di lavorare. Ma questo capita raramente. A volte perché vent’anni sembrano pochi, a volte perché i vent’anni danno fastidio.


Maura Gancitano dice di sé: Chi sono? Uhm...ho 20 anni, sono siciliana, studio filosofia a Milano, ho un blog (www.maura.splinder.com), sono nella redazione di due riviste elettroniche (Bombasicilia e L'emergente sgomita), collaboro con una casa editrice e con una piccola casa di produzione cinematografica, organizzo presentazioni, ho vinto premi letterari...

Posted by Davide Bregola at 21:10 | Comments (7)

10.03.06

Ogni casa è illuminata

sermide.jpg
Nella piazza del luogo in cui abito hanno montato una web cam funzionante 24 ore su 24. La mia casa è a pochi metri dallo slargo ripreso. Dietro alla torre gonzaghesca.
QUI è possibile vedere ogni movimento e passaggio di pedoni, vetture, cicli. La sera ogni casa è illuminata; Safran Foer (Ogni cosa è illuminata) ne saprebbe inventare storie avvincenti, perché a due passi c'è Contrada degli Ebrei. (D.B.)
Con la visione della web si raccomanda la colonna sonora degli Offlaga Disco Pax QUI.

Posted by Davide Bregola at 21:20 | Comments (6)

09.03.06

Piccola cosmogonia letteraria portatile (un passo indietro&due in avanti)

Di seguito riporto uno "scritto" propedeutico sugli ultimi trentasei anni di narrativa italiana. Ne è autore Antonio Spadaro, redattore letterario della rivista La Civiltà Cattolica e professore incaricato presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. Un suo intervento è già stato pubblicato QUI. Per onor di cronaca aggiungo che il pezzo riportato di seguito è stato scritto sei anni fa e quindi nel 2000 non era ancora ben chiaro come si sarebbero sviluppati tutti i rizomi dei "generi".

Tendenze della letteratura italiana
appunti di Antonio Spadaro S.I.
Fonte: http://www.antoniospadaro.net

1) Settanta - Descrivere il panorama della narrativa italiana degli ultimi anni è compito abbastanza arduo. Tuttavia è possibile stabilire approssimativamente un punto di svolta simbolico tra un "prima" e un "dopo": il 1980. Gli anni Settanta erano stati caratterizzati dal predominio del politico e del sociale e la letteratura era stata considerata come elemento pre-rivoluzionario dell'"impegno" militante e anti-elitario (Porci con le ali, Cani sciolti, Vogliamo tutto) oppure come praticamente inutile e "borghese" perdita di tempo (Pasolini metteva in guardia!). Uno degli effetti fu il prevalere della produzione saggistica su quella narrativa. Semmai vengono riscoperti, postumi, alcuni autori di valore (Saba, Satta, Morselli) e nel '74-'75 affiorano le scritture contro-tendenza di Morante, Volponi e D'Arrigo.
--------------------------------------------------------------------------------
2) Ottanta - Gli anni Ottanta sono gli anni del "riflusso" sul piano culturale, sociale e anche letterario. Il 1979 si chiudeva con la pubblicazione di Se una notte d'inverno un viaggiatore di Calvino. Il 1980 è l'anno della pubblicazione del primo romanzo "postmoderno" italiano, Il nome della rosa di Umberto Eco e del romanzo generazionale Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli.

a) Eco e Calvino, pur diversi, sono uniti da una sorta di illuminismo scettico e da un'idea di letteratura combinatoria, citazionista, labirintica tra enciclopedia e cruciverba (e dunque da una sfiducia radicale per la narrazione!). Si può forse affermare che la "vendetta" del mercato su Eco è avvenuta nel 1994 con il successo della Tamaro (2 milioni di copie vendute) che, pur con toni da saggezza prêt à porter, ha il coraggio di mettere in scena sentimenti elementari, comuni. Con Eco comincia la marcia trionfale della scrittura euforica che accantona le problematiche profonde della letteratura, compresa quella della tensione linguistica, in favore di un'esibizione spavalda e geniale del lato comunicativo della parola applicato ad un congegno di fascinazione fabulatoria accattivante. L'aspetto positivo è il rinato gusto per il racconto. Si apre la stagione del romanzo di successo (e, a volte, anche di consumo).

b) con Tondelli si pone un articolato autobiografismo generazionale caratterizzato da:

- una netta distanza sia dalla letteratura "pura" (e dal laboratorio degli sperimentalisti della neo-avanguardia) sia dal documentarismo puramente socio-politico.

- un rinnovato bisogno di esprimersi tramite la mescolanza dei linguaggi di gruppo, le narrazioni "in presa diretta", lo scardinamento delle regole grammaticali e sintattiche. La normalizzazione dei linguaggi gergali e trasgressivi e la loro "consumabilità" diventa una frontiera dell'editoria italiana

- l'esigenza di "farsi delle storie" in un clima di rinnovato interesse per la narrazione. La sede del significato non è più "la" storia, ma il quotidiano, il piccolo, il ravvicinato. Questo vuol dire che gli scrittori della nuova generazione sentono che c'è la "Storia", ma ci sono anche le "storie", personali, intense.

- l'esigenza imperiosa di scrivere, di entrare nel mondo della parola con la fedeltà al proprio mondo fatto non di citazioni dotte, ma di musica, cinema, letture, cartoons, gerghi, dialetti, costumi, tensioni e tradizioni. Si apre la stagione dei "giovani scrittori" (si assiste allo slittamento semantico del termine "giovane" in quello di "nuovo"). Questo frantoio linguistico mira a superare un linguaggio di pura conoscenza nella direzione di un linguaggio di potenza e di forte carica emotiva: il testo è una questione di ritmo (cfr. J. Kerouac).

c) altre linee significative all'interno della selva dei percorsi:

- il rapporto tra realtà e letteratura, scienza e arte (Del Giudice); - l'ossessione visiva, analiticamente fredda, da école du regard (De Carlo); - il fantastico-surreale e picaresco-onirico (Cavazzoni); - l'evocazione, in vario modo, di atmosfere interiori (Capriolo, Tamaro, Piersanti, Doninelli, Lodoli, De Luca); - il romanzo storico o la reinvenzione del passato (Consolo, Nigro, Loy, Maraini)
--------------------------------------------------------------------------------
3) Novanta - Tondelli aveva varato un progetto tra il letterario e il sociologico, che aveva lo scopo di far emergere le scritture giovanili e registrare il bisogno di "farsi delle storie" nei giovani "under 25". Il progetto fu un successo e ha generato tre antologie di testi scritti da giovani autori, alcuni dei quali oggi sono ben noti (ed è divenuto un modello anche per la generazione successiva, quella di E. Brizzi, per fare un nome). Leggendo i testi di questi "post-under 25", vi si possono comunque scorgere alcune fondamentali linee di tendenza interessanti della generazione dei 35/40enni, così come si sono espressi negli anni Novanta:

- La linea delle "Inquietudini della formazione" - nasce dal passaggio da una giovinezza di tipo adolescenziale a una più adulta. Sono scritture che partono picaresche e percorrono le tappe dell'iniziazione e della formazione fino a una "crisi" e ad un addio al mondo della prima giovinezza. La questione dell'identità personale e del proprio mondo è in primo piano. In alcuni casi, stilisticamente e linguisticamente, la narrazione è resa da impasti che miscelano italiano "colto", gergo, anglismi e forme dialettali: si genera un codice comunicativo che sembra essere una nuova koinè. (Silvia Ballestra, Giuseppe Culicchia, Romolo Bugaro). Questa è stata la linea più riconoscibile nei primi anni Novanta.

- La linea delle "Cifre dell'esistenza" - determinata da un atteggiamento più maturo nei confronti della vita. Sono scritture che si immergono nella vita adulta, che emergono da essa cercando di intuirne le cifre, di darne interpretazioni, visioni d'insieme, valutazioni disincantate. Lo scrittore prova a decifrare le relazioni, le azioni, arrivando a sintesi o addirittura a "formule" quasi geometriche di comprensione o almeno di descrizione. Non ci offrono trame potenti o affascinanti, ma vivono nella linea d'ombra delle questioni di senso (Romagnoli, Canobbio).

- La linea delle "Scritture di provincia e di periferia" - costituita da trame che si immergono nelle periferie o nelle province, presentando un bagaglio di lessico, di immagini, di toni, di ispirazione che trae la propria linfa e il proprio significato da un mondo geograficamente caratterizzato, nel quale l'io risulta assorbito a livello di valori e simboli (Claudio Camarca, Guido Conti).

Al di là di ogni etichetta identificativa e assemblante, emergono:

- una tentazione: il remake, una sorta di manierismo superficiale e facile di genere giovanilista (riscrivere all'infinito Il giovane Holden), ingigantito da un can can pubblicitario

- alcuni interrogativi: il rapporto con la storia e la contemporaneità, la rappresentatività generazionale, il linguaggio letterario, la ricerca dei modelli (che non si trovano in Italia)

- una certezza: la scrittura non è frutto della ricerca di un prestigio sociale, nè del vacuo status di scrittore, ma di un inestinguibile bisogno di comunicare, di un sentire all'interno del quale conoscersi, interpretarsi e raccontarsi.
--------------------------------------------------------------------------------
4) Creative Writing - Il fenomeno degli esordienti ha liberato il desiderio e l'interesse di molti nei confronti della "scrittura creativa". Negli USA le prime cattedre di creative writing nascono negli anni Venti. La tradizione italiana è troppo aulica per esperienze similari. Tuttavia il clima rinnovato permette la nascita e, in breve tempo, la proliferazione di scuole di scrittura creativa e la pubblicazione di saggi, manuali, raccolte su questo tema. Negli anni '80 erano nate molte riviste cartacee di varia qualità. Negli anni '90 esse consolidano le loro posizioni e diventano luoghi in cui anche le grandi case editrici "pescano" nuovi autori. Nascono alcune riviste di "nuova" critica letteraria. Dal 1995 circa l'attività, spesso legata al sottobosco cartaceo, si apre alla Grande Rete con la nascita di siti internet capaci di raccogliere un numero elevato di testi e di diffonderli a costo zero. Nascono anche alcune mailing list letterarie evengono pubblicati carteggi via e-mail. Esiste anche qualche esempio italiano di racconto ipertestuale e qualche esempio di scrittura collettiva (con incipit pre-fissato e svolgimento per accumulo aperto a chiunque). Si pongono vari problemi critici: il senso dell'opera come "fatto", l'individuazione del suo autore e la tutela del copyright (cfr a questo proposito fenomeno "Luther Blisset").
--------------------------------------------------------------------------------
5) Pulp fiction - Alla fine degli anni '90 alcune case editrici (Einaudi-Stile Libero soprattutto), oltre a seguire con estrema attenzione questi fenomeni, hanno saputo cavalcare la new wave, creando dei "casi" letterari di effimera durata. Il più "esemplare" di questi è il caso della letteratura "pulp", che spesso si associa a quella detta splatter o anche splatterpunk. Il termine pulp per sé fa riferimento ai pulp magazines della cultura di massa, quei giornali dozzinali e di rapido consumo, stampati su carta di bassa qualità. Violenza, volgarità, aberrazioni sessuali sono gli elementi che in genere ne costituiscono la trama. Possiamo isolare tre elementi chiave che danno vita a questo tipo di narrativa: le immagini e le situazioni violente e sanguinolente; i toni e il linguaggio tra l'anarchico, il provocatorio e la volgarità ostentata; l'assoluto antiaccademismo tipico dei giornali e dei romanzetti di bassa qualità. Troviamo una sorta di "inferno estetico": il vortice delle immagini "registra" il caos della vita e la sua violenza, ma alla fine esprime soltanto un distacco anestetico che "gira a vuoto", lasciando paradossalmente il gusto amaro e leggero dell'artificio retorico. Il rischio alla fine è di pensare la vita fuggendo dal suo spessore e dalla sua "corposità". Il pulp è impalpabile. La morte è la vera grande assente. Figura di questo "genere" è lo "zombi": ciò che è più diametralmente opposto all'eroe romantico. Lo zombi è vivo, ma insieme è morto e soprattutto non ha identità. Se tra Ottocento e Novecento l'uomo è dialetticamente preso tra i suoi mille volti, cangianti sulla base delle relazioni che intrattiene, qui non c'è relazione significativa con nessuno e anche quel principio di identità che è il corpo viene ad essere chiuso nel caos del disfacimento e nell'assemblaggio. (cfr il primo Ammaniti, Nove, Scarpa).
--------------------------------------------------------------------------------
Prospettive e problemi

La critica sembra oscillare tra due estremi:

la posizione di reazione di G. Ferroni (Dopo la fine), che considera la letteratura come giunta a un punto "finale" per cui la comunicazione attuale ci colloca "dopo" una storia che appare esaurita. La sola risposta possibile sarebbe una fedeltà alle esperienze del passato, nella piena coscienza che esse non possono "rinascere", ma devono "sopravvivere", mantenendo la loro forza vitale nell'atto stesso in cui avvertono di essere condotte alla fine.

la posizione di esaltazione di R. Paris (Romanzi di culto), che ritiene la critica impreparata a comprendere il nuovo perché chiusa in salottini piccoli-borghesi. La letteratura invece, a suo giudizio, è diventata un mezzo di comunicazione di grande impatto e di forte valore antropologico.

A me sembra di riconoscere almeno le seguenti dialettiche:

- La possibilità che la letteratura valorizzi l'immaginario come luogo di simboli e metafore della vita e il rischio che essa possa ridursi a un catalogo di fantasie futili e gratuite e di storie da raccontare all'infinito.

- La possibilità che la letteratura recuperi il valore specifico dello scrivere e il rischio che essa sia subalterna ad altri linguaggi e modelli.

- La possibilità di "inventare" la realtà e il rischio di un appiattimento sulla cronaca.

- La possibilità di costruire "strumenti ottici" per guardare in direzione del reale e il rischio di perdere la dimensione dell'interpretazione per carenza di modelli (es. il tema del "male").

- La possibilità di essere ancorati alla vita, alla storia, all'esperienza "umana" e il rischio di perdere il legame fisico con l'esperienza e acquistare quello con la manipolazione (telematica, informatica, pubblicitaria).

- La possibilità di recuperare il senso della soggettività narrante e il rischio di perdere il valore e il senso dell'"autore" come soggetto.

La possibilità di valorizzare, al di là di folklorismi, in maniera "divergente" le tradizioni culturali del nostro paese e il rischio dell'assoluta omologazione nazionali a modelli ed etichette (cfr. soprattutto la narrativa del Sud e le posizioni divergenti Fofi/Trecca).

Posted by Davide Bregola at 23:12 | Comments (8)

Il romanzo del ventunesimo secolo #53

Valeria Vitelli interviene nel dibattito sul romanzo del XXI secolo. Il suo intervento parte alla luce di tutti gli studi fatti alla facoltà di Lettere e in cui si trova, quasi neolaureata, ad avere le idee più confuse di prima. Altri studenti mi hanno scritto dicendo della confusione che regna nelle loro menti. L'intervento di Valeria è preso a modello per discutere di un tema molto sentito rispondente alla domanda: "E adesso?".
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.(D.B.)
Se ne parla anche nel blog di Tonino Pintacuda:http://toninopintacuda.splinder.com/post/7418559

Di Valeria Vitelli

Che dire, prima di tutto mi presento.

sono valeria, una più che giovanissima e inesperta studentessa di lettere ormai in dirittura d'arrivo, con alle spalle un massacrante tre+due per numero di esami e frammentarietà. credo di non esagerare se affermo di aver sostenuto più di quaranta esami, o meglio moduli come ora si chiamano, e mi sembra di non aver in mano nulla. nulla di ciò che immaginavo quando abbandonando i miei studi scientifici di liceale speravo di entrare ingenuamente nel mondo della "Cultura". immaginavo che avrei saputo tutto dei grandi autori, dei grandi personaggi, dei grandi eroi che popolano il fantastico mondo della letteratura. e invece? mi son trovata a fare i conti con le scadenze imminenti, il numero eccessivo di esami da sostenere all'anno, e soprattutto, con la mancanza dei moduli istituzionali. dove sono finiti? perche all'università di Torino sono ormai solo retaggio degli studiosi di storia e filosofia? e allora via con miriadi di mini-moduli su autori non ben identificati e collocati nel panorama storico culturale... con micro argomenti super specifici e parcellizzati, e così via fino alla prima e poi alla seconda laurea. di mezzo la scoperta della teoria della critica letteraria e la consapevolezza di vedere come sempre più sfuggente e lontana una Cultura che non so più come inseguire.
il tempo per letture appassionate e "libere", mi sia concesso il termine, in questi cinque anni è stato veramente limitato, e quindi mi trovo ora con alle spalle la frequentazione di un liceo scientifico che mi ha regalato tanto, ma che per sua natura non mi ha purtroppo concesso di leggere in modo approfondito e ampio quelli che sono i grandi classici, e con un'università che me lo ha ingiustificatamente impedito...

ma arrivo ad oggi, tra i miei mille tentativi per mettermi al passo con il passato e arrivare finalmente a concedermi il lusso del presente.
qualche giorno fa in libreria mi sono imbattuta in Best off 2006, e visto che ormai prossima alla stesura della tesi e alla preparazione di un esame di dottorato mi arrabatto per cercare finalmente di capire quali vie percorrere per ampliare i miei saperi, entusiasta l'ho comprato. ed è così che sono infine giunta a questa massacrante, per lei, e-mail.

mi affascinano i vostri discorsi, i vostri nomi dietro cui si celano sicuarmanete grandi personalità illustri della cultura di oggi, ma di cui io mi vergogno di non conoscere l'identità. mi affascina il vostro saper discorrere come di caramelle del romanzo del XXI secolo. e mi rattrista il fatto che io probabilemnte non saprei farfugliare qualcosa nemmeno sul grande romanzo del IXX secolo! non che voglia passare per una pedante studentessa vecchio stampo che pensa che ogni conoscenza del presente presaupponga necessariamente un'approfondita conoscenza del passato. ma se come dice Bachtin, e io sono d'accordo, il discorso, e con lui la letteratura, è profondamente dialogico, non credo sia possibile avere la presunzione di prescindere da tutto quello che è stato detto e scritto.
ma eccomi qui lo stesso, in qualità di quel lettore, in questo caso ingenuo e stranito, a cui la lettera da cui tutto parte e rivolta. la lettura ti mette in gioco, e questo è il gioco che mi piace. non con presunzione, ma con tutta l'umiltà di chi prova a mettersi in carregiata.

come deve dunque essere questo grande romanzo del XXI secolo?
grande sicuramente, ma non nei volumi e nei pesi specifici, come qualcuno sospettosamente pensa. grande nelle sensazioni, nelle suggestioni che sa trasmettere. grande nei temi, nella costruzione di personaggi che sappiano parlare realmente, grande nelle fantasie che sa mettere in gioco e che sa rappresentare. grande nella velocità con cui ti fa scorrere una pagina dietro l'altra, grande nel come ti fa rimpiangere di averlo già finito.

sono forse queste tutte affermazioni ingenue di una piccola lettrice di 25 anni che guarda in modo idealizzato alla lettura? può anche darsi, ma trovo che questi siano requisiti fondamentali.
non credo nella "massificazione" negativa della letteratura e nella necessità di una letteratura di consumo facile. tutt'altro. penso che un grande romanzo, anche molto difficile, anche molto di nicchia, anche meritevole del plauso di tutti gli addetti ai lavori, possa e debba, se veramente grande, poter piacere a tutti, ad ognuno secondo la propria prospettiva, dalla più semplicistica a quella più intellettualistica.
sicuramente ottimistico e utopistico.
ma quando ho letto "Il Tamburo di latta", ci ho creduto, e se è stato possibile una volta perchè non potrebbe esserlo di nuovo? penso ad un altro libro letto da poco, "Quando teresa si arrabbiò con Dio" di Jodorowsky. Un romanzo che è allo stesso tempo una grande favola, un romanzo biografico, una rivisitazione fantastica della storia degli ebrei, la costruzione di un albero genealogico, una storia per certi aspetti cruda e amara, e probabilmente riccamente intessuta di allusioni mitologiche, stoiche e filosofiche (dico probabilmente perchè questa è la sensazione che ho provato leggendo, ma non ho la cultura per affermarlo con certezza). questo dovrebbe essere il grande romanzo del XXI secolo.
penso che un grande romanzo debba essere in grado di farti capire come sei fatto e cosa stai vivendo. i grandi romanzi del passato, quelli realmente tali lo fanno.
la mia "tesina" di laurea discussa per i tre anni ha come argomento la teoria di Bachtin sul rapporto tra autore ed eroe. l'eroe ha bisogno dell'autore per cogliersi nella propria totalità, l'io ha bisogno dell'altro pen giungere alla completa e reale visione di sé. il grande romanzo del XXI secolo forse dovrebbe proprio essere quell'altro che ci aiuta a coglierci nella nostra integrità, per quello che realmente siamo, per come realmente viviamo per permetterci di capire cosa viviamo, cosa ci circonda e perchè è così.

certo gli strutturalisti si rivolteranno nella tomba al pensiero che qualcuno invoca ancora un'idea di romanzo di questo tipo, ma il mio ingenuo punto di vista, per il momento, è più vicino a quello di bourdieu e alla sua idea di opera letteraria che riflette le gererchie di potere dell'epoca in cui è stata scritta, con l'innesto di uno Jauss che crede nel ruolo del lettore quale attualizzatore e co-scrittore di un'opera.

non credo che questo intervento meriti di essere pubblicato tra gli altri, e spero di aver solo fatto rabbrividere chi l'ha letto. ma ripeto, in questo momento sento l'esigenza di cominciare veramente a mettermi in gioco. questo il senso della mia mail, e anche solo una dura risposta e un voto negativo mi sarà di grande aiuto.
grazie per l'attenzione.

Valeria Vitelli scrive di sé:
ho 25 anni, quasi dotteressa, nel vero senso della parola, in lettere, con alle spalle una laurea triennale che non so ancora che titolo conferisca. sono una ragazza che tenta di sbarcare nel mondo dei "grandi", di uscire dal ruolo di studentessa e di dimostrare più a se stessa che la strada della critica letteraria è quella veramente giusta per me. speriamo sia vero che, come mi ha detto il mio professore, punto di riferimento, tesista, e spero prossimo responsabile di dottorato, possiedo un buono spirito critico.

vuoi sapere qualcosa in particolare? qualcosa riguardo all'università? potrei dilungarmi per pagine, ma anche in modo propositivo. credo che con poco sforzo e qualche attenzione molto si potrebbe fare per rendere migliore questa riforma.
guardando il mondo dall'oblò di chi ancora nutre speranze posso dire che l'università come luogo di cultura e come luogo dove incontrare gente di cultura forse non esiste più come una volta.
nulla voglio togliere ai prefessori, tra i quali qui a torino indubbiamente se ne incontrano di molto validi. anche i migliori però credo facciano fatica a ritagliarsi lo spazio giusto all'interno delle magli inestricabili dei moduli da accatastare l'uno sull'altro e a fare i conti con il dover stabilire i programmi in base al numero di pagine da far studiare.
l'appiattimento è generale, non ti dico poi che compagni mi è dov'è il confronto disisnteressato e puro che mi aspettavo ci trovare? la discussione accesa ma non macchiata dalla colpa di voler per forza emergere e apparire?
(mi rendo conto di essere poco propensa a sgomitare per sembrare la più intelligente, brava e preparata, e sono sicura che questo non mi sarà di aiuto per i miei sogni di dottorato e lavoro in qualche rivista specializzata. i sogni di tutti in fondo)
un grande problema dell'università, oltre a quello spinosissimo dei programmi d'esame, è l'impossibilità di trovarsi il proprio spazio. mi rendo conto che ormai le persone iscritte sono moltissime, ma credo anche che molto si potrebbe fare per permettere agli studenti di imparare realmente qualcosa. qui a torino siamo peini di giornali, riviste, case editrici... non un contatto uno tra università e questo mondo, almeno nessun contatto a cui si possa facilmente accedere o di cui si sappia.
come ci si può fare le ossa se siamo mille nullita ad uscire dall'edificio con la laurea in mano?
questi sono alcuni dei problemi, è anche difficile farseli venire in mente.
ma la cosa più triste è che a volte mi è capitato di percepire che la vera cultura stava altrove, fuori dall'università. non parlo di cultura di cui fa sfoggio e di cui ammantarsi nella veste dell'intellettuale impegnato, di questo tipo di cultura l'università è piena. parlo di quella dei dibattiti forti, delle idee a confronto, dello studio che ognuno vorrebbe condurre. nella nuova università tutti danno gli stessi esami e visto che ce ne sono molti di più di prima e inevitabile non puntare ad alcuni esami "jolly" quelli veloci da preapare e facili da superare. un disastro! la morte del senso dello studio!
e allora ognuno il porprio percorso se lo crea da sè, e si sente pure dire, " che esami dai? dante? aha già che tu fai la studentessa seria1" orrore!
parlo come una di 100 anni?
può darsi non so.
insomma io al mio percosro però ancora ci credo anche perchè ho stima del professore che ho scelto come punto di riferimento.
inosmma io ci sono e ora che vi ho scoperti non vi mollo quindi ogni domanda sul mondo dei neolaureati allo sbaraglio è ben accetta. e se volete faccio anche le mie proprste di risoluzione.
la mia citta del sole universitaria.
grazie
valeria vitelli

p.s. se non ho centrato il punto accetto... eccomi qui!

Posted by Davide Bregola at 15:02 | Comments (27)

08.03.06

Top Libri

La questione del romanzo italiano è più che mai aperta. Le polemiche degli ultimi giorni scatenate dall’intervento di Alessandro Baricco su Repubblica del 1° marzo – con i loro strascichi sulle pagine culturali dei giornali e su diversi blog letterari – girano intorno all’argomento.

Noi, come già avete potuto leggere ultimamente, cerchiamo di andare al cuore del problema: cosa deve/può essere il romanzo del XXI secolo? E quale ruolo per la critica letteraria?

Interrogativi su cui si confronteranno ad Al Top Libri (ogni martedì alle 21.35 su SaT2000) Gabriele Pedullà, critico letterario, nostro ospite in studio, e – in collegamento con noi – Loredana Lipperini. E con i contributi di Davide Bregola e Mariano Sabatini.
Ieri ero QUI.

Posted by Davide Bregola at 11:09 | Comments (0)

07.03.06

Ombelichi e furbate

Gli esordienti che ogni anno si presentano a "Ricercare" si dilettano in racconti ginecologici o ombelicali, a base di cazzo e di vomito, gli scrittori di mezza età si attardano in uno stanco manierismo postmodernistico…Mentre un terzo del pianeta muore di fame, di Aids, di guerre, e milioni di persone in cerca di una possibilità di sopravvivenza cominciano a invadere il nostro paese, mentre saltano in aria le Twin Towers e si stanno gettando le premesse per un immane contrasto di civiltà e di religioni; mentre si assiste a una drammatica palestinizzazione del pianeta, gli intellettuali italiani (se non tutti, certo, quasi tutti) sembrano in tutt’altre faccende affaccendati. Giulivi, disinvolti, narcisisti, furbi, pronti a fiutare ogni moda e ogni indirizzo del mercato culturale, sommersi nel clima di declino morale e civile in cui viviamo. Privi di passato e di futuro. Felicemente immemori e accecati.
[di Romano Luperini, da La fine del postmoderno ed. Guida 2005 - Napoli. pp. 132 euro 8.20]
Per chi non sapesse cosa era RICERCARE può cliccare QUI e QUI.

Leggi il seguito su: http://fantuzzi.cjb.net/


Posted by Davide Bregola at 21:12 | Comments (4)

06.03.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #52

Il 52° intervento nell'inchiesta sul romanzo del XXI secolo è ad opera di Giuseppe Cornacchia.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.

Di Giuseppe Cornacchia

Io credo che il vero romanzo del XXI secolo sarà sempre più una questione di processo: non esisterà Autore, come predica Wu Ming 1, né dinamiche altre che quelle industriali, come dice Giulio Mozzi sul futuro a breve dell'editoria. Si tratterà, dunque, di Progetti (maiuscolo perché veicolatori di Idea e Prassi e Marchio) del tipo di quelli portati avanti dalle grosse società di ingegneria, che elaborano-finanziano da sé (tramite procurement)-consegnano "chiavi in mano" lavori dei quali hanno esse stesse creato assieme ai decisori politici un bisogno, definito in base ad un malloppo economico o simbolico (economicamente futuribile) da spartirsi. Diverrà narrazione la scansione temporale dell'iter realizzativo, nel quale entra in ballo l'umanità allo stato brado dei soggetti portatori di interesse: falchi cementificatori, civette ecologiste, iene finanziatrici, pavoni da sfilata, utili idioti, terzo & quarto stato. E' già un romanzo, in questo senso, la vicenda del Ponte sullo Stretto, con l'appalto pesantemente contestato e ancora in dubbio vinto da Impregilo; è altrettanto romanzesca la storia dell'impianto-prototipo nucleare a fusione ITER, aggiudicato al sito francese di Cadarache. Cosa cambia per il prodotto in sé, nel XXI secolo? Il manufatto resta un prodotto assai valido (al top delle esigenze qualitative del settore, nel suo tempo), realizzato da soggetti raggruppati per cooptazione. Non verranno più realizzati manufatti al di sotto di un certo standard e non sarà umanamente possibile, per un singolo isolato, realizzare processi complessi. A questo rimarrà, da fruitore estraneo al processo e al prodotto, un interesse umano e umanistico (dunque letterario) nel *dietro le quinte*, nei brogliacci di studio, nelle liti tra i contraenti. Ma sarà un interesse da tagliato fuori, da spettatore, che però cercherà di emulare "dal basso", assieme ad altri paria come lui, l'organizzazione strutturata dei grandi gruppi. E' il trionfo della tecnica che si innesta su uno stimolo all'aggregazione e alla lotta! D'altro canto, questo occidentalissimo orientamento al risultato razionale è per eccellenza arte, artificio, manufatto: la vera Opera come Processo. Questo condensare a addensare know-how procederà a sbalzi, venendo di tanto in tanto sbalestrato da singoli individui (estranei al processo) che affermeranno dal basso, casualmente e per aggregazione, diverse dinamiche di senso (dunque Opere-prodotto), prima di creare essi stessi nuovi gruppi dominanti o venire inglobati in quelli esistenti. E' la vita il vero romanzo.

Giuseppe Cornacchia si è laureato nel marzo 2003 a Pisa in ingegneria nucleare, discutendo una tesi dal titolo: "Reti di traffico urbano e studio del modello di evacuazione per il sistema Haria-2"; abilitato all'esercizio della professione nell'estate 2003, è iscritto da gennaio 2004 all'Ordine degli Ingegneri della provincia di Foggia col n.2319. Lavora in proprio e in ambiti di ricerca, mantenendo Foggia quale città base.
Collabora al sito letterario www.nabanassar.com

Posted by Davide Bregola at 22:06 | Comments (1)

Il romanzo del ventunesimo secolo #51

Matteo Fantuzzi e Vincenzo Aiello intervengono nell'inchiesta sul romanzo del XXI secolo.

Di Matteo Fantuzzi

caro davide,

ti rispondo su un espresso bologna - milano che mi porta proprio ad una di quelle letture a cui ti riferisci. certo occupandomi ed interessandomi al 99,99% di poesia la cosa potrebbe essere parecchio imperfetta, e molto parziale. credo però, per portare i piedi su un terreno meno estraneo, che almeno qualche punto si possa accostare non solo al romanzo, ma a tutta la letteratura del 21o secolo, chiedendomi non "come sarà" (anzi) ma "come dovrebbe essere" per non morire, addirittura già in partenza. per questo credo sempre più sarà necessaria un'affermazione della realtà, sarà necessario un patto di fiducia autore-lettore che faccia in modo che quest'ultimo non si senta preso per il culo da chi scrive. che cosa fa male alla letteratura ? che per supposta vendita si cerchi di cavalcare una tigre che non è propria: abbiamo visto negli ultimi anni a seconda dei periodi la "vadovetiportilcuorizzazione", la "cannibalizzazione"... e così per la poesia: pochi innovatori, molti adepti del ciclostile (dei contenuti, ovviamente). se le patrie lettere vorranno "rimanere" nel 21o secolo dovranno preservare non solo le loro identità ma anche le loro peculiarità, mettendo al bando operazioni dolose, vigilando sul prodotto, guardando sempre con la giusta attenzione/preoccupazione la grande distribuzione, garantendo la qualità. e infine, per non farci ridere dietro, al di là di tutto questo sarebbe il caso che si guardasse sempre ed esclusivamente l'opera, non l'autore: una letteratura dove non siano creati spazi editoriali al tal comico/giornalista/tronista solo perchè ri-conosciuto come comico/giornalista/tronista ma (nel caso) solo se la sua opera vale, fregandosene a quel punto di chi sia. una letteratura che sia in grado di rifiutare il grande autore, nel caso abbia scritto una piccola opera. se no la letteratura del 21o secolo sarà carta sottratta colpevolmente agli alberi, come troppo spesso accade.

home page: http://fantuzzi.cjb.net
UniversoPoesia www.universopoesia.splinder.com

Di Vincenzo Aiello

Romanzo italiano del 21 secolo?
Il romanzo non è morto per niente: ci sono sempre bei romanzi scritti con uno stile lavorato ed autentico. Mi spiego. Pur sopravvivendo generi come quelli del romanzo storico - ma solo quando c'è la lingua o la passione sono poi letti - , la vera novità degli ultimi anni del ventesimo secolo ed in questi primissimi del 21Th° è il reportage narrativo. La nostra vita è cambiata integralmente - più di quanto non ci accorgiamo vivendola (?) - ed unico fra i pochi modi di raccontare il reale letterario è quello di utilizzare questa forma elastica che tiene e insieme autobiografia e Storia. Chiaramente è la menzogna letteraria che partendo dal vissuto di ognuno di noi - mediato dal nostro particolarissimo sentire - che deve restituire al lettore un costrutto che senza riguardarlo personalmente possa essere da lui "riconosciuto". Uscendo dal vago linguaggio della crtica facciamo dei nomi: Franchini, Cilento, Pascale, Piersanti, Abate, Montesano, Maggiani, etc sono autori che utilizzano od hanno utlizzato questa formula: che poi una forma precisa non ha, se non quella di adattarsi al reale che si vuole raccontare.

Vincenzo Aiello, giornalista culturale, scrive su Il Mattino di Napoli; l'Indice dei libri di Torino.

Posted by Davide Bregola at 11:40 | Comments (2)

04.03.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #50

Gianpiero Marano interviene nell'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo.
Tutti gli scritti pubblicati sul tema si trovano QUI.

IL ROMANZO DEL XXI SECOLO

Gentile Davide Bregola,

vorrei che il romanzo del XXI secolo potesse elargire a piene mani visioni non consolatorie, progetti di mondo e sogni che rovescino quella (ormai esangue) ideologia novecentesca della fine-che-non-finisce di cui Samuel Beckett è stato il massimo, immenso esponente. Sì, ma quali visioni, quali sogni?, chiedi tu, costringendomi a una necessaria premessa. Ho un’idea della critica così “forte”, o forse così ingenua, da rifiutare ogni approccio precettistico-didascalico, ogni tecnica sovra-strutturale di controllo applicata a quel fenomeno di per sé ingovernabile che è la letteratura. Quando la critica comincia a pontificare sui massimi sistemi, sul “dover essere” e sul Canone, riesce a partorire sempre e soltanto le più inverosimili mostruosità teoriche: in questo modo distruggendo innanzitutto se stessa, la sua libertà di movimento e la sua credibilità presso i pochi interlocutori che si ritrova. Quale dibattito fu più evanescente di quello cinquecentesco sulle unità aristoteliche di azione, luogo e tempo che per cinquant’anni mobilitò decine di critici? Che significato ebbe, due secoli più tardi, tutto quello speculare intorno alla gerarchia dei generi e alla superiorità della tragedia mentre nella commedia giganteggiava un Goldoni? E infine, nell’ultimo scorcio del Novecento e ancora adesso, quale disastro non hanno prodotto le svariate proposizioni necrologiche sul tramonto della letteratura e sul manierismo prossimo venturo? Anche un certo determinismo sociologico che oggi potrebbe reclamare a gran voce il ritorno alla Storia, cioè di fatto la relegazione della letteratura in uno spazio ancillare e puramente mimetico, mi sembra qualcosa di castrante e di infinitamente già-visto… Questi preliminari per ribadire quanto non mi sembra per niente scontato in un’era di ossessioni e di chiusure tecnocratiche come la nostra: gli scrittori parlano di ciò che vogliono nei termini e nei tempi che più ritengono opportuni, e se lo fanno con energia nuova e dirompente, con l’autorevolezza derivante dall’avere distrutto modelli astratti, pregiudizi e schemi precostituiti di ogni genere, è semmai tutto il resto a doversi adeguare, trasformandosi per ripartire da zero, per esordire.

Cordialmente,

Giampiero Marano
www.dissidenze.com

Posted by Davide Bregola at 11:20 | Comments (0)

03.03.06

LIBERIAMO LA CENSURA Vs. Baricco-Ferroni-Citati

Per il momento sappiamo che Liberiamo la Censura pubblicherà nel 2006 un romanzo per un "piccolo ma combattivo", come si usa dire (ma da ora in poi sarà vietato dirlo in qualsiasi recensione editoriale), editore italiano riconducibile alla sfera Pequod, Fazi, Minimumfax. Da un po' di giorni sappiamo tutti la sua e-mail perché l'ha resa pubblica in un commento: liberiamolacensura@libero.it. Non sapremo mai se l'ha fatto per carenza d'affetto o per insultare chi gli scriverà per sapere le reali generalità. Sappiamo anche dei suoi ritratti dotati di particolare sintesi pubblicati nello sgradevole spazio intitolato VIRILE FRANCHEZZA. Liberiamo La Censura commenta oggi la querelle baricchiana alla luce del libro Parente di Nessuno di Massimiliano Parente, testo imprescindibile in questi primi mesi del 2006 assieme al Best Off curato da Giulio Mozzi. Ripeto, se ce ne fosse bisogno: i due libri da leggere ora sono quelli appena citati ossia Parente di nessuno (Gaffi); Best Off 2006 (Minimum fax). Chiaro no? (D.B.)

Di Liberiamo La Censura

Credo che il buon (in senso di bontà etimologica) Parente abbia aperto una porta e subito tutti quelli che leggono i blog e i giornali l'abbiano chiusa...perchè è importante soffermarci sulle puttanate di Baricco e Ferroni/Citati...gente che mangia alla stessa tavola e inverte i fattori con lo stesso risultato...sono stenografi...solamente ripetitori di una idea piccolo borghese e cattocomunista di letteratura...non scrivere mai...de-scrivere sempre...seghe cerebrali e specchi dell'italia, paesello di plastica dove si fa tutto per un secondo fine e solo per guadagnarci...dove ci si legge e ci si racconta amicizia fino al primo "Ma"...allora si diventa dei bastardi...noi abbiamo avuto un Morselli suicida perchè diventasse conosciuto e lodato...prima silenzio...e così via...il catrame poco puzzolente italiano della cultura non vuole rischiare perchè non conosce né il rischio né sa perché dovrebbe rischiare...liberiamola questa cazzo di censura e forse si inizierà a leggere e a non più disboscare boschi...a lavorare questi proto fighetti della parola...viva l'analfabetismo.

E alla domanda di una blogger che chiede: "Esiste ancora la censura?" Liberiamo continua:

Non esiste la censura...è questo il problema...i vari Guzzanti sorella etc piangono un regime che esiste nelle loro menti e mani pronte a raccogliere alla cassa (la stessa Guzzanti ha diretto uno dei film più brutti in Italia degli ultimi anni e non è difficile trovarne tali qui...sono tutti più o meno così e i soldi chi gliel' ha dati? il Berlusca)...il Berlusca è il peggio che ci sia eticamente ed esteticamente ma questi sono le sue proiezioni...quello che il sistema vuole per poter andare avanti...moralisti del bene e del male...attoruncoli e attricette da balera senza orchestra...urlano perchè non hanno un cazzo da dire...la sinistra salottiera che non conosce assolutamente il popolino italiano perchè crede che il male sia il berlusca ma non capisce che il marcio sta nella massa che vede in lui l'italiano medio/mediocre mediamente cattolico per salvarsi il culo alla fine quando i piedi tireranno, sempre pronto a inculare il prossimo e comunque sorridente...noi siamo pizza mafia e mandolino e non tanto di più...e quindi sottovoce per essere sentito chiedo la censura totale...lo studio coatto e a tirare i buoi come in cina per questi pseudo intelletuali in voga senza remo... hanno intossicato di niente le menti (non di nulla...magari, è creatore!)...e poi mai che nessuno dica che uno che si spaccia come demiurgo della semiotica ha nient'altro che tradotto lo strutturalismo o che Nietzsche è stato sempre letto qui attraverso l'omino con i pantaloncini alla zuava un pò nazistello ma non troppo (come scriveva Bernhard)che faceva di cognome Heidegger...cara la mia claudia...quanta censura e analfabetismo ci vorrebbero in Italia per diventare totalmente stupidi...

Posted by Davide Bregola at 16:07 | Comments (7)

02.03.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #49

Rocco G. Caliandro mi chiede e si chiede se non sia troppo in ritardo il suo intervento per contibuire all'inchiesta sul Romanzo del ventunesimo secolo. No, non è mai tardi, anche perché pubblicherò tutti i "pezzi" che mi giungeranno tramite e-mail. Ancora molte lettere stanno aspettando il loro momento. Nessuna esclusa.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.

Di Rocco G. Caliandro

Gli ultimi cinque anni, a mio modo di vedere, un dato positivo l'hanno, per iniziare: il progressivo superamento del giovanilismo a tutti i costi. Insomma i super giovani senza potere che fingevano la propria onnipotenza nellla perfetta capacità di manipolare cavolate, (musica, fumetto, cinema, televisione ecc.) sono, per fortuna, un po’ spariti dalla scena. Che dire? Frustrati. Gente che, non avendo la capacità di decidere, non poteva che sfogarsi nella scrittura di raccontini sempre parecchio abbozzati. Una specie di, come dire?, residuo pop generalizzato che si è, via via, spento (come era logico che fosse). Se c’è stata, in questi cinque anni, una novità questa è proprio da ricercarsi nella maggiore consapevolezza della scrittura, nella volontà di pervenire a strutture sempre più precise e lavorate – insomma, c’è più mestiere e più voglia di comunicare contenuti concreti. Anche se la tendenza al frammento, al racconto non è scomparsa del tutto – basta considerare l’ attuale fortuna della narrativa di genere.
Del resto, in Italia, il formalismo è un dogma, un pregiudizio radicato – così è stato negli anni 90, e non se ne è accorto nessuno, quando i tic linguistici e gli ammiccamenti superscintillanti avevano la priorità su ogni altra cosa.
Oggi: bhe, c’è il lavoro interessante di alcune case editrici – Sironi su tutte. C’è la lungimiranza di alcuni addetti ai lavori, per esempio Giulio Mozzi. C’è gente che sa scrivere e confrontarsi con realtà che non sono semplicemente locali, mi riferisco ad Avoledo che mantiene un’assidua e costante corrispondenza con i maggiori scrittori del pianeta prima d’avventurarsi nella scrittura d’un libro.
Altro dogma del 900 italiano: il provincialismo. Sarà mai superato?
"Restaurazione” è un etichetta da transavanguardia, robetta da vecchi bacucchi, gente che ha ancora il coraggio di parlare. E’ questo il male vero?
E poi “la fine”, “la sconfitta”. Di chi? D’una generazione sicuramente se continuerà a non avere un potere pratico, decisionale, economico. E per questo che non si può che apprezzare la fattività di certa gente. Di chi con la scrittura cerca di muovere qualcosa – e non mi riferisco assolutamente alla politica.
C’è una frase molto bella che mi ha detto una volta Renzo Tomatis: “Ho capito che per scrivere dovevo avere qualcosa da dire, e che per avere qualcosa da dire dovevo aver fatto qualcosa di utile per gli altri”. Semplice, no?
Di più, non so che dire. Scusate i luoghi comuni e le banalità.

Rocco Giuseppe Caliandro – 27 anni. Laureato al Dams di Bologna. Vive a Villa Castelli, in provincia di Brindisi. E’ redattore della rivista Daemon, libri e culture artistiche. Nel corso della biennale Iceberg 2002 è stato segnalato (sezione poesia) ed ha pubblicato per La Meridiana (Firenze, 2003) – Poesia.narrativa, Giovane letteratura a Bologna. Negli ultimi tempi ha scritto di cronaca nera e politica per il giornale “Senzacolonne, quotidiano del Salento”. Attualmente collabora con la Gazzetta del mezzogiorno (Gazzetta di Brindisi) e lavora in un call center.

Posted by Davide Bregola at 13:09 | Comments (8)

01.03.06

Parente Di Nessuno

Massimiliano Parente ha da poco dato alle stampe il libro Parente di Nessuno (Gaffi Editore), un libro composto con articoli e saggi pubblicati sul settimanale Il Domenicale le cui tematiche sono riconducibili alla narrativa italiana contemporanea. Parente fa i nomi e i cognomi degli scrittori che critica, fa nomi e cognomi dei critici conniventi con editori amici o scrittori apparentati, snocciola cifre "reali" e contribuisce a rendere chiara la sua idea di Letteratura. Spesso risulta essere "cattivo" o "antipatico", sembra seminar zizzania, se non fosse che non si può liquidare il contenuto del suo libro o l'idea che sottende con aggettivi semplicistici e superficiali, attaccandolo magari proprio perché lo fanno scrivere e trova spazio solo su Il Domenicale di Dell'Utri e non sul Corriere della Sera o Repubblica. Su Il Riformista sabato 25 febbraio 2006 Filippo La Porta lo attacca in un articolo il cui incipit è:

"Le illusioni perdute e sadomasochiste di Parente.
Giusto criticare conformismi, servilismi, pavidità, mafie e vari traffici intellettuali. Ma si può fare «critica dell’ideologia» auto-legittimandosi sul solo principio della soggettivà? Il rischio, autolesionista, è di rimanere prigioniero delle proprie idiosincrasie."

Se non fosse che La Porta è consulente editoriale della Casa Editrice Gaffi, sembrerebbe un parere come un altro, allo stesso tempo però preciso che l'articolo di La Porta è molto più sostanzioso, ma tramite la Rete non è possibile recuperrarlo.

Massimiliano Parente mi scrive:

"Purtroppo la risposta di La Porta di sabato scorso, in cui mi dava del sadomasochista (citando tra l'altro a sproposito il samurai cieco di kitano, che colpiva benissimo e tra l'altro non era neppure cieco, gli occhi li teneva chiusi perché non aveva bisogno di tenerli aperti), non te la posso mandare perché non ho il file ma solo il cartaceo. Non so se è reperibile nel sito del Riformista, ma mi pare che occorre essere abbonati. La cosa incredibile è che, a fronte dell'articolo che leggerete, Mughini mi scrive dicendomi che d'ora in poi mi chiamerà "lo stragista", mentre La Porta scrive un articolo SU di me e non per rispondere a quello che dico. Insomma, molto più facile rinchiudere un j'accuse inventandosi un personaggio piuttosto che dover rispondere, dover rendere conto."

Solo qualche giorno prima Parente di Nessuno e il suo autore erano stati duramente attaccati da Il Foglio in un articolo di Camillo Langone e QUI se ne da conto.
Di seguito la risposta argomentata di Massimiliano Parente uscita su Il Riformista di mercoledi 22 Febbraio 2006.
(D.B.)

Di Massimiliano Parente

Caro direttore. Luca Mastrantonio, sul Riformista del 20 febbraio, riprende in un articolo il “caso Parente”, commentando la formuletta langoniana apparsa in un sardonico articolo sul Foglio, mettendo in evidenza la mia volontà di immolarmi quale “San Sebastiano della letteratura italiana”. Sarei colui che “massacra tutti, delegittima tutti, e poi sembra dire: ci sono solo io”. Siccome la cosa di per sé è vera e falsa al tempo stesso, vorrei precisare e portare il discorso altrove, o meglio esattamente dove sono io, ossia da nessuna parte. Non una parte, quantomeno, che mi riguardi né più né meno di quanto riguarda voi cittadini italiani e chiunque altro. Perché in realtà, dove sono io, non ci sono neppure io. E non tanto perché io scriva nelle “catacombe del Domenicale di Marcello Dell’Utri”, come ha scritto Langone (malignità singolare per un cattolico tradizionalista come lui, nelle catacombe è pur nato il cristianesimo, e se qualcuno davvero sta oliando una ghigliottina per me, nel caso, e giusto per vezzo, preferirei una croce).
L’Italia è un paese in cui della letteratura non frega più un cazzo a nessuno. Ecco, per esempio, perché questa settimana Claudio Magris sul Corriere della sera può aver ragione stando dalla parte del torto. Ha ragione quando dice che “se questo è il tempo dei Dan Brown, ciò significa che ad esprimere l’io e il mondo non sarebbe più la grande letteratura sperimentale e d’avanguardia –che da più di un secolo ha cambiato la realtà, cogliendone l’essenza con potenza visionaria- che continua a farci scoprire in essa, nonostante gli anni e i decenni, il nostro presente, la nostra verità. Abbiamo sempre creduto che, a dispetto delle date, i Kafka, gli Svevo, gli Strindberg, i Beckett fossero nostri contemporanei”. Ha ragione perché è vero, e ha torto essendo la predica di Claudio Magris e il pulpito il Corriere. Parla di corda in casa dell’impiccato, e inoltre è sempre il solito giochino postmoderno alla chiusura, ti dico che mi piace Kafka assumendolo sì come un valore, ma per dire che oggi non c’è più nessuno come Kafka, che è la solita solfa ripetuta dai critici intervistati da Di Stefano sul Corriere (eccezion fatta per Carla Benedetti), anziché Kafka dicendo “non ci sono più Pasolini e Calvino” e meno male, chissà chi se le sarebbe lette duemila pagine di Petrolio oggi che Ermanno Paccagnini tra Lovers della Santacroce e Canti del caos preferisce recensire il primo e ignorare il secondo perché troppo faticoso. Oggi che il criterio è quello di Antonio D’Orrico, con i libri divisi in facili e difficili, e a restare sarebbero i facili. Non Proust, non Musil, non Kafka, non Gadda, non Flaubert, non Swift, ma solo i facili. Da Cassola a Avoledo, al massimo del Midcult, appunto, proprio lui, Claudio Magris.
La “dittatura dei bestseller” cos’altro è se non Piperno pompatissimo e paragonato a Proust, o Buttafuoco spompinatissimo che finalmente dà alla destra quello che le mancava, un romanzo di destra, quando a ben vedere la destra, se proprio lo voleva, già ce l’aveva, erano i berlusconiani Wu Ming o Babette Factory (i quali pensano anche le stesse cose di Buttafuoco su Israele o gli Stati Uniti), ma anche lì ci ha pensato Giulio Mozzi rifilandogli una paccottiglia futurista collettiva e vissero felici e contenti, tenuto conto che Buttafuoco, essendo la stessa minestra narrativa riscaldata, è piaciuto anche a sinistra. Ma non è solo questo. A Roma ci sono le salotterie, c’è Bibli e Parpaglioni che fa il piccolo ma vuole vincere a tutti i costi lo Strega con lo stesso prodotto dei grandi editori e si lamenta, poi chiude e si lamenta.

Ci sono le presentazioni e le pacche sulle spalle. Sui giornali di destra o si fa cronaca culturale, o si tenta una demarcazione piagnona tra cultura di destra e cultura di sinistra non sapendo però chi metterci a destra. Sul Foglio la cultura è o Berardinelli, che sale in cattedra anche lui per spiegare che sono importanti i bestseller, o Langone, che scende dalla cattedra per fare del giornalismo cultural-gastronomico da business-class, o Maria Rosa Mancuso, anche lei per dire che i grandi libri sono sempre stati dei casi commerciali, chissà dove ha studiato. Filippo La Porta, a cena a Milano con Gaffi Editore in Roma, mi dà ragione su D’Orrico ma poi non scrive una riga contro. Oppure il mio amico Mughini con la sua rubrica Uffa, il quale, dopo il pezzo di Langone in cui figuro come un kamikaze dalla triste figura, mi telefona per dirmi di moderarmi, come se non avessi passato un esame, come se Langone fosse la dogana di qualcosa. Uffa lo dico io. Intanto, mentre Il Foglio mi nega qualsiasi intervento di risposta perché è meglio farmi sembrare un principe Miškin fuori tempo massimo, ho la colpa di aver fatto bene le scuole dell’obbligo e di difendere Scuola di nudo di Walter Siti o Canti del caos di Moresco o La macinatrice di Parente (mi cito solo perché, non essendomi mai citato prima, a forza di parlare del “caso Parente” e dire che mi cito da solo ho deciso di farlo davvero, come una moglie che accusi il marito di cornificarla, alla fine tanto vale scopare come ci pare o almeno farsi una sega in cui pensare il mondo e qualsiasi altra troia vera sui propri esclusivi polpastrelli), milioni di famiglie continuano a mandare i figli a scuola e a pretendere che studino Dante o Leopardi. Quando usciranno dovranno sapere che in televisione, a parte i buchi del culo ostentati, non c’è un solo buco dove parlare non soltanto dei libri che contano, non soltanto dove contino i libri, ma dove i libri siano un valore. Non è un’idea seriosa, è un’idea seria, data questa si può anche scherzare, basta non sia sempre carnevale.
L’etica dominante non ha niente a che fare con l’estetica, e va bene, vige quella delle classifiche di vendita, e va bene, che paradossalmente si fanno solo sui libri, mai sulle lavatrici, nemmeno sui vibratori. Questo paese di contenutisti impenitenti, dopo Croce, dopo il marxismo, dopo lo strutturalismo, non sa più riconoscere la differenza tra una Madonna con Bambino di Bellini e una di Caravaggio: in questo paese i critici seguono il loro gusto personale che è quello di leggere storielle, seguono il gusto del pubblico che è lo stesso loro, sbarcare il lunario e fare poca fatica, e se un romanzo è complesso, se è Harmonia Cælestis o Horcynus Orca leggersi solo il risvolto di copertina o andare su Google. In questo paese di realisti e balestriniani, se parli di forma capiscono formalismo, o ti tirano fuori la leggerezza di Calvino. In questo paese dove il Diario di uno scrittore di Dostoevskij è fuori catalogo da anni. In questo paese studiare è un disvalore. Non troverete mai un reality in cui qualcuno nomini un libro. Solo Mughini, che dice alle Iene e alla Canalis di averne scritti quattordici. Solo Busi, ma vestito da Zta Zta Gabor. Sarà, che ormai non possiamo non dirci berlusconiani, purché con berlusconiano non si intenda capitalista. Siamo ultimi in occidente quanto a consumo di libri e quotidiani, abbiamo ben assimilato da Marx, Engels e poi dalla Scuola di Francoforte che c’è la struttura e la sovrastruttura, e se la sovrastruttura è tale tanto vale sia entertainment il più possibile. Ci vantiamo di essere la patria della cultura ma celebriamo i morti per affossare i vivi, mentre l’Ungheria esporta fieramente Esterházy, il Brasile Guimãres Rosa, il cile José Donoso, noi affossiamo Moresco o Busi e esportiamo Melissa P, e la Cappella degli Scrovegni non sappiamo dove sia ma lo sanno bene gli americani che vengono a visitarla, e che vengono da un paese capitalista dove non solo ci sono centinaia di canali televisivi, non solo spinge all’esterno scrittori come David Foster Wallace o William Vollman o Thomas Pynchon e decine di altri, non solo il Moma è bellissimo e gratis e meno male che molte nostre opere sono uscite dagli scantinati dei nostri musei per finire lì, servite e riverite, non solo. Ma le università sono anche promotrici di cultura, e ci sono le university press (che pubblicarono perfino Toni Negri, e oggi pubblicano Carla Benedetti ragionandoci sopra seriamente come noi non siamo capaci di fare) e dibattiti seri, ci si scontra per il bene e per il male, per la pace e per la guerra ma seriamente, dove Bush chiama non Calderoli ma uno come Bernard Lewis per farsi spiegare l’islam, dove impera sì la narrativa commerciale ma la letteratura è high brow, middle brow, o low brow, e la parola ha ancora un senso. Si è processato Bret Easton Ellis come qui nell’italia democristiana si teneva in così alta considerazione Pasolini da processarlo (ma anche poi invitandolo a parlare in televisione, e qualcuno mi dica oggi dove mai potrebbero intervistarlo, al massimo andrebbe a commentare La Fattoria e cercare lì la sua Italia contadina), si blocca American Pshyco alla frontiere del Canada perché ritenuto pericoloso, perché la letteratura è importante, perché, come diceva Moretti prima del rincoglionimento politico e procreativo, le parole sono importanti, chi parla male pensa male, figuriamoci chi scrive peggio. Noi siamo il paese dove, non essendoci cultura, non c’è neppure ricerca, e spero davvero che si pretenda dai chirurghi quello che pretendiamo dai critici, dagli editor, e dai letterati, da Langone e da Mirella Serri, almeno decimeranno qualche milione di italiani di troppo, lettori di Piperno e di Sveva Casati Modigliani. Noi siamo il paese cattolico dove non si può fare l’eterologa, e però sono tutti clonati, in nome del “popolo sovrano”, come dice Simona Ventura. Noi siamo il paese in cui Federico Fellini non riuscì ad avere il finanziamento per un suo ultimo film, ma in compenso lo ebbe poi Marina Ripa di Meana, grande amica del mio amico Mughini.

Posted by Davide Bregola at 11:47 | Comments (17)