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27.02.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #48
ROBERTO GIGLIUCCI interviene nell'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.
Ragiono per esperienza personale (di autore, più che di critico), quindi non mi vergogno di essere parziale.
Ritengo che il romanzo oggi abbia superato prove terribili, che non lo hanno ucciso né sfibrato, ma reso una sfinge problematica pure vivente. Il romanzo, nel secolo scorso, ha inglobato l'antiromanzo, la sperimentazione a tutto campo, la competizione con la narrazione audiovisiva, il revival neoclassico postmoderno. Non è corretto dire che sia passato indenne attraverso tutto questo, ma certo non è morto. Qualcuno, molti, tanti, tutti sentono ancora il bisogno di leggere un romanzo.
Dunque: il romanzo c'è, più che mai, ma non può esimersi da un pensiero su se stesso.
Allora: il romanzo di oggi è sempre un pensiero autoriflessivo, quando è romanzo di valore, ovvero fragile. Non nel senso di metaromanzo, ma in quello dell'autocoscienza anche sfigurata.
Certo, alle domande su se stesso il romanzo non sa rispondere in forme univoche. Sembrerebbe ad esempio che il romanzo tradizionale, narrativo, possa perfettamente convivere con la narrazione cinematografica, anzi interagire con essa in forme sempre più osmotiche. Anzi, al giorno d'oggi certe forme di romanzo neo-sperimentale paiono più obsolete di quelle più classiche. D'altra parte, a che serve narrare per iscritto in un regime comunicativo di immagini visibili dominanti su quelle immaginate? Ad es., in una chat-line, se sei senza web-cam, non ti vuole nessuno. Che vuol dire? Che non si vuole più immaginare, ma soltanto vedere? Forse. E allora il romanzo cosa può descrivere? La risposta giusta parrebbe: nulla. Eppure è subito smentibile. Proprio perché l'immagine visibile domina, il serbatoio dell'immaginazione si scarica tutto sulla pagina scritta, che non perde valore ma si arricchisce.
Insomma, il romanzo pare inutile eppure bisogna scriverne ancora.
Ma quale può essere il romanzo ideale di oggi? Segnerei alcune priorità:
- la prima riguarda la scrittura. Mi pare che nei romanzi italiani più recenti la scrittura latiti spesso in modo preoccupante. Il depauperamento della scrittura, fino alla sua assenza di espressività, è uno dei tratti più gravi della difficoltà del romanzo. Quindi il romanzo deve recuperare la scrittura, questo è il suo primo pensiero, oggi.
- la seconda riguarda la libertà. Non c'è nessuna coazione ad essere avanguardisti come non ce n'è ad essere neoclassici. Non si deve aver paura della libertà, in questo senso, e smetterla di ridurre il dibattito letterario a una guerretta di fazioni, importando lo stile tifoso-calcistico nella letteratura, come mi pare si faccia quotidianamente.
- la terza riguarda la solitudine. Non si può pretendere di scrivere nel caos. Non si può pensare al prodotto letterario come a un prodotto merceologico. La sua destinazione è ambigua e incerta. La sua realizzazione è solitaria e faticosa. Lo scrittore è Filottete, non il furbo Ulisse. Lo scrittore non è un mestiere. Lo scrittore non deve esserci, non deve farsi vedere, non deve stare in mezzo, avere conoscenze, alleati, nemici. Lo scrittore, al limite, non deve pubblicare. Certo deve scrivere, e recuperare un minimo di eroismo tragicomico in un mondo farsesco e banale di enfasi sulla presenza e la visibilità.
Tenute presenti queste priorità, allora e solo allora si può pretendere di scrivere un romanzo oggi.
Grazie, un saluto
Roberto Gigliucci ha pubblicato un romanzo, Finché siamo giovani, AM Marotta editore, 2004, nonché poesie e racconti. Fa il filologo e i il critico letterario, è ricercatore all'Università di Roma La Sapienza. Collabora all'Indice dei libri del mese, a Stilos, alle pagine culturali di Liberazione e ad altre testate.
Posted by Davide Bregola at 27.02.06 10:32