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14.03.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #54

Piero Sorrentino interviene nell'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.(D.B.)

Di Piero Sorrentino

Qualche sera fa, davanti a una pizza e a una lattina ormai semivuota di coca cola, un amico scrittore mi raccontava che un Famoso Critico Letterario, incontrato per caso in strada poche ore prima, l’aveva fermato e gli aveva annunciato, trionfante e orgoglioso, che il suo prossimo libro, di imminente uscita, sarebbe stato, alla pari del libro di prossima pubblicazione del mio amico scrittore, “un ibrido proprio come il tuo!”. Mi rendo conto che per apprezzare in pieno la portata di ridicolaggine che quella frasetta convoglia nel breve spazio sintagmatico di appena cinque parole, bisognerebbe essere in grado di scorrere la carriera del Famoso Critico Letterario – fatta di immonde curatele di scrittori del Novecento pagate a suon di migliaia di euro, collaborazioni a giornali mainstream e ingessatissime riviste accademiche, illeggibili pubblicazioni saggistiche presso importanti editori, direzione di premi letterari sulla cui gestione economica più d’uno avanza dubbi e perplessità da codice penale -, inorridendo così di fronte al pietoso spettacolo di uno studioso di mezza età che senza pensarci due volte getta alle ortiche la scrittura saggistica che pure gli ha dato fino a quel momento fama e denari, per lanciarsi – forse per sentirsi ancora giovane tra i giovani? - nel meraviglioso mondo degli ibridi (che poi, detta così, senza altre specificazioni, concludevo con l’amico scrittore, non si sa nemmeno bene cosa cazzo siano, questi ibridi. A pensare alla parola “ibrido”, a me per esempio veniva in mente solo il mio canarino).

Eppure, meditavo tornando a casa, guidando piano sulla strada viscida d’acqua, nonostante questa sorta di violento screditamento della forma del saggio (o di quella del romanzo), a favore di una scrittura che sta a metà tra i due, tra le pure forme di fiction e le strutture cristallizzate della saggistica, provenga da un autore su cui gettare discredito e fango è tutt’uno col restituire dignità e onore alla parola letteraria, non si può negare che “ibrido”, questa parola vaga, generica, lasca, che, direbbe Antonio Moresco, “prende dentro tutto” – e quindi niente -, sia quella che meglio descrive la forma più vigorosa e vitale della letteratura italiana contemporanea. La migliore forma di scrittura, la più onesta e completa, quella che più ci serve per capire un po’ di più della nostra vita, quella che promette molto e mantiene di più, la forma in cui ci viene offerta la più nutriente presenza di contenuti, oggi, è quella che abbandona definitivamente il romanzo, che se lo lascia dietro senza troppe lacrime, che spalanca le gabbie ormai anguste della fiction e le infiltra di altri linguaggi, altri sguardi, altri scenari. Ma si badi bene. Si tratta di separazione consensuale e non di abbandono di minore, e soprattutto si tratta di un distacco pensato, voluto e perseguito dagli stessi scrittori, e non il frutto dell’ennesima geremiade critica sulla morte del romanzo, questo zombie di carta che da almeno 60 anni crepa e risorge con più solerzia di un non-morto di Romero. Viviamo anni complessi, e il meglio delle nostre penne ha capito che il romanzo non basta più per raccontarli. Non si può correre a Indianapolis con una Punto 1100. Il romanzo italiano del XXI secolo, insomma, non sarà un romanzo. E questo l’hanno capito in molti. L’ha capito Emanuele Trevi con “I cani del nulla”, “Senza verso”, “L’onda del porto”; Marco Mancassola con “Last Love Parade”; Antonio Moresco con “Lo sbrego” e “Zio Demostene”; Antonio Franchini con “Quando vi ucciderete, maestro?”, “L’abusivo”, “Cronaca della fine”, “Gladiatori”; Valerio Magrelli con “Nel condominio di carne”; Giuseppe Genna con “Assalto a un tempo devastato e vile”; Antonio Pascale con “La città distratta”; Edoardo Albinati con “Svenimenti”, “Maggio selvaggio”, “19”; Beppe Sebaste con “H.P. L’ultimo autista di Lady Diana” (per non dire poi di quelli che l’hanno capito nel resto del mondo: Sebald, Langewiesche, Herr, Vollmann…)
Il valore del romanzo italiano del XXI secolo si misurerà sulla sua forza di rinnovamento, sulla prontezza con cui si scaraventerà, come il barone di Munchausen che si libera dalle sabbie mobili tirandosi per il codino, fuori dal cammino tracciato in precedenza dalle forme romanzesche tradizionali nelle quali fino a oggi si è manifestato. Se ogni processo di radicalizzazione dei generi conduce a compimento, anzi a esaurimento, la forma di scrittura fino ad allora in auge, il romanzo del XXI secolo muterà a poco a poco, da solo - in un processo che assumerà i caratteri dell’ineluttabilità del destino e della necessità di una palingenesi ormai irrinunciabile - i suoi stessi procedimenti testuali, le sue strategie, le sue strutture. Credo sarà un trapasso indolore, atteso e anzi invocato. Certo ogni autore, muovendo da un orizzonte di attese tutto suo, piegherà la nuova forma ibrida secondo le proprie esigenze e finalità. Ma in fondo che cos’è poi la scrittura se non il continuo scartare da tutto, “un po’ più in là, da lato, da lato”?

Piero Sorrentino è nato a Napoli nel 1978. Scrive su Stilos e Nuovi Argomenti e collabora con l’edizione campana del Corriere della sera. È redattore della rivista Nazione indiana. Un suo racconto, Beppe, è stato pubblicato nell’antologia “Prima leggere, poi scrivere” curata da Diego de Silva e Domenico Scarpa (Rubbettino editore). Suoi saggi, articoli e interventi sono usciti su I Miserabili, Carmilla, Lipperatura, Belphegor.

Posted by Davide Bregola at 14.03.06 23:00

Comments

ok, Piero. VOGLIO I NOMI!
(scrivimi anche in privato, semmai).

ciao, G.B.

Posted by: gianni biondillo at 15.03.06 11:10

Secondo me invece, più dei nomi, è importante l'atteggiamento. Poeti e saggisti, cantanti e politici, giornalisti e soubrette: tutti lì a scrivere romanzi mentre gli scrittori, o meglio gli autori, son bloccati e rimuginano se il "medium" attraverso il quale si propongono al "ricevente" sia o no rispondente alle esigenze di questo nuovo secolo. Che dice Gianni Biondillo in merito? Lui dirà: Scrivo! E io ribatterei: Basta questo per rispondere alla mia domanda?(D.B.)

Posted by: D.B. at 15.03.06 14:26