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01.02.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #35

Alessandro Beretta interviene nell'inchiesta sul romanzo del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.(D.B)

Nel precedente intervento Stefania Nardini commenta: (...) me la prendo con gli editori. Tranne alcune eccezioni, le "fabbriche" dei libri hanno scelto di perdere la sensibilità, la curiosità per il nuovo. Si buttano su autori che garantiscono un mercato. Punto.
Camilleri, Melissa e tutti gli altri fanno mercato. Rispondono a quella domanda di lettura omologata all'audiens televisiva.
La grande editoria italiana non ha neanche la curiosità di mettersi a caccia di autori stranieri.Il più delle volte lo fanno le piccole case editrici con tutti i problemi di distribuzione che hanno queste aziende che non sono colossi.
Io vivo in Francia. E rabbrividisco quando vedo nelle librerie testi stupendi di autori magrebini, da noi sconosciuti.
Le grandi case editrici italiane vivono nella logica dei ministeri. E i ministeri sappiamo tutti come funzionano (...)

Di Alessandro Beretta

Non ci posso fare niente se non ero al bar con Carlo Emilio o con Pier Paolo. Posso solo farmi il fatto mio, e pensare è sera. E la sera non deve finire. Tappa per tappa, tentativo dopo tentativo, finché non ti dici: è l’alba. O meglio: qualcuno ha trovato l’alba. Credo che le carte messe in campo dalla recente narrativa italiana abbiano un loro valore storico: forse non picchiano in faccia, non offendono, non maledicono, ma dicono. Certi modi di operare su stralci di immaginario (Wu Ming, Pincio), chi si da al nero, chi al racconto di questi tempi precari (i nicheliani di minimumfax ne sono in certo senso la scuola) e chi al romanzo “massimalista” o “postmoderno” (e se sia corrente, o innesto botanico sterile, è ancora tutto da verificare). Loro, in modi molto diversi, stanno provando a illuminare la tenuta del presente. Il romanzo è una barca: a te progettarla perfetta per un’esposizione, a te renderla capace di solcare il mare. L’ hic et nunc, il qui e ora, non è un problema da trascurare, né da traslocare, è qui, ed è semplicemente ora. La differenza di fondo è che certe aritmie profetiche rispetto al presente sembrano essere venute a mancare, l’ “essere scoordinati” corrisponde oggi a un “non essere ordinati” che non viene ricercato, esclude dall’editoria di consumo e danneggia sul lungo termine la narrativa (ogni “grande romanzo” recente sembra essere telefonato dalla stampa, incasellato già nel suo angolo di trasgressione, dunque messo a scaffale, prezzato, e venduto o saggiamente peanato e lacrimato perché rimasto invenduto). Il grande romanzo del XXI secolo sarà quello che osa la differita, recente sì, e indubbiamente composta e strutturata, ma un attimo in ritardo. Non credo ai pochi “Osanna!” da Romanzo Christ Superstar che ultimamente si sprecano a giro. Sono capolavori da musical, scene madri per un frame più o meno fruibile del presente. E un fotogramma non ha la tenuta iconica di un affresco, a meno che non guadagni le possibilità di resistenza storica del fetish (ricordarsi di un romanzo come ci si ricorda degli occhiali di Lolita o del coltello di Psycho, come un particolare oggettuale). Il grande romanzo del XXI secolo è quello che prendo in mano tra duecento anni e “Ok, – mi dico – ho capito chi erano”. Per farlo, questo libro ideale dovrebbe rendere la texture gnoseologica, ovvero l’intreccio ricorrente che fa una superficie, al tatto e alla vista interiore, di un modo di conoscere in un’epoca. Il che vuol dire che, per come ti racconto le cose, ciò che conta è che io non ti racconto solo le cose, ma il modo di pensare di un’epoca nella sua avanguardia rispetto al dove mi sono posto a raccontare. Provo a dire un pensiero che diventi un tessuto, e dal tessuto si fanno gli abiti, e di lì, solo di lì, da quest’ultimo uso del modo di legare le cose che si è inventato, nasce una moda e qualcosa che veste un’epoca. La differenza di fondo – rispetto ad altri tempi che marciavano a ritmo stretto, e lì, o eri jazzista della pagina, o non dicevi – è che se si vuole dire qualcosa oggi è necessario lanciare oltre: non si può semplicemente raccontare il ritmo in cui ci vediamo costretti a ballare. Ecco perché romanzi come Fratelli d’Italia o Petrolio, frammentari e fluviali e imbevuti delle prospettive, dunque delle illusioni di proiezione che nascevano nel loro presente, continuano ad essere nominati e hanno qualcosa da dirci adesso: perché erano romanzi imbevuti dell’hic et nunc ma volti al futuro. Non semplice cronaca, non inutile esperimento, ma formula di un’epoca che vuole uscire da un’epoca, dunque epica. E sono gli esempi più recenti. Creare epica significa dare respiro, aprire una finestra su un tempo che nessuno si aspettava, bucare il presente creando dal nulla un souvenir. Per farlo può essere utile guardare i blocchi di partenza da cui si parte.

La carenza delle riviste. L’ossessione dei generi. La carenza di sperimentazione. La generazione del ’63 che si è fatta storia (e gloria). La carenza di lavoro sull’oralità, se non in certi tratti della via Emilia. Il nesso trascurato della ricezione. Una gerontocrazia da eliminare. I danni degli psuedo-calviniani. I danni delle masturbazioni semiotiche. I blocchi della militanza e dell’accademia. E ricordarsi sempre la storia dell’animo generale di questo paese riflessa com’è nei libri italiani che hanno venduto ben oltre il milione di copie: nei Settanta La storia di Elsa Morante, negli Ottanta Il nome della rosa di Eco, nei Novanta Va’ dove ti porta il cuore della Tamaro, nel secolo appena iniziato Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire di Melissa P. (e dunque dall’affannato petto, si è andati giù dritti alla sorgente della vita, ovvio allora attendere un sospirato e conclusivo saggio del genere Sodomia e Capitale). A seguito di questo ricordo, pensare: “Tenebra perfetta! Al lavoro!”.

Questi sono solo alcuni dei blocchi di partenza, incompleti e non tutti condivisibili, da cui le mani che scrivono dovrebbero liberarsi. È terra da smaltire nella scrittura, – e tra le qualità per toglierla vedo velocità, risata, furia e distacco – ma non è detto che smaltendola non si arrivi a un territorio nuovo da cui mandare una cartolina. Se di questa cartolina firmata dal grande romanzo del XXI secolo – artefatta per didascalie e qualità di stampa, sottesa da un istinto progettuale, in equilibrio tra il sincero e il necessario – avremo notizia in futuro, non resterà che rispondere. E con certa gioia.

Alessandro Beretta (Milano, 1978) scrive di libri per le pagine milanesi e la terza pagina del Corriere della Sera, per cui ha curato l’agenda la Solferina letteraria. Ha pubblicato la biografia di un attore che si credeva nessuno: Peter Sellers, un camaleonte rosa (Bevivino, 2005). Collabora al foglio d’intervento cinematografico Il particolare , a Tetra-Mag, e al nascente periodico Brancaleone. Fa parte di esterni, associazione promotrice dello Sciopero dei Telespettatori, dove lavora alla selezione dei film per il Milano Film Festival. www.bevivinoeditore.it

Posted by Davide Bregola at 01.02.06 14:17

Comments

veramente leggendo quest'intervento mi spavento.
nulla di personale, ovviamente.
ma parlare del romanzo del XXI secolo partendo dalla definizione di "classico" è se non altro ingenuo.
si parla, fra le altre cose, di "souvenir" di un'epoca. ma una delle più belle frasi che ho letto in un libro, è la seguente: "e il viaggiatore morì ucciso dal pittoresco."
insomma, quello che sto cercando di dire, sforzandomi mostruosamente di tenere a bada i cagnacci idrofobi che ho dentro, è che questo intervento è una sorta di manifesto della cultura italiana, o meglio, del provincialismo culturale italiano. ci sono tutti gli equivoci che ci spingono ai margini della cultura mondiale. della letteratura mondiale, del cinema mondiale, della ricerca scientifica mondiale.
a questo punto, visto che non riesco ad argomentare, (e mi scuso, ma veramente il mio stato emotivo non mi consente di essere più equilibrato), dico come la penso sul tema di questo dibattito.
il romanzo del XXI secolo deve nascere dal genere e dal mestiere.
il capolavoro verrà da lì.
perché credo che nessuna epoca storica abbia mai avuto un livello così alto di scolarizzazione e di produzione di scritti.
nessuna epoca storica ha visto scrittori diventare fenomeni globali (vedi stephen king o grisham).
il mercato ha modificato la vita letteraria. e non sto a perdere tempo a chiedermi se sia bello o no.
in un mercato sano, in un mercato che distribuisce miliardi, i bravi scrittori scrivono, appunto. (e parlo di mercato solo se questo distribuisce miliardi. e quindi l'italia è fuori.)
e scrivono solo se vendono.
e se vendono, guadagnano.
solo lì, nel genere e nel mestiere, può nascere un nuovo dostoevskij. non nel pantano autocelebrativo di un'italia in cui continuiamo a guardarci l'ombellico, con due elle.
in cui crediamo che la parola "cultura" significhi "ruderi" o "reperti".

Posted by: gionni at 01.02.06 17:05

Sinceramente in questo pezzo non vedo un manifesto della cultura italiana, provincialismo e affini. Anzi, un desiderio di spingersi oltre, superando la clausura di alcuni contenitori culturali.
E poi, che male c’è a vivere ai margini della cultura mondiale? E che significa mondiale?
Oggi c'è una dittatura culturale made in USA. Forse diventare un po' barbari lungo la linea di confine non può che giovare...

Posted by: Francesco Sasso at 02.02.06 12:49

possiamo discutere quanto vuoi su questo, ma non credo che arriveremmo mai a nulla. questo con tutto il rispetto per le tue opinioni ovviamente.
comunque, provo ad argomentare un po'.
il problema vero è che non ci confrontiamo con il mercato.
e il mercato, un mercato che senza dubbio può definirsi sovranazionale, è qualcosa con cui è molto difficile confrontarsi.
quindi, rifiutare le regole del mercato in virtù di una non ben precisata "qualità" artistica o culturale, mi sembra in fin dei conti solo una fuga e una ricerca sterile, che non porta a nulla, se non i complimenti di un ristretto gruppo di persone che passano il tempo a darsi ragione fra loro.
ma questo, personalmente, non mi gratifica. da lettore, avverto l'inutilità dell'ennesimo autobiografismo compiaciuto italiano, e avverto anche la facilità, di fondo, della produzione di un'opera del genere. perché poi alla fine scrivere un libro infarcendolo di riflessioni "profonde" (si fa per dire), molto spesso assolutamente intraducibili in un'altra lingua, se non con una pesante interferenza del traduttore; un libro con trame inconsistenti, personaggi tutti uguali e dialoghi didascalici e irreali, è alla portata di tutti. di tutti quelli che hanno un livello medio di scolarizzazione.
e soprattutto innesca un processo di proiezione e mimesi con il lettore, che alla fine continua a rivedere solo se stesso, senza aprirsi ad altri universi, ad altri, per citare l'immaginauta, reality tunnel. al quel "altro" di cui parla levinàs.
alla fine ho la sensazione che, imbevuti da una strana e particolarissima forma di autocompiacimento piccolo-borghese, ci piaccia specchiarci in un'opera invece di uscire fuori e vivere un'altra vita, un'altra dimensione, un'altra storia.

"mentre milioni di uomini civili aprono dei libri, vanno al cinema o al teatro per sapere in che modo francesca sarà turbata da renato, ma odiando l'amante di suo padre diventerà lesbica per sorda vendetta, studiosi che fanno cantare ai numeri una musica celeste si domandano se lo spazio non si contragga attorno a un veicolo."

Posted by: gionni at 02.02.06 13:50