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07.02.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #39
Stefania Leo interviene nel dibattito sul Romanzo del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.(D.B)
Di Stefania Leo
Quando vado in metropolitana sbircio le costole dei libri che la gente tiene in meraviglioso equilibrio, mentre viaggia verso casa, compressi come sardine in un vagone sporco e puzzolente alle sei del pomeriggio. La hit parade è davvero sconofortante. Inutile dire che primeggia Dan Brown. E non è sempre per prendersela con Dan Brown. Però…
La premessa da cui vorrei partire per fare questo intervento su cos’è (o cosa dovrebbe essere) il romanzo del XXI secolo è questa: bisogna prima capire che, parlando di un romanzo simbolo di un’epoca, è necessario parlare di un bel romanzo.
Leggendo gli interventi che mi hanno preceduta, ho notato che si parlava di molti romanzi, anche molto distanti fra loro per genere o successo editoriale. Si parlava degli effetti che un buon romanzo dovrebbe avere. Si parlava dello scopo o della funzione sociologica del romanzo, ma non della componente più importante: la bellezza. Come ha scritto Francesco Dimitri, il libro è un prodotto (dura, ma è così) che il lettore compra (e anche a caro prezzo) e che consuma nel suo tempo libero. Ergo, ha il pieno diritto di non essere truffato: ha il pieno diritto di leggere qualcosa che lo astragga dallo schifo, dalla routine, dalla vita quotidiana. Ha il pieno diritto di leggere qualcosa di bello.
Faccio quotidianamente valutazioni su cos’è un buon prodotto editoriale. Come dobbiamo proporre questo libro alla stampa, qual è il concetto alla base del lancio di questo romanzo. Insomma, si fa di un prodotto che dovrebbe essere semplicemente bello e divertente una pura questione di marketing. Il bello viene quando il libro è bello e secondo te, anche solo mandandolo ai giornalisti/critici/addetti ai lavori, dovrebbe essere accettato quasi ad occhi chiusi (o forse, ad occhi ben aperti, col cuore entusiasta). Beh, al 90% dei casi ciò non succede. Torniamo così a Dan Brown.
Ulteriore premessa. Abbiamo tutti il sacrosanto diritto di criticare un romanzo anche senza averlo letto perché così non critichiamo un romanzo, ma un’idea di romanzo. E, per quanto mi riguarda, Il Codice da Vinci e compagnia è un’idea di romanzo davvero malsana.
Tuttavia sempre rivedendo la famosa top ten metropolitana, pare che il lettore medio tragga infinito godimento da questo tipo di consumo. E così si susseguono le costine di Verità di Ghiaccio ecc. Poi un giorno ti capita di incontrare un ragazzo dalla faccia pulita con in mano “Ogni cosa è illuminata” di Jonathan Safran Foer. L’idea di romanzo che secondo me assimila in sé bellezza, necessità di evasione, appagamento e urgenza di narrazione è proprio quella di Foer. Sia nel suo primo che nel secondo romanzo, Foer – così come tanti altri: Cristiano Cavina piuttosto che Ugo Riccarelli piuttosto che Demetrio Paolin piuttosto che Francis Scott Fitzgerald - ci dimostra come per fare un bel romanzo sia necessaria una sola cosa: la Storia Definitiva.
Cos’è: la storia definitiva è quella storia che parla da sempre nella testa (e nel corpo e nell’anima e nella vita) degli scrittori. È una storia che, per dirla con Giampaolo Serino, lascia i lividi – perché è Vera, come solo una storia pulsante può esserlo, con tutti i limiti pregevoli imposti dalla finzione; perché per forza di cose incorpora la realtà che attraversa il suo creatore e la riveste della magia della narrazione e della fantasia. La storia definitiva gioca con la realtà, prende in giro le nozioni di filtro narrativo, sospensione dell’indredulità, contratti di veridizione. La Storia Definitiva ti attraversa, parlando la lingua dei millenni narrativi che gli uomini hanno masticato tra loro, insieme alla carne cruda e alle patate del nuovo mondo.
Ora, cos’è il romanzo del XXI secolo. Mi sono occupata del romanzo postmoderno nella tesi “54: connessioni postmoderne per Wu Ming”. In questo lavoro ho analizzato il romanzo “54” dei Wu Ming attraverso la puntigliosa e pruriginosa lente della’analisi semiotica e semantica. Ho avuto l’ardire di accostare anche alcuni concetti di critica e sociologia per ottenere una presa diretta sulla realtà letteraria del collettivo bolognese.
Ciò che ho avuto modo di concludere è che il romanzo postmoderno – e quindi, anche contemporaneo, senza alcuna pretesa di esaustività teorica – rappresenta un coacervo di generi e narrazioni, slegati dal tempo, capaci di incorporare realtà molto differenti e distanti tra loro. Banale, ma è così. Ecco dunque l’emergere delle Pecore Nere della Laterza; ecco dunque Il Catalogo delle Voci di Davide Bregola. Ecco la casa editrice E/O, nata pubblicando autori dell’Est. Ecco il filoamericanismo letterario dei Minimum Fax. Ecco i blogger dell’Untitl.ed. Ed ecco la motivazione del loro successo: scandagliando la realtà, questi libri mettono in contatto i lettori con mondi altri, in un gigantesco rizoma che, per definizione, non ha un ordine di ingresso né di utilizzazione. Dicevo, commentando l’intervento di Demetrio, assertore dell’ircocervo narrativo, che è il lettore oggi a doversi trasformare in un ircocervo, capace di miracolose mutazioni cerebrali e assimilazioni narrative transgenere per far fronte alla sterminata mole di voci (e, in alcuni casi, di Storie Definitive) che quotidianamente viene pubblicata.
Bisognerebbe pubblicare di meno? Non credo, il lavoro di ricerca e cesello che l’editoria, specie la piccola editoria, fa dell’universo narrativo è estremamente prezioso, in un mondo che ha perso le grandi voci (o meglio, le grandi narrazioni), anche se quotidianamente si tenta una ricostruzione attraverso le terze pagine dei quotidiani. Non più credibili, ormai.
Gli scrittori capaci di trasporre il modello di fruizione rizomatica nel proprio romanzo (grandi in questo i sopracitati Wu Ming, piuttosto che lo stesso Foer in “Molto Forte, Incredibilmente Vicino”) vincono la scommessa di questo tempo perché fungono da specchio all’aspetto rizomatico della cultura di chi si accosta al libro.
Secondo me, il romanzo del XXI è rizomatico, complesso eppure incredibilmente vicino.
Ed è assolutamente bello, definitivo.
Stefania Leo, nata nel 1982, vive e lavora a Roma. Fonda insieme ad altri studenti di Scienze della Comunicazione de "La Sapienza" di Roma il sito di informazione editoriale www.raramente.net, "la cosa più bella della mia vita, un laboratorio in cui giocare con la letteratura e le idee". è il responsabile comunicazione della Giulio Perrone Editore (www.giulioperroneditore.it) e nel tempo libero gioca a fare la studentessa, specializzanda in Scienze della Comunicazione.
Gestisce il blog http://swingingliterature.splinder.com.
Posted by Davide Bregola at 07.02.06 12:23
Comments
L'idea del romanzo ircocervo è poi proprio questa ovvero trovare una lingua, una grammatica e una struttura che dicano più cose possibile sul reale, su ciò che ci troviamo a sperimentare come vita.
E mi faccio sempre più presuaso, seguendo questo interessante dibattito, che il romanzo del XXI secolo avrà molto più a che fare con il vero che con il bello.
d.
Posted by: demetrio at 07.02.06 16:02
Diciamo che la bellezza della verità potrebbe essere una buona condotta di lavoro sul romanzo. E la verità a volte può anche essere pornografica, brutale e affascinante.
Posted by: SwingingLit at 07.02.06 16:04
no scusate. non si può parlare male del codice da vinci.
un libro che è stato letto da milioni di persone, in tutto il mondo.
se qui si vuole cercare di essere oggettivi, non si può e non si deve mettersi al centro e dire: "è vero che l'hanno letto milioni di persone, ma a me non piace". e 'sti cazzi?
invece ho idea che dan brown dia una grande lezione. su come la lettura possa essere piacere puro, evasione pura. suggestione. da quattro soldi, forse. suggestione a buon mercato, magari... ma perché, la lettura deve essere rompimento di palle?
se uno è stato capace di divertire milioni di persone, bisogna solo togliersi il cappello.
e imparare da lui.
anche se non ci piace.
capendo, in definitiva, che nonostante allo specchio della nostra camera ci vediamo strafighi, quando usciamo dobbiamo confrontarci col mondo. di cui non siamo al centro.
Posted by: gionni at 07.02.06 18:05
Io penso che il focus su questo dibattito sia quello di cercare in qualche modo di delineare i contorni del romanzo che rappresenterà questo secolo. E pensi davvero che Il Codice da Vinci sarà studiato a scuola?
Concordo sul fatto che un capolavoro di evasione come Dan Brown sia da ammirare, almeno per il mirabile contributo che ha dato nell'avvicinare tanta gente alla lettura.
Ma il dubbio rimane. E ti assicuro che tutto ciò che non è Dan Brown non per questo è una rottura di maroni...
Posted by: SwingingLit at 08.02.06 11:54
se non ricordo male, , credo che Dickens e Dostoevskij pubblicassero i loro lavori su delle riviste e che i loro romanzi uscissero a puntate; quindi scrivevano per un pubblico che dovevano tenere 'catturato' fino alla prossima uscita.
Erano quindi libri che intrattenevano, che trattenevano il lettore in un certo senso, ma erano libri come i Fratelli Karamazov o Grandi speranze; ecco.
Questo per dire che nessuno demonizza il lettore o i romanzi che vendono milioni di copie, ma c'è che uno si chiede: perché se devo vendere, se devo pubblicare qualcosa che venda, io devo avere come riferimento Dan Brown e non "La casa desolata" di Dickens?
ecco.
d.
Posted by: demetrio at 08.02.06 15:15
perché casa desolata è stato scritto cento anni fa. (perché dobbiamo ammirare solo gli scrittori morti?)
per quanto riguarda se si studierà a scuola, voglio dire, senza peli sulla lingua, che a scuola in genere ho studiate delle enormi cagate.
e che comunque non posso dire se verrà studiato nelle scuole, quando dan brown sarà morto (e colgo l'occasione per notare che a scuola si studiano solo scrittori morti, da tempo), ma non puoi dirlo neanche tu. che ne sai?
Posted by: gionni at 08.02.06 15:27
Io non ne so niente, faccio ipotesi. E spero vivamente che Dan Brown non si studi.
Sono tuttavia sempre pronta a cambiare idea.
Posted by: SwingingLit at 09.02.06 09:53
non mi basta. devi ammettere che a scuola, di letteratura, ti fanno solo studiare cagate.
solo allora saro' veramente soddisfatto!!!
(scherzo ovviamente; è che non mi piace usare gli emoticon...)
Posted by: gionni at 09.02.06 11:53
Posso dire la verità? Ho avuto la fortuna di frequentare una scuola che mi ha trasmesso un grossissimo amore per la letteratura, straniera e italiana, anche quando i professori non lo meritavano.
Io auguro a tutti un'esperienza come la mia. Ho letto Madame Bovary a 16 anni perchè ne avevamo appena parlato a scuola.
Magari sono io che funziono male...
Ritengo che sia il modo con cui si insegna la letteratura ad essere sbagliato. Ma questo è ben noto.
Ma è la stessa ragione per cui la gente legge Dan Brown: perchè è facile. Ma anche la letteratura un pochino più "colta", diciamo, può essere splendida ed evasiva...
Soddisfatto ??? :)
Posted by: SwingingLit at 09.02.06 12:43
no, per niente. ma visto che non credo abbia più speranza di farti ammettere che ho ragione su tutto incondizionatamente, non mi resta che macerarmi nel mio dolore.
vabbè, vuol dire che mi tocca offrirti una cena per fare un ultimo disperato tentativo.
dan brown for president!
Posted by: gionni at 09.02.06 14:29
Siamo già alla corruzione pur di farmi ammettere qualcosa che non credo possibile? :)
Divertente!!!
Ma, Davide,tu lo hai letto Dan Brown?
Posted by: SwingingLit at 09.02.06 15:50