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16.03.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #55
Francesco Guglieri interviene nel dibattito sul Romanzo del XXI secolo. Guglieri scrive per L'Indice e Pulp Libri. E'dottorando in Letterature Comparate a Torino.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.(D.B.)
Pensare cosa sarà il romanzo italiano del XXI secolo è, prima di tutto, un esercizio di immaginazione. E ogni esercizio di immaginazione è un esercizio romanzesco. Non è certo l’unico, o il “migliore”, neppure il più alto (o più basso) gradino di un’inesistente scala di valori dei “modi di immaginazione”, ma è, bene o male, l’orizzonte in cui siamo immersi, l’aria che respiriamo da queste parti. Mi spiego: io sono un lettore di romanzi, lo sono più o meno per mestiere, gran parte della mia vita da adulto l’ho dedicata a leggere romanzi e a studiare, a lungo, il modo in cui si dovrebbero leggere. E questa, a conti fatti, è la mia vita. Poi capita che certi giorni mi chieda, come tutti, come sarebbe andata se, invece che essere fulminato dalla letteratura, avessi fatto l’ingegnere informatico, poniamo. Allora mi metto lì e immagino: di certo avrei più soldi e una maggiore stabilità, probabilmente meno acidità di stomaco ma anche meno capelli in testa. Che discorsi farei adesso, che film guarderei, quanto distante sarebbe quest’immaginario io controfattuale da quello che sono adesso? Non lo so. Non posso neanche dire che sarei migliore o peggiore, più felice o più infelice. Non è questo il punto. Il punto è che quando ci sediamo lì e cominciamo a immaginarci “come sarebbe stata la mia vita se” facciamo un piccolo, minimale magari, io credo fondamentale, esercizio romanzesco (così come lo facciamo quando pensiamo a ciò che “io sono adesso”: ai mille frammenti della mia esistenza, della mia coscienza, della mia autorappresentazione, impongo per un attimo una forma che ha l’aspetto di una compiutezza romanzesca).
Ecco, riusciamo a farlo perché siamo tutti “lettori di romanzi” (anche chi non ne ha mai letto uno!): non solo perché siamo tutti immersi in cultura che ci porta a immaginare le nostre vite e le nostre scelte secondo schemi, finalismi e ricorrenze romanzesche, ma soprattutto perché poche altre forme del linguaggio come il romanzo ci costringono a questi continui esercizi d’immaginazione, a spiare e possedere vite che non sono le nostre, ad abitare mondi che sono o non sono il nostro. Il romanzo ci obbliga ogni volta a nuove letture, nuove aspettative e quindi forse, a volte, nuovi contesti.
Allora, mi sembra che quelli che ci vengono a dire che il romanzo è morto o è in crisi, che tutto è già stato fatto e rappresentato, che esiste un enorme deposito del già detto (già visto, già scritto) da cui pescare per assemblare al più un bricolage di seconda mano, vogliono sottrarci la possibilità di immaginare in prima persona (o, quantomeno, ridurre al prevedibile le possibilità che hai di pensare te stesso e con te stesso tutto il resto). Ti danno un immaginario in cambio dell’immaginazione, ti scaraventano in una sfera, quella dell’immaginario, in ogni cosa è già successa (già prevista) e nulla accade se non come simulacro, ripetizione del già accaduto. Uno spettacolo senza futuro.
Funziona allo stesso modo per quelli che ciclicamente ripetono, quasi fosse una giaculatoria o una sorta di elaborato esorcismo, che il romanzo italiano è morto, o in crisi, o –ed è lo stesso –asfittico, ombelicale, esangue, infinitamente inferiore a quello americano (al contrario!).
Sinceramente, a me pare che mai come in questi anni il romanzo italiano sia stato altrettanto potente, sorprendente, vitale, altrettanto capace di portare dentro di sé ambiti sempre più ampi del reale: non riflettendolo (non è questo che fa la letteratura, mai: grazie al cielo), ma masticandolo e trasformandolo in qualcosa d’altro, in qualcosa che con la realtà è strettamente implicato ma secondo relazioni complicate, tortuose, ben lontane da qualsiasi pacificante rispecchiamento (questo per rispondere a chi dice che il romanzo italiano non ha ambizioni, non affronta la Storia e le grandi narrazioni: il rischio è quello di avere un’idea semplicista del lavoro del linguaggio letterario, o comunque molto limitata. Capita, così, che se il testo sgarra dalle forme previste ci si rifiuta di dedicargli quella fatica che l’impegno ermeneutico richiede).
“Il romanzo, questo cannibale” scriveva a suo tempo Virginia Woolf: il romanzo è un cannibale perché ingoia porzioni sempre più ampie del mondo, porta nei suoi confini ciò che prima ricadeva nell’ambito dell’indicibile, o del non letterario. Ma anche perché muta forma, assume l’aspetto di altri linguaggi, di altri media, di altri generi. È posseduto da una spastica predisposizione alla totalità, a esaurire le contraddizioni, e allo stesso tempo è sempre dentro alla contraddizione, alla polifonia, al limite di una forma aperta, mai conclusa. Il romanzo è più romanzo nella misura in cui lo è meno, nella misura in cui tradisce le aspettative spostandole un po’ più in là. E continuerà a esserlo anche nel XXI secolo.
Mi ripeto: mai come adesso il romanzo italiano si è potuto permettere una tale varietà di forme, di voci e di proposte, mi sembra che mai abbia potuto dispiegare un così vasto pensiero sul presente. Una vivacità particolarmente evidente, ad esempio, in quelle estreme propaggini della contrada romanzesca in cui il romanzo sembra venire meno, almeno la sua forma narrativa: i testi brevi, fortemente saggistici, in cui l’autofiction si mescola a momenti di teoresi più astratta o di prosa descrittiva (Voltolini, Franchini, Magrelli, Sebaste, Trevi). Per non parlare, nel versante opposto, di quelle scritture che si fanno totalmente carico delle regole e dei canoni di un genere codificato ma piuttosto che viverle come gabbia le fanno esplodere in direzioni opposte a qualsiasi chiusura: a Evangelisti, Genna, Wu-Ming, poi, bisogna ascrivere una eccezionale coerenza nel portare avanti la propria visione. Oppure pensa a quegli autori che sul tessuto del reale aprono una breccia di parole, di linguaggio, dolorosa e assoluta, come Moresco, Scarpa, Ferrante, Santangelo, e in forma diversa Mozzi, Nori. Ma non posso citarli tutti (cosa dire di autori che trovo straordinari, e diversi, come Mancassola, Bajani, Nove, Lagioia, Raimo…) e non serve neanche: il romanzo italiano del XXI secolo avrà forme inaspettate, lo troveremo là dove meno lo si aspetta, sarà sorprendente, felice e doloroso come quello di oggi.
Il romanzo italiano del XXI secolo forse ce l’abbiamo sotto gli occhi ma non possiamo ancora riconoscerlo perché non abbiamo fatto sedimentare le categorie necessarie ad accoglierlo.
Il limite è un altro. Che tristezza mi prese tempo fa quando lessi un venerato vecchio critico liquidare Kamikaze d’Occidente soltanto come un romanzo interessato ai rapporti d’amore tra uomo e donna e poco rivolto ai “problemi del presente”! Come si può scrivere una cosa del genere quando Kd’O ha la sua ragion d’essere proprio in una presa di posizione sul ruolo dello scrittore, sulla natura della rappresentazione, sul rapporto tra scrittura, finzione e realtà nel presente, e lo fa con una radicalità lacerante? Mi cascano le braccia quando leggo, su riviste letterarie, recensioni a romanzi impegnativi come Occidente per principianti interessate solo all’uso dell’avverbio che si fa in quel testo, senza rispondere minimamente alle sollecitazioni che ti muove una lettura del genere. O romanzi, come l’ultimo di Pincio, passati come al solito in categorie mistificatorie quali “lingua da traduzione”, “ossessione americana” come se a Pincio, ambientando i suoi romanzi negli USA degli anni ’60, interessasse veramente parlare solo dell’America di quart’anni fa!
Il pericolo che temo è che manchi una critica capace di rispondere alle domande che questi testi pongono, di rispondere con la stessa serietà, lo stesso rigore, la stessa tensione che questi testi impongono. Non che manchino i buoni critici: quello che si è indebolito è l’istituto della critica, il suo spazio sociale, autonomo e riconosciuto. Questa, ovviamente, è una questione politica, di politica culturale, ma di certo intimamente intrecciata col discorso che facevo prima.
Il fatto è che i romanzi italiani del XXI secolo saranno (quelli di oggi sono) pensieri radicali, esercizi di un’immaginazione senza remissione che noi, in quanto lettori e ancora di più in quanto critici, dobbiamo essere all’altezza di ricevere e rilanciare: dobbiamo essere in grado di rispondere con la stessa serietà, lo stesso rigore, la stessa radicalità con cui si rivolgono a noi.
Ridurre la critica alla battuta fulminante, alla barzelletta, ma anche a semplice esercizio di gusto, o esercitarla secondo parametri che non sono quelli della critica ma quelli del mercato (leggibilità, intrattenimento, passatempo, spettacolo), sollevare la critica dalla fatica della mediazione, vuol dire assecondare una cultura semplificatoria, spettacolarizzante, significa rinunciare a qualsiasi volontà di sapere, ma soprattutto riconoscere il proprio ambito e la propria funzione come puramente residuali, caselle vuote. Pensare la critica come l’esercizio del “mi piace e non mi piace”, magari in salsa snob, prendere la noia e l’antintelletualismo come parametro, vuol dire ricondurre il letterario a territorio subalterno, innocuo, pacificante. Così come certi toni apocalittici, temo, alla lunga facciano il gioco opposto.
Il pensiero del romanzo ci mette di fronte a una lacerazione che non possiamo risolvere con una battuta e un’alzata di spalle. L’unico modo per essere all’altezza di chi ci ha preceduto è credere a ciò che si scrive (e si legge), senza residui, senza salvezze.
Posted by Davide Bregola at 16.03.06 00:03
Comments
Davide, per la tua riflessione sulla verità:
"Il fatto che si possano usare rispetto al pensiero parole come superiorità e inferiorità dimostra fino a che punto respiriamo un'atmosfera contaminata... Un pasto non si confronta, si mangia. Così parole, scritte o pronunciate, si mangiano nella misura in cui sono commestibili, cioè nella misura in cui contengono della verità. Non hanno altra destinazione."
da una lettera di Simone Weil a Maurice Schumann (in Ecrits de Londre et dernières lettres)
monica
Posted by: monica at 16.03.06 09:13
Grazie Monica, sono proprio qui a rimuginare su scrittura e verità. Mi serviva proprio, anzi era necessario, un pezzo di questo genere. Domani la resa dei conti. D.
Posted by: D.B. at 16.03.06 10:59