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13.02.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #42

Luciano Pagano interviene nel dibattito sul Romanzo del XXI secolo.
Tutti gli interventi pubblicati si trovano QUI.
La lettera aperta da cui è partito tutto si trova QUI.

Di Luciano Pagano

Il romanzo nel XXI° secolo.

[Un giorno qualunque. “Ma lei esattamente cos vorrebbe fare?”, “scrivere, scrivo per un sito internet, scrivo per una rivista”, “ah, lo scrittore, interessante, sa, io ho letto il Codice da Vinci…e lei?”, “No, non l’ho ancora letto”, “Ma come, lei scrive libri senza aver letto il Codice da Vinci?”.]

Lavoro, Opera, si ruota attorno ad un concetto che è quello di romanzo, senza parlarne perché l’oggetto stesso è lì, dovunque. Secondo me il romanzo del ventunesimo secolo è in corso di scrittura, mi piace il concetto di “impossibile da essere tradotto in prodotto cinematografico”, con un appunto, se l’industria cinematografica mette gli occhi su un soggetto allora è solo una questione di tempo e/o denaro perché quel soggetto prenda concretezza cinematografica. Sono riusciti a fare un film con la vita privata di T.S. Eliot, forse era difficile trarre un film dalle vicende narrate in The Waste Land, poema che parlava in anticipo delle macerie oltre le quali – a torto o a ragione quando si parla di postmoderno – avremmo cominciato solo oggi ad intravedere un orizzonte.
Io sono combattuto dal desiderio ambivalente di avere scritto o meno un romanzo nel XXI secolo, che tenta di uscirne fuori. Quando leggo un romanzo devo sentirmi in casa mia un attimo prima di esserne cacciato fuori. Un romanzo del genere non è collocabile in un secolo particolare, anche perché fuoriusciti dalle letture imposte dal canone degli studi superiori, basta leggere Sterne per rendersi conto di quanto di possa essere sempre un passo avanti alla comune comprensione della forma e del contenuto del romanzo a noi contemporaneo, lontanissimi e vicinissimi, comprensibilissimi e ignoti allo stesso livello. Ecco, il romanzo del XXI° secolo dovrebbe cogliere quest’atmosfera favorevole che consentirebbe di trovare lettori che siano tali, il romanzo come fenomeno di massa senza essere specificatamente concepito per tale scopo, intuendo una scorciatoia nello stile. Il nostro secolo (è in questo che sono capitato, da qui posso rendere ragione) vive nel fraintendimento di romanzi resi stereotipi del non-lettore, donchisciotte = mulini a vento, ma dove sono i mulini a vento (quasi subito) e che ruolo giocano in una vicenda che si svolge nella vita del suo autore (come biografo/biologo del proprio romanzo)? gulliver=i nani e il gigante, e basta? la Recherce=? Ecco perché scava scava, anche tra i classici della letteratura, tra i romanzi dei secoli scorsi, rivelano più soprese quelli di cui si sente meno parlare? Il romanzo del XXI° secolo dovrebbe saper correre, nello stesso tempo, un doppio rischio, quello cioè di rispondere a queste domande, nella forma e nel contenuto, e allo stesso tempo di lasciarle tutte in sospeso. Allo stesso modo la questione “il romanzo del XXI° secolo” dovrebbe essere così coraggiosamente sostenuta da protrarsi, nella sua discussione, fino alla metà del secolo in questione, senza dimenticare che l’epoca in cui viviamo viene immediatamente dopo (per parlare di romanzi) un’epoca dalla quale sono usciti capolavori di opere-non-opere, opere in corso, romanzi non-romanzi, (dal Kafka del Castello o del Processo, alla Finnegan’s Wake di Joyce), oppure nel quale sono stati condotti esperimenti di scrittura che secondo me potrebbero ancora regalare spunti, autori come Claude Ollier, ad esempio. Il secolo, per concludere, salva ‘provvisoriamente’ alcune opere piuttosto che altre. Dal secolo scorso, ad esempio, si sono salvate opere così poco corrispondenti ad alcun canone, come “Sotto il vulcano” di Lowry. E oggi?

Luciano Pagano, trent’anni, vive a Lecce. E’ direttore della rivista elettronica Musicaos.it (nata nel 2004) e fa parte della redazione di Tabula Rasa (Besa Editrice), rivista dedicata alle scritture invisibili. Si è laureato in filosofia con un tesi su “La società del controllo” e il pensiero di G. Deleuze e F. Guattari. Di prossima uscita una silloge di poesie nell’antologia “Il volo del calabrone” (Giulio Perrone Editore) e il romanzo intitolato Motoproprio.

Posted by Davide Bregola at 13.02.06 09:25

Comments

Dalla lettura di molti interventi letti in questo contesto, credo di poter rilevare una costante che, a mio avviso, è un grande equivoco.
Lo espongo in forma interrogativa:
perché si considera la narrativa come un pretesto per fare sociologia o antropologia?
Ovviamente la domanda è retorica, in un certo senso. Perché io una risposta me la sono già data.
Il danno viene da due fonti principali: i critici e la scuola.
Per anni ci hanno mostrato solo un aspetto laterale, eventuale, non sufficiente né necessario della letteratura. Ovvero la sua interpretazione sociologica, antropologica se non, in certi casi, politica o "culturale".
Quando l'unica condizione necessaria e sufficiente della "buona" letteratura è il "piacere".
Il piacere della lettura.
Che non deve essere confuso con il "compiacimento" egotico del secchione che ha capito, dell'appassionato di enigmistica che ha risolto o dello scienziato che ha scoperto. Ci sono le scuole, per i secchioni; ci sono le riviste specializzate, per gli enigmisti; ci sono matematica, antropologia, sociologia e quant'altro per gli scienziati.
Per favore, in mezzo a tutto questo, non ci mettiamo la letteratura. Che non serve a lenire le frustrazioni di chi non era abbastanza bravo a scuola, e in preda a un irrisolto complesso di colpa nei confronti di mamma e papà, non riesce a darsi pace; non serve a lenire la dissonanza cognitiva del complessato che non si sente abbastanza intelligente o soffre il fatto di non avere soldi, o di non essere troppo bello; di chi voleva fare l'astronauta, lo scienziato o il calciatore; no.
La letteratura è piacere, piacere puro. E basta.
Per belli e brutti, ricchi e poveri, stupidi e intelligenti.

"Benché si legga con la mente, la sede del piacere artistico è fra le scapole. [...] Lo studio dell'impatto sociologico o politico della letteratura deve essere stato escogitato soprattutto per quelli che, per temperamento o educazione, sono immuni dalla vibrazione della vera letteratura, per quelli che non sentono il brivido rivelatore fra le scapole. (Ripeto per l'ennesima volta che è inutile leggere un libro se non lo leggete con la schiena.)
Vladimir Nabokov

Posted by: gionni at 13.02.06 18:39

Caro Gionni
seguendo il filo del tuo ragionamento: "Quando l'unica condizione necessaria e sufficiente della "buona" letteratura è il "piacere".
Il piacere della lettura ti potrei dire che per il piacere".
Ti devo dire che a me dà più piacere bere una buona bottiglia di vino ROSSO e frequentare una bella ragazza. Alla letteratura chiedo di più. Capisco il tuo punto di vista, ma non lo condivido. Troppo semplice ridurre la letteratura al semplice godimento della lettura. E' di più... e io, personalmente, la legnata di un buon libro la sento partire dallo stomaco, salire fino al petto ed esplodere dentro... facendomi male… molto male.
Ma la mia esperienza non esclude la tua.

Posted by: Francesco Sasso at 13.02.06 20:04

come ho detto, ci sono cose che servono per alcune cose e cose che servono per altre cose.
per le esplosioni ci sono le pistole, ad esempio.

(p.s. @sasso: non mi accusare di essere di cattivo gusto, ti prego.)
(p.p.s. @sasso: avendo avuto un nonno contadino, il vino rosso non lo sopporto in quanto anche il solo odore mi ricorda troppe storie di povertà, disperazione e sfruttamento. e difficilmente mi dà piacere frequentare le belle ragazze. mi dà piacere scoparmele.)
(p.p.s.s. @bregola: se reputi sia stato eccessivo, o abbia usato un linguaggio che non ti aggrada; se volessi, in definitiva, cancellare questo mio commento, non avrei nulla da obiettare.)

Posted by: gionni at 13.02.06 22:21

gionni diciamo così. Ci sono alcuni che provano "piacere" leggendo i demoni di dostoevskij oppure il paradiso perduto di milton. Altri che provano piacere leggendo Il codice, oppure Il cammino di Santiago, oppure Wilbur Smith. Io per me, per quello che mi riguarda, rispetto entrambe le posizioni. Credo di essere stato fortunato a scuola, nel senso che la mia prof del liceo ha semrpe cercato di comunicarci il piacere dei libri che andavamo studiando. E ti assicuro che letto con il giusto sguardo anche i promessi sposi diventa un romanzo potente e piacevole. Ma se tu mi chiedi: quale è il romanzo più bello prodotto dall'ottocento italiano, io ti rispondo Pinocchio.

Gli interventi che vedi qua e che Davide sta raccogliendo sono interventi dove ognuno ci mette del "suo", suo come vissuto, come esperienze di lettura, di vita e, perché no, di lavoro.
Sarebbe interessante, e lo dico sinceramente, leggere il tuo di contributo, dire a tutti cosa ti aspetti tu, sul romanzo del XXI secolo, provare a dare una visione di insieme alle cose che stai dicendo in molti commenti. ecco, grazie.

d.

Posted by: demetrio at 14.02.06 08:53

non credo ci sia bisogno di un mio intervento. penso di aver già parlato abbastanza. forse troppo.
inoltre, le mie sono opinioni di un lettore, non addetto ai lavori, senza nessuna preparazione specifica eccetera.
mi sento libero di farlo, finché il gestore del sito me lo permette.

venendo alla sostanza, io non parlo di libri in particolare, parlo di approccio. non sono assolutamente uno di quelli che spara a zero sui promessi sposi ad esempio. parlo di approccio, ripeto. se i promessi sposi vengono presentati come una "storia", una "narrazione", è ok. ma se si presentano solo come un "documento", da studiare, analizzare eccetera, allora non mi piace. insomma, l'importante è godere. poi, i modi in cui si gode sono moltissimi ed eterogenei. in ambito sessuale, ad esempio, c'è la coprofagia, la necrofilia e via discorrendo.
l'importante è che uno vedendo il libro chiuso sul suo comodino non pensi "ora mi prendo sta medicina, che fa schifo ma fa bene", ma pensi "evvai! mo me te magno!".

Posted by: gionni at 14.02.06 09:26

Gionni
scusa la velocità, ma devo correre a lavorare (sono sempre in ritardo).
Sul libro, chi ti dice, per esempio, che la lettura di "Una questione privata" di Beppe Fenoglio (ieri ho iniziato a rileggere il testo) sia per me una medicina amara da prendere a forza? Anzi… non riuscivo a sganciarmi dalla pagina. Ma il piacere era anche dolore (vedi il pezzo in cui si racconta del prigioniero caporale che grida “viva al Duce”, e prima di essere fucilato dialoga con il partigiano, che da lì a poco lo farà fuori).
Il piacere/dolore è causato non solo dalla storia (oggi si dice plot) anche dallo stile del nostro, dalla lingua, dalla struttura dei dialoghi, del testo. Piacere e dolore, sempre. Anche il dolore di chi dice: cazzo: come ha fatto a farmi cadere in quella pozza di nebbia fitta come un mare di latte?
Insomma si gode a 360°.
E credo che un libro scritto in inglese, anche se ben tradotto, non mi fa godere a 360°. E’ monco, non sono in grado di godere la lingua del nostro, per esempio. Dovrei conoscere bene l’inglese. E poi mi dico (pensierino della sera, prima di addormentarmi) che lo stile di Fenoglio è da romanzo del ventunesimo secolo.
Chiaro, io non desidero criticare i gusti di nessuno. Riporto una mia esperienza. Nulla di più.

CMQ sarebbe bello leggere un tuo contributo, gionni.

Ritornando a Luciano. Il suo è un ragionamento non proprio sociologico.
Scappo.

Posted by: Francesco Sasso at 14.02.06 10:32

c'è il masochismo, certo. e non scherzo.
comunque, non credo che sarei mai motivato a scrivere un intervento. anzi, lo troverei completamente contrario agli stimoli, alle motivazioni che mi spingono a dire la mia in questo blog, sito o quello che è.
sono laureato in legge e faccio l'avvocato.
mi piace leggere, ovviamente.
e mi piace argomentare facendo uso di tutti gli strumenti dialettici a mia disposizione.
non ho nessun motivo per scrivere un mio intervento. non ha ragion d'essere. proprio da un punto di vista ontologico. o teleologico. o appercettivo. vabbè, dai, sto ridendo...

Posted by: gionni at 14.02.06 11:08

Carissimo Gionni, anzi, gionni e basta, i nomi e cognomi non importano, presupposto della rete, oltre un certo limite, è la preponderanza del messaggio che prevarica il mezzo,
ci ho pensato ventiquattrore perché l'istinto a volte può fregare, ma ci ho pensato giusto perché in parte sono d'accordo con te, specie quando dici che non sei un critico, ebbene,

1) la letteratura non è il pretesto per fare antropologia o sociologia, semmai i letterati, o meglio, gli scrittori e gli appassionati di scrittura sono persone, e come persone sono calate in un mondo che è società (sociologia) con altre persone (antropologia), cosa vuol dire? Che se qui dovessimo parlare soltanto di letteratura allora parleremmo più di tecnica o di letteratura e scrittura in senso stretto, senza metterci la passione e la vita;

2) dici che questi discorsi, in soldoni, esulano dalla possibilità di fruire in modo passionale, cioè più e spontaneo e naturale, la letteratura e la scrittura, ti faccio un esempio: facciamo finta che tu finisca su un forum in rete dedicato alla pesca, tenuto da appassionati pescatori e professionisti pescatori, in una discussione dove tutti parlano della migliore tecnica per adescare il pesce gatto, verrai preso in poca considerazione se ti alzerai tuonando morbidamente che la pesca è sport e che la tecnica o altri discorsi la sviliscono, morale: perchè dire questo su un forum dove vengono postati gli interventi di pescatori? Ben venga il suggerimento di Francesco Sasso, passa il Rubicone! anzi no, Hic Rhodus Hic Salta!, dacci la tua versione di romanzo del XXI secolo, perchè a questo punto la curiosità è diffusa e fiduciosa!

3) io ho cominciato a scrivere in rete recensioni di libri, e poi articoli di critica e interventi, cercando di parlare in taglio poco giornalistico dei libri che leggo, delle letture che cerco; ebbene, ho studiato filosofia e può darsi che non abbia tutte le stellette che ci vogliono sul giubbino, mi risulta anche che sei anni fa io lavorassi per un certo periodo in un pastificio, come qualche altro scrittore abbia fatto l'operaio lattoniere o il commesso prima di mettersi a scrivere di letteratura, e oggi ti rispondo alle 22.55 perché ho lavorato fino ad un'ora fa da stamattina, ebbene, la rete da una certa libertà in tal senso, ma sempre nella coscienza e consapevolezza; in poche parole, sei avvocato e ti piace argomentare, ma non credere che saremmo qui - credo che sia comune a tutti - senza passione per ciò che leggiamo,

"Quando Dio ti condede un dono, ti consegna anche una frusta; e questa frusta è intesa unicamente per l’autoflagellazione." Truman Capote, Musica per camaleonti

Posted by: Luciano Pagano at 15.02.06 22:55

penso di essere stato pesantemente frainteso.
o forse ho convinzioni sbagliate.
comunque, bando alle ciance, dico quello che penso: mi fa specie, e scusa la sincerità, luciano, che tu mi vieni a parlare di tecnica.
insomma, trovo fortemente a-tecnico iniziare un racconto partendo dalle "proprie" riflessioni sociologiche e antropologiche. infatti, sociologia e antropologia, lungi dall'essere quello che tu dici, sono due branche precise della scienza. spesso purtroppo i romanzi che partono con questi stimoli, con queste premesse, sono pallosissimi e tristemente ridicoli, tristemente ingenui.
e irritanti.
come se le riflessioni di chi scrive valgano di più di quelle di un qualunque uomo della strada.
è questo che mi infastidisce.
la tecnica è altro.
in italia non si ha, purtroppo, una tradizione di creative-writing. e tutto quello che si dice quando si pretende di fare un corso di scrittura per la narrativa, sono grandissime puttanate, figlie della critica e della scuola italiana.
pertanto, credo che i nostri punti di vista siano veramente antitetici. soprattutto se pensi che il mio sia un approccio a-tecnico. o passionale.
insomma, se a uno non piace leggere, perché dovrebbe? per sentirsi figo? che dietro tutto questo ci sia una ricerca di una coolness diversa, nuova?
grazie, io non voglio essere figo.
non lo sono mai stato e non mi interessa.
mi piace leggere. punto.
e se ho delle curiosità antropologiche o sociologiche mi leggo un saggio. non un romanzo. perché a me mi (ci) devi dare una storia.
e non me ne frega niente di quello che pensi, o di quanto ti senti profondo.

(la veemenza non è altro che una scelta di stile, luciano, nient'altro che questo.)

Posted by: gionni at 16.02.06 06:33

(cerco di usare poche parole per non essere frainteso nemmeno io)

Leggere come segno di coolness! Non credo, non in Italia, non adesso, forse la rete ti ha distorto nel giudizio, a me capita di appassionarmi nella lettura, e non in maniera indotta, ma perché mi piace leggere e basta. Qual'è l'ultimo libro che hai letto? Come ci sei arrivato? Ti è piaciuto?

comunque la veemenza se la scaglia in aria ti torna in testa e senza risposte alle domande, sempre che nelle storie, con passione, tu cerchi anche risposte, non da libri, da PERSONE

Posted by: Luciano Pagano at 16.02.06 10:33

evidentemente non hai mai sentito frasi del tipo: "io alla televisione preferisco un buon libro". una frase che mi fa vomitare.

p.s. ho l'elmetto.

Posted by: gionni at 16.02.06 11:39