« Gennaio 2006 | Main | Marzo 2006 »

27.02.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #48

ROBERTO GIGLIUCCI interviene nell'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.

Di Roberto Gigliucci

Ragiono per esperienza personale (di autore, più che di critico), quindi non mi vergogno di essere parziale.
Ritengo che il romanzo oggi abbia superato prove terribili, che non lo hanno ucciso né sfibrato, ma reso una sfinge problematica pure vivente. Il romanzo, nel secolo scorso, ha inglobato l'antiromanzo, la sperimentazione a tutto campo, la competizione con la narrazione audiovisiva, il revival neoclassico postmoderno. Non è corretto dire che sia passato indenne attraverso tutto questo, ma certo non è morto. Qualcuno, molti, tanti, tutti sentono ancora il bisogno di leggere un romanzo.
Dunque: il romanzo c'è, più che mai, ma non può esimersi da un pensiero su se stesso.
Allora: il romanzo di oggi è sempre un pensiero autoriflessivo, quando è romanzo di valore, ovvero fragile. Non nel senso di metaromanzo, ma in quello dell'autocoscienza anche sfigurata.
Certo, alle domande su se stesso il romanzo non sa rispondere in forme univoche. Sembrerebbe ad esempio che il romanzo tradizionale, narrativo, possa perfettamente convivere con la narrazione cinematografica, anzi interagire con essa in forme sempre più osmotiche. Anzi, al giorno d'oggi certe forme di romanzo neo-sperimentale paiono più obsolete di quelle più classiche. D'altra parte, a che serve narrare per iscritto in un regime comunicativo di immagini visibili dominanti su quelle immaginate? Ad es., in una chat-line, se sei senza web-cam, non ti vuole nessuno. Che vuol dire? Che non si vuole più immaginare, ma soltanto vedere? Forse. E allora il romanzo cosa può descrivere? La risposta giusta parrebbe: nulla. Eppure è subito smentibile. Proprio perché l'immagine visibile domina, il serbatoio dell'immaginazione si scarica tutto sulla pagina scritta, che non perde valore ma si arricchisce.
Insomma, il romanzo pare inutile eppure bisogna scriverne ancora.
Ma quale può essere il romanzo ideale di oggi? Segnerei alcune priorità:
- la prima riguarda la scrittura. Mi pare che nei romanzi italiani più recenti la scrittura latiti spesso in modo preoccupante. Il depauperamento della scrittura, fino alla sua assenza di espressività, è uno dei tratti più gravi della difficoltà del romanzo. Quindi il romanzo deve recuperare la scrittura, questo è il suo primo pensiero, oggi.
- la seconda riguarda la libertà. Non c'è nessuna coazione ad essere avanguardisti come non ce n'è ad essere neoclassici. Non si deve aver paura della libertà, in questo senso, e smetterla di ridurre il dibattito letterario a una guerretta di fazioni, importando lo stile tifoso-calcistico nella letteratura, come mi pare si faccia quotidianamente.
- la terza riguarda la solitudine. Non si può pretendere di scrivere nel caos. Non si può pensare al prodotto letterario come a un prodotto merceologico. La sua destinazione è ambigua e incerta. La sua realizzazione è solitaria e faticosa. Lo scrittore è Filottete, non il furbo Ulisse. Lo scrittore non è un mestiere. Lo scrittore non deve esserci, non deve farsi vedere, non deve stare in mezzo, avere conoscenze, alleati, nemici. Lo scrittore, al limite, non deve pubblicare. Certo deve scrivere, e recuperare un minimo di eroismo tragicomico in un mondo farsesco e banale di enfasi sulla presenza e la visibilità.
Tenute presenti queste priorità, allora e solo allora si può pretendere di scrivere un romanzo oggi.
Grazie, un saluto

Roberto Gigliucci ha pubblicato un romanzo, Finché siamo giovani, AM Marotta editore, 2004, nonché poesie e racconti. Fa il filologo e i il critico letterario, è ricercatore all'Università di Roma La Sapienza. Collabora all'Indice dei libri del mese, a Stilos, alle pagine culturali di Liberazione e ad altre testate.

Posted by Davide Bregola at 10:32 | Comments (0)

24.02.06

Appuntamenti letterari con le Lezioni Americane

SCRITTURE DANNOSE PRESENTA:
da un'idea dello scrittore Davide Bregola un ciclo di incontri ispirati dalle Lezioni Americane di Italo Calvino.

Lezioni americane: 5 proposte per il secondo millennio

Partendo dalle Lezioni americane di Italo Calvino, rimaste incomplete per la sua morte improvvisa e che rappresentano il suo testamento culturale, si intende riportare l’attenzione sulla letteratura intesa come strumento di trasmissione di valori.

Leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità sono i cardini della letteratura di ogni tempo che Calvino suggerisce di portare nel nuovo millennio.

Luogo: Teatro delle Cappuccine,
Quartiere San Leonardo- MANTOVA-

Data Febbraio-Maggio 2006

26 Febbraio 2006 Giuseppe Genna e la Molteplicità.
Presenta Davide Bregola.
ORE 18.00
INGRESSO GRATUITO FINO AL RAGGIUNGIMENTO DEI POSTI DISPONIBILI.

Giuseppe Genna: ha scritto la fiction Suor Jo andata in onda su Rai tre, è stato redattore della rivista "Poesia", ha lavorato a Montecitorio nel '95 studiando gli atti della Commissione P2, ed ha creato e diretto il sito dei libri Mondadori. Dirige attualmente una delle più note riviste on line di letteratura, I Miserabili. Ha pubblicato Catrame (1999), Nel nome di Ishmael (1999) e Non toccare la pelle del drago (2003), pubblicati in Italia da Mondadori e tradotti all'estero con successo in diverse lingue. La versione americana di Ishmael è ora in libreria con una tiratura di 55.000 copie e la radio nazionale tedesca sta trasmettendo un radiodramma tratto da questo stesso romanzo. Ha inoltre pubblicato Assalto a un tempo devastato e vile (Pequod 2001), ed è appena uscito il suo nuovo libro L'anno luce (Tropea Editore) Il suo nuovo sito:
http://www.giugenna.com/
Cliccando QUI si può leggere un'intervista all'autore.

24 Marzo 2006 Elena Janeczek e la Leggerezza

Nata a Monaco di Baviera nel 1964 da genitori ebrei di origine polacca, vive in Italia dal 1983, è giornalista e traduttrice, scrive sulla rivista letteraria Nazione indiana.

Ha esordito in lingua tedesca con i versi di Ins Freie (1989) e come narratrice in italiano con Lezioni di tenebra (1997; premio Bagutta opera prima). In questo romanzo l’autrice si chiede “se è possibile trasmettere conoscenze ed esperienze non con il latte materno, ma ancora prima, attraverso le acque della placenta” per capire se la sua fame compulsiva sia arrivata a lei con la memoria del campo di sterminio. Al centro del libro c’è il viaggio compiuto con la madre ad Auschwitz-Birkenau. Nel suo secondo romanzo, Cibo (Mondadori 2002), ritorna il problema della fame come memoria e come spunto per raccontare l’esigenza di una vita fondata sullo stare bene con se stessi.

29 Aprile 2006 Massimiliano Parente e la Visibilità

Massimiliano Parente è nato a Grosseto nel 1970. Ha pubblicato i romanzi Incantata o no che fosse (ES, 1998), Mamma (Castelvecchi, 2000), Canto della caduta (ES, 2003). Mamma, estrema storia di incesto tra una madre e suo figlio, è stato oggetto di violenti attacchi diventando subito un caso editoriale e culturale: nell'aprile del 2003 Vittorio Sgarbi, Giordano Bruno Guerri, Giampiero Mughini hanno tenuto una conferenza stampa per difendere il libro dalla censura. Ha collaborato con "Il Foglio" e "il Giornale". Scrive regolarmente sul settimanale di cultura "Il Domenicale".
Nel 2005 Pequod ha pubblicato La macinatrice e nel 2006 sono usciti suoi saggi per Gaffi dal titolo PARENTE DI NESSUNO. Vive a Roma.

12 Maggio 2006 Enrico Palandri e la Rapidità

Palandri era il ragazzo prodigio degli anni '80, amico di Elsa Morante.Nato a Venezia nel 1956, è cresciuto a Roma (fino al 1970) a Trento (fino al 1974) a Venezia (1975) seguendo gli spostamenti del padre, ufficiale di carriera della Guardia di Finanza. Ha poi vissuto nel 1988 a Milano, partecipando alla redazione dei primi numeri di "Panta" e collaborando a Radio Popolare, e nel 2001-2 a Venezia. Vive oggi a Londra dove è Writer in Residence allo University College e dirige il Centre for Italian Studies.
Ha frequentato il Dams di Bologna (1975-1979), dove ha studiato tra gli altri con Celati, Scabia, Eco, Giuliani. Nel Dams creativo (in quegli anni ci sono anche Andrea Pazienza, Pier Vittorio Tondelli, Freak Antoni, Giacomo Campiotti, I Melquiades di Bustric) partecipa al seminario di Celati "Alice disambientata" che diventa un libro pubblicato dall’Erba voglio di Elvio Fachinelli. Nel 1977 partecipa al Movimento e pubblica interventi su "A/traverso" e sul "Male", cura un irregolare programma di poesia a Radio Alice e cura insieme a Claudio Piersanti, Maurizio Torrealta e Carlo Rovelli Fatti nostri, un volume che raccoglie le telefonate a Radio Alice nei giorni più caldi degli scontri tra studenti e polizia.
Dopo la laurea in Drammaturgia si sposta a Roma, per un anno, dove condivide un appartamento insieme a Riccardo Tognazzi; in quell’anno frequenta soprattutto Elsa Morante, con Gianni Celati l’influenza più importante nella sua formazione.
Dal 1980 si è trasferito a Londra dove ha lavorato all’università, come consulente editoriale, nell’opera lirica e per diversi giornali (soprattutto per "Il Mattino", "L’indipendente", "Esquire", "Diario della settimana", "l’Unità", per i programmi culturali di Rai3 e per la BBC).
Dal 1979 ha pubblicato numerosi romanzi e raccolte di racconti, tra cui si ricordano tra gli altri Boccalone, considerato dalla critica uno dei libri che hanno aperto la stagione letteraria dei nuovi autori negli anni ottanta, Le pietre e il sale, Allegro Fantastico, Le colpevoli ambiguità di Herbert Markus, La deriva romantica. Diversi suoi libri sono tradotti in alcune lingue europee.
Per il cinema ha scritto con Marco Bellocchio Diavolo in corpo.

(In gennaio c'è stato il primo appuntamento con Gianfranco Nerozzi e ESATTEZZA)
Per informazioni: scritturedannose@libero.it

Posted by Davide Bregola at 14:00 | Comments (4)

22.02.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #47

SERGIO ROTINO interviene nell'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo. Ha riletto tutti gli interventi fino ad ora pubblicati e ha dato un suo contributo anche alla luce degli scritti che più l'hanno convinto. Così mi dice in e-mail.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.

Di Sergio Rotino

Il romanzo dà sempre una visione del mondo, il più delle volte stereotipa, d’accordo, ma questa visione c’è, esiste. Non si può non leggere i narratori italiani perché “non danno una visione del mondo”, si peccherebbe di una (per me strana) forma di esterofilia. E anche in questo possiamo dire che non siamo secondi a nessuno: i nostri autori sono sempre inferiori a quelli che vengono dal resto del mondo. Cosa che non credo, cosa che non vedo in maniera così netta. Ciò non toglie che, nella maggior parte dei casi, quanto andiamo leggendo sia comunque di una insopportabilità che trascende la pazienza, sia del critico che del lettore. E, per riallacciarmi al ritratto-stroncatura della Mazzantini, non solo in una certa fascia di autori intellettual-sinistrorsi/destrorsi già ben sistemati nel nostro panorama letterario, ma anche (e soprattutto) in quella zona che comprende autori di media fortuna, autori esordienti, futuri autori esordienti. Qui dovresti trovare il futuro della nostra narrativa, ma trovi soprattutto tanta schifezza. E non la puoi contrastare, perché – come da sempre, ma oggi di più – con le parole puoi dir tutto quel che vuoi. Quindi si riesce a motivare la loro bontà, la loro essenza di capolavori. Compresi o incompresi. Diventa tutto una questione di opportunità, e di gusto. Sulle opportunità non voglio dire, sul gusto… eh. A un certo livello, che ce ne facciamo del solo gusto? Cosa ce ne facciamo di una visione del romanzo, e di chi abiterà questo romanzo, collegata essenzialmente al gusto?

PROPOSTA ALLUCINATORIA
Detto questo, il romanzo che verrà può non essere stato scritto, oppure sì. In questo caso potrebbero averlo abbandonato nel cassetto, disperso nelle pile di dattiloscritti che invadono le case editrici, potrebbero averlo già gettato nel cassone della raccolta differenziata. Il romanzo del XXI secolo potrebbe essere quest’opera obliata, non solo dimenticata. Epperò sarebbe forse più utile che si dimenticassero le opere precedenti, quelle che hanno fatto grandi i tre secoli che ci siamo lasciati alle spalle. Una tabula rasa, e si ricomincia. Già le nostre menti sono obnubilate da troppo di tutto, perché allora non cancellare per riscrivere? O, se non ne siamo capaci, perché non sovrascrivere come in un antico palinsesto? Qualcuno dirà che già prima del postmoderno era questo quello che si faceva. Bene, allora continuiamo a farlo. Sovrascriviamo (non un poco: completamente), ma dimenticandoci il passato, diventiamo incapaci di leggerlo (non sto parlando di revisionismo). Facciamo come nel mondo della musica pop dove la saturazione delle costruzioni melodiche ha reso inservibile il concetto di plagio. E non si parli di “omaggio”, non c’entra. Facciamo che il nuovo romanzo riprenda inconsapevolmente il vecchio romanzo, lo scriva di nuovo parola per parola, in questo facendolo nuovo.
Bruciamo le biblioteche e ricostruiamole.

UNO DEI TANTI UNIVERSI POSSIBILI
Il romanzo del XXI secolo sarà quello del nostro vicino di casa. Stampato in proprio e distribuito a mano, utile prima di tutto a chi scrive – un po’ come in Regole per sopravvivere, di Matheson. Soddisferà al più un pubblico ristrettissimo e diverrà per questo romanzo di culto, di vero culto. Avviene, ma quello che abbiamo vissuto di recente è solo l’avanguardia di un fenomeno che dovrebbe divenire gigantesco.
Impereranno le copisterie. E le stampanti. E i programmi di impaginazione. E i corsi di grafica.
Il romanzo del XXI secolo sarà legato al suo tempo, al suo quotidiano e si consumerà in esso; documenterà la società in quanto prodotto di chi quella porzione di società la vive e la frequenta, e sarà necessario per capirla – soprattutto sarà a essa funzionale. Sarà scritto e distribuito a chi può essere veramente interessato (si presume) per varii motivi, quindi marcherà stretto il lettore di riferimento. Che, per quanto si è detto, sarà principalmente la famiglia dell’autore e il cerchio degli amici, poi gli abitanti del condominio dove abita l’autore, gli abitanti del rione, gli abitanti del quartiere. In altri casi potrebbe partire da un pet shop, da una radio, dai corridoi della metropolitana ecc, ma sempre di quanto detto prima si tratta. Comunque partirà da entità simili e, nei casi più fortunati, da qui si allargherà verso il resto del territorio italiano.
In realtà somiglierà a un frattale.

Tenendo per buona la notizia che soprattutto gli autori più giovani hanno una buona dimestichezza con almeno una lingua straniera (l’inglese), il romanzo del XXI secolo sarà da subito bilingue. E se gli autori non conoscono un’altra lingua, penseranno per loro programmi di traduzione automatica iperspecialistici o – sempre presenti – i traduttori, che presteranno le loro conoscenze a prezzi stracciati, tanto già oggi vengono pagati poche lire.

Sarà un romanzo relativamente semplice o complesso, perché rivolto a chi è radicato nelle nuove forme di scrittura comunicazionale (gli sms, per esempio) o a chi ha possibilità di procurarsi (per osmosi, per sue innate capacità ecc.) la famosa “cultura” umanistica. Non credo ci saranno grossi cambiamenti da quanto accade oggi.

Sarà un romanzo breve, brevissimo, per comodità di stampa (vedi quanto scrivevo prima) e anche perché viviamo già ora “per frammenti” e per lacerti, per brevità e stringhe di notizia. Basta pensare a cosa significa per me un racconto breve (15 cartelle) e cosa la stessa cosa significhi per una rivista o, soprattutto, per una fanzine/prozine (max 3 cartelle). Credo che tutto questo lo abbia già espresso Dadati nel suo intervento, anche se su alcuni punti mi sa che non ci si incontri.

Per quanto riguarda i contenuti, credo non ci saranno grossi cambiamenti, implementazioni e innovazioni. Alla fine, non mi pare ce ne siano mai stati di eclatanti. Sarà prettamente autobiografico, ma da qui si divaricherà proponendo un autobiografismo realistico e un autobiografismo allucinato, distorto.

Non ci sarà un grande romanzo, ma tanti romanzi di media bellezza e tantissimi romanzi mediocri, molti di più di quanti se ne trovino in giro di questi tempi.

Alle case editrici resterà il compito di confermare la validità del testo in qualità di prodotto. Stamperanno copie di pregio, destinate solo a mantenere vivo il culto del libro, del com’era una volta, non il culto delle idee, del loro valore. Saranno copie per chi vorrà e potrà permetterselo. Ma potrebbero anche bellamente sparire e nessuno se ne accorgerebbe.
Se di vero oggetto di culto si vuole parlare, questa sarà la copia prodotta dall’autore, l’handmade, il pezzo unico uscito dalla sua stampante, da lui collazionato, rifilato ecc.
Non credo comunque che ci si staccherà dall’oggetto cartaceo, inteso nel senso più ampio del termine. Non credo che Internet, l’e-book, il libro elettronico riusciranno a soppiantare il libro.

Tutto questo processo sarà certamente lento e, forse, graduale. Ci vorranno tutti e cento gli anni del XXI secolo per vederne attuato almeno una parte. A quel punto molti di noi non ci saranno più…

Sergio Rotino vive e lavora a Bologna. Si è laureato al DAMS sezione Spettacolo con una tesi in Storia del cinema su "Figura del femminile nel cinema italiano del dopoguerra 1948/1957". E’ molto attivo ed ha curato varie antologie tra cui Resistenza 60 edito da Fernadel. Redattore ed editor, si occupa in veste di critico letterario soprattuto di giovani scrittori italiani. Collabora con varie riviste di letteratura: Private, Atelier, l'immaginazione, Fernandel, Le voci della luna, Stilos. È stato tra i fondatori del quadrimestrale Versodove e del semestrale Carmilla. Suoi testi, saggi e interventi appaiono su varie riviste, quotidiani e antologie italiane e straniere. Sue poesie sono apparse su Versodove, Nuovi Argomenti.

Posted by Davide Bregola at 18:16 | Comments (1)

21.02.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #46

Matteo Bortolotti interviene nell'inchiesta sul romanzo del XXI secolo. Ha un blog all'indirizzo http://matteobortolotti.blogspot.com/.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.

Di Matteo Bortolotti
Il romanzo secondo me.

Davide, qualche tempo fa, mi ha chiesto una cosa.
Il 2 gennaio mi arriva questa mail, che parla del romanzo del 21esimo secolo, che mi chiede che idea mi sono fatto io del nuovo romanzo italiano. Allora, io che non sono ancora tanto sicuro della mia idea, faccio una scelta e una premessa. La scelta è che ve ne parlo così, senza paroloni, perché stamattina mi sono alzato alle 6,30 ed è già passata l’una di notte, e ho voglia di chiacchierare. La premessa è che ve ne parlo da mutante. Da incrocio, da mischione, come si dice dalle mie parti. Perché dentro la testa ho una pasta d’idee e di passioni che voglio condividere, ma contemporaneamente – come spero i miei colleghi – ho anche una gran fame di sapere che succede d’altre bande, nelle teste degli altri. Le due cose succedono perché sono un lettore e perché sono uno scrittore nello stesso tempo, ma capire bene chi è nato prima è una roba che non consiglio, come capire se è nato prima l’uovo o la gallina. Cancellate l’ultimo esempio. Brutto periodo per parlare di pollame. Insomma, ve ne parlo in maniera discorsiva, e ve ne parlo in maniera indefinita. Un po’ come lettore e un po’ come scrittore.
Questo romanzo del 21esimo secolo non lo so che cosa è di preciso, ma più o meno me lo immagino. E’ alto, è basso. Perché quello che è in alto è come quello che è in basso. E’ Trismegisto, è Pan. Mi spiego meglio. Secondo me il romanzo italiano oggi deve essere quella piccola gabbia, quel nanoverso, quel sistema nel sistema in cui si torna al principio dell’oggetto narrativo, si torna al conflitto di base, oppure si finge di tornarci, si ritorna a quando l’ordinario viene interrotto dallo straordinario fin quando i ruoli si capovolgono. E’ una clessidra, questo romanzo, e tiene il tempo della strada. E’ una roba umile, se volete, non è giornalismo investigativo – per carità - e non è manifesto della “fantastica”, buona per divagare e basta. E’ una corda sottesa a una spanna da terra, sotto ci stiamo noi e sopra ci stanno i draghi, le fate, e il romanzo è questa corda che vibra, che vibra e che produce suoni che ci danno emozioni, o che ci fanno storcere il muso e girare la testa.
Poi c’è lo scrittore che scrive il romanzo, che deve essere responsabile, artigiano consapevole che non è lui a saperne più dei suoi lettori, ma sono le storie che hanno da insegnare a entrambi. A lui che scrive e a loro che leggono. Perché il senso spesso sta nei buchi e nel come vengono riempiti da ognuno.
Per me il romanzo del XXIesimo secolo, in Italia, è un romanzo che riparte da noi. Da come funzioniamo, come ci batte il cuore, come ci scorre il sangue. Chi votiamo, perché lo facciamo. Cosa ci fa piangere, cosa ci fa odiare gli altri. Sempre più in piccolo, sempre più in piccolo. Eppure non è mica intimista, secondo me, il romanzo del XXIesimo secolo. E’ cinematico e cinematografico, è letterario, ma non è letterato. Non è più un romanzo avventista e nemmeno avveniristico. Non è più un romanzo sulla fine del mondo, ma sul mondo già finito. E’ semplice evocazione, non è redenzione. Più storia e più velocità d’assimilazione, ma niente bolidismo. E’ schiavo del mercato, questo romanzo, o forse è uno che al mercato ci si fa accompagnare per metterci una bomba. E’ suspence. Perché da adesso in poi, voialtri e il sottoscritto sappiamo che quella bomba esiste, che sta per scoppiare.
Potrei continuare a parlarne fino al mio trentesimo compleanno, ma preferisco dare il mio contributo per scriverlo - questo romanzo, questa bomba – tentare, riprovare, continuare a sudarci piuttosto che annoiarvi con altri giri di parole. Ché le parole son facili da girarci intorno, son piccole, le singole parole. La loro forza, è che se son messe insieme è più difficile aggirarle. Vado a mettere insieme le parole, allora. E spero che con le mie, unite a quelle dei miei amici, dei miei ammirati colleghi, dei nuovi scrittori, e dei nuovi editor, si vada verso il XXIesimo secolo. Perché tutti insieme lo stiamo scrivendo, questo nuovo romanzo.
Ciao, Davide.

Matteo Bortolotti abita a Bologna. Ha appena pubblicato per Colorado Noir-Mondadori il romanzo Questo è il mio sangue. Il suo blog è http://www.matteobortolotti.it/

Posted by Davide Bregola at 13:52 | Comments (0)

20.02.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #45

Annalisa Strada interviene nel dibattito sul Romanzo del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.

Di Annalisa Strada

Sono un lettore accanito e onnivoro, quasi maniacale.
Come autore produco solo testi per bambini e ragazzi.
Come editore faccio tutt'altro e poco.
Date queste premesse, quello che segue è ciò che penso.

Quando uno scrittore scrive un testo è come un cuoco che prepara un manicaretto: deve saperlo fare bene, conoscendo le regole di base della cucina (e cioè della grammatica e della sintassi), ma deve anche sapergli dare l'impronta della propria mano, quel gusto speciale che nasce dall'indole, dalla propensione e dall'origine di chi spadella. Deve poi offrirlo in tavola in maniera che sia riconoscibile, ma anche appetibile: unico e universale nello stesso tempo.
Mi pare che di questi tempi, molti cuochi prendano i piatti degli altri, li modifichino un pochino e li mettano frettolosamente in tavola, contando che l'avventore che ha mangiato all'altro desco sia rassicurato dalla monotonia del gusto.
Le librerie sono trattorie a prezzo fisso, rifornite dallo stesso catering. E se non ci fossero i pochi editori ad aprire chioschetti delle rane fritte o i quotidiani a far servizio a domicilio, l'appetito sarebbe già passato a molti.
A questo punto, è chiaro, un dubbio viene: ma la solita minestra è colpa dell'autore-cuoco o dell'editore-distributore-libraio-ristoratore?
A mio modesto avviso, ogni cuoco dovrebbe scegliere con cura la propria cucina e ogni ristoratore (soprattutto chi è tre in uno: editore, distributore e libraio) dovrebbe guardare con maggior cura alla propria clientela, almeno per farla tornare e, magari, anche per ampliarla.
Morale? Una bella dieta varia ed equilibrata è un toccasana e le mode passano.

Annalisa Strada autrice di libri per ragazzi e adulti negli ultimi mesi ha pubblicato "Le tre caramelle" (Hablò, 2005); "Sempre la solita cicala" (Ape Edizioni, 2005). Dirige la casa editrice YEMA.

Posted by Davide Bregola at 18:14 | Comments (0)

16.02.06

IL GRANDE ROMANZO ITALIANO DEL XXI SECOLO (OTTAVA PARTE)

Fin da quando ero bambino mio padre cercava di spiegare l’importanza dei microrganismi e solo quando raggiunsi la maggiore età mi disse in modo chiaro e senza ambiguità che la sua visione del mondo partiva dalla constatazione che anche noi umani e tutti gli esseri viventi e animati (usa spesso questa formula) non siamo altro che microrganismi sviluppatisi più delle muffe, dei batteri, dei virus e dei lieviti, ma sempre riconducibili alla loro forma molecolare e alla loro essenza. Non priva di contraddizioni, la sua idea da perito chimico che ha studiato anche un po’ di Biologia, mi ha fatto venire alla mente che un romanzo potrebbe valere come un microrganismo della specie delle muffe: un fungo da fare crescere sulle superfici del mondo senza avere un preciso progetto di forma, ma solo una capacità di espansione frattale.(D.B.)
TUTTI I CAPITOLI PRECEDENTI SI POSSONO LEGGERE CLICCANDO QUI.

virus.jpg

Di Davide Bregola

Il regno dei viventi, secondo la classificazione di Whittaker si suddivide in cinque parti: Monere, animali, piante, funghi e protisti. Mio padre dice che non è vero nulla, che è il solito discorso antropocentrico e che noi umani siamo, né più né meno, dei dannatissimi microbi.
Noi umani per la Terra siamo dei piccoli e indefessi contaminatori microbiologici. Cerchiamo in tutti i modi del nostro vivere di non lasciare spazio al Mondo di sopravvivere, vorremmo asservirlo a noi e ci illudiamo di dominarlo. Nostro scopo è dominare tutti gli esseri viventi, siano piante o animali. Altro scopo è diventare immortali per mezzo di ritrovati scientifici più o meno efficaci. Eppure se ci guardiamo dal punto di vista della Terra noi siamo altro da quel che crediamo. Mio padre ha una sua teoria in merito. Dice che siamo dei maledetti microrganismi da cancellare e la Terra ha i suoi “anticrittogamici” da mettere in atto.
Virus, batteri, muffe. Tutte le informazioni che abbiamo e che ci arrivano per mezzo di onde sparate sul satellite e rilanciate sui nostri mezzi che li catturano e li ritrasmettono, non sono altro che spore, e le spore, si sa, sono le cellule riproduttive per mezzo delle quali crescono i microrganismi.
Di seguito due articoli che danno conto di come l’uomo può essere considerato un batterio. A voi la scelta di stabilire se tutti gli elementi nominati sono riconducibili alle spore:

Un leader terrorista lancia l'avvertimento attraverso internet
"Useremo missili o sostanze chimiche". Verifiche sull'attendibilità del messaggio
Al Qaeda minaccia l'Italia
"Colpiremo a Natale"
Pisanu: "Non è il caso di lanciare allarmi eccessivi"

Controlli antiterrorismo all'aeroporto romano di Fiumicino

ROMA - Un nuovo messaggio di minacce contro l'Italia - che verrebbe condotto con missili terra-aria o con sostanze chimiche - è apparso sui forum islamici legati alla rete terroristica di Al Qaeda: "Colpiremo a Natale". Ma il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu sdrammatizza: "Non è il caso di lanciare allarmi eccessivi". "Si tratta di un messaggio molto breve e piuttosto sgrammaticato" ha dichiarato il ministro Pisanu. "L'autore può essere un internauta jihadista che segue attentamente le cronache europee in materia di violenza politica e ne trae spunti per il suo messaggio. Questo, comunque, non innalza ma neppure attenua la minaccia terroristica che continua a incombere sull'Europa e sull'Italia. Perciò continueremo a mantenere ben alzate le nostre misure di prevenzione".
A firmare la minaccia questa volta è un terrorista che si fa chiamare Sayf al-Adel, nome di un leader di Al Qaeda, scomparso dopo l'attacco americano all'Afghanistan e secondo molti esperti attualmente nascosto in Iran. I servizi segreti italiani stanno vagliando l'attendibilità del messaggio. Sia il titolo che il contenuto del comunicato prendono spunto dalle voci su una presunta morte di Osama Bin Laden nel terremoto che ha colpito lo scorso mese la regione pakistana del Kashmir.
Il titolo del messaggio parla di "buone notizie che, se Allah vorrà, arriveranno presto dalla terra dei romani", l'Italia, appunto. Il documento è diretto "dal vostro fratello Sayf al-Adel a tutti coloro i quali hanno detto che lo sceicco Osama Bin Laden era morto nel terremoto del Pakistan, arrestato o malato". A loro il presunto terrorista afferma "che queste notizie sono solo frutto di una guerra mediatica. Lo sceicco Osama Bin Laden sta bene e in un luogo sicuro e lo vedremo presto durante le feste di natale nella terra dei Romani dopo il prossimo attentato in Europa che in primis riguarderà l'Italia".
Secondo questo membro del forum islamico il nostro paese dovrebbe essere colpito nel periodo natalizio e subito dopo dovrebbe essere diffuso un messaggio di Osama Bin Laden dopo un anno di silenzio. Il messaggio prosegue poi entrando nei dettagli di quello che potrebbe essere l'attentato contro l'Italia. In particolare si ritorna a parlare delle presunte 'Brigate Abu Hafs al-Masri' come la cellula operativa destinata ad occuparsi del nostro Paese. "Vedrete gli attacchi delle brigate Abu Hafs al-Masri nel profondo del paese - prosegue Sayf al-Adel - i fratelli che stanno lì ci hanno assicurato che le brigate sono riuscite ad avere missili terra-aria dalla Cecenia. Sono riusciti anche ad ottenere del quantitativo di materiale velenoso per creare delle bombe. Se Allah vorrà, non ci sarà sicurezza nella terra dei Romani e la guerra sarà lunga"

Inchiesta shock di "Rai News 24": l'agente chimico usato come arma.
Un veterano: "I corpi si scioglievano"
"Fosforo bianco contro i civili"
Così gli Usa hanno preso Falluja
Un documento svela anche un test su un nuovo tipo di Napalm

ROMA - In gergo i soldati Usa lo chiamano Willy Pete. Il nome tecnico è fosforo bianco. In teoria dovrebbe essere usato per illuminare le postazioni nemiche al buio. In pratica è stato usato come arma chimica nella città ribelle irachena di Falluja. E non solo contro combattenti e guerriglieri, ma contro civili inermi. Gli americani si sarebbero resi responsabili di una strage con armi non convenzionali, la stessa accusa di cui deve rispondere l'ex dittatore iracheno Saddam Hussein. Questo racconta un'inchiesta di Rai News 24, il canale all news della Rai svelando uno dei misteri del fronte di guerra tenuto più nascosto dell'intera campagna americana in Iraq. "Ho sentito io l'ordine di fare attenzione perché veniva usato il fosforo bianco su Fallujah. Nel gergo militare viene chiamato Willy Pete. Il fosforo brucia i corpi, addirittura li scioglie fino alle ossa", dice un veterano della guerra in Iraq a Sigfrido Ranucci, inviato di Rai News 24.
"Ho visto i corpi bruciati di donne e bambini - aggiunge l'ex militare statunitense - il fosforo esplode e forma una nuvola. Chi si trova nel raggio di 150 metri è spacciato". L'inchiesta di Rai News 24, Fallujah. La strage nascosta, in onda domani su Rai3, presenta, oltre alle testimonianze di militari statunitensi che hanno combattuto in Iraq, quelle di abitanti di Fallujah. "Una pioggia di fuoco è scesa sulla città, la gente colpita da queste sostanze di diverso colore ha cominciato a bruciare, abbiamo trovato gente morta con strane ferite, i corpi bruciati e i vestiti intatti", racconta Mohamad Tareq al Deraji, biologo di Falluja.
"Avevo raccolto testimonianze sull'uso del fosforo e del Napalm da alcuni profughi di Falluja che avrei dovuto incontrare prima di essere rapita - dice nel servizio la giornalista del Manifesto rapita in Iraq (proprio a Falluja) nel febbraio scorso, Giuliana Sgrena, a Rai News 24 - Avrei voluto raccontare tutto questo, ma i miei rapitori non me l'hanno permesso". Rainews 24 mostrerà documenti filmati e fotografici raccolti nella città irachena durante e dopo i bombardamenti del novembre 2004, dai quali risulta che l'esercito americano, contrariamente a quanto dichiarato dal Dipartimento di Stato in una nota del 9 dicembre 2004, non ha usato l'agente chimico per illuminare le postazioni nemiche, come sarebbe lecito, ma ha gettato fosforo bianco in maniera indiscriminata e massiccia sui quartieri della città. Nell'inchiesta, curata da Maurizio Torrealta, vengono trasmessi anche documenti drammatici che riprendono gli effetti dei bombardamenti anche sui civili, donne e bambini di Falluja, alcuni dei quali sorpresi nel sonno. L'inchiesta mostra anche un documento dove si prova l'uso in Iraq di una versione del Napalm, chiamata con il nome MK77. L'uso di queste sostanze incendiarie su civili è vietato dalle convenzioni dell'Onu del 1980. Mentre l'uso di armi chimiche è vietato da una convenzione che gli Stati Uniti hanno firmato nel 1997.

La prima notizia è stata subito smentita. Erano informazioni riciclate, roba vecchia, dell’estate 2005 rimessa in circolo per incrementare allerta e terrore nei cittadini.
La seconda notizia non è stata né smentita né confermata. Dopo qualche giorno di bailamme hanno messo tutto a tacere.

Fin da quando ero bambino mio padre cercava di spiegare l’importanza dei microrganismi e solo quando raggiunsi la maggiore età mi disse in modo chiaro e senza ambiguità che la sua visione del mondo partiva dalla constatazione che anche noi umani e tutti gli esseri viventi e animati (usa spesso questa formula) non siamo altro che microrganismi sviluppatisi più delle muffe, dei batteri, dei virus e dei lieviti, ma sempre riconducibili alla loro forma molecolare e alla loro essenza. Non priva di contraddizioni, la sua idea da perito chimico che ha studiato anche un po’ di Biologia, mi ha fatto venire alla mente che un romanzo potrebbe valere come un microrganismo della specie delle muffe: un fungo da fare crescere sulle superfici del mondo senza avere un preciso progetto di forma, ma solo una capacità di espansione frattale.
Vediamo più in concreto cosa sono questi microrganismi:

Batteri
I batteri formano un grande gruppo di microrganismi unicellulari che si moltiplicano per divisione cellulare. Possono esistere come cellule singole o come aggregati di cellule. La loro morfologia é abbastanza semplice. In base alla forma vengono distinti in:
cocchi (cellula sferica )
bacilli (cellula a bastoncino)
vibrioni(cellula a virgola)
spirilli (cellula a spirale )
I batteri presentano un’enorme diversità nelle caratteristiche fisiologiche come la capacità a fermentare zuccheri diversi, a dare prodotti finali diversi o utilizzare diverse fonti di carbonio ed energia.
I raggi U.V. hanno potere germicida in quanto colpiscono elettivamente la molecola di DNA dei batteri. I raggi ultravioletti più efficaci hanno lunghezza d’onda intorno a 2600A, valori di lunghezza d’ onda di massimo assorbimento del DNA.
I danni più gravi prodotti da queste radiazioni sono :
legami incrociati tra diverse molecole di DNA e tra DNA e proteine;
formazione di dimeri di pirimidine (i “mattoni” che costituiscono il DNA);
idratazione di pirimidine e denaturazione del DNA.
Tuttavia i dimeri possono essere eliminati attraverso due distinti meccanismi di riparazione.
Se una sospensione di batteri viene trattata con raggi ultravioletti e poi esposta a luce visibile di lunghezza d’onda compresa tra 300 e 400nm, si osserva sia una riduzione dell’effetto letale che dell’ effetto mutageno delle radiazioni. Ciò è dovuto al fatto che la luce attiva un enzima capace di “slegare” i dimeri pirimidinici. Il fenomeno va sotto il nome di fotoriattivazione.
I dimeri possono essere eliminati anche da particolari sistemi di riparazione che agiscono al buio (riparazione al buio).
Tuttavia in questo caso è molto più frequente l’ incidenza delle mutazioni che può incidere sulla vita dei batteri impedendone la moltiplicazione o determinando errori metabolici che ne provocano la morte.

Muffe
Le muffe sono funghi pluricellulari che si moltiplicano per spore. Possono vivere in ambienti caldi e umidi ma anche a basse temperature come per esempio negli impianti di refrigerazione e nei frigoriferi di uso domestico.
Le muffe vivono un po’ dovunque su sostanze di provenienza animale o vegetale che esse utilizzano come nutrimento: per esempio sul legno, sulla carta e sugli alimenti. A questo proposito bisogna ricordare che le muffe, insieme ai batteri, sono i principali responsabili delle alterazioni dei cibi che, attaccati da questi microrganismi, possono diventare non più commestibili.
Da altre muffe vengono prodotti gli antibiotici (penicillina, steptomicina) ed altre ancora vivono da parassiti nei tessuti di piante od animali.
Alcune muffe provocano la decomposizione mediante saponificazione dei prodotti contaminati, altre sono responsabili di malattie presso gli uomini e gli animali.

Differenti tipi di muffe
Muffe su frutta e pane
Aspergillus su prodotti vegetali umidi, su frutti, pane e cuoio
Penicillium, muffe su uva ed altri frutti
Botrytis cinera, muffe su fragole e uva semi-matura
I funghi microscopici sono distrutti da un’ alta dose di raggi U.V.

Virus
I virus sono un gruppo di microrganismi di natura ancora poco conosciuto che provocano malattie all’uomo, agli animali ed alle piante.
Un virus è un’entità biologica di per sé metabolicamente inattiva. Non è in grado, cioè, da solo, di utilizzare fonti esterne di energia per sintetizzare molecole che servono alla sua crescita ed alla sua moltiplicazione come fanno le cellule. Un virus può però moltiplicarsi all’interno di una cellula utilizzando l’apparato sintetico della cellula e sono quindi considerati parassiti intracellulari.
Sulla base di ciò non si può affermare che i raggi U.V. abbiano un’influenza diretta sui virus ma, agendo specificamente sul DNA dei batteri in modo da comprometterne l’esistenza, impediscono anche la replicazione e lo sviluppo dei virus(infezione).

Lieviti
I lieviti sono dei microrganismi vegetali unicellulari. Non posseggono clorofilla e si differenziano dai funghi microscopici per il loro modo di moltiplicazione. Sono largamente distribuiti su tutta la crosta terrestre. Per lo più crescono su materiali organici di origine vegetale, in particolare frutti maturi, ma si rinvengono anche nel terreno ed in alcuni prodotti animali (latte, miele, insaccati). Essi sono in grado di compiere una respirazione anaerobica o fermentazione e per questo motivo sono molto spesso usati nella fabbricazione di prodotti alimentari (pane, birra, vino, ecc)

Vediamo ora perché spesso in letteratura e più ancora in narrativa, si usa la finzione per confondere le acque. Il procedimento è lo stesso che usa un virus per farsi accettare dalle altre molecole per poi attaccarle. Premessa: il sottoscritto non ha mai letto uno solo dei libri firmati “JT LeRoy”. Non li ho nemmeno mai aperti, a eccezione di La fine di Harold, ma solo perché ero incuriosito da questa cosa di Fazi che pubblica un libro col testo in lingua originale sulle pagine dispari. Mi sembrava strano. Non è un vanto, è un fatto. Ecco perché questo articolo parla della “cosa”, invece che delle cose che la “cosa” ha – oppure non ha – eventualmente firmato.
Allora partiamo dal fondo. Partiamo da JT LeRoy. In pubblico, il famoso e giovane scrittore sarebbe stato interpretato per tutto questo tempo da Savannah Knoop, sorella di Geoffrey Knoop, il rocker fallito che si è spacciato per il “padre adottivo” di JT. Bene. La giornalista Ayelet Waldman lo ha intervistato a lungo negli anni passati, di persona e telefonicamente, continuando a pensare – dice oggi, e vatti a fidare – che si trattasse di una bufala letteraria ben orchestrata. In una di queste telefonate durante le quali Ms Knoop pensava di fregare Ayelet spacciandosi per JT, e Ayelet pensava di fregare Ms Knoop facendole credere di aver creduto alla storia di JT (oppure Ms Knoop fregava comunque Ayelet, lasciandole credere di non aver capito che lei non credeva a tutta quella storia di JT – sempre ammesso che la giornalista non stesse soltanto facendo finta di non aver capito che Ms Knoop aveva capito che lei aveva capito – eccetera eccetera) insomma durante queste telefonate i due si ritrovano più di una volta a parlare di problemi psichiatrici e a un certo punto JT fa sentire alla giornalista le registrazioni delle sue sedute col Dr Terrence Owens. Ayelet le trova noiosissime. Alla luce delle “rivelazioni” su JT e Ms Knoop, è la stessa Ayelet a scrivere su Salon che ripensando a quelle registrazioni le considera delle vere meraviglie: l’idea che qualcuno abbia creato a tavolino quelle conversazioni a due voci al solo scopo di puntellare ulteriormente l’impalcatura di una balla titanica, oggi, la impressiona e la affascina.
Martina Testa, la traduttrice di tutti i libri di LeRoy, ammette che dal punto di vista del valore letterario non cambia nulla; anzi, in un certo senso è contenta di aver avuto quest’ulteriore prova del fatto che “la letteratura migliore è sempre invenzione, finzione, artificio”.
Si consideri ora: 1) la Ayelet già all’epoca in cui le sentì sapeva che quelle registrazioni erano finte, 2) la Testa, per tutto questo tempo, ha ricevuto regali da, e fatto domande a, non-si-capisce-bene-chi.
Truman Capote, durante la stesura del reportage la cui metastasi si trasformò in A sangue freddo, conobbe e divenne il confidente di Perry Smith, l’omicida. Al punto da scindere la propria posizione di “osservatore dei fatti” tra due posizioni opposte: l’una empatica (“Io e Smith sembriamo usciti dalla stessa casa; solo che lui è uscito dalla porta sul retro,” disse Capote poi) e l’altra disinteressata (solo con un’effettiva condanna a morte il suo libro-reportage avrebbe avuto il finale che gli serviva). Smith venne giustiziato e Capote ebbe il finale per il suo libro. Uscirà il film fra qualche mese. Intanto, una semplice domanda: Capote avrebbe potuto spendersi di più per la grazia a Perry Smith, come è stato detto? Non puoi osservare una particella senza che lo stato della particella sia influenzato dal tuo osservare. Se vuoi una particella “spontanea”, una particella vera, devi smettere di pensare alla particella. Ma la particella nella scatola, è viva o è morta? Il gatto se l’è mangiata oppure no? Sappiamo che se apri la scatola, il gatto mangia di sicuro la particella, uccidendola e uccidendosi. Se tieni la scatola ben chiusa, invece, può darsi che il gatto mangi la particella, come può darsi che non la veda e la lasci perdere. Può darsi che muoia per i fatti suoi. Capote ha aperto la scatola, il gatto si è mangiato Perry Smith. L’avrebbe fatto comunque? Vai a sapere.
Marco Baldini, il DJ proprio lui, esce in questi giorni per l’editore Baldini Castoldi Dalai con Il giocatore. Sottotitolo: “Ogni scommessa è un debito”. Dostoevskij si fa una capriola nella tomba. In questo libro autobiografico (dice Baldini) il protagonista Marco Baldini accumula debiti su debiti, in una doppia vita di DJ e scommettitore.
James Frey, astro nascente della letteratura americana (per la verità già nato, ma noi con gli americani, quando non ci stanno propinando cinema di serie B, stiamo spesso in differita) è stato ospite nel 2003 dell’Oprah Winfrey Show, durante il quale il suo libro ha avuto modo di diventare oggetto del desiderio di milioni di lettori americani. Il libro parla della dura disintossicazione da droga e alcool del giovane Frey, in un lungo percorso fatto di crimini e violenze. In questi giorni, un sito internet investigativo (www.thesmokinggun.com) ha smascherato la vera storia, ridimensionando l’intera autobiografia di Frey . Il suo libro è In un milione di piccoli pezzi; in Italia per l’editore TEA. L’autore ha poi ammesso di aver modificato qualche dettaglio, in effetti, “lasciando però inalterato il cuore della mia vicenda, che è poi quello che ha commosso i miei lettori”.
Dave Eggers, il genio dell’opera struggente proprio lui, ha accumulato una certa qual serie di sfighe nella sua pur giovane vita, ne ha fatto un libro che almeno ogni due pagine ti ricorda la sua completa aderenza ai fatti, ed è diventato quello che è diventato.
J.K. Rowling, la tizia che si è inventa Harry Potter, la settimana scorsa ha confessato in un’intervista che tipo un paio delle situazioni più drammatiche dei suoi libri sono ispirate a eventi che le sono realmente accaduti durante l’ideazione della saga.
David Benioff, autore de La 25ma Ora, ama rispondere con un ghigno che vuol dire “sì, ma anche no” a chiunque gli chieda se da giovane anche lui, come il protagonista del romanzo, spacciava droga per le strade di New York.
Johnatan Safran Foer e Bret Easton Ellis vanno oltre e chiamano i protagonisti dei loro romanzi Ogni Cosa è Illuminata e Lunar Park rispettivamente Johnatan Safran Foer e Bret Easton Ellis.
Costantino Vitaliano esce con un’autobiografia che spopola fra casalinghe e in genere frequentatori abituali di iperdiscount. Il libro è una specie di Oliver Twist trapiantato nell’hinterland industriale milanese, e si regge perfettamente in piedi giocando sulla stessa ambiguità tra vero e finto-vero che informa la carne catodica del “Costa” nazionale.
Allora abbiamo Capote che usa la verità “narrativa” (tutta interna al suo libro) per influenzare la verità “delle cose” (tutta esterna), abbiamo Frey che appiccica l’etichetta di “verità” a quella che è pura invenzione narrativa (se non l’avesse fatto, o non l’avesse lasciato fare al suo editore, come che sia, il libro avrebbe venduto di più o di meno? Quanto del successo di questo libro dipendeva dai contenuti e quanto dall’etichetta appiccicataci sopra? Oprah Winfrey dice che il contenuto del libro, vero o finto che sia, ha determinato il suo successo (ma la dichiarazione di una che può decidere le sorti di mercato di un libro muovendo un sopracciglio notoriamente è attendibile fino a mezzogiorno), abbiamo la Rowling che a un certo punto ammette di essersi lasciata influenzare dalla realtà del mondo nell’inventarsi un mondo narrativo del tutto nuovo (ci ha guadagnato qualcosa, agli occhi di qualche lettore disinteressato a Harry Potter ma comunque appartenente alla schiera del morboso genere umano?), abbiamo Benioff che finge di essersi ispirato a sé stesso perché fa fico, Safran Foer ed Ellis che inventano una versione fittizia di sé stessi, abbiamo Eggers che fa della corrispondenza tra realtà del mondo e verità narrativa la chiave di un successo letterario e insieme mediatico, abbiamo Costantino che ha fatto la sua fortuna frantumando definitivamente il diaframma tra la realtà e la sua forma narrativa (dimostrando in buona sostanza la tenuta straordinaria – di questi tempi – di un oggetto narrativo – se stesso – che ha come statuto fondamentale lo stare-in-mezzo tra un piano e l’altro; tutta la narrazione di Costantino è al novantacinque percento metanarrazione: d’altro non si parla nei talk show e nel libro: se C sia vero o finto; spirali vertiginose dentro e fuori, dentro e fuori dal testo a portata di casalinga, e scusate se è poco) e in fondo alla fila ecco JT LeRoy, che a quanto pare ha inventato di sana pianta quella che spacciava per “verità”, sia fuori che dentro i suoi oggetti narrativi.
Per dire che a me sembra questo: che giocare-con-la-verità non è niente di sconvolgente o rivoluzionario, è una cosa che la letteratura e i romanzi fanno da sempre (ho come il sospetto che i romanzi siano l’unico posto dove i conti tornano sempre; anche quando non tornano, torna il fatto che non tornino). È un fatto però che il pubblico sia naturalmente attratto dalle opere che presentano il bollino di autenticità ben visibile (tratto da una storia realmente accaduta, dicono al cinema; l’autore ripercorre il dramma XYZ che l’ha colpito, potrebbe dire una quarta di copertina; in entrambi casi il fruitore drizza le antenne). Se non sbaglio Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire di Melissa P. (tanto per citare di nuovo Fazi, e tanto per citare di nuovo un libro che non ho letto, e tanto per citare di nuovo un libro su cui sono stati avanzati dubbi di paternità) è un diario. La scrittura diaristica è per sua stessa natura la più intima e autoreferenziale. Non è così irragionevole credere che molti siano rimasti affascinati non dalla trasgressione dei contenuti del libro, quanto dalla trasgressione dall’atto in sé di pubblicarli.
Ma allora, piuttosto che interrogarsi sull’uso strumentale e ormai ritualizzato e prevedibile che le bestie da marketing fanno non tanto del libro quanto dell’autore, per allargarne lo spettro di appetibilità nel Mercato, magari è più interessante chiedersi questo: i “possessori autobiografici” di una cosa (diciamo, estensivamente, di un’esperienza) sono davvero i depositari ultimi della verità riguardo quella cosa? Il fatto che Alice Sebold abbia subito uno stupro ne fa automaticamente una persona più abile o autoritaria a parlarne rispetto a un’altra che non l’ha subito? Questo è il mio no. A livello narrativo, a livello letterario, dico di no. Vladimir Nabokov diceva che “ogni grande scrittore è un grande imbroglione” e il punto sta nella natura stessa di ciò che abbiamo tra le mani. Ciò che abbiamo tra le mani (nel nostro caso un romanzo) non può ovviamente essere la COSA in sé, è al massimo una cosa che parla della o che riguarda la COSA, ma a conti fatti è un’altra cosa.
Il bambino di 9 anni che ha appena visto “Matrix” e ripete come imbambolato che “il cucchiaio non esiste”, ci sta solo dimostrando che il concetto è già alla sua portata: tutti quegli antibiotici informativi che abbiamo preso hanno funzionato: la verità non è certamente una, bensì molteplice e multisfaccettata – al punto da non esistere più – se l’abbiamo visto al cinema, sarà pur vero. La grandine di input che ci investe quotidianamente rivoluziona il nostro immaginario a suon di ammaccature (di nuovo: quanti nati dagli anni ’70 in avanti possono dire di avere dei ricordi “puri” della loro infanzia, o meglio: quanti, dovendoci scrivere sopra, saprebbero produrre qualcosa di autentico su quegli anni? Se ciò che ricordano non è mutato, marcito, o non ha subito elaborazioni e rielaborazioni, devono aver vissuto in un posto che non è certo quel pozzo di echi mediatici che chiamo mondo), oggi che questo paradigma di cambiamento e complessità e sfuggevolezza è accettato come ovvio, oggi il primato non può che essere dell’immaginazione. È molto più facile raggiungere vette di vero e autentico inventando, che attenendosi ai fatti. In questo modo, se qualcosa di quello che c’è all’interno della cosa-romanzo è tratto dalla cosa-vita non è né bello né brutto, è semplicemente irrilevante. L’autore ha preso da un contenitore quel particolare, e da mille altri contenitori altre cose (mille altri contenitori che possono essere “privati” quanto il suo, tra l’altro). E al centro di tutto torna la cosa-romanzo, che non è (peccato, però) fatta dal “tema”, ma principalmente dallo stile – se lo stile sa farsi visione del mondo.

Forse, invece di preoccuparci del rapporto che la realtà intrattiene col romanzo, dovremmo pensare un po’ di più ai riverberi che la parola scritta ha sulla realtà. È una deformazione tutta contemporanea – e tanto più indicativa se la si mette a paragone con un certo tipo di approccio, una certa particolare istituzionalizzazione del disimpegno che ha preso piede anche in accademia per un effetto di reflusso da una ventina d’anni a questa parte – il fatto che ci si preoccupi molto di più di che cosa della realtà va a finire dentro i romanzi, invece di passare al bilancino quel poco che dei romanzi riesce a passare dentro la vita (e possibilmente incrinarla in qualche senso).
Che poi uno si chiede a che punto ci siamo scordati che tra la verità e il romanzo (e tra la verità e la pittura, il cinema, il mimo e il teatro di burattini) non esiste un rapporto lineare verità  romanzo (o, per gli audaci, romanzo  verità) ma un dialogo continuo e ininterrotto, declinabile in tutte le forme più una. Dialogo che cambia anche nel tempo, con tutto che la parola se ne resta inchiodata alla carta: laddove un romanzo disinnescato per anni può deflagrare all’improvviso dentro contesti totalmente altri, che i tempi hanno maturato all’insaputa e alla faccia delle previsioni di marketing (e Tolkien venticinque anni dopo finisce in mano ai leghisti).
È un’immagine abbastanza elementare questa della realtà da una parte – un oggetto o una nube alla quale il romanzo deve conformarsi, deve sfuggire, deve scegliere se aderire o non aderire, o aderire solo parzialmente, e come – e dall’altra l’oggetto narrativo come risultante di quest’operazione. Un’operazione anatomizzabile sulla quale si possono fare calcoli e paragoni e ragionamenti, computando quanto c’è di vero e quanto c’è di finto: mentre il romanzo non è né più né meno vero della realtà. Sono due cose vive.
Verità e romanzo dialogano costantemente (perlomeno, dovrebbero) e questo flusso non si ferma dentro la conca della pagina scritta, ma trabocca e investe il mondo, per costruire altra realtà.
La seria fiacchezza del romanzo oggi in questo senso (cioè a restituire materiale narrativo al mondo, dopo averlo preso in prestito e digerito), fa scopa con la grana dei discorsi che si fanno attorno al romanzo e sul tipo di preoccupazioni che la maggior parte dei romanzieri si dà: cosa è il romanzo e quale è la sua forma e quale il suo debito alla realtà.
Il romanzo è un sipario tra il lettore e il mondo, permeabile nei due sensi. Non è l’unico, ma non è nemmeno il più difficile da strappare o far scorrere. Anzi. Proprio per questa sua strappevolezza (e scorribilità) il romanzo “funziona”. Come quando sai che allo stato attuale non puoi farcela contro il tuo avversario, e allora prendi a pugni per un po’ il sacco di sabbia. C’è chi quel sacco se lo costruisce, chi lo prende in prestito, chi lo affitta e chi magari sceglie di rubarlo. Ma il punto è: tutti quanti, alla fine, se la prendono col sacco. Il punto è sempre lo stesso: noi siamo microrganismi e il sacco è un oggetto inanimato.
Monere e protisti, ecco cosa siamo noi. Sono detti protisti tutti gli organismi composti da una sola cellula che, in dipendenza della loro alimentazione di tipo autotrofo o eterotrofo, possono appartenere al regno animale (protozoi) o al regno vegetale (protofiti). Caratteristi comune ai protisti è la presenza del nucleo, a volte differenziato in macronucleo, deputato alle funzioni trofiche, e micronucleo deputato alle funzioni riproduttive. L'esistenza delle monere è del tutto presunta: si tratta di organismi unicellulari primitivi rappresentati da una massa di citoplasma senza nucleo né altri organi cellulari differenziati. Le monere sono cioè il primo stadio organizzativo della materia vivente sul nostro pianeta dalle quali ha avuto origine la vita.

(Questo capitolo è stato scritto grazie al contributo di Mattia Walker)

Posted by Davide Bregola at 16:21 | Comments (0)

Il romanzo del ventunesimo secolo #44

Armando Gnisci interviene nel dibattito sul Romanzo del XXI secolo.
Ogni volta in cui ci siamo incontrati mi ha confessato di leggere poco gli italiani e spesso nei suoi saggi autori molto conosciuti e da classifica sono presi a modello per dimostrare cosa non è letteratura. Nell'intervento conferma nuovamente le sue idee.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.(D.B)

Di Armando Gnisci
http://www.armandognisci.homestead.com/

Il romanzo e la narrativa in genere mi attirano se mi informano sul senso del mondo in cui viviamo, formando cosi' l'unica concepibile
possibilita' di una "letteratura mondiale". Faccio qualche esempio
tra i miei preferiti: Anita Desai, Salman Rushdie, Amin Maalouf, Amitav Gosh, e tra gli europei Gunther Grass e Thomas Bernhard, ma anche viaggiatori, come Chatwin e Lundqvist.
Raramente leggo gli italiani contemporanei ed ogni volta ne resto
deluso. Solo Celati mi fa pensare che ci siano ancora italiani che
scrivono il mondo.

Armando Gnisci è professore associato di Letterature comparate nel Dipartimento di Italianistica e Spettacolo della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università "La Sapienza" di Roma dal 1983.
La cattedra, allora istituita con Decreto del Presidente della Repubblica, è stata fondata dal prof. Gnisci. Egli è, inoltre, membro del Collegio dei docenti del Dottorato di Ricerca in Italianistica dell'Università "La Sapienza". Dall’anno accademico 2004-2005 insegna anche “Letterature africane postcoloniali” a “La Sapienza” e alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Venezia “Interculturalità e letterature extra-europee”. Dirige la collana Kumacreola per la casa editrice Cosmo Iannone.
Tutti i libri pubblicati a suo nome si trovano QUI.


Posted by Davide Bregola at 08:51 | Comments (0)

14.02.06

VIVI&PRESUNTI VIVI

Liberiamo la censura questa volta incensa Camilleri. Non Rino, bensì Andrea e lo mette tra i VIVI. Attacca Margaret Mazzantini e fa diventare ufficialmente questa rubrica la più cattiva e pressapochista di tutti i lit-blog italiani. Partiamo dal nome della rubrica: Virile Franchezza; non pochi vi hanno scorto un machismo d'accatto degno della pubblicità delle patatite fatta da Rocco Siffredi. Eppure qualche accorto lettore, tra i commenti, ha detto che tutto ciò che dice Liberiamo la censura interessa molto di più alle persone che scrivono che non ai lettori di romanzi. I primi, a detta del commentatore, vogliono vedere se, come in ogni who's who che si rispetti, anche a loro spetta la gloria o la graticola. Tempo fa mi chiedevo se dientro al nikname si celasse Giuseppe Iannozzi o si nascondesse Gordiano Lupi, invece Liberiamo la censura mi ha detto di essere un autore inedito, laureato in filosofia e presto pubblicherà per una casa editrice riconducibile a Pequod o Minimumfax o Fazi. Non ha un blog, ama Carmelo Bene e la prosa più frammentaria di Celine, ha un lavoro fisso, ma non mi ha svelato il suo nome. Per il momento ci basta sapere che non è il solito pazzo che infesta la rete di commenti egocentrici. O forse sì.(D.B.)

Di Liberiamo La Censura

PRESUNTI VIVI#5

Margaret Mazzantini è da sempre una brava e socievole bambina che indossa il grembiule rosa…incantevole studentessa ripete le consuetudini molto educate dei finti disperati benpensanti…gli Zorro vintage di Armani/Valentino e Dolce e Gabbana…
Margaret Mazzantini riempie pagine e pagine di sorrisi e lacrime plastificate…dove gli uomini e le donne scompaiono in pupazzetti profumati…
L’omnia opera di Margaret è utile e divertente…è polistirolo da nascondere ai ciechi che vedono…è la dieta perfetta per i cittadini modello…
Cara Margaret noi teppisti ci muoviamo e con tutta la tranquillità del nostro mondo…
Prosit…


VIVI#5

Andrea Camilleri è simpatico a prescindere…100 sigarette e una bottiglia di carburante etilico al giorno…gli occhiali spessi di chi ha visto molto e di chi non ha voglia di osservare…
Andrea Camilleri ha ricevuto in regalo due Meridiani alla faccia /culo degli intellettuali corretti e invidiosi sinistro/destro segaiol cortesi…
…Andrea Camilleri è un distinto artigiano di falsi gialli…provoca i cortocircuiti dei linguisti e dei noiristi impegnati (ma mai impegnativi)…
Andrea Camilleri scopa e si diverte…il resto è noia…non ho detto gioia…
…lunga vita al presidente…amen…

LEGGI TUTTI I RITRATTI PUBBLICATI DA LIBERIAMO LA CENSURA E RELATIVI COMMENTI QUI.

Posted by Davide Bregola at 21:51 | Comments (8)

Il romanzo del ventunesimo secolo #43

Una lettera di Giovanni Choukhadarian chiarisce il punto di vista del critico sul Romanzo Italiano del XXI secolo. Fin dalla mia "lettera aperta" era chiaro che non si chiedeva una profezia o una particolare dote di preveggenza, ma al contrario cercavo e cerco un'idea e un progetto sui quali confrontarsi. Mi interessa e interessa a chi segue il dipanarsi del dibattito partire dalle intenzioni e vedere lo sviluppo del romanzo stesso per gli anni a venire. Sono consapevole dell'inattendibilità di una tale inchiesta, eppure qualche buona idea sta già venendo fuori.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.(D.B)

Di Giovanni Choukhadarian

Gentile Davide,
intanto grazie della domanda.
Rispondo con molto ritardo e cerco di obbedire alle regole di Grice, applicate alla scrittura su web.
Il romanzo italiano del XXI secolo mi pare una categoria vaga come i ravioli di borragine in Lettonia o lo stato della tomistica nella contea del Derbyshire. Quando faccio il critico, mi sembra già impegnativo scrivere di un solo romanzo, dar conto di che cosa c'è dentro e del perché valga o no la pena di comparlo.
Gli uffici stampa, in forme e modi diversi, esistono da molto tempo. Da sempre hanno preteso di lanciare svariati capolavori all'anno, è giusto che lo facciano e seguiteranno ancora. Forse tu dài troppa importanza a queste ragazze - per lo più son ragazze, non so qual è la ragione - perché poi chi va a comprare qualcosa lo sceglie anche, forse soprattutto spinto da altri motivi.

Sarei contento di leggere romanzi che mi sorprendessero. La lettura è una fra le attività meno interessanti che si possano immaginare. Può sostituirsi con una buona cena al ristorante, con una serata al cinema, con uno studio di Villa Lobos o una suite di Bach alla chitarra, con una passeggiata in riva al mare mano nella mano con l'amica, con un'arrampicata in solitaria o in cordata e tanto altro ancora. Ecco: vorrei poter leggere, negli anni che mi restano, romanzi degni di queste occupazioni, o almeno tali da non farmele rimpiangere - come sovente mi succede.

Nella speranza di esserti stato utile, ringrazio e saluto.

Giovanni Choukhadarian è consulente editoriale. Scrive sul mensile L'Indice e il quindicinale dei libri Stilos.

Posted by Davide Bregola at 14:10 | Comments (0)

13.02.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #42

Luciano Pagano interviene nel dibattito sul Romanzo del XXI secolo.
Tutti gli interventi pubblicati si trovano QUI.
La lettera aperta da cui è partito tutto si trova QUI.

Di Luciano Pagano

Il romanzo nel XXI° secolo.

[Un giorno qualunque. “Ma lei esattamente cos vorrebbe fare?”, “scrivere, scrivo per un sito internet, scrivo per una rivista”, “ah, lo scrittore, interessante, sa, io ho letto il Codice da Vinci…e lei?”, “No, non l’ho ancora letto”, “Ma come, lei scrive libri senza aver letto il Codice da Vinci?”.]

Lavoro, Opera, si ruota attorno ad un concetto che è quello di romanzo, senza parlarne perché l’oggetto stesso è lì, dovunque. Secondo me il romanzo del ventunesimo secolo è in corso di scrittura, mi piace il concetto di “impossibile da essere tradotto in prodotto cinematografico”, con un appunto, se l’industria cinematografica mette gli occhi su un soggetto allora è solo una questione di tempo e/o denaro perché quel soggetto prenda concretezza cinematografica. Sono riusciti a fare un film con la vita privata di T.S. Eliot, forse era difficile trarre un film dalle vicende narrate in The Waste Land, poema che parlava in anticipo delle macerie oltre le quali – a torto o a ragione quando si parla di postmoderno – avremmo cominciato solo oggi ad intravedere un orizzonte.
Io sono combattuto dal desiderio ambivalente di avere scritto o meno un romanzo nel XXI secolo, che tenta di uscirne fuori. Quando leggo un romanzo devo sentirmi in casa mia un attimo prima di esserne cacciato fuori. Un romanzo del genere non è collocabile in un secolo particolare, anche perché fuoriusciti dalle letture imposte dal canone degli studi superiori, basta leggere Sterne per rendersi conto di quanto di possa essere sempre un passo avanti alla comune comprensione della forma e del contenuto del romanzo a noi contemporaneo, lontanissimi e vicinissimi, comprensibilissimi e ignoti allo stesso livello. Ecco, il romanzo del XXI° secolo dovrebbe cogliere quest’atmosfera favorevole che consentirebbe di trovare lettori che siano tali, il romanzo come fenomeno di massa senza essere specificatamente concepito per tale scopo, intuendo una scorciatoia nello stile. Il nostro secolo (è in questo che sono capitato, da qui posso rendere ragione) vive nel fraintendimento di romanzi resi stereotipi del non-lettore, donchisciotte = mulini a vento, ma dove sono i mulini a vento (quasi subito) e che ruolo giocano in una vicenda che si svolge nella vita del suo autore (come biografo/biologo del proprio romanzo)? gulliver=i nani e il gigante, e basta? la Recherce=? Ecco perché scava scava, anche tra i classici della letteratura, tra i romanzi dei secoli scorsi, rivelano più soprese quelli di cui si sente meno parlare? Il romanzo del XXI° secolo dovrebbe saper correre, nello stesso tempo, un doppio rischio, quello cioè di rispondere a queste domande, nella forma e nel contenuto, e allo stesso tempo di lasciarle tutte in sospeso. Allo stesso modo la questione “il romanzo del XXI° secolo” dovrebbe essere così coraggiosamente sostenuta da protrarsi, nella sua discussione, fino alla metà del secolo in questione, senza dimenticare che l’epoca in cui viviamo viene immediatamente dopo (per parlare di romanzi) un’epoca dalla quale sono usciti capolavori di opere-non-opere, opere in corso, romanzi non-romanzi, (dal Kafka del Castello o del Processo, alla Finnegan’s Wake di Joyce), oppure nel quale sono stati condotti esperimenti di scrittura che secondo me potrebbero ancora regalare spunti, autori come Claude Ollier, ad esempio. Il secolo, per concludere, salva ‘provvisoriamente’ alcune opere piuttosto che altre. Dal secolo scorso, ad esempio, si sono salvate opere così poco corrispondenti ad alcun canone, come “Sotto il vulcano” di Lowry. E oggi?

Luciano Pagano, trent’anni, vive a Lecce. E’ direttore della rivista elettronica Musicaos.it (nata nel 2004) e fa parte della redazione di Tabula Rasa (Besa Editrice), rivista dedicata alle scritture invisibili. Si è laureato in filosofia con un tesi su “La società del controllo” e il pensiero di G. Deleuze e F. Guattari. Di prossima uscita una silloge di poesie nell’antologia “Il volo del calabrone” (Giulio Perrone Editore) e il romanzo intitolato Motoproprio.

Posted by Davide Bregola at 09:25 | Comments (11)

11.02.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #41

Stefano Bernazzani interviene nell'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo.
Tutti gli articoli pubblicati fino ad ora si trovano QUI.

Di Stefano Bernazzani

"La discussione sul romanzo italiano del futuro è molto varia e interessante, come dimostrano gli interventi precedenti. Gli aspetti da considerare sarebbero talmente tanti che in effetti solo con una pluralità di interventi si può sperare di affrontarli tutti. Io provo a dare il mio contributo partendo da un punto molto concreto. Immaginiamo di essere nel 1900 e di porci la stessa domanda: come sarà il romanzo italiano del ventesimo secolo? Be', se penso che forse i due romanzi più belli del '900 italiano sono "Cristo si è fermato a Eboli" e "La tregua", penso che ben difficilmente sarebbero stati immaginabili con tanto anticipo. Perchè sono (anche) romanzi di testimonianza, legati al momento storico, e chi avrebbe potuto immaginare l'avvento del fascismo e la seconda guerra mondiale? Flannery O'Connor diceva che "in futuro avremo dei grandi romanzi, ma non saranno quelli che il pubblico pensa di volere o quelli auspicati dai critici. Saranno romanzi del tipo che interessano al romanziere, e i romanzi che interessano al romanziere sono quelli che ancora non sono stati scritti". Naturalmente esistono romanzi "necessari" staccati dal loro momento storico, ma io credo che continueranno ad essere la minoranza. Quindi, insieme a tutte le considerazioni tecniche, strutturali e commerciali/distributive discusse negli altri interventi, io credo che per poter immaginare il romanzo del ventunesimo secolo (e un secolo è lungo...) dovremo porci la domanda su cosa accadrà nei prossimi anni, a partire da quello che già sta succedendo, sui fenomeni che influiranno sulla vita di tutti. Penso ai nuovi scenari urbani multientici, per esempio, alle tensioni ma anche alle nuove culture che li attraversano. Penso all'allungamento della vita umana grazie alla medicina, con una generazione che conoscerà tutti i suoi bisnonni, e vi conviverà. Penso alle nuove forme di lavoro, ai nuovi lavoratori e ai loro contratti, ma anche al fatto che ci sarà presto un computer in ogni casa, e già oggi tutti i bambini studiano l'inglese. Penso alla necessità di trovare ad ogni costo una fonte di energia rinnovabile, ma penso anche alla desertificazione che colpisce zone ancora lontane dall'Italia, ma non per questo non si farà sentire anche da noi, come ogni altra cosa che succede sul pianeta. Tutto questo non potrà rimanere fuori ancora per molto dai romanzi, probabilmente."

STEFANO BERNAZZANI ha 35 anni e vive nel piacentino, dove si occupa di telecomunicazioni. Ha pubblicato "Viaggiatori diretti altrove", Mobydick, e poi altri racconti apparsi su quotidiani e riviste. E' presente con un altro testo nella raccolta "Il silenzio della neve", Nephos edizioni.
Collabora intervenendo periodicamente nel blog OREPICCOLE

Posted by Davide Bregola at 10:22 | Comments (0)

09.02.06

Sul come sia possibile tenere un dialogo costruttivo e interessante nei lit-blog

"Un problema di ricambio generazionale, sono d'accordo. Il dramma è che in Italia non esiste un ricambio generazionale in quasi nessun campo. Sbaglio o siamo l'unico paese "occidentale" e "moderno" in cui fra due mesi si sfideranno per il premierato (che brutta parola, per inciso) gli stessi due che si sfidavano nella primavera del 1996? (Cazzo 10, dico 10 anni fa.) Scritto da: fernando coratelli | 09/02/06"
A seguito dell'intervento di Nicola Lagioia nel dibattito sul ROMANZO ITALIANO DEL XXI SECOLO, riporto qui sotto i commenti e i relativi approfondimenti dello stesso autore estrapolati dal blog LIPPERATURA. Testimonianza quanto mai gradita di come si possa portare avanti un discorso con garbo e interesse senza offendere più di tanto o arrivare a illazioni e sberleffi inappropriati e superficiali. Come, dispiace dirlo, capita spesso. (D.B.)

Commenti

Il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale) e' un'organizzazione scientifica e pedagogica fondata nel 1989 da Piero Angela e da un gruppo di studiosi e ricercatori. Tra gli altri, aderiscono al CICAP: Umberto Eco, Silvio Garattini, Margherita Hack, Rita Levi Montalcini, Tullio Regge, Carlo Rubbia.
Con l'arrivo del nuovo anno e' tempo di oroscopi e previsioni [anche LETTERARIE]; ma quanto sono attendibili? Come e' ormai tradizione Scienza & Paranormale, la rivista del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale)va a fare le pulci alle previsioni degli astrologi..."
Forse è il caso di indagare anche su quelle dei letterati:-)

Scritto da: Lucio Angelini | 08/02/06

ah. 'azz il romanzo italiano sarà questo? e che è Frankestein? :-) e quelli che amano le insalate miste, possono dedicarsi a nuove ricette pure loro? e io che mangio cereali e robbe povere come me la cavo?
non che mi dispiaccia il giochino 'da quì a 50 anni', mi piace, mi piace. Però anche occuparsi della pappa presente non è male. Credo poi che qualsiasi immagine del nostro futuro (anche il letteratura) non sia altro che un'ansia o bisogno del presente. Leggendolo in questa veste mi pare proprio che siamo orfani di un bel po di cose sia letterarie che non.
Besos


Scritto da: spettatrice | 08/02/06

L'iniziativa di Bregola è veramente notevole. Gli interventi si leggono tutto d'un fiato e coprono (scoprono) campi di analisi e riflessione per niente "autoreferenziali". Mi sembra una vera novità.
SCIAPO'
effeffe

Scritto da: furlen | 08/02/06

Il romanzo italiano sopravviverà!Eccome se sopravviverà!
Ale

Scritto da: Ale | 08/02/06

''Il rosso e il nero'' sotto la Restaurazione francese: beh, allora altri cinque anni di governo Berlusconi e sai che grandi romanzi italiani uscirebbero? quasi quasi preferisco non vengano scritti...

Scritto da: fernando coratelli | 08/02/06

Ma che cazzo ne può sapere Lagioia - che è un narratore modestissimo e un intellettuale da salotto?

Scritto da: pippo | 08/02/06

Secondo me è inutile parlare di romanzo (o di letteratura) del XXI secolo se prima non si ripristinerà il giusto spazio EDITORIALE. Se prima non tornerà il coraggio dei primi "feltrinelli", quello di prendere per il polso uno scrittore e buttarlo giù in piscina senza sapere se starà a galla o meno.
Il mondo editoriale di oggi (e quindi quello di domani) è pieno di gente che annaspa con i braccioli in piscine dove l'acqua è comunque bassa e chiunque arriverebbe a toccare. Finché i "programmi editoriali" saranno pieni dei Faletti il romanzo del XXI secolo sarà un delicato sogno, qualcosa destinato a morire con la prima alba.
[Ste - un "allievo" minimumfaxiano di Lagioia, tra l'altro]

Scritto da: Noantri | 08/02/06

Ste, non per tornare a vecchi discorsi: ma sei così certo che i programmi editoriali siano pieni "soltanto" di Faletti e affini? A me, sinceramente, non sembra.

Scritto da: La Lipperini | 08/02/06

Loredana: no, no. Non ne sono affatto convinto. Anzi, prima lo ero; adesso ne sono uscito (grazie all'esperienza si cambia e si matura). Ho letto tantissima roba interessante ultimamente (ne sto discutendo proprio in questi minuti via blog); molta di questa è italiana, molta è straniera (tantissima è americana), ma quasi tutta è scritta da gente GIOVANE che finalmente merita il proprio posto in libreria.
Ciò non toglie che gli spazi editoriali a disposizione restino pochissimi e spesso quest'occupazione non è meritocratica. Ma pur ammettendo che i programmi editoriali sono pieni di materiale interessante (e per gran parte è così), perché allora riempire i buchi residui con il "primo romanzo di Iva Zanicchi"?
La mia è frustrazione, Loredana. Frustrazione mischiata a un entusiasmo che da solo solleva le foglie morte da terra, ma comunque frustrazione.
[Ste]

Scritto da: Noantri | 08/02/06

La Feltrinelli di una volta era piena non tanto di giovani scrittori, ma soprattutto di giovani lettori che sapevano discernere tra i manoscritti: Fofi, Arbasino, Tutino, lo stesso Giangiacomo, ecc. La Feltrinelli di oggi non accetta manoscritti, a priori. Il resto segue da sé, e provoca frustrazione. Però, se l'ultima generazione di autori sembra migliore dell aprecedente (è un parere di Piperno che riporto, condividendolo), vuol dire che qualcosa si muove, si è mosso, si sta muovendo. Le librerie Feltrinelli, con le loro vetrine in affitto, purtroppo crescono (quello della Inge è una forma di terrorismo culturale ben più nocivo di quello attribuito a certe pubblicazioni che la Frau Inge ha, per altro, mandato al macero), però crescono anche le piccole case editrici, le collane che praticano la ricerca, i luohi in ret in cui far circolare la scrittura, ecc.

Scritto da: girolamo | 08/02/06

Concordo con girolamo.

Scritto da: gian paolo serino | 08/02/06

La periodicità e la generalità della polemica sui critici aperta da Lagioia la rende indigesta a priori. E pure preoccupante, considerata la sua giovane età. sembra il classico risentimento di chi vorrebbe, ma non ce l'ha fa a diventare un "burocrate letteraio". l'attuale scenario editoriale, per fortuna, non è un blocco, ma una stratificazione a più velocità. c'è la rete, ci sono i comitati di lettura, c'è chi come girolamo viene rifiutato dalla feltrinelli e pubblicato da einaudi, c'è il sottobosco dei piccoli editori, c'è gente che scrive, gente che rifiuta, gente che critica, la gente che si allinea e gente che "ci riesce", nonostante tutto. ah, c'è pure gente che si lamenta dell'"attuale generazione di critici", come sempre...

Scritto da: sblook | 08/02/06

Scusate, ma qualcuno mi spiega cosa ha detto Lagioia? Non ci ho capito molto, mi sembra che abbia semplicemente fatto esercizio calligrafico intorno al concetto di "grande libro". Dov'e' l'italianità? Dov'e' il XXI secolo? Cento anni fa avrebbe scritto lo stesso, con autori diversi come riferimento. O no?

p.s. per Girolamo: almeno nei saggi, Feltrinelli i manoscritti li accetta.

Scritto da: ricambi originali | 08/02/06

Un minimo di contestualizzazione, per carità. Davide Bregola manda una lettera a un certo numero di scrittori chiedendo loro di esprimersi su un certo argometo. Alcuni di loro lo fanno. Bregola pubblica le risposte alla sua richiesta sul suo blog, senza alcuna selezione. Loredana Lipperini ne linka uno sul suo blog. Punto. Non è che Lagioia si sia affacciato al balcone di piazza Venezia per lanciare un proclama: gli è stato chiesto un parere, lo ha dato. Che cosa ne può sapere? Chi gli ha chiesto il parere ritiene che sia persona informata dei fatti, chi lo ha linkato pure. Chi legge il parere lo ritiene discutibile? Benissimo:è democrazia, no?
@ Ricambi originali: la mia fonte è la lettera di rifiuto postata tempo fa da Angelini sul suo blog (assieme, ricordo bene?, a Baldini & Castoldi). Sono contento che almeno la saggistica funzioni diversamente: però gli autodafé dei libri scomodi la Inge li ha commissionati, eccome!

Scritto da: girolamo | 09/02/06

Scusate,
non pensavo che qualche minima ornatura della prosa - come direbbe Humbert Humbert - potesse causare tanta perplessità.
Su almeno due punti ha ragione "Ricambi originali", avrei detto la stessa cosa anche tre secoli fa. Ovvero:
1) la poesia, la letteratura in generale - in quanto "meta antropologica" come direbbe Brodskij - non rischia l'estinzione fintantoché esisteranno esseri umani. A me questo sembra lapalissiano, ma siccome a ogni stagione (a ogni decennio, a ogni secolo) si parla per puro vezzo millenarista di "morte della letteratura" o di "seria minaccia di estinzione" (l'estate scorsa ho partecipato per esempio a un dibattito su Alias proprio su questo argomento), mi sembrava giusto ribadirlo.
2) il "nuovo romanzo" si avvarrà di un coefficiente lettarario imprevedibile fino al suo apparire, ma allo stesso tempo pagherà il giusto debito nei confronti dei propri ascendenti, della tradizione insomma. Pure questo mi sembra pacifico, ma ho voluto sottolinearlo perché di tanto in tanto salta fuori qualche travisatore di Tristan Tzara o di Debord convinto che il nihil ex nihilo sia una formula applicabile alla letteratura.

A ben vedere, l'unica scommessa che ho fatto sul "romanzo italiano del XXI secolo" (un azzardo, è ovvio, ma il "gioco" proposto da Davide Bregola lo richiedeva, e per giocare d'azzardo non bisogna per forza passare dal Cicap) era quella che riguardava l'auspicio di una maggiore vicinanza agli Svevo piuttosto che ai Sciascia. Cerco di spiegarlo meglio con un altro esempio: per raccontare i grandi disordini degli anni 60/70 la prospettiva di "Pastorale americana" mi sembra molto più interessante e pregnante rispetto a quella di "Vogliamo tutto".

Sulle mie aspirazioni a entrare nel "Castello" di Kafka. Scusami Sblook (lo so, sono le regole della Rete, ma sono sempre un po' in ansia quando devo interloquire con nomi da cartone animato), ma tutta la mia storia nel mondo dell'editoria è stata, almeno fino ad ora, l'antitesi di un lavoro da burocrate. Semplicemente, ritengo che il lavoro della critica letteraria sia importante (credo in astratto nel confronto tra autori e critici, insomma), e quindi soffro e mi dispiaccio nel vedere certe cose. E il mio dispiacere diventa spesso dileggio. Le case editrici (pur nel caos, nella cialtronaggine, nella mancanza di professionalità) mi sembra che facciano meglio. La Feltrinelli (sono d'accordo) è chiaramente a destra di Forza Italia, eppure per esempio ha pubblicato uno come Moresco.

Spero di essere stato più chiaro e di non aver offeso nessuno.
Statevi bene.

Nicola Lagioia

Scritto da: Nicola Lagioia | 09/02/06

Cito...."La cultura dell’attuale generazione di critici letterari (per non parlare dei professori universitari) di solito fa acqua da tutte le parti. Chi si salva, è costretto ad annaspare nella palude dei colabrodo altrui".
Più che condivisibile: vero.
Di tutta evidenza che, finchè ci sarà un androide sulla terra vorrà fermare la storia per raccontare la sua e fuggire la paura più antica.
Vero che i modi cambiano e che il mutamento non può e non deve essere univoco : finirebbe con l'essere misero e falso come un rap cantato da Pupo o un blues modulato da Mino Reitano.
Ad ogni uomo la sua lingua, la sua essenza, il suo modo di essere nella e con la storia del suo tempo.
O di un altro, che poi è la stessa cosa. E' l'omogeneizzazione e la pretesa di avere scoperto la formula definitiva che rende tutto squallido.
Un tempo c'erano i generi al'interno del contenitore romanzo: oggi i generi superano il contenitore dilagando, esondando o, semplicemente, reinterpretando. I critici, con il loro grosso tartufo raffreddato, commentano, arricciano, storcono, pontificano. Non vogliono davvero capire, mettersi in discussione, riaffrontare l'argomento, non sono interessati all'interpretazione del valore, solo al mantenimento di una condizione, che più è stantia più è di facile governo. Il pessimismo sarebbe la logica conseguenza di tutti quesri numeri in rapida addizione. Fortunatamente la storia è storia di contraddizione, se un nuovo Proust- nuovo in ogni senso e sentimento - è appiattato in difesa in qualche angolo chiuso della nostra quotidianeità riuscirà a superare le strettoie della logica pseudoaccademica, i circoli chiusi e le asfissie generali. Con buona pace dei sapienti di nomina curiale e la loro assoluta verità .

Scritto da: maria laura | 09/02/06

Nicola, personalmente sono sfiduciato sul romanzo prossimo venturo. Ma tale sfiducia non prorompe dalla disistima nei confronti dell'Autore, piuttosto dal disincanto - ormai atavico - che percepisco nei confronti di chi riceve; nei confronti del Lettore.

Non riesco più a trovare importante comprendere se il romanzo andrà più verso i Scascia o verso gli Svevo, quanto capire se andrà tout-court. Ho timore del declino della capacità critica del lettore; ho timore della capacità penetrativa dei media. Ho timore di tutte le teste che si volteranno a guardare in una direzione solo perché indicata da qualche front-man televisivo fresco di lampada. Ho timore che "il bello", "il buono", "il ben scritto" saranno soverchiati dallo strapotere de "il carino", "il facile", "il cool", "il ce l'hanno tutti" e - sia maledetto - "il costa poco".

Il nostro bisogno di consolazione ci ha portati ad accontentarci. Non siamo più abituati a pensare con la nostra testa; il giudizio critico si è spento dentro un plastico di Bruno Vespa.

Il dramma, Nicola, è che trovo la tua riflessione straordinariamente interessante ma culturalmente fuori contesto. Non si tratterà di capire dove andrà il romanzo, nel XXI secolo, ma di capire dove saremo NOI. Se il romanzo busserà a porte di case desolatamente vuote, per esempio. Oppure no.

Tu che dici?
[Ste]

Scritto da: Noantri | 09/02/06

Ste, intanto, se vuoi, ti dico come la vedo io: che forse posso essere tacciata (e lo sono) di ottimismo ingenuo (nella migliore delle ipotesi), ma resto convinta che non è che si sia abbassato il livello di approfondimento. Semmai si allargato il numero di persone che hanno accesso alla comunicazione, ed è probabilmente questo a dare la sensazione che ci sia un immiserimento generale. Non è alzando i paletti fra il lettore buono e quello cattivo o rimpiangendo i bei tempi che si creeranno nuove possibilità per libri, film, musiche di qualità elevata. Semplicemente, occorre rimboccarsi le maniche e fare. A dispetto sia dei lampadati sia dei manichei :)

Scritto da: La Lipperini | 09/02/06

Brava Loredana, sono d'accordo totalmente sul rimboccarsi le maniche. E vorrei aggiungere una precisazione (prima di andare a lavorare che qui a forza di temi interessanti non si produce più!): io non rimpiango affatto i "bei tempi". Io sono fermamente convinto che l'arte migliore sia quella moderna; in particolare mi riferisco alla letteratura, al cinema, alla recitazione e a un certo tipo di comunicazione. Fermo restando i capisaldi della letteratura di sempre - e che quelli saranno nei secula seculorum - trovo oggigiorno una grande freschezza in autori straordinari (sono uno di quelli che dice basta crogiolarsi con Fellini: in America dicono tutti grazie a Fellini e intanto però fanno film dieci volte superiori). Il panorama è fresco, scattante e interessante: ma NON PASSA. Bisogna andare a ravanare, perché sugli scaffali ad altezza di occhio umano mettono l'ultimo della Zanicchi, il penultimo di Faletti, i libri di Zelig.

Tu sei ottimista.
Io sono, come dire, agnostico? Non mi piace la gente, non te lo nascondo. La amo a livello antropologico, mi intriga, mi piace guardarla, mi piace parlarci, voglio condividere momenti con miei simili. Ma intellettualmente vedo una deforestazione preoccupante. Ignoranza? Non credo: l'ignoranza non ha mai prodotto perfetti imbecilli. Percepisco addormentamento in questo bellissimo mondo. Ed è un peccato.
[Ste]

Scritto da: Noantri | 09/02/06

Ok, nicola, d'accordo con tutto quanto dici e scusa per l'illazione castellana gratuita. l'unica cosa che però ancora non mi si è schiarita (forse perchè generalizzi, forse perchè contrapponi due blocchi eterogenei - la critica, l'editoria - come se fossero due arene omogenee; ma forse questo è un po' anche lo spirito del gioco di bregola)è: quali sono queste cose di cui soffri - ti dispiaci, quando le vedi? se lo spieghi magari siamo tutti daccordo con te... se no, resta puro dileggio

Scritto da: sblook | 09/02/06

Caro "Noantri",
ti ringrazio per il post.
La tua è la stessa obiezione che mi opponevano Scurati e Cordelli in occasione dell'incontro per "Alias" di cui dicevo nel precedente commento. Spero non abbia fondamento, perché vorrebbe dire che siamo finiti.
Da una parte, è vero, alfabetizzazione prima, scuola dell'obbligo poi, analfabetismo televisivo di ritorno infine, non credo abbiano alzato il livello culturale medio di questo paese dai tempi di Porta Pia. Di contro, una minoranza (un'élite più che mai trasversale oggi, che salta le differenze di classe) per cui la letteratura è stato un incontro decisivo si è sempre misteriosamente rigenerata da un decennio all'altro - a dispetto di Andreotti, di Togliatti, di Berlusconi, di Bill Gates. Non penso insomma che oggi Kafka abbia più lettori di trenta anni fa, ma neanche di meno però. Se alla letteratura di domani non dovesse essere spalancato neanche un uscio, ripeto, saremmo finiti: perché la letteratura non ha mai impedito che un uomo sollevasse la mano contro un suo simile, ma è sempre stata capace di restituire (anche tragicamente) un senso all'esistenza.
Credo fermamente nel rovesciamento della formula di Adorno su Auschwitz (dopo Auschwitz non si può più fare poesia), perché l'arte è una delle poche cosa capaci di rimetterci in contatto con noi stessi all'indomani dei nostri più gravi crimini. Non credo, ripeto, che siamo talmente immiseriti da rinunciare alla preziosità di una simile bussola.
Nicola Lagioia

Scritto da: Nicola Lagioia | 09/02/06 a 14:23

L'arte è morta, o se preferite la letteratura è morta. Non so perché ma mi sembra il ritornello di una canzone - forse quella di Guccini/Nomadi che parafrasavano un aforisma nietzschiano. Anch'io non credo che ci siamo immiseriti (come dice Nicola), e credo che non ci immiseriremo mai - e non lo dico perché ottimista, ma per il semplice motivo (antropologico?) che creare è qualcosa connaturato all'uomo. Forse a causa del pollice opponibile.
Potremmo riprendere vecchie discussioni portate avanti nei giorni scorsi dal saggio di Spinazzola su Piperno. E torniamo al mercato, ai libri sugli scaffali e ai gotha del marketing. Non saprei, non è il mio mestiere l'analista di mercato, ma credo che alla loro uscita molti di quelli che oggi definiamo dei "classici" non furono considerati tali. Ricordo Baudelaire, la perdita dell'aura, la museificazione dell'arte e il suo prostituirsi, l'urlo che stava morendo. Sono passati 250 anni, credo ci sia stata ancora arte e letteratura.

Scritto da: fernando coratelli | 09/02/06

Ciao Sblook,
allora. Sulla critica. Ecco soltanto alcune delle cose che mi fanno girare le scatole. Vado davvero a caso. Mi fanno incazzare:
1) I professori universitari di letteratura italiana contemporanea che non sanno che cosa è successo nella letteratura di questo paese negli ultimi trent'anni. Non sono contro le gerarchie a priori, mi sembra giusto che persone competenti occupino posti di potere ma Cristo, parlare con la maggior parte dei nostri accademici è un'esperienza frustrante. Dalla fine dei settanta in poi, spesso (non saprei come altro dirlo) non sanno un cazzo. Non pervenuto. Smarrito. Niet.
2) Il lentissimo ricambio generazionale. L'Italia (non solo per ciò che riguarda gli intellettuali, naturalmente) ha il più lento ricambio generazionale del continente. Fatemi i nomi di dieci critici letterari sotto i trentacinque anni che scrivono regolarmente di letteratura sui quotidiani italiani nazionali. Fatemi i nomi di due capiservizio, cazzo!
3) I caposervizio cultura dei suddetti quotidiani. Veniamo anche a loro. Nella maggior parte dei casi non vengono dalla letteratura, o comunque non hanno scritto saggi importanti sull'argomento e non hanno nemmeno avuto meriti come "agitatori culturali". Hanno, nel loro passato, fondato riviste letterarie? Fatto i critici militanti? Tradotto libri fondamentali? L'assegnazione del posto spesso è demenziale come quella dei nostri misistri (un cardiologo al ministero dell'agricoltura, un pasticcere a quello della salute, un minotauro monolingue a quello degli esteri e così via).
4) La quasi totale mancanza di ambizione nella scrittura di libri importanti. Ma porca puttana, di tanto in tanto qualche scrittore italiano ci prova a scrivere un libro importante. Nel peggiore dei casi fallirà e sarà un Gadda mancato, un Flaubert mancato, un Faulkner mancato e così via. Però adesso dimmi, quanti critici letterari italiani hanno perlomeno tentanto negli ultimi vent'anni di scrivere il loro "Canone occidentale", il loro "Menzogna romantica e verità romanzesca", il loro "Miti d'oggi", il loro "Idiota della famiglia" eccetera eccetera.
5) La scandalosa pressapochezza di una percentuale non trascurabile di recensioni (titoli sbagliati, prosa sciatta, approfondimento nullo, quarte di copertina scopiazzate malamente, scarsa capacità di legare il libro recensito al panorama culturale in cui si inscrive).
Posso andare avanti. Accetto istigazioni e provocazioni. E ripeto: non godo di questo sfacelo, al contrario, vorrei un confronto serio, adulto, maturo. Così si cresce insieme. Altrimenti la situazione è desolante.
voster semper voster
Nicola Lagioia

Scritto da: Nicola Lagioia | 09/02/06

Un problema di ricambio generazionale, sono d'accordo. Il dramma è che in Italia non esiste un ricambio generazionale in quasi nessun campo. Sbaglio o siamo l'unico paese "occidentale" e "moderno" in cui fra due mesi si sfideranno per il premierato (che brutta parola, per inciso) gli stessi due che si sfidavano nella primavera del 1996? (Cazzo 10, dico 10 anni fa.)

Scritto da: fernando coratelli | 09/02/06

Nicola, grazie per avermi dato ragione.
Cio' che comunque non capisco è proprio il punto di partenza di un'inchiesta del genere. Che è un po' come chiedere: "cosa vorresti mangiare oggi a pranzo?" Qualcuno risponderà con il menu del Gambero Rosso, qualcuno con la pasta all'uovo della nonna, qualcuno con il bigmac. Tutti risponderanno qualcosa. La cucina italiana del XXI secolo.
Da lettore (e non da scrittore di romanzi), il Romanzo Italiano del XXI Secolo mi piacerà molto: e quindi ora vorrei che sia come ciò che mi è piaciuto prima. Ma poi, come tu sottolinei, mi sorprenderà, e fara' scoprire il nuovo.
Previsione e desiderio non coincidono. Per fortuna.


Scritto da: ricambi originali | 09/02/06

Per la precisione, Nicola, Adorno non diceva, come asserisce la vulgata, che "dopo Auschwitz non si può più fare poesia", ma che dopo Auschwitz non si può fare poesia che non abbia introiettato dentro di sé questa tragedia.

E, Fernando, gli anni saranno 150, non 250, no?
;-)
pedantemente vostro, G.

Scritto da: gianni biondillo | 09/02/06

Cavolo Gianni! è che sono così avanti che già mi credevo di essere nel 2106.


Scritto da: fernando coratelli | 09/02/06

Posted by Davide Bregola at 20:22 | Comments (1)

08.02.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #40

NICOLA LAGIOIA interviene nel dibattito sul romanzo italiano del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.(D.B)
L'intervento di Nicola Lagioia è ripreso anche su LIPPERATURA.

Di Nicola Lagioia

Il romanzo italiano del XXI secolo ci prenderà alle spalle. Sarà abbastanza nuovo da mandare in crisi gli allibratori fino a un secondo prima della sua nascita ma – sfogliandone le pagine – chi ha amato veramente la letteratura saprà contare i cerchi sulla sezione del tronco, e riconoscere i padri, le ascendenze, l’eredità e il sano tradimento. Un’immersione tra i gironi del Pasticciaccio prevede che, tra i cinque o sei dei virgilî disponibili, si incontrino i fantasmi di Dossi e di Lucini. Ma a leggere con l’esasperazione del filologo le Note azzurre non si capisce niente del Gadda che verrà.
Sarà più vicino a Svevo che a Sciascia, perché la società italiana è ormai talmente un nido adamantino di idiozia che per sondare l’occhio del ciclone un confronto in linea retta dà solo risultati riflettenti. Quindi non sarà lo specchio della società, ma la sua essenza, spingendosi in percorsi che la rassegna stampa dei quotidiani – o il blob televisivo – non contemplano. Del resto Todo modo non dice sull’orgia di potere tra Chiesa e Democrazia cristiana più di quanto si sarebbe potuto estrarre da un’attenta, sensibile, intelligente, disperata frequentazione con lo spirito del tempo – ma nel finale della Coscienza di Zeno è contenuto il referto di un intero secolo.
Non avrà colorazioni politiche, almeno fino a quando un chierico rosso o nero o azzurro o bianco ci metterà le mani sopra (per tutti in questo caso vale il Viaggio, di Céline, semplicemente tra i massimi romanzi del secolo scorso e poi, subito dopo la sua uscita, un libro anarchico, antimilitarista, criptomilitarista, fascista, comunista, reazionario, rivoluzionario). Non avrà niente di pedagogico, ovviamente, se non a posteriori. E, se proprio dovrà esserne costretto, utlizzerà senza nessuno scrupolo sociologia, psicologia, ecologia, massmediologia, telecrazia, tecnologia, filosofia a soli fini letterari, avendo come risultato finale non la letteratura, ma l’uomo.
Lo riconosceranno subito i lettori sensibili per le ragioni giuste e gli editori per quelle sbagliate (e questo per gli editori alla fine è un merito, perché è assurdo pretendere che un editore sappia quello che fa, l’importante è che lo faccia). A questo punto, mi rendo conto, si può chiamare in causa Robert Denoël: ma si tratta di un santo, e i santi non fanno statistica.
Non lo riconoscerà affatto invece, temo, l’attuale generazione di critici letterari. Non li ho mai visti ridere a crepapelle né infuriarsi per le ragioni giuste, né essere davvero scontenti di se stessi né conquistare la statura delle vere tirannie. Si tratta dunque di burocrati. Un libro può ancora smuovere qualcosa nella loro coscienza ma non ha più speranza di cambiargli la vita.
Un burocrate della letteratura non è comunque totalmente inservibile, la circostanza di aver abdicato alla vita può essere emendata (soltanto in parte) dalla speranza che i pallottolieri della propria scrivania vengano mossi dalle dita di una cultura solidissima. Ma la cultura dell’attuale generazione di critici letterari (per non parlare dei professori universitari) di solito fa acqua da tutte le parti. Chi si salva, è costretto ad annaspare nella palude dei colabrodo altrui.
Sopravvivrà il romanzo italiano del XXI secolo a tutto questo? Certo, come ha sempre fatto la letteratura e l’arte in generale. Otto Dix si alimentò del pantano di Weimar e dalla noia della Restaurazione francese venne fuori Il rosso e il nero.

Nicola Lagioia (Bari, 1973), ha collaborato con diverse case editrici, lavorato come ghost-writer, scritto sceneggiature.
È autore di Poesia on-line, volumetto allegato all’Annuario della poesia italiana curato da Giorgio Manacorda (Castelvecchi, 2001).
Per minimum fax ha pubblicato nel 2001 il suo primo romanzo, Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi). Un suo racconto è comparso nell'antologia Patrie impure di Rizzoli e nel 2004 ha pubblicato per Einaudi Occidente per principianti. Attualmente dirige Nichel, la collana di narrativa ialiana di minimum fax, collabora con la rivista "Accattone", scopre talenti, scrive reportage. Il suo libro più recente, pubblicato da Fazi s'intitola Babbo Natale


Posted by Davide Bregola at 12:08 | Comments (0)

07.02.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #39

Stefania Leo interviene nel dibattito sul Romanzo del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.(D.B)

Di Stefania Leo

Quando vado in metropolitana sbircio le costole dei libri che la gente tiene in meraviglioso equilibrio, mentre viaggia verso casa, compressi come sardine in un vagone sporco e puzzolente alle sei del pomeriggio. La hit parade è davvero sconofortante. Inutile dire che primeggia Dan Brown. E non è sempre per prendersela con Dan Brown. Però…
La premessa da cui vorrei partire per fare questo intervento su cos’è (o cosa dovrebbe essere) il romanzo del XXI secolo è questa: bisogna prima capire che, parlando di un romanzo simbolo di un’epoca, è necessario parlare di un bel romanzo.
Leggendo gli interventi che mi hanno preceduta, ho notato che si parlava di molti romanzi, anche molto distanti fra loro per genere o successo editoriale. Si parlava degli effetti che un buon romanzo dovrebbe avere. Si parlava dello scopo o della funzione sociologica del romanzo, ma non della componente più importante: la bellezza. Come ha scritto Francesco Dimitri, il libro è un prodotto (dura, ma è così) che il lettore compra (e anche a caro prezzo) e che consuma nel suo tempo libero. Ergo, ha il pieno diritto di non essere truffato: ha il pieno diritto di leggere qualcosa che lo astragga dallo schifo, dalla routine, dalla vita quotidiana. Ha il pieno diritto di leggere qualcosa di bello.
Faccio quotidianamente valutazioni su cos’è un buon prodotto editoriale. Come dobbiamo proporre questo libro alla stampa, qual è il concetto alla base del lancio di questo romanzo. Insomma, si fa di un prodotto che dovrebbe essere semplicemente bello e divertente una pura questione di marketing. Il bello viene quando il libro è bello e secondo te, anche solo mandandolo ai giornalisti/critici/addetti ai lavori, dovrebbe essere accettato quasi ad occhi chiusi (o forse, ad occhi ben aperti, col cuore entusiasta). Beh, al 90% dei casi ciò non succede. Torniamo così a Dan Brown.
Ulteriore premessa. Abbiamo tutti il sacrosanto diritto di criticare un romanzo anche senza averlo letto perché così non critichiamo un romanzo, ma un’idea di romanzo. E, per quanto mi riguarda, Il Codice da Vinci e compagnia è un’idea di romanzo davvero malsana.
Tuttavia sempre rivedendo la famosa top ten metropolitana, pare che il lettore medio tragga infinito godimento da questo tipo di consumo. E così si susseguono le costine di Verità di Ghiaccio ecc. Poi un giorno ti capita di incontrare un ragazzo dalla faccia pulita con in mano “Ogni cosa è illuminata” di Jonathan Safran Foer. L’idea di romanzo che secondo me assimila in sé bellezza, necessità di evasione, appagamento e urgenza di narrazione è proprio quella di Foer. Sia nel suo primo che nel secondo romanzo, Foer – così come tanti altri: Cristiano Cavina piuttosto che Ugo Riccarelli piuttosto che Demetrio Paolin piuttosto che Francis Scott Fitzgerald - ci dimostra come per fare un bel romanzo sia necessaria una sola cosa: la Storia Definitiva.
Cos’è: la storia definitiva è quella storia che parla da sempre nella testa (e nel corpo e nell’anima e nella vita) degli scrittori. È una storia che, per dirla con Giampaolo Serino, lascia i lividi – perché è Vera, come solo una storia pulsante può esserlo, con tutti i limiti pregevoli imposti dalla finzione; perché per forza di cose incorpora la realtà che attraversa il suo creatore e la riveste della magia della narrazione e della fantasia. La storia definitiva gioca con la realtà, prende in giro le nozioni di filtro narrativo, sospensione dell’indredulità, contratti di veridizione. La Storia Definitiva ti attraversa, parlando la lingua dei millenni narrativi che gli uomini hanno masticato tra loro, insieme alla carne cruda e alle patate del nuovo mondo.
Ora, cos’è il romanzo del XXI secolo. Mi sono occupata del romanzo postmoderno nella tesi “54: connessioni postmoderne per Wu Ming”. In questo lavoro ho analizzato il romanzo “54” dei Wu Ming attraverso la puntigliosa e pruriginosa lente della’analisi semiotica e semantica. Ho avuto l’ardire di accostare anche alcuni concetti di critica e sociologia per ottenere una presa diretta sulla realtà letteraria del collettivo bolognese.
Ciò che ho avuto modo di concludere è che il romanzo postmoderno – e quindi, anche contemporaneo, senza alcuna pretesa di esaustività teorica – rappresenta un coacervo di generi e narrazioni, slegati dal tempo, capaci di incorporare realtà molto differenti e distanti tra loro. Banale, ma è così. Ecco dunque l’emergere delle Pecore Nere della Laterza; ecco dunque Il Catalogo delle Voci di Davide Bregola. Ecco la casa editrice E/O, nata pubblicando autori dell’Est. Ecco il filoamericanismo letterario dei Minimum Fax. Ecco i blogger dell’Untitl.ed. Ed ecco la motivazione del loro successo: scandagliando la realtà, questi libri mettono in contatto i lettori con mondi altri, in un gigantesco rizoma che, per definizione, non ha un ordine di ingresso né di utilizzazione. Dicevo, commentando l’intervento di Demetrio, assertore dell’ircocervo narrativo, che è il lettore oggi a doversi trasformare in un ircocervo, capace di miracolose mutazioni cerebrali e assimilazioni narrative transgenere per far fronte alla sterminata mole di voci (e, in alcuni casi, di Storie Definitive) che quotidianamente viene pubblicata.
Bisognerebbe pubblicare di meno? Non credo, il lavoro di ricerca e cesello che l’editoria, specie la piccola editoria, fa dell’universo narrativo è estremamente prezioso, in un mondo che ha perso le grandi voci (o meglio, le grandi narrazioni), anche se quotidianamente si tenta una ricostruzione attraverso le terze pagine dei quotidiani. Non più credibili, ormai.
Gli scrittori capaci di trasporre il modello di fruizione rizomatica nel proprio romanzo (grandi in questo i sopracitati Wu Ming, piuttosto che lo stesso Foer in “Molto Forte, Incredibilmente Vicino”) vincono la scommessa di questo tempo perché fungono da specchio all’aspetto rizomatico della cultura di chi si accosta al libro.
Secondo me, il romanzo del XXI è rizomatico, complesso eppure incredibilmente vicino.
Ed è assolutamente bello, definitivo.

Stefania Leo, nata nel 1982, vive e lavora a Roma. Fonda insieme ad altri studenti di Scienze della Comunicazione de "La Sapienza" di Roma il sito di informazione editoriale www.raramente.net, "la cosa più bella della mia vita, un laboratorio in cui giocare con la letteratura e le idee". è il responsabile comunicazione della Giulio Perrone Editore (www.giulioperroneditore.it) e nel tempo libero gioca a fare la studentessa, specializzanda in Scienze della Comunicazione.
Gestisce il blog http://swingingliterature.splinder.com.

Posted by Davide Bregola at 12:23 | Comments (11)

05.02.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #38

Francesco Sasso, dopo diverse discussioni in e-mail e una chiacchierata autunnale sul Grande Romanzo Italiano del XXI secolo, interviene nel dibattito.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.(D.B)


Di Francesco Sasso

“Come sarà il romanzo del 21° secolo?”
Di fronte a questa domanda vado in stallo, apro le braccia e dichiaro: non lo so!
Posso però affermare che il romanzo ha, e avrà sempre, un solo punto d’abisso, all’interno di uno spazio ancora più oscuro, da cui partire: l’uomo. Un uomo che è di per sé finito, ma che è chiamato ad assistere a quest’infinito universo. Per cui, ogni suo gesto è, o dovrebbe essere, pensato illimitato; altrimenti patisce, cessa di sperare quando ne percepisce o ne scorge la finitezza. Da questo conflitto nascono le innumerevoli lacerazioni dell’anima e del sogno, nasce la scrittura.
Ed è partendo dall’uomo che si prefigura nella mia mente l’immagine di un romanzo che è sempre alla ricerca di un punto fermo e atemporale della realtà. Un romanzo con sempre nuove campionature linguistiche, con cadenze mutanti, con molteplici forme e suoni. Un romanzo che cerca continuamente di spostare i confini tra natura e società. Un romanzo d’ambienti dilatati, di possibilità inevase, di necessità e libertà. Un romanzo che contamina il lettore d’inquietanti interrogativi e che lascia pensare all’esistenza di un incolmabile vuoto tra teoria e realtà. Un romanzo che rappresenta la somma delle possibilità del suo tempo, ma è anche un’accumulazione distinta di tempi intermedi e l’espressione assoluta d’atemporalità: condizione contraddittoria questa, come quella dell’uomo nell’universo. Un romanzo che ha in sé il germe del relativismo e del Mito (altra contraddizione); che mostra le cadute della “macchina” sociale che non ha più motivo d’essere, e che prospetta un’allucinante terra di nessuno in cui il lettore è costretto ad aggirarsi alla ricerca di sé. Un romanzo che, per concludere, si basa sulla Parola vera, che aspira a non essere rovesciata in falsa Parola.


Francesco Sasso, nato nel 1974 ad Alberobello (Bari).
Prossimo alla Laurea in Lettere moderne.
Suoi scritti sono dispersi qua e là dal tempo e dalla contraddizione.
Collabora con Musicaos.it e cura l’opuscolo letterario Retroguardia.

Posted by Davide Bregola at 12:57 | Comments (13)

04.02.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #37

Saverio Fattori interviene nell'inchiesta sul Romanzo Italiano del XXI secolo.
Tutti gli interventi pubblicati si trovano cliccando QUI.

Di Saverio Fattori

Non so, trovo che in qualche modo l'opera di Houellebecq (quindi esco dall'Italia) sintetizzi bene la nostra epoca. Mi irrita e mi dà una cuccia calda e malaticcia.
Ma quale oggettività in queste sentenze da dopo cena?
In realtà cerco giustificazioni esterne a convinzioni già radicate dentro di me, che si manifestano più o meno in coscienza. E' dunque solo questo che chiedo alla letteratura? Solo questo? Non so...
Ragionando sulla letteratura in senso lato, senza sezionarla geograficamente, mi chiedo se sia sufficiente ricreare su carta emozioni legate alla condivisione di un comune sentire per trovarci di fronte a un’opera riuscita.
Ricordo i mormorii di eccitazione in sala durante la proiezione de L'ULTIMO BACIO di Muccino. Eiaculazioni precoci, Muccino Santo Subito... e una frase forte e chiara che aleggiava sulle nostre teste:
SISSI' E' PROPRIO COSI' LA VITA E COSI' NOI SIAMO COSI'!!! EVVIVA MIRACOLO!
All'uscita di TRAINSPOTTING un bravo giornalista (mi pare Ghedini) scrisse che ERA TROPPO FURBO PER ESSERE UN CAPOLAVORO.
Oggi più che mai capisco il senso di quella sentenza. E capisco che rimane valida per ogni forma d'arte.

Ci si dibatte come insetti impazziti tra i sostenitori dei narratori di storie e i fans di un uso più intimista e masturbatorio del mezzo. Si è colti dal ragionevole dubbio che l'unico strumento di offesa efficace per colpire il nucleo molliccio e disgustoso del nostro presente possa essere il noir. Non siamo usciti vivi dagli anni ‘80, usciremo vivi dal noir? Il fatto che gente con le palle quadre abbia gestito le potenzialità del genere al meglio, ha fatto sì che la cosa non prendesse pieghe scandalose. Questi libri mi scuotono, li leggo avidamente.
Però ha riportato la materia letteraria a schemi riconducibili ad automatismi fissi, quelli giallistici per intenderci, in un certo senso a REGOLE. Le regole del "genere".
La letteratura si occupa di esistenze. Di vita pura.
La vita è un magma, percorsi rettilinei per un cazzo, confusi, insensati, con troppi colpi di scena messi giù da uno sceneggiatore fatto di speed ball (eroina+cocaina).
O senza colpi di scena, arida e ciclica.
Mettere un elemento apparentemente inutile a pag. 6 e farlo riemergere a pag. 172 dà sicurezza e tonicità al romanzo. Tutto deve essere poco faticoso e soddisfacente. Si ha paura di creare dispersione di materia, tutti i cerchi devono chiudersi. Il lettore non deve mai scorrere le pagine a ritroso con un grosso punto interrogativo nel cervello.
Ma riprodurre all’infinito meccanismi già clinicamente testati è un po’ come circoscrivere la vita delimitandola con un gesso bianco. La fa in qualche modo "cadavere".

Come lettore cerco una scrittura elettrica, frasi mai inutili, voglio scrittori a soglia critica altissima, severi con sé stessi fino alla malattia, che sappiano castrarsi. Con il cappio montato in salotto e un concetto sulla punta del cervello che non si decide a concretizzarsi e un avverbio in …mente che pare invincibile.
Mi chiedo quanto abbia senso pretendere una gestione del proprio ombelico da artista (questo termine è orribile, penso a persone che non scopano mai e nemmeno mangiano e muoiono sudici&suicidi) o privilegiare l’approccio artigiano (questo termine è orribile, penso alle aziende del nord est, lo straordinario in nero, l'evasione fiscale, la golf turbo, la lap dance).
Di certo non mi accontento di una bella soluzione verso i 3/4 del libro, voglio aprire una pagina a cazzo e leggere cose buone. Non so aspettare, forse perchè sto diventando vecchio e il tempo ha un diverso valore.
La letteratura è anche una questione che ha direttamente a che fare con il nostro tempo residuo.

Saverio Fattori ha pubblicato ALIENAZIONI PADANE per Alberto Gaffi, scaricabile su http://www.iquindici.org/download.php?list.19.
Collabora, scrivendo recensioni letterarie, con http://www.blackmailmag.com/


Posted by Davide Bregola at 19:06 | Comments (0)

03.02.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #36

Tonino Pintacuda interviene nel dibattito sul Romanzo Italiano del XXI secolo. L'intervento è apparso anche nel suo blog personale il cui indirizzo è posto sotto al nome e cognome riportato di seguito.
Tutti gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html

Di Tonino Pintacuda
http://toninopintacuda.splinder.com/

Per me il romanzo del XXI secolo sarà la traduzione in parole di questo:
http://www.artchive.com/artchive/c/campin/merode_altarpiece.jpg

L'altare di Merode di Robert Campin è già stato analizzato in lungo e in largo, sino a diventare metafora dello stesso processo interpretativo.

Il lettore è Giuseppe, intento a forare quel pezzo di legno, i critici
saranno i due committenti, che cercano invano di cogliere il mistero dello scrivere, la Grazia è lì, quel pargolo divino che scende dalla prima finestra senza infrangere il vetro, l'autore è l'uomo col cappello e la barba, lì sullo sfondo a vedere che visione del mondo ha prodotto il suo romanzo.

Come sarà il romanzo prossimo venturo è una domanda pericolosa e fuorviante, tanto da non poter essere schivata: dovrà essere un romanzo capace di fare memoria di quello che è stato, della storia millenaria della scrittura che già Platone stigmatizzò e profumò col suo periodare perfetto, sarà un romanzo sapido, non ci saranno morali da cogliere né enigmi da risolvere.
Incarnerà la voce del tempo che l'ha prodotto, sarà un romanzo s