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30.01.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #34
Francesco Dimitri, a mio avviso uno dei saggisti più interessanti attualmente in circolazione, interviene nell'inchiesta sul romanzo del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.(D.B)
Il dibattito è anche QUI.
Di Francesco Dimitri
Il Blog: L'IMMAGINAUTA
Camilleri ha rotto le palle. Quei suoi arancini, quel suo dialetto, quella Sicilia da cartolina comprata all’autogrill, sono molto più deleteri di tutti i reality show del mondo. E hanno rotto le palle i romanzi socialmente impegnati, gli adolescenti idioti di Tre metri sopra il cielo, e l’orrore cosmico di cose come Caro Johnny Depp.
La mia è una visione parziale, lo ammetto subito a scanso di equivoci. Io amo i visionari, gli sciamani e gli psicotici: considero Clive Barker uno dei più grandi scrittori viventi, e Thomas Pynchon uno dei più furbi. Credo che giochi di ruolo come Kult, Nobilis e Unknown Armies abbiano una complessità e una bellezza pari a quella del miglior Calvino. E, giusto per sparare sulla croce rossa, considero più onesto masturbarsi con Corna Vissute che con Melissa P. Dico questo non perché a qualcuno interessino i miei gusti, ma solo per chiarire il punto da cui parto, il reality tunnel in cui vivo. Non pretendo di avere ragione in assoluto – voglio solo descrivere il mio tunnel, e la luce che vi scorgo in fondo.
Intendiamoci, Camilleri, Melissa P. (li metto nello stesso calderone? Si, certo) e compagnia hanno pieno diritto di residenza nel nostro immaginario, adesso come in futuro. Il problema è che l’immaginario italiano, non solo quello letterario, si è adagiato su queste comode sponde, e fa poco per andare avanti. Perché il romanzo italiano del XXI secolo parta serve un rogo in cui qualcosa di vecchio venga bruciato tra fiamme e canti e danze ubriache, e qualcosa di nuovo e ancestrale al tempo stesso sorga all’alba.
La parola d’ordine è: divertimento. Divertimento come divergere, allontanarsi da quell’alveare ideologico che ci ostiniamo a definire «Realtà», per andare a visitare e abitare mondi nuovi, non necessariamente allegri, ma almeno intriganti. Ho la sensazione che la maggior parte degli autori italiani cerchino di scrivere libri intelligenti. Vogliono mandare messaggi. Per come la vedo io, se vuoi mandare un messaggio esistono mezzi più adatti di un romanzo: l’email e il telefono, per esempio. O i pamphlet e i saggi.
Un buon romanzo non «manda messaggi». Costruisce mondi, ti colpisce in pancia e in testa come una scarica concentratra di LSD. Basta con le tirate politiche e le pseudosottigliezze di destra, sinistra e sghimbescio, basta con la letteratura da secchioni: schieriamoci dalla parte di Spessotto. Dalla parte di quel poveraccio del lettore, che per leggere paga. Compra un prodotto. E visto che si suppone che quel prodotto lo consumi nel suo tempo libero, ha il pieno diritto di divertircisi. Di giocarci. E che abbia una discreta varietà di giochi, questo lettore.
Uno dei più bei romanzi che ho letto l’anno scorso è stato Casa di foglie, di Danielewsky (no, non è italiano). Un romanzo spaventoso, coinvolgente, che ti fa giocare anche fisicamente con l’oggetto-libro. Non potremmo essere più lontani dalla stucchevole Sicilia di Montalbano, troppo misera per un’epoca in cui si sente l’esigenza di nuove mitologie, nuovi dèi. Per usare un’immagine rubata a Tolkien, credo che sia tempo di smetterla di pensare alle lampadine e tornare a occuparci dei fulmini – le lampadine passano, i fulmini no. E allora, perché mai un lampione dovrebbe essere più reale di Thor?
Io trovo molto più divertente l’Edda dei manuali di ingegneria elettrica. Altri trovano migliori i manuali di ingegneria: tutti i gusti son gusti, e ai fan dei lampioni lascio volentieri gli Aldo Busi che infestano queste sponde. Il peccato originale del romanzo italiano consiste nell’essersi fermato, per motivi storici non certo banali, alle lampadine. Adesso si sono fulminate. E vorrei che il romanzo italiano del futuro fosse così: fulminato.
Qualcuno dirà: stai vomitando un sacco di parole, ma secondo me non hai idea di come sarà il romanzo italiano del XXI secolo. No, non ce l’ho, ma so come vorrei che fosse. Se dovessi descriverlo attraverso i Tarocchi userei l’Arcano che si chiama Il Mago: un po’ veggente, un po’ truffatore, molto divertente, un trickster che inquieta e fa spettacolo, mentre svela (con la sua stessa esistenza, e non mandando qualche goffo “messaggio”) i fragili meccanismi dell’ordine costituito. Un romanzo che si legga in treno e in metropolitana, sul cesso e mangiando pane e nutella. Un romanzo che trasformi i treni in draghi e le metropolitane in tappeti volanti. Non un romanzo fantastico, al contrario: un romanzo realistico che sa che Nettuno e Nemo sono reali quanto i (più dei?) bastimenti mercantili. Un’opera di artigianato e non d’arte, in cui lo scrittore sia orgoglioso ma solo il lettore sovrano, visto che è lo scrittore ad esser pagato dal lettore e non viceversa. Un romanzo che sia una palude in cui affondare dolcemente, senza nessuna voglia di restare a galla. Un romanzo sporco e pesto, con i piedi nel fango e lo sguardo rivolto a Zeta Reticoli. Un romanzo che permetta ai lettori di giocare di ruolo. Senza spocchia, senza pretese di immortalità o importanza, un romanzo che venga raccontato per il puro gusto di raccontare, senza holdenate né moraviate né menate varie. Magari i vecchi giocattoli divertono ancora qualcuno. Giustissimo. Ma io li ho consumati, e ne voglio altri, radicalmente diversi.
Qualcuno gioca con me?
Francesco Dimitri (1981)si occupa di ufo, magia, tematiche antropologiche e cultura pop. Per Castelvecchi ha pubblicato Comunismo magico (2004), Guida alle case più stregate del mondo (2004), Neopaganesimo (2005) ed è co-autore di Dies Iraq (2003).
Da oggi in tutte le librerie si può trovare il nuovo libro pubblicato da Castelvecchi, Manuale del cattivo.
Leggi intervista QUI.
Posted by Davide Bregola at 10:21 | Comments (35)
28.01.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #33
Rossella Bonfatti interviene nell'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.
Il romanzo del XXI secolo non apparirà privo di vita se saprà affrontare le ombre insalubri della modernità. Questo mi verrebbe da dire di prima battuta. Credo che l’idea di romanzo come ‘opera mondo’, come ‘ libro oceano’ sia ormai superata: la questione non sta più nella scelta di una forma, ma nelle poetiche, che si combattono vicendevolmente su un terreno inesistente (quello dei lettori) o si fermano agli appelli e alla redenzione del ‘quotidiano’, ma difficilmente guardano al di fuori di se stesse. E, in nessun caso, governano né la letteratura, né i modi di fruizione. In questo senso mi pare che una certa cinematografia (Dardenne in testa, o quella di area balcanica e russa) abbia superato la letteratura nella rappresentazione della contemporaneità.
Qualcosa si è spaccato in modo silenzioso negli ultimi trent’anni, se ancora i debiti ideologici affondano nelle avanguardie e le citazioni pescano tra Pasolini, Ravera, etc. Il romanzo, dopo aver resistito a Darwin, ha perso la coda - quella che permette alle parole di non fermarsi all’autoreferenzialità, quella che solleva temi, personaggi, vicende ad altezza d’uso.
Non si avvicina agli uomini intesi come specie – e questo uscendo dalla prospettiva ‘apocalittici e integrati’ o da quella escatologica. Preferisce i viaggi intorno alla propria stanza, fagocita universi di seconda mano e lettori onesti con la ricetta del ‘come-tu-mi-vuoi’, rimuove il valore della conoscenza letteraria. Pretende di incarnare una totalità che sfugge; si rimette insomma in circolo senza riguardo alla fine già avvenuta. Trovo allora più adatto il frammento, ovvero l’unità non-rappresentabile. E, soprattutto, più coerente un sano artigianato della parola, che le dilaganti, vaporose, iper-congetturate scritture. La lunghezza (includendo quella degli altri interventi qui raccolti) fa l’inedia. Non la necessità.
Il romanzo del XXI secolo secerne muco – citando il celebre Lorenzo di Guzzanti. E il muco, si sa, non parla – se non di un’espulsione già avvenuta. Resta muto. Ci fissa da una distanza immisurabile: certo, sappiamo da dove viene, ma non da quanto tempo stava lì dentro e perché si è generato. Ci vorrebbe coraggio per ricacciarlo in gola... e scrivere dell’inverso.
Rossella Bonfatti è nata il 19 febbraio 1975. Svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Italianistica dell'Università di Bologna. Scrive di poesia e scrive poesia. Collabora con STEVE e PLURABELLE
Posted by Davide Bregola at 12:03 | Comments (1)
27.01.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #32
Sandro Campani interviene nell'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo. Il suo è un contributo di buon senso, low profile, e richiama all'appello l'onestà, la necessità, la sincerità; parole chiave del suo "fare" narrazioni.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.
Di Sandro Campani
Ciao.
Sinceramente non so se posso aver qualcosa da dire su un quesito così. Sul come dev'essere o dovrebbe essere un romanzo, oggi o domani...
Credo profondamente che le teorie non abbiano alcun senso di esistere. Credo che scrivere, come ogni altra espressione, sia una
faccenda puramente empirica. È una cosa che si FA. Dopo, può arrivare il giudizio, estetico e sentimentale, o la sistemazione storica.
Le uniche idee sensate che posso avere, riguardano quello che cerco
io nello scrivere un romanzo, in questo momento (perché magari fra
dieci anni, e saremo ancora nel 21° secolo, mi verrà voglia di
scrivere qualcos'altro, che so, un thriller o un western)
l'importante, dicevo, è che venga fuori un libro buono e degno e io ci creda.
La sensazione di donare una specie di soffio vitale alle cose. Di
vicinanza alla vita. Cose che tocchino, trasmettendo una loro necessarietà. La ricerca di una specie di epica.
Il tipo di libro che si scrive, di genere o no, classico o
sperimentale, non credo influisca su queste questioni.
Sono questioni di poetica che non servono al tuo discorso, solo che è l'unica cosa che onestamente ti posso dire.
Sandro Campani è nato nel 1974 nella provincia di Modena. Nel 2001 il suo racconto "Sputati" è stato premiato al concorso 'Alice.it/in-edito'. Nel 2004 il suo racconto "Le utili abitudini" è stato incluso nell'antologia "Bloody Europe!" edita da Playground. Nel 2005 ha esordito con il romanzo E' dolcissimo non appartenerti più (Playground).
La casa editrice Playground si trova cliccando QUI
Posted by Davide Bregola at 09:17 | Comments (0)
26.01.06
PETROLIO NOSTRO CONTEMPORANEO
Caro davide,
ho letto ieri questa lettera di Pier Paolo Pasolini. Forse la conosci, forse no. mi sembra bella da rileggere ora, tra queste riflessioni su verità e romanzo.
ciao,
Monica
Pier Paolo Pasolini
La narrativa
Da Petrolio Lettera ad Alberto Moravia
Caro Alberto,
ti mando questo manoscritto perché tu mi dia un consiglio. E' un romanzo, ma non è scritto come sono scritti i romanzi veri: la sua lingua è quella che si adopera per la saggistica, per certi articoli giornalistici, per le recensioni, per le lettere private o anche per la poesia: rari sono i passi che si possono chiamare decisamente narrativi, e in tal caso sono passi narrativamente così scoperti ("ma ora passiamo ai fatti", "Carlo camminava..." ecc, e del resto c'è anche una citazione simbolica in questo senso: "Il voyagea...") che ricordano piuttosto la lingua dei trattamenti o delle sceneggiature che quella dei romanzi classici: si tratta cioè di 'passi narrativi veri e propri' fatti 'apposta' per rievocare il romanzo.
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Nel romanzo di solito il narratore scompare, per lasciar posto a una figura convenzionale che è l'unica che possa avere un vero rapporto con il lettore. Vero appunto perché convenzionale. Tanto è vero che fuori dal mondo della scrittura - o se vuoi della pagina e della sua struttura come si presenta a uno della partita - il vero protagonista della lettura di un romanzo è appunto il lettore.
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Ora in queste pagine io mi sono rivolto al lettore direttamente e non convenzionalmente. Ciò vuol dire che non ho fatto del mio romanzo un 'oggetto', una 'forma', obbedendo quindi alle leggi di un linguaggio che ne assicurasse la necessaria distanza da me, (...) quasi addirittura abolendomi, o attraverso cui io generosamente negassi me stesso assumendo unilateralmente le vesti di un narratore uguale a tutti gli altri narratori. No: io ho parlato al lettore in quanto io stesso, in carne e ossa, come scrivo a te questa lettera, o come spesso ho scritto le mie poesie in italiano. Ho reso il romanzo oggetto non solo per il lettore ma anche per me stesso: ho messo tale oggetto tra il lettore e me, e ne ho discusso insieme (come si può fare da soli, scrivendo).
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Ora, a questo punto (ecco la ragione di questa lettera) io potrei riscrivere daccapo completamente questo romanzo, oggettivandolo: cioè scomparendo in quanto autore reale, e assumendo le vesti del narratore convenzionale (che, (...), è molto più reale di quello reale). Potrei farlo. Non sono privo di abilità, non sono digiuno di arte retorica, e non manco neanche di pazienza (non certo della sconfinata pazienza che si ha solo da giovani): potei farlo, ripeto. Ma se lo facessi, avrei davanti a me una sola strada: quella della rievocazione del romanzo. Cioè non potrei far altro che andare fino in fondo a una strada per cui mi sono naturalmente incamminato. Tutto ciò che in questo romanzo è romanzesco lo è in quanto rievocazione del romanzo. Se io dessi corpo a ciò che qui è solo potenziale, e cioè inventassi la scrittura necessaria a fare di questa storia un oggetto, una macchina narrativa che funziona da sola nell'immaginazione del lettore, dovrei per forza accettare quella convenzionalità che è in fondo giuoco. Non è voglia più di giuocare (davvero, fino in fondo, cioè applicandomi con la più totale serietà); e per questo mi sono accontentato di narrare come ho narrato.
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Ed ecco il consiglio che ti chiedo: ciò che ho scritto basta a dire dignitosamente e poeticamente quello che volevo dire? Oppure sarebbe proprio necessario che io riscrivessi tutto su un altro registro, creando l'illusione meravigliosa di una storia che si svolge per conto proprio, in un tempo che, per ogni lettore, è il tempo della vita vissuta e restata intatta alle spalle, rivelando come vere realtà quelle cose che erano sembrate semplicemente naturali?
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Vorrei che tu tenessi conto, nel consigliarmi, che il protagonista di questo romanzo è quello che è, a parte le analogie della sua storia con la mia, o con la nostra - analogie ambientali o psicologiche che sono puri involucri esistenziali, utili a dare concretezza a ciò che accade nel loro interno - esso mi è ripugnante: ho passato un lungo periodo della mia vita in sua compagnia, e mi riuscirebbe molto faticoso ricominciare da capo per un periodo che sarebbe presumibilmente ancora più lungo.
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Certo lo farei, ma dovrebbe essere assolutamente necessario. Questo romanzo non serve più molto alla mia vita (come sono i romanzi o le poesie che si scrivono da giovani), non è un proclama, ehi, uomini! io esisto, ma il preambolo di un testamento, la testimonianza di quel poco di sapere che uno ha accumulato, ed è completamente diverso da quello che egli aspettava | immaginava | !
tuo
Pier Paolo
Da Pier Paolo Pasolini, Petrolio, Einaudi, Torino 1992, pp. 544-5
Posted by Davide Bregola at 16:46 | Comments (0)
Il romanzo del ventunesimo secolo #31
Gianluca Morozzi interviene nell'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo.
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Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.
Di Gianluca Morozzi
INTERVENTO
Caro Davide, vorrei fare una cosa terribile e vile e me ne scuso in anticipo.
Il fatto è questo: per me scrivere romanzi è come guidare, so che se schiaccio un pedale la macchina si ferma, se ne schiaccio un altro la macchina va, ma se devo spiegare come e perché tutte queste cose meravigliose accadono, beh, per quando ne so io potrebbe benissimo trattarsi di magia. Allo stesso modo: se c'è da scrivere un certo dialogo o un certo flashback o un certo tipo di finale, quello lo so fare (O almeno: voglio credere di saperlo fare.
Lasciatemi nelle mie sacrosante illusioni. Abbiate pietà. Sono una persona fondamentalmente buona.). Se invece devo teorizzare, in genere balbetto, sorrido, balbetto ancora, sorrido di nuovo, poi dico una battuta spiritosa e cerco di cavarmela così. Allora, concludendo: potrei tentare di contribuire al dibattito in millecinquecento differenti modi, ma in realtà vorrei dire questo: sono integralmente d'accordo con quello che ha scritto Luigi Bernardi.
Ricalcare un intervento precedente non è quello che chiamerei un grandioso contributo, ma l'avevo detto che stavo per fare una cosa terribile e vile, no?
Gianluca Morozzi è nato a Bologna nel 1971, dove vive. Di se stesso ci racconta, un po’ a casaccio: ”Ho studiato giurisprudenza senza nessunissimo motivo al mondo, sono fermo alla tesi da tre anni. Sono il più grande tifoso del Bologna mai esistito. Prima di perdere tragicamente i capelli, assomigliavo a Kabir Bedi interprete di Sandokan. Adesso, tristemente, assomiglio a Pancaro il terzino. Vivo circondato di fumetti Marvel e Dc, i fumetti continuano ad aumentare, a crescere, occupano tutti gli spazi, s'infilano dappertutto. La mia serie a fumetti preferita di tutti i tempi è The incredible Hulk, nei dodici anni in cui è stata scritta da Peter David. Sono alto un metro e ottantatrè, ma sulla carta d'identità mi attribuiscono un centimetro in meno. Ho un occhio bicolore, nel senso che nell'iride sinistra (marrone) c'è un visibilissimo spicchio azzurro. Cose che succedono. Il mio gruppo preferito di sempre sono gli Who. Il mio cantante preferito è Bruce Springsteen. Il mio gruppo italiano preferito sono gli Afterhours.”L'ultimo libro pubblicato in ordine di tempo è L'era del porco (Guanda, 2005)
Posted by Davide Bregola at 10:03 | Comments (4)
24.01.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #30
MATTIA WALKER interviene nell'inchiesta sul Romanzo Italiano del XXI secolo.
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Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.
TONINO PINTACUDA DAL SUO BLOG RISPONDE ALL'INCHIESTA E A WALKER SU
http://toninopintacuda.splinder.com/post/6966974
Di Mattia Walker
Premessa: il sottoscritto non ha mai letto uno solo dei libri firmati “JT LeRoy”. Non li ho nemmeno mai aperti, a eccezione di “La fine di Harold”, ma solo perché ero incuriosito da questa cosa di Fazi che pubblica un libro col testo in lingua originale sulle pagine dispari. Mi sembrava strano. Non è un vanto, è un fatto. Ecco perché questo articolo parla della “cosa”, invece che delle cose che la “cosa” ha – oppure non ha – eventualmente firmato.
Allora partiamo dal fondo. Partiamo da JT LeRoy. In pubblico, il famoso e giovane scrittore sarebbe stato interpretato per tutto questo tempo da Savannah Knoop, sorella di Geoffrey Knoop, il rocker fallito che si è spacciato per il “padre adottivo” di JT. Bene. La giornalista Ayelet Waldman lo ha intervistato a lungo negli anni passati, di persona e telefonicamente, continuando a pensare – dice oggi, e vatti a fidare – che si trattasse di una bufala letteraria ben orchestrata. In una di queste telefonate durante le quali Ms Knoop pensava di fregare Ayelet spacciandosi per JT, e Ayelet pensava di fregare Ms Knoop facendole credere di aver creduto alla storia di JT (oppure Ms Knoop fregava comunque Ayelet, lasciandole credere di non aver capito che lei non credeva a tutta quella storia di JT – sempre ammesso che la giornalista non stesse soltanto facendo finta di non aver capito che Ms Knoop aveva capito che lei aveva capito – eccetera eccetera) insomma durante queste telefonate i due si ritrovano più di una volta a parlare di problemi psichiatrici e a un certo punto JT fa sentire alla giornalista le registrazioni delle sue sedute col Dr Terrence Owens. Ayelet le trova noiosissime. Alla luce delle “rivelazioni” su JT e Ms Knoop, è la stessa Ayelet a scrivere su Salon che ripensando a quelle registrazioni le considera delle vere meraviglie: l’idea che qualcuno abbia creato a tavolino quelle conversazioni a due voci al solo scopo di puntellare ulteriormente l’impalcatura di una balla titanica, oggi, la impressiona e la affascina.
Martina Testa, la traduttrice di tutti i libri di LeRoy, ammette che dal punto di vista del valore letterario non cambia nulla; anzi, in un certo senso è contenta di aver avuto quest’ulteriore prova del fatto che “la letteratura migliore è sempre invenzione, finzione, artificio”.
Si consideri ora: 1) la Ayelet già all’epoca in cui le sentì sapeva che quelle registrazioni erano finte, 2) la Testa, per tutto questo tempo, ha ricevuto regali da, e fatto domande a, non-si-capisce-bene-chi.
Truman Capote, durante la stesura del reportage la cui metastasi si trasformò in “A sangue freddo”, conobbe e divenne il confidente di Perry Smith, l’omicida. Al punto da scindere la propria posizione di “osservatore dei fatti” tra due posizioni opposte: l’una empatica (“Io e Smith sembriamo usciti dalla stessa casa; solo che lui è uscito dalla porta sul retro,” disse Capote poi) e l’altra disinteressata (solo con un’effettiva condanna a morte il suo libro-reportage avrebbe avuto il finale che gli serviva). Smith venne giustiziato e Capote ebbe il finale per il suo libro. Uscirà il film fra qualche mese. Intanto, una semplice domanda: Capote avrebbe potuto spendersi di più per la grazia a Perry Smith, come è stato detto? Non puoi osservare una particella senza che lo stato della particella sia influenzato dal tuo osservare. Se vuoi una particella “spontanea”, una particella vera, devi smettere di pensare alla particella. Ma la particella nella scatola, è viva o è morta? Il gatto se l’è mangiata oppure no? Sappiamo che se apri la scatola, il gatto mangia di sicuro la particella, uccidendola e uccidendosi. Se tieni la scatola ben chiusa, invece, può darsi che il gatto mangi la particella, come può darsi che non la veda e la lasci perdere. Può darsi che muoia per i fatti suoi. Capote ha aperto la scatola, il gatto si è mangiato Perry Smith. L’avrebbe fatto comunque? Vai a sapere.
Marco Baldini, il DJ proprio lui, esce in questi giorni per l’editore Baldini Castoldi Dalai con “Il giocatore”. Sottotitolo: “Ogni scommessa è un debito”. Dostoevskij si fa una capriola nella tomba. In questo libro autobiografico (dice Baldini) il protagonista Marco Baldini accumula debiti su debiti, in una doppia vita di DJ e scommettitore.
James Frey, astro nascente della letteratura americana (per la verità già nato, ma noi con gli americani, quando non ci stanno propinando cinema di serie B, stiamo spesso in differita) è stato ospite nel 2003 dell’Oprah Winfrey Show, durante il quale il suo libro ha avuto modo di diventare oggetto del desiderio di milioni di lettori americani. Il libro parla della dura disintossicazione da droga e alcool del giovane Frey, in un lungo percorso fatto di crimini e violenze. In questi giorni, un sito internet investigativo (www.thesmokinggun.com) ha smascherato la vera storia, ridimensionando l’intera autobiografia di Frey (“In un milione di piccoli pezzi”; in Italia per l’editore TEA). L’autore ha poi ammesso di aver modificato qualche dettaglio, in effetti, “lasciando però inalterato il cuore della mia vicenda, che è poi quello che ha commosso i miei lettori”.
Dave Eggers, il genio dell’opera struggente proprio lui, ha accumulato una certa qual serie di sfighe nella sua pur giovane vita, ne ha fatto un libro che almeno ogni due pagine ti ricorda la sua completa aderenza ai fatti, ed è diventato quello che è diventato.
J.K. Rowling, la tizia che si è inventa Harry Potter, la settimana scorsa ha confessato in un’intervista che tipo un paio delle situazioni più drammatiche dei suoi libri sono ispirate a eventi che le sono realmente accaduti durante l’ideazione della saga.
David Benioff, autore de La 25ma Ora, ama rispondere con un ghigno che vuol dire “sì, ma anche no” a chiunque gli chieda se da giovane anche lui, come il protagonista del romanzo, spacciava droga per le strade di New York.
Johnatan Safran Foer e Bret Easton Ellis vanno oltre e chiamano i protagonisti dei loro romanzi Ogni Cosa è Illuminata e Lunar Park rispettivamente Johnatan Safran Foer e Bret Easton Ellis.
Costantino Vitaliano esce con un’autobiografia che spopola fra casalinghe e in genere frequentatori abituali di iperdiscount. Il libro è una specie di Oliver Twist trapiantato nell’hinterland industriale milanese, e si regge perfettamente in piedi giocando sulla stessa ambiguità tra vero e finto-vero che informa la carne catodica del Costa nazionale.
Allora abbiamo Capote che usa la verità “narrativa” (tutta interna al suo libro) per influenzare la verità “delle cose” (tutta esterna), abbiamo Frey che appiccica l’etichetta di “verità” a quella che è pura invenzione narrativa (se non l’avesse fatto, o non l’avesse lasciato fare al suo editore, come che sia, il libro avrebbe venduto di più o di meno? Quanto del successo di questo libro dipendeva dai contenuti e quanto dall’etichetta appiccicataci sopra? Oprah Winfrey dice che il contenuto del libro, vero o finto che sia, ha determinato il suo successo – ma la dichiarazione di una che può decidere le sorti di mercato di un libro muovendo un sopracciglio notoriamente è attendibile fino a mezzogiorno), abbiamo la Rowling che a un certo punto ammette di essersi lasciata influenzare dalla realtà del mondo nell’inventarsi un mondo narrativo del tutto nuovo (ci ha guadagnato qualcosa, agli occhi di qualche lettore disinteressato a Harry Potter ma comunque appartenente alla schiera del morboso genere umano?), abbiamo Benioff che finge di essersi ispirato a sé stesso perché fa fico, Safran Foer ed Ellis che inventano una versione fittizia di sé stessi, abbiamo Eggers che fa della corrispondenza tra realtà del mondo e verità narrativa la chiave di un successo letterario e insieme mediatico, abbiamo Costantino che ha fatto la sua fortuna frantumando definitivamente il diaframma tra la realtà e la sua forma narrativa (dimostrando in buona sostanza la tenuta straordinaria – di questi tempi – di un oggetto narrativo – se stesso – che ha come statuto fondamentale lo stare-in-mezzo tra un piano e l’altro; tutta la narrazione di Costantino è al novantacinque percento metanarrazione: d’altro non si parla nei talk show e nel libro: se C sia vero o finto; spirali vertiginose dentro e fuori, dentro e fuori dal testo a portata di casalinga, e scusate se è poco) e in fondo alla fila ecco JT LeRoy, che a quanto pare ha inventato di sana pianta quella che spacciava per “verità”, sia fuori che dentro i suoi oggetti narrativi.
Per dire che a me sembra questo: che giocare-con-la-verità non è niente di sconvolgente o rivoluzionario, è una cosa che la letteratura e i romanzi fanno da sempre (ho come il sospetto che i romanzi siano l’unico posto dove i conti tornano sempre; anche quando non tornano, torna il fatto che non tornino). È un fatto però che il pubblico sia naturalmente attratto dalle opere che presentano il bollino di autenticità ben visibile (tratto da una storia realmente accaduta, dicono al cinema; l’autore ripercorre il dramma XYZ che l’ha colpito, potrebbe dire una quarta di copertina; in entrambi casi il fruitore drizza le antenne). Se non sbaglio “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire” di Melissa P. (tanto per citare di nuovo Fazi, e tanto per citare di nuovo un libro che non ho letto, e tanto per citare di nuovo un libro su cui sono stati avanzati dubbi di paternità) è un diario. La scrittura diaristica è per sua stessa natura la più intima e autoreferenziale. Non è così irragionevole credere che molti siano rimasti affascinati non dalla trasgressione dei contenuti del libro, quanto dalla trasgressione dall’atto in sé di pubblicarli.
Ma allora, piuttosto che interrogarsi sull’uso strumentale e ormai ritualizzato e prevedibile che le bestie da marketing fanno non tanto del libro quanto dell’autore, per allargarne lo spettro di appetibilità nel Mercato, magari è più interessante chiedersi questo: i “possessori autobiografici” di una cosa (diciamo, estensivamente, di un’esperienza) sono davvero i depositari ultimi della verità riguardo quella cosa? Il fatto che Alice Sebold abbia subito uno stupro ne fa automaticamente una persona più abile o autoritaria a parlarne rispetto a un’altra che non l’ha subito? Questo è il mio no. A livello narrativo, a livello letterario, dico di no. Vladimir Nabokov diceva che “ogni grande scrittore è un grande imbroglione” e il punto sta nella natura stessa di ciò che abbiamo tra le mani. Ciò che abbiamo tra le mani (nel nostro caso un romanzo) non può ovviamente essere la COSA in sé, è al massimo una cosa che parla della o che riguarda la COSA, ma a conti fatti è un’altra cosa.
Il bambino di 9 anni che ha appena visto “Matrix” e ripete come imbambolato che “il cucchiaio non esiste”, ci sta solo dimostrando che il concetto è già alla sua portata: tutti quegli antibiotici informativi che abbiamo preso hanno funzionato: la verità non è certamente una, bensì molteplice e multisfaccettata – al punto da non esistere più – se l’abbiamo visto al cinema, sarà pur vero. La grandine di input che ci investe quotidianamente rivoluziona il nostro immaginario a suon di ammaccature (di nuovo: quanti nati dagli anni ’70 in avanti possono dire di avere dei ricordi “puri” della loro infanzia, o meglio: quanti, dovendoci scrivere sopra, saprebbero produrre qualcosa di autentico su quegli anni? Se ciò che ricordano non è mutato, marcito, o non ha subito elaborazioni e rielaborazioni, devono aver vissuto in un posto che non è certo quel pozzo di echi mediatici che chiamo mondo), oggi che questo paradigma di cambiamento e complessità e sfuggevolezza è accettato come ovvio, oggi il primato non può che essere dell’immaginazione. È molto più facile raggiungere vette di vero e autentico inventando, che attenendosi ai fatti. In questo modo, se qualcosa di quello che c’è all’interno della cosa-romanzo è tratto dalla cosa-vita non è né bello né brutto, è semplicemente irrilevante. L’autore ha preso da un contenitore quel particolare, e da mille altri contenitori altre cose (mille altri contenitori che possono essere “privati” quanto il suo, tra l’altro). E al centro di tutto torna la cosa-romanzo, che non è (peccato, però) fatta dal “tema”, ma principalmente dallo stile – se lo stile sa farsi visione del mondo.
Forse, invece di preoccuparci del rapporto che la realtà intrattiene col romanzo, dovremmo pensare un po’ di più ai riverberi che la parola scritta ha sulla realtà. È una deformazione tutta contemporanea – e tanto più indicativa se la si mette a paragone con un certo tipo di approccio, una certa particolare istituzionalizzazione del disimpegno che ha preso piede anche in accademia per un effetto di reflusso da una ventina d’anni a questa parte – il fatto che ci si preoccupi molto di più di che cosa della realtà va a finire dentro i romanzi, invece di passare al bilancino quel poco che dei romanzi riesce a passare dentro la vita (e possibilmente incrinarla in qualche senso).
Che poi uno si chiede a che punto ci siamo scordati che tra la verità e il romanzo (e tra la verità e la pittura, il cinema, il mimo e il teatro di burattini) non esiste un rapporto lineare verità romanzo (o, per gli audaci, romanzo verità) ma un dialogo continuo e ininterrotto, declinabile in tutte le forme più una. Dialogo che cambia anche nel tempo, con tutto che la parola se ne resta inchiodata alla carta: laddove un romanzo disinnescato per anni può deflagrare all’improvviso dentro contesti totalmente altri, che i tempi hanno maturato all’insaputa e alla faccia delle previsioni di marketing (e Tolkien venticinque anni dopo finisce in mano ai leghisti).
È un’immagine abbastanza elementare questa della realtà da una parte – un oggetto o una nube alla quale il romanzo deve conformarsi, deve sfuggire, deve scegliere se aderire o non aderire, o aderire solo parzialmente, e come – e dall’altra l’oggetto narrativo come risultante di quest’operazione. Un’operazione anatomizzabile sulla quale si possono fare calcoli e paragoni e ragionamenti, computando quanto c’è di vero e quanto c’è di finto: mentre il romanzo non è né più né meno vero della realtà. Sono due cose vive.
Verità e romanzo dialogano costantemente (perlomeno, dovrebbero) e questo flusso non si ferma dentro la conca della pagina scritta, ma trabocca e investe il mondo, per costruire altra realtà.
La seria fiacchezza del romanzo oggi in questo senso (cioè a restituire materiale narrativo al mondo, dopo averlo preso in prestito e digerito), fa scopa con la grana dei discorsi che si fanno attorno al romanzo e sul tipo di preoccupazioni che la maggior parte dei romanzieri si dà: cosa è il romanzo e quale è la sua forma e quale il suo debito alla realtà.
Il romanzo è un sipario tra il lettore e il mondo, permeabile nei due sensi. Non è l’unico, ma non è nemmeno il più difficile da strappare o far scorrere. Anzi. Proprio per questa sua strappevolezza (e scorribilità) il romanzo “funziona”. Come quando sai che allo stato attuale non puoi farcela contro il tuo avversario, e allora prendi a pugni per un po’ il sacco di sabbia. C’è chi quel sacco se lo costruisce, chi lo prende in prestito, chi lo affitta e chi magari sceglie di rubarlo. Ma il punto è: tutti quanti, alla fine, se la prendono col sacco.
Mattia Walker (Anversa, 1980) è ideatore e curatore della rivista FaM (www.FaMlibri.it). Ha scritto sotto diversi pseudonimi racconti apparsi su Linus e Fernandel. Ha pubblicato una raccolta di racconti e tre romanzi. Ha due gatti, tre lauree, due tartarughe, un camaleonte. Vive tra Pordenone, Reggio emilia, Roma, Siracusa. Il suo quarto romanzo, che questa volta intende firmare, si apre col suicidio del sosia di roberto baggio e si conclude con l'inaugurazione del santuario della madonnina di Civitavecchia. Il suo indirizzo e-mail è: mattiawalker@gmail.com
Posted by Davide Bregola at 21:17 | Comments (8)
23.01.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #29
SAVERIO SIMONELLI interviene nell'inchiesta sul Romanzo Italiano del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI. Il suo intervento è pubblicato anche sul sito Al Top che si apre cliccando qui: http://www.altop.tv/libri/news.php?id=56
Di Saverio Simonelli
Per scrivere il romanzo del ventunesimo secolo e per dirla parafrasando un gergo sindacale, direi che sarebbe ora di ripensare (non è certo la prima volta, però…) il rapporto tra scrittore e lettore, quello che i narratologi chiamano il contratto di veridizione, le modalità per cui il destinatario di un’opera accetta le verità di chi l’ha realizzata. Ecco, usando un’espressione sindacale direi che quel contratto è da rinegoziare, da riscrivere, oggi più che mai.
Ma attenzione, e qui viene il bello, finora le sue farraginose riscritture sono avvenute solitamente a livello di addetti ai lavori e studiosi, mentre il frastagliatissimo e movimentatissimo ruscello della produzione continuava a scorrere allegramente per proprio conto e ad aprire nuovi affluenti rimasti sconosciuti per i pescatori di formule narratologiche.
Perdonami la metafora, ma mi serve per spiegare il punto. E cioè che se una rivoluzione nel rapporto tra chi scrive e chi alimenta la domanda di scrittura ci deve essere deve rimanere - come dicevano Wordsworth e Coleridge nella loro prefazione alle Ballate Liriche (1798) - in compagnia della carne e del sangue di chi vi partecipa.
In soldoni: se io scrittore voglio un nuovo romanzo per il secolo appena entrato devo dire al mio potenziale lettore: eccoti la storia, eccoti la mia intelaiatura di mondo, ora vieni a trovarmi, fattici una passeggiata e dimmi come ti trovi. Posso farlo con tutte le tecniche che l’evoluzione stilistica mi mette a disposizione , ma per farlo bene c’è solo un modo che riassume e supera tutte le tecniche: devo invitare chi legge a condividere un’esperienza, qualcosa che si possa fare realmente dentro al testo. E non si tratta delle solite trite tiritere su lettore modello, lettore empirico, autore ampliato ecc.. e chi più ne ha di formule più ne metta. Qui si tratta di compagnia. Una cosa vera.
Si tratta di decidere di fare insieme un po’ di strada in un mondo che è illuminato, raccontato descritto in modo nuovo. Sia esso frutto di un’invenzione o di uno sguardo su ciò che è. Io, scrittore devo rivolgemi al lettore dicendo: ecco cosa sto facendo per te, perché il tuo sguardo mi interessa tanto che lo voglio compagno d’avventura. Reale. Ti voglio dentro al mio libro in carne e ossa così come Bastiano è entrato nella Storia Infinita e ha fatto esperienza reale di quel mondo. Salvandolo.
E se, poi, io lettore voglio un nuovo romanzo per il secolo appena entrato allora devo rispondere al mio potenziale scrittore: ci sto, d’accordo. Voglio fare esperienza di quello che mi racconti.
Voglio confrontarlo con la mia vita, voglio vedere la nostra comune realtà, anche attraverso le tue lenti. Perché così si perfeziona il contratto. Io ti garantisco che ciò che mi racconti lo accetto e lo valuto come qualcosa che viene a toccare la mia persona e mi impegno a non essere più lo stesso una volta ultimata la lettura.
Ecco, questa mi pare un’esperienza da fare. Noi, appassionati di scrittura ce lo siamo alla fine meritato. Siamo rimasti indenni dalle molte mareggiate del mercato e dai venticelli stentorei di tanta critica de-costruttiva. Ma ci siamo, come Papillon sul sacco, e mai come oggi la nicchia dei cosiddetti lettori forti è uan nicchia che sgomita si muove si contamina e si scambia con altre e altrettanto cosiddette ma vitalissime nicchie. Capace di stuzziacare (niente di più, per carità) anche l’attenzione dei maneggioni del mercato. Cogliamo allora l’occasione di questo periodo così ricco di informazioni trasversali e di voglia di partecipare e di stare dentro a una comunità che dialoga. Partendo anzitutto dalle storie, in compagnia della carne e del sangue. Di chi legge e di chi scrive.
Saverio Simonelli è responsabile delle trasmissioni culturali di Sat 2000 e del sito www.altop.tv. Ha pubblicato con Andrea Monda Tolkien. Il signore della fantasia (Frassinelli 2002) e Gli anelli della fantasia (Frassinelli 2004) che si possono trovare qui: IBS
Posted by Davide Bregola at 18:50 | Comments (1)
22.01.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #28
Maura Gancitano interviene nell'inchiesta sul Romanzo Italiano del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.
Di Maura Gancitano
È convinzione comune che la somma degli angoli di un triangolo sia sempre 180 gradi. In realtà, se si nega il quinto postulato di Euclide (che essendo un postulato è indimostrabile), si entra nel paradigma delle geometrie non euclidee, nelle quali la somma degli angoli di un triangolo non è sempre 180 gradi.
La nostra generazione è viziata dal pregiudizio che ci fa pensare che ormai siamo arrivati all’apice del progresso tecnologico e della conoscenza. In realtà, nonostante si siano fatti enormi progressi nell’ultimo secolo, quello che ci viene detto dalla scienza è pochissimo rispetto a quello che c’è da sapere e, soprattutto, non è mai incontrovertibile.
L'insieme degli orientamenti orientamenti teorici, delle assunzioni metafisiche e delle procedure sperimentali che caratterizzano una data comunità scientifica è chiamato paradigma: le rivoluzioni scientifiche sono il passaggio da un paradigma all'altro.
Quindi, ciò che oggi è considerato vero (come la teoria del Big Bang, che in realtà è solo un’ipotesi un po’ più verosimile delle altre) domani potrebbe essere falsificato.
Perché questo preambolo pseudo-filosofico? Perché, secondo me, parallelamente allo scientismo (cioè la fiducia incondizionata nella scienza), esiste nella società attuale una sorta di “letteraturismo”. Si tratta della convinzione che tutto sia ormai stato scritto, che il grande romanzo sia finito e che non ci siano più gli scrittori di una volta.
Nell’ultimo secolo, e in particolare negli ultimi anni (dalla nascita di Internet), la produzione, la distribuzione e la fruizione della letteratura sono cambiate. Cambiando queste condizioni, cambia anche il paradigma corrente.
Quello che ho chiamato “letteraturismo”, cioè la visione nostalgica nei confronti della letteratura passata (partendo dal presupposto che la letteratura non esista più), non tiene conto del fatto che anche in passato è stato pubblicato un enorme numero di libri di cattiva qualità.
Se proprio si deve valutare questa convinzione comune da un punto di vista formale, si deduce che si tratta indubbiamente di un ragionamento circolare, di una petizione di principio (si parte dal presupposto che la letteratura non esista più per arrivare a dimostrare che la letteratura non esiste più). Si tratta quindi di un ragionamento fallace che non ha come scopo il miglioramento della qualità della letteratura, ma quello dello scoramento di chiunque abbia voglia di fare qualcosa per migliorare la situazione contemporanea. Chi dice che non c’è più niente da scrivere, secondo me, ha semplicemente disimparato ad osservare e non si rende conto della quantità di cose che non sono ancora state raccontate.
Detto questo, mi sembra ovvio che ci siano numerose critiche da muovere nei confronti di chi produce e di chi distribuisce la letteratura, e che ci sia anche molto da fare sul fronte della fruizione.
Maura Gancitano dice di sé: Chi sono? Uhm...ho 20 anni, sono siciliana, studio filosofia a Milano, ho un blog (www.maura.splinder.com), sono nella redazione di due riviste elettroniche (Bombasicilia e L'emergente sgomita), collaboro con una casa editrice e con una piccola casa di produzione cinematografica, organizzo presentazioni, ho vinto premi letterari...
Boh, non vorrei dare l'impressione di una che si dà troppe arie! Puoi anche scrivere solo Maura!
Posted by Davide Bregola at 19:44 | Comments (10)
LA CRITICA DI UN TEMPO E LA STATISTICA
Questa rubrica, chiamata GENERAZIONE ADIUVANT, prende in esame le disattenzione dei "grandi vecchi". Già è comparso l'articolo di Eugenio Scalfari, è stata riportata la recensione al nuovo libro del "grandissimo" giornalista Giorgio Bocca. Ora Dadati parla dei critici di lunga data. Ho preso il pezzo dal blog www.orepiccole.org.(D.B.)
LEGGI QUI COSA E' L'ADIUVANT:
http://www.carloanibaldi.com/terapia/schede/ADIUVANT.htm#SottoTitolo_1
OPPURE QUI:
http://it.wikipedia.org/wiki/Dei_facientes_adiuvant
di Gabriele Dadati
Come tutti ho letto la lunga serie di interviste realizzate da Di Stefano per il "Corriere della sera" a un'altrettanto lunga serie di critici, per così dire, di una certa età. In attesa delle prossime, mi sembra che più o meno tutte quelle passate siano grosso modo sovrapponibili, sviluppate attorno a tre punti principali: 1) oggi non ci sono più gli scrittori di una volta che propongano cose, 2) oggi non c'è più l'impegno di una volta, 3) com'era bello quando ero giovane e stavo con Pasolini, Moravia, Calvino ecc. che erano scrittori e intellettuali veri.
Ora, per quel che riguarda il primo punto: a me è venuta in mente una curiosità statistica di questo tipo: è possibile che oggi il "nuovo" (i nuovi scrittori, che propongono cose nuove: non dico cose di qualità, dico semplicemente cose che prima non c'erano) passi attraverso canali diversi da un tempo? Nel senso che forse esiste la possibilità che un tempo case editrici grandi avessero una percentuale di esordienti più alta che non oggi (identifico un po' esordienti=nuove proposte, cosa discutibile ma che mi tengo buona come base del discorso), e contemporaneamente non esistesse la piccola editoria di ricerca. Voglio dire: nel 1980 Tondelli poteva esordire da Feltrinelli. Oggi forse non esordirebbe da Fernandel, peQuod, Sironi o minimum fax? Scorrendo gli 8 titoli di narrativa pubblicati quest'anno da Fernandel trovo: 6 esordienti (se consideriamo anche Mall, inedito nella nostra lingua) e 2 antologie, di cui una esito di un laboratorio (per cui: tutti esordienti); scorrendo i 13 titoli di narrativa di peQuod: 9 autori non si erano mai affacciati prima alla grande editoria (e qualcuno è esordiente), 1 (Severini) è conosciuto più per i titoli pubblicati da Transeuropa e peQuod che da quelli editi da Rizzoli, 2 (Pastacaldi, Pavolini) hanno fatto passare anni dai loro titoli precendeti con case editrici comunque medie e 1 (Fasanotti) è conosciuto perlopiù come autore di genere (da Piemme, che non è un colosso); simile al caso peQuod è quello di Sironi, simile al caso Fernandel è quello di minimum fax (che fa pochi titoli di narrativa italiana: l'unico "giù famoso prima" è Mancassola, che ha esordito a suo tempo da peQuod).
LEGGI IL SEGUITO SU: http://www.orepiccole.org/index.php?/archives/21-LA-CRITICA-DI-UN-TEMPO-e-LA-STATISTICA.html#extended
Posted by Davide Bregola at 09:50 | Comments (0)
21.01.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #27
Davide Barilli in un approfondito zibaldone diaristico ripercorre i motivi della sua opera e così facendo interviene nell'inchiesta sul Romanzo Italiano del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.
Di Davide Barilli
Caro Davide, non sono in grado di ipotizzare quale potrà essere il romanzo del XXI secolo. Rispondo quindi al tuo invito cercando di raccontare qualcosa che riguarda il mio lavoro dal di dentro – un tempo si diceva Officina – nella prospettiva di individuare (perché non ho risposte certe, ma solo un desiderio di ricerca) le tracce di un percorso (il mio) che possano avere il senso di una storia futura.
Incomincerò raccontando un piccolo aneddoto circa la nascita del titolo di un libretto di racconti che ho pubblicato un po' di anni fa: il libro era ''Poltrona per acqua'' Il titolo lo devo al germanista Giorgio Cusatelli il quale, dopo avere letto le bozze - è lui l'autore della postfazione - mi consigliò di rivedere l'ipotesi originaria. Il volume infatti si doveva intitolare ''La poltrona annegata''. Era un titolo che mi pareva suggerire il giusto timbro del libro, il suo ritmo interno. Mi sembrava adatto al suo contenuto: racconti ambientati nella provincia, tra pianura e appennino, abitati da personaggi smarriti, stravaganti e inadeguati, vittime della loro follia o incapacità d vivere nella norma, tutti destinati a un finale tragico e grottesco. Dunque cosa di meglio (pensavo) di ''La poltrona affogata''? Cusatelli - che ha l'occhio molto più lungo del sottoscritto - mi suggerì, una sera d'inverno nella sua casa in montagna, di non usare il termine annegata. Ricordo che Cusatelli, il sigaro in bocca, circondato come una lumaca nel guscio da lignei scaffali alti fino al soffitto rigurgitanti di libri e dattiloscritti, sbottò: ''ci vuole una preposizione, il termine annegata è fuorviante''. Ci sedemmo su due vecchie poltrone frau e iniziammo una discussione degna, ripensata a posteriori, di un racconto di Achille Campanile o di Durrenmatt. Poltrona nell'acqua, poltrona d'acqua...poltrona...poltrona.. Finchè come colpito da un'illuminazione Cusatelli sbottò:... ''per acqua''.
Gli domandai il motivo e lui mi rispose che i racconti che componevano il libro non dovevano rendere l'idea di un'immagine funeraria, mortifera - tanto più la morte di un oggetto, in questo caso di una poltrona - ma piuttosto dovevano suscitare l'idea di un attraversamento della tradizione letteraria parmigiana, anzi di un vero e proprio allontanamento in chiave surreale ed espressionistica, per cui era consigliabile chiarire subito, fin dal titolo, questo concetto. Ecco dunque che la poltrona affogata diventò la poltrona per acqua, nel senso di qualcosa (un oggetto, un pensiero?) in movimento, che fluttua, che va verso una meta altra. E' solo un piccolo esempio per far capire come in un libro, a partire dal titolo tutto risponda a una logica interna, assolutamente coerente, anche se - apparentemente - i libri e anche i loro titoli sembrano frutto di scelte casuali, dettate per lo più dall'istinto se non da una mera combinazione semantica. In realtà scrivere un libro non è solo un atto di liberazione creativa, ma è anche e soprattutto una sofferenza, un abbandonare, nel momento stesso in cui lo imprimi sulla carta, il mondo poetico che hai creduto di immaginare come pura ed esclusiva invenzione, mentre in realtà è molto di più.
Certi critici, recensendo il volume, hanno insistito sulla sua padanità. Altri, e sono loro veramente grato, hanno intuito che l'ambientazione è in realtà solo di facciata, un po' come certi film western degli anni settanta, girati in Spagna o in Sardegna e quindi - irrimediabilmente - dichiarati nella loro finzione. Fra questi Fulvio Panzeri il quale ha scritto che il contesto padano diventa solo un'occasione, una sorta di repertorio entro il quale scovare radici e umori che ''lo scrittore reinventa attraverso una sorta di enigmatica e visionaria condizione sudamericana''.
Padania è una parola che mi inorridisce. E questo a prescindere da motivi politici. Non mi piace perchè evoca, linguisticamente, qualcosa di troppo pieno, di unto, di strabocchevole, di eccessivo (privo di sfumature, non detti, allusioni). Qualcosa dove non circola aria, un'assenza di spifferi e di vento largo lontana dalla mia sensibilità di scrittore. Una delle cose che ho maggiormente apprezzato in Calvino è - nei Six memos - proprio l'alternativa tra leggerezza e pesantezza. Sono leggeri, D'Arzo e Delfini, i due padani che amo di più. Entrambi però sono due finti padani. La loro, anche se parrebbe il contrario, è a ben guardare, una finta leggerezza. Ciò che li tormenta è la sindrome del labirinto, la disperazione, il non sapere trovare vie d'uscita. Entrambi cercano risposte assolute, sono fondamentalmente senza speranze. In altre parole penso che il segreto e la forza della padania, come nozione geografica e terra di scrittori - paradossalmente e al contrario di quanto viene creduto - sia quella di essere un genere neutro. Padania è un contenitore vuoto - non c'era forse il mare qualche millennio fa? - una scatola da prestigiatore. Al di la di quello che è stato scritto, se ne può estrarre di tutto. E così avremo la grazia proustiana di Bertolucci, il sociologismo nazional popolare di Guareschi, la tabula rasa del penultimo Celati, e poi la ricerca di Tondelli, anche se l'epigonismo ha portato a radicare sulla via Emilia un giovanilismo di autostrade e discoteche che mi sembra banalizzi un po' il discorso. La geografia padana rischia di trabordare sempre in un teatrino un po' scontato. L'Emilia grassa, con le porcilaie, i gnocchi, il lambrusco che lascia macchie ovunque. Ma sotto le rotondità, come in ogni corpo, si nascondono gli elementi vitali, i nervi dei luoghi. Personalmente credo all'utilità di un luogo, al suo essere senza sponde. Insomma, padania come fondale di cartapesta in cui cercare sortilegi e misteri. Un non luogo in cui evocare presenze e storie.
Detto questo, prese le distanza dalla Padania – pensa che il volume è uscito in una collana intitolata (ma in senso nobile) Biblioteca Padana di Diabasis (il libro, uscito in tiratura limitata, è da tempo esaurito) - credo che il rapporto con la tradizione e la provincia sia fondamentale, in questo libro e negli altri che ho scritto, da ''La casa sul torrente'' a ''Musica per lo zar''. La provincia è un'idea di luogo che diventa necessità di leggere anzi di rileggere una tradizione, una provincia che tende a farsi espressione proprio grazie al narratore che la restituisce e la rende visibile in quanto tale.
Sono nato e vivo in una città - Parma - un po' particolare. Un luogo di mitologie, denso di memorie e di cultura - dal melodramma alla civiltà contadina, da Verdi a Guareschi, ma anche le allegorie del Correggio, i misteriosi simbolismi antelamici ecc - reso riconoscibile, nella propria identità storica e letteraria da valori che, col tempo, rischiano però di diventare armamentario del baedeker turistico. Molti scrittori della mia terra hanno contribuito, sia sul versante poetico sia su quello giornalistico, a creare un mito. Ma, come tutti i miti, ciò che si racconta di Parma è spesso un invenzione. In questa città, la mia famiglia vive da almeno tre secoli. Nella nostra antichissima casa - a picco sul torrente che attraversa Parma come una sorta di nave in procinto di partire - hanno vissuto generazioni di artisti: pittori, musicisti, letterati, danzatori. Gente di talento che porta il mio cognome. Ma oltre ad un albero genealogico ricco di rami e fronde, ciò che più ha condizionato il mio mestiere di scrittore sono state le mille storie che hanno attraversato questa strana casa. Storie che costituiscono una memoria famigliare che, altrimenti, rischierebbe di scomparire. Inoltre, lungo il torrente, passavano e passano figure magiche: eremiti, pastori, zingari e viandanti, a loro volta facitori di storie che mi sono state tramandate. Mi sono trovato così in casa una miniera, un piccolo tesoro di ipotetiche narrazioni su cui lavoro da tempo.
In questi ultimi anni, da Guido Conti a Gene Gnocchi, da Paolo Nori a Valerio Varesi o Beppe Sebaste, solo per citarne alcuni, sono usciti allo scoperto molti narratori parmigiani nati tra la fine degli anni '50 e l'inizio dei '60. Ognuno di loro con un timbro espressivo personalissimo, ognuno di loro - per certi aspetti legato alla nostra storia letteraria. Penso, ad esempio, che gente come Zavattini o Malerba ci abbia insegnato a combattere la prevedibilità. E' un suo enorme merito, ma è forse la conseguenza di un paesaggio piatto e noioso, senza orizzonte, quello in cui è nato e in cui viviamo anche noi. Anche i luoghi dei miei racconti, se vogliamo, sono dichiaratamente padani. Ma è una falsa prospettiva. Il mio è stato un lavoro a tavolino. Ho scelto di parlare di posti che conosco per il semplice motivo che mi consentivano di andare a fondo, di schivare il deja vu. Ho pensato ad ambienti molto precisi, anche come fonemi: Cafragna, Capoponte, Le Vedole, solo per fare qualche esempio. Quindi scelti in base a un potere evocativo sprigionato dal fatto di essere, prima di tutto, dei suoni. Ho tentato di cercare l'altrove il più vicino possibile, dietro casa. I racconti di ''Poltrona per acqua'' sono storie di ossessioni personali, di gente prigioniera di sogni che scoppiano come bolle di sapone, destinati - inevitabilmente - a un finale tragico e grottesco. Ecco, credo che il senso tragico del libro sia da leggere in controluce, come se la geografia che ho raccontato sia specchio di una disarmonia universale, senza futuro, dove la storia si specchia nei detriti, nei flash di memoria e di immaginazione, e dove ognuno può ritrovarsi e perdersi all'infinito. Le piccole odissee individuali dei miei irregolari trovano forse un senso comune nel loro essere una quete priva di speranza.
Come narratore mi interessa molto lavorare sulla memoria. Penso che uno scrittore non possa prescindere dall'arsenale di ricordi, suoi o tramandati, che possiede. E' una risorsa straordinaria vedere come il passato costantemente si sposta. In apparenza, rispetto al presente o al futuro, il passato è l'unico tempo reale, assodato, concreto, immobile. Ma a ben pensarci ogni ricordo è sfuggente, è solo un'insieme di istantanee, spesso sfuocate, che si impongono come archetipi, di volta in volta diversi. In tale ottica, l'esplorazione del tempo si tramuta in una sorta di viaggio in un museo bugiardo. Ci sembra di osservare, ma tra noi e l'oggetto - il ricordo - esiste una specie di barriera, ed è sempre il ricordo a muoversi, mostrando di volta in volta una faccia diversa. Nei libro che ho scritto dopo i racconti di poltrona per acqua, <
Un modo di lavorare, questo dei ritratti dal vero, che non è poi molto dissimile dal procedimento che ho usato per i personaggi di POltrona per acqua. L'unica differenza è stata che anzichè incontrarli in carne ed ossa li ho inventati.
Se è vero - come scrisse una volta Robert Louis Stevenson - che un narratore non deve mai dimenticare di essere come
A volte qualche intervistatore mi domanda se ha ancora senso oggi scrivere romanzi. E io rispondo che come ogni forma in divenire, il romanzo non può essere morto, almeno fino a quando non si cesserà di scrivere. Il problema, specie in Italia, riguarda semmai la fuga dai canoni e dai clichè letterari. Da qualche tempo pare che siano spariti gli
In ognuno di questi scrittori, nel loro essere meticciato (e cioè bava di una tradizione che prosegue senza estinguersi, senza rinnegarsi), persiste – oltre a un senso del passato solido e autentico – un senso di contemporaneo slancio ed inadeguatezza al nuovo che può acutizzare l'idea di una ricerca di frontiere altre, senza dimenticare la grande tradizione che abbiamo alle spalle. Alla fine di tutto, credo che i romanzi migliori, oggi in Italia, siano quelli prodotti da chi esprime realmente la necessità di raccontare una storia, la necessità di salvare dall'oblio il racconto di personaggi che il tempo cancellerebbe. Ma per farlo occorre rileggere la realtà senza paratie ideologiche, mostrandone gli aspetti profondi, segreti. Il romanziere deve essere un costruttore di storie capace di eludere le convenzioni attraverso una voce autentica. Fondamentale è il mistero, il sorprendersi dello scrittore rispetto a quello che ha appena digitato sul computer. L'autore di un romanzo lavora su molti piani: il calcolo, il caso, l'espediente e l'avventura. Questo significa che non esistono ricette perfette. Oggi come oggi, poi, la realtà contemporanea è un ricettacolo pericoloso: il postmoderno consapevole rischia di essere solo un metodo a tavolino. Mai come oggi non mancano gli scrittori intelligenti. Tutti, infatti, posseggono un armamentario teorico in grado di legittimare il proprio lavoro. Ma - credo - è nell'indicibile confine tra l'immaginazione e la realtà, in questo mistero, che risiede l'incanto (e, forse, il futuro) della narrativa.
Davide Barilli è nato a Parma nel '59. Ha pubblicato nell'89 il romanzo La fascia del turco (ed. Casanova), nel '98 i libri di racconti Poltrona per acqua (ed. Diabasis) e La casa sul torrente (ed. Guanda), nel 2001 il romanzo Musica per lo zar (ed. Guanda).
I suoi libri si possono vedere QUI.
Posted by Davide Bregola at 11:27 | Comments (0)
20.01.06
PRESUNTI VIVI#3
Bizzarro come Giuseppe Iannozzi, pittoresco come Gordiano Lupi, Liberiamo la censura, uomo o donna che sia, scrittore o critico che sia, lettore o impostore che sia, sta portando avanti la sua campagna demistificatoria a favore o contro contenuti dei libri degli autori italiani, spesso si scaglia anche contro il loro aspetto fisico, e mi sembra un approccio nuovo di "morfo-critica" tutta da indagare. Per lui i "PRESUNTI VIVI" sono scrittori sopravvalutati dalla critica, a volte snobbati dai lettori, la cui ambizione è inferiore alla soglia minima di decenza. I "VIVI" sono buoni artigiani della scrittura, senza pretese pseudo intellettualistiche, la cui opera vale la pubblicazione. Si può essere d'accordo con la superficialità della disamina, si può intravedere un "non detto" che fa rumore, si può intravedere cialtronaggine o una nuova forma di critica riconducibile al "verso". In questo, come tanti altri casi sospendo il giudizio, e lascio la parola a Liberiamo la censura e ai lettori. D.B.
Tutti gli interventi pubblicati si possono leggere QUI.
Di Liberiamo la censura
Niccolò Ammaniti ha uno sguardo triste e depresso…la barba lunga dell’uomo sciupato da pensieri estremi, radicali e oltre…
ha deciso di fermarsi e di ascoltarsi
non può più andare avanti così
non giocherà più a playstation
l’unico suo vero peccato
l’unica cosa che forse riusciva a fare
tornerà a riempire di storie strappalacrime e biecamente televisive i suoi diari di adulto furbetto
…non avrà più paura…
noi si…
Il sito di Niccolò Ammaniti:http://www.niccoloammaniti.com/
Posted by Davide Bregola at 13:49 | Comments (4)
19.01.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #26
Rossano Astremo interviene nell'inchiesta sul Romanzo Italiano del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.
Di Rossando Astremo
Mi sembra che il mio punto di vista sul “romanzo italiano del XXI secolo” sia stato già esposto da altri ottimamente. Quindi insisto su alcuni punti già venuti a galla. In sostanza, io concordo con quanto detto da Gabriele Dadati che ha parlato dell’esistenza di un massiccio filone letterario di Opere mondo (rimando al suo saggio qui: http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/09/perceber_la_mac.html ), di opere complesse, di strutture magmatiche che si pongono come obiettivo quello di “ficcare il mondo in un libro”. Anche Giulio Mozzi, nel suo articolo Che cosa chiedo alla critica letteraria (articolo troppo lungo), in conclusione scrive, riferendosi a Neuropa, Perceber, La macinatrice, I canti del caos, Il suicidio di Angela B. etc.: “Una domanda per la critica letteraria è, ad esempio: queste opere letterarie che ho citate (queste e altre, non tutte queste e invece altre, eccetera: come volete) sono o non sono una nuova “corrente” che sta attraversando l'oceano delle lettere italiane?”. Forse è troppo presto per parlare di correnti o meno, o forse no, e sicuramente non sono io la persona più adatta a farlo, però queste Opere mondo hanno il merito di riuscire (ognuno con le sue peculiarità, ognuno incanalando il poderoso magma narrativo in griglie e strutture “necessarie” in grado di contenere il debordare della materia ) a “rappresentare” la complessità e la polisemia del contemporaneo. Il pregio dei vari Colombati, Gigliozzi, Casadei, Moresco, Parente etc. è quello di aver osato mettendo a cuocere sul fuoco davvero tanta “carne”, riuscendola a tenere saldamente assieme. Già alla fine del dicembre 2004 “Nuovi Argomenti” aveva dedicato un fascicolo che riuniva estratti di testi inediti, gran parte dei quali poi usciti nel corso del 2005, dal titolo “Questo non è un romanzo”. Colombati, recentemente, in un’intervista nella quale gli chiedevo come mai l’esplosione di questa narrazione massimalista, ha risposto: “Credo si tratti di una reazione ad una stagione editoriale (più che letteraria), in cui finalmente in Italia sono arrivati, ad esempio, i romanzi di Pynchon, di Gaddis, di Foster
Wallace, di DeLillo. Questa cosa del “romanzo massimalista” o “postmoderno” - del “romance” a scapito del “novel” - mostra già la corda, negli Stati Uniti. Ma qui da noi mi sembra giusto tentare, provare a rifuggire dai soliti compitini minimalisti senza sangue, messi in bella prosa per un centinaio di pagine. D’altronde, l’inventore di questo genere di letteratura è il nostro Ariosto”. Come dargli torto? Certo noi abbiamo avuto anche l’immenso Horcinus Orca di Stefano D’Arrigo. Ma è stato un caso isolato.
Questo cosa vuol dire?Che il romanzo italiano del XXI secolo sarà tutto un prodursi di mostruose creature complesse, citazioniste, enciclopediche, “wallaciane”?
Intanto Emanuele Trevi, critico di acume indiscutibile e narratore di due oggetti narrativi ibridi e spiazzanti (Senza verso e L’onda del porto), si appresta a scrivere un libro dal titolo “Contro il romanzo” nel quale, almeno così ha dichiarato in un’intervista apparsa su “Stilos” recentemente, si “scaglia”, tra le altre cose, contro questa presunta “ondata” massimalista del romanzo nostrano. Ad ogni virus il suo antivirus.
Rossano Astremo, nato nel 1979, è scrittore e pubblicista. È di Grottaglie, paese della provincia di Taranto, ma vive dal 1998 a Lecce. È il curatore della rivista cartacea “Vertigine” (http://vertigine.clarence.com/) . Ha pubblicato la silloge poetica “Corpo poetico irrisolto” (Besa Editrice, 2003) ed è autore, assieme a Gianmario Lucini, Fabio Ciofi ed Erminia Passannanti, del libro “Poesia del dissenso” (Transference, 2004). Di prossima pubblicazione il saggio “Jack Kerouac. Il violentatore della prosa”.
Posted by Davide Bregola at 09:09 | Comments (3)
18.01.06
La bocca della trascuratezza!
Dopo Eugenio Scalfari è la volta di Giorgio Bocca. Piero Sorrentino segnala sul Corriere del Mezzogiorno la trascuratezza con cui un giornalista di "chiara fama" compie errori così vistosi che la "sospensione volontaria d'incredulità", come diceva l'amico Coleridge, sarebbe impossibile da raggiungere anche per il lettore più fiducioso. (D.B.)
Di Piero Sorrentino
Il cinico non è adatto a questo mestiere, recita il titolo di un bel libro – intervista di Ryszard Kapuscinski con Maria Nadotti. E il mestiere del titolo è ovviamente il giornalismo. Leggendo l’ultimo libro di Giorgio Bocca su Napoli, Napoli siamo noi (pagg. 134, 14 euro, Feltrinelli) si è spinti a integrare il titolo di Kapuscinski con una chiosa non del tutto superflua: Il cinico (e il distratto) non sono adatti a questo mestiere.
Era da tempo che in un così smilzo volumetto (talmente smilzo che l’editore s’è visto costretto a rimpolparlo con decine e decine di pagine bianche: su 134 fogli, quelli effettivamente stampati sono poco meno di 108) non si riscontrava una così imbarazzante serie di errori, incongruenze, refusi, inesattezze. Qui di seguito se ne prova a dare un’idea. Con un’avvertenza di non esaustività del rapporto: la pioggia era così fitta che qualche goccia può essere scivolata via, non vista. E la si affida agli occhi attenti dei lettori.
Pag. 5 : “Lungo la tangenziale avvengono anche molti scippi classici; due in motoretta raggiungono la donna con la borsetta a tracolla e gliela tirano via con una frustata”. È un’immagine potente, rabbiosa. Peccato solo che lungo la tangenziale di Napoli, come lungo le tangenziali del resto d’Italia, la circolazione ai pedoni e alle motorette sia vietata dal codice della strada, e che lo scippo descritto sia perciò impossibile.
Pag. 27: “Bassolino, che è di Avellino (…)” Antonio Bassolino è originario di Afragola...
LEGGI TUTTO L'ARTICOLO SU http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/
Posted by Davide Bregola at 12:35 | Comments (2)
17.01.06
VIVI#2
Basta un ritrattino negativo per dire che il re è nudo? Servono saggi per descrivere la poetica di uno scrittore? Chi si cela dietro al nikname "Liberiamo la censura"? Qualche scrittore inedito che vuol spargere veleno? Gordiano Lupi? Un dilettante? Un cialtrone? Un moderno Savonarola?
Liberiamo la censura ha messo sulla graticola anche il sottoscritto. Il suo è un apporto molto personale sugli scrittori contemporanei italiani. Mi stanno arrivando i suoi "pezzi" alla e-mail
dbregola@libero.it( a proposito, se qualcuno vuole diventare Liberiamo la censura, lo spazio è aperto).
I "ritratti" sugli autori seguono una logica di questo genere: gli scrittori "Presunti vivi" sono considerati sopravvalutati dalla critica o dai colleghi. Gli scrittori "vivi" sono scrittori dignitosi e rispettabili. Chi li scrive si firma "Liberiamo la censura". Li propongo sul blog così come mi arrivano. Si parte con Moresco per poi passare a Ammaniti, Pederiali, Mazzucco, Baricco, Evangelisti, Pincio, Wu-Ming, Parente, Piperno, Colombati, La Capria, Morozzi, Verasani, Vinci, Desiati, Camilleri, Bevilacqua, Trevi, e via via tutti gli altri.
I ritratti sino ad ora pubblicati sono QUI. La prossima volta attaccherà il golden boy della narrativa italiana Nicolò Ammaniti che molti, a dispetto della sua popolarità, si ostinano a chiamare Ammanniti.(D.B.)
Di Liberiamo la censura
Davide Bregola è stato adulto per quasi trent’anni della sua sopravvivenza…ha infarcito di tondellismi machisti i suoi raccontini pieni di ottime (fin troppo) intenzioni…
improvvisamente
si è addormentato e ha trovato la sublime idiozia…
oggi e per sempre (mi auguro)
Davide Bregola è un bambino divertito e divertente…un giorno forse sporcaccione…il Johnny Cash del piccolo e medio borghesume…
scoperchia cessi e cucina merda di prima qualità
Davide Bregola è l’unico apprendista scopatore degno del cattivo maestro Giuseppe Pederiali
Posted by Davide Bregola at 22:14 | Comments (5)
16.01.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #25
Annamaria Manna interviene sul Romanzo del XXI secolo.
Tutti gli interventi pubblicati si trovano QUI.
L' "inchiesta sul romanzo del XXI secolo" è partita con la lettera che potete leggere QUI.
Di Annamaria Manna
Premessa: l'osservatore influenza ciò che studia
Lo stato delle cose
Il romanzo del 21 secolo è lo specchio della frammentazione, della parcellizzazione, del relativismo, delle mille identità che si incontrano e si scontrano, della voglia di non essere inghiottiti dall'anonimato, dei tempi brevi e frenetici nella sua stessa creazione, del desiderio di cavalcare le mode e contemporaneamente della voglia di distanziarsene, della crisi dell'autore unico. Per questo motivo parlerei de "i romanzi del 21° secolo".
Mi chiedo se ci sono le condizioni sociologiche, antropologiche, spirituali, per poter parlare de "il romanzo del 21° secolo". Il romanzo, come genere, è il frutto di un modo di essere borghese che oggi non esiste più.
I lettori del romanzo, poi, chi sono? Anche loro sono cambiati e questa non è una variabile indipendente. Gli unici lettori che possono somigliare ai lettori del XX secolo sono i carcerati, quelli che hanno vent'anni da scontare e si possono immergere nelle letture e uscirne grondanti di vita e di emozione. Ma quelli che sono fuori, che sono travolti dalla fretta, dalle contraddizioni e immersi nelle bugie dei regimi, cosa chiedono alla lettura e di conseguenza all'editore?
Un'altra caratteristica del romanzo del 21° secolo è questa triangolazione lettore, autore, industria editoriale che possono essere uno la spina nel fianco dell'altro.
Il futuro?
C'è qualche cosa che deve cambiare e che ancora non si sa come sarà, perché si possa parlarne e si possa prevedere cosa produrrà nel campo della scrittura e della lettura. Prima dovrà andare a compimento la crisi di questo secolo, dovranno cadere parecchie statue, monumenti e andare in disfacimento sistemi economici. Prima bisognerà bere le lacrime della consapevolezza che non si sa nulla, che non si è nulla a questo mondo se non si è amico dell'uomo e della natura. L'alba dello stupore, del vero e del buono sarà tanto più vicina quanto più si prenderanno le distanze dalle mode, quanto più ci si prenderà tempo, quanto più si rinuncerà alla vanità, quanto più si amerà l'uomo, quanto più si sentirà la responsabilità del proprio agire. E forse, forse a quel punto non ci sarà bisogno di scrivere o di leggere romanzi. Solo poesie?
Di lei dice: Sono Annamaria. Nei miei quarantaquattro anni molti sono stati i cambiamenti e gli interessi. Riguardandoli ora mi accorgo che ho fatto tante cose, o poche, a seconda dei punti di vista, ma il filo rosso è stato il grande interesse per l’umanità e la voglia di stare bene insieme alle persone, anche le più diverse tra loro. Non mi riesce tutte le volte, ma ritento quasi sempre.
Amo tutta la musica, tranne la techno, la acid e la lirica. Mi interesso di arte in generale, ma più ancora mi affascina il tema dei legami tra arte e vita e la scrittura creativa è uno di questi.
Faccio la guida in questo portale, perché sono terribilmente attratta dall’eden di Supereva: lo trovo un posto molto creativo!
Se mi chiedete una definizione ufficiale di scrittura creativa, eccola qui:
“Lo scopo della scrittura creativa è di sviluppare la nostra capacità di costruire testi in modo creativo ed efficace. Attraverso un'esplorazione attiva e divertente della lingua italiana, si può migliorare la qualità della scrittura di ciascuno. Affrontare un percorso di scrittura creativa significa calarsi in un laboratorio che prevede sperimentazioni brevi e mirate, alla portata di tutti, di un diverso stile di composizione. Ci si riappropria così, con un nuovo spirito decisamente più attivo e protagonista, di tutte le tecniche di composizione, di ogni genere testuale (narrativo, poetico, saggistico, ecc.) e di tutte le fasi del processo di scrittura, dall'ideazione, alla redazione, alla correzione."
Il sito: http://guide.supereva.com/scrittura_creativa/biografia.shtml
Posted by Davide Bregola at 23:30 | Comments (8)
12.01.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #24
Andrea Malabaila interviene sul Romanzo del XXI secolo.
Tutti gli interventi pubblicati si trovano QUI.
L' "inchiesta sul romanzo del XXI secolo" è partita con la lettera che potete leggere QUI.
Di Andrea Malabaila
Il romanzo del XXI secolo sarà breve, non più di cento pagine. I lettori saranno sempre più distratti dalle nuove tecnologie e dalle miriadi di informazioni disponibili, quindi cercheranno letture veloci e scorrevoli. Per questo spariranno le descrizioni e pure l’autore – per quanto possibile – sparirà dietro le sue parole. Nessun intervento, nessun giudizio, ma i fatti così come sono. Nessuno vorrà che qualcuno gli insegni come va il mondo, ognuno vorrà trarre le sue conclusioni, e allora l’autore non sarà un maestro o un predicatore, ma un semplice cronista. Non sarà su un pulpito, ma in mezzo alla gente. Si limiterà a registrare dialoghi, sarà una macchina da presa e dovrà solo scegliere cosa inquadrare. Racconterà storie comuni, apparentemente banali. I protagonisti di queste storie non saranno eroi, ma persone qualunque.
La gente sente sempre più il bisogno di essere protagonista, quindi potrebbe succedere qualcosa sul genere dei reality show. Addirittura, la figura dell’autore potrebbe essere annullata e i veri autori potrebbero essere gli stessi protagonisti. Chi scrive si limiterebbe a registrare la realtà. Per questo motivo, le storie potrebbero non avere un senso compiuto, e molto probabilmente la caratteristica principale del romanzo del XXI secolo sarà proprio l’incompiutezza. Si creerà sempre più una rete ipertestuale, fatta di rimandi e citazioni, soprattutto se prenderà il sopravvento il libro elettronico (ma credo che la carta la farà da padrona ancora per un bel po’). Lo stesso romanzo potrebbe diventare un ipertesto tout-court, e questo darebbe maggiore importanza alla figura del lettore e, ancora una volta, ne toglierebbe all’autore, che non avrebbe più il potere assoluto sulla storia ma si limiterebbe a proporre delle possibilità.
Andrea Malabaila abita a Torino. Bambole cattive a Green Park (Marsilio) è il suo libro d'esordio. Il suo sito ufficiale è:www.andreamalabaila.it
Posted by Davide Bregola at 09:46 | Comments (9)
10.01.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #23
Guido Tedoldi interviene nel dibattito sul Romanzo Italiano del XXI secolo. Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui: http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html
Tutto è partito dalla lettera che si può leggere qui: http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments
Di Guido Tedoldi
Il romanzo del XXI secolo parlerà della prepotenza,
dell'uomo che è lupo per l'altro uomo, della protervia
del potere nei confronti del singolo. Temi assoluti,
archetipi che verranno attualizzati in mille salse
(dal noir alla fantascienza, dal porno all'operetta
morale) senza discostarsi di molto dal nucleo centrale
del dolore contemporaneo. Insomma il romanzo parlerà
dell'esperienza quotidiana degli esseri umani
nell'epoca dell'iperflessibilità del lavoro, e
dell'esplosione della sperequazione tra ricchezza e
povertà. Mai l'umanità è stata così vicina alle stelle
come nel XXI secolo, ma mai i singoli esseri umani
sono stati vicini al baratro come nel XXI secolo: un
contrasto fortissimo, da perderci la testa.
Per intenderci, Aldo Nove sta già adesso scrivendo
qualcosa di simile. Ma siccome siamo solo agli inizi
del secolo, lui al momento sembra solo uno scrittore
prestato al giornalismo che pubblica pezzi di colore
sui periodici di sinistra.
Quindi niente «restaurazione», niente «fine» né
«sconfitta». Chi vuol restaurare certi modelli del
passato, non solo letterari ma anche di gestione
commerciale della distribuzione libraria, si rende
solo conto che un'epoca è arrivata a esaurimento. Gli
economisti stanno elaborando modelli nuovi per
spiegare ciò che succede: si basano sulle dinamiche di
vendita di Amazon e la chiamano «coda lunga».
Ne ha
parlato anche Giulio Mozzi su Vibrisse andando a
riprendere un articolo di Wired del 2003. In sostanza
oggi nelle librerie, anche in quelle giganti, lo
spazio di esposizione dei libri è limitato e quindi
anche il numero dei titoli che effettivamente il
lettore può scegliere è limitato. In Italia si
pubblicano 50'000 titoli nuovi all'anno, ma solo 2'000
possono sperare di avere visibilità e tra di loro si
nascondono gli eventuali best seller. Gli altri non
vendono una cippa. Su Amazon lo spazio è virtuale e
praticamente illimitato e tutti i titoli hanno la
stessa visibilità. Il potenziale di vendita dei pochi
titoli che vengono messi sotto i riflettori è lo
stesso dell'enorme quantità di titoli che rimane
nell'ombra della «coda lunga», ma che i lettori
curiosi vanno con soddisfazione a scovare. Vendono
tutti.
Nel XXI secolo ci saranno ancora i casi dell'anno. E
gli uffici stampa delle case editrici cercheranno
ancora di fare i soliti giochetti con i critici di
nome e i premi letterari addomesticati. Pateticamente.
E il dibattito culturale verterà sull'anarchia
crescente di un mercato incontrollabile dove
moltissimi titoli venderanno le loro 100'000 copie e
troveranno la propria clade (termine introdotto da
Bruce Sterling per definire le nicchie evolutive, non
solo di mercato ma anche biologiche, finanziarie,
sportive) scavalcando allegramente ogni confine
nazionale.
Guido Tedoldi, giornalista professionista, lavora in
provincia di Bergamo. Ha 40 anni e nel cassetto ha
molti racconti, un romanzo e un libro biografico su un
personaggio delle sue parti che è stato internato in
un lager, poi dirigente sindacale e un sacco di altre
cose. In futuro prevede di produrre testi molto
migliori perché la scrittura è una montagna che si
scala e che sembra non avere mai cima.
Per quanto riguarda il suo blog, lo potete trovare
all'indirizzo www.bassablog.it.
Guido Tedoldi RELOAD
Egregio Bregola,
ti ringrazio per la pubblicazione del mio intervento.
C'è poi una cosa che volevo dirti, riguardo al
dibattito che hai scatenato domandando del romanzo del
XXI secolo. Sta andando in una direzione diversa da
quella che mi aspettavo. Voglio dire, quando tu hai
posto il tuo quesito, io ho capito che tra le righe
domandavi: «Tu scrittore italiano, che sarai attivo
nel XXI secolo o perlomeno nella sua parte iniziale,
cosa hai intenzione di scrivere in quel periodo? Quali
temi tratterai, quali storie racconterai, come intendi
porti nei confronti del mercato dei lettori?».
Mi pare invece che molte risposte siano del tipo:
«Questo dovrebbe essere il grande romanzo italiano,
questi dovrebbero essere i grandi temi da trattare...
quello che scriverò io non lo vengo certo ad
anticipare a te, che magari mi rubi l'idea».
Non so, magari sono io che capisco male.
Posted by Davide Bregola at 21:56 | Comments (1)
09.01.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #22
Avevo chiesto ad Antonio Spadaro di mandarmi qualche riga sulla sua idea di Romanzo per il XXI secolo, agli inizi di dicembre '05 ci siamo visti alla Fiera della Piccola e Media Editoria di Roma e abbiamo iniziato a parlare della mia lettera aperta, della necessità di ritrovarsi a parlare di Romanzo, abbiamo parlato di Esistenzialismo tra Francia e Svezia, della differenza tra Sartre e Dagerman. Mercoledi scorso questo pezzo, nella versione un po' più breve, è apparso sul quotidiano Avvenire, è stato riportato su Vibrisse e ha destato molta attenzione. Si possono leggere i commenti cliccando QUI.
Ora interviene nel dibattito sul Romanzo Italiano del XXI secolo. Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html
Tutto è partito dalla lettera che si può leggere qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments
Di Antonio Spadaro
Parlando con Davide Bregola, l’autore di Racconti felici, poche settimane fa dicevo che ci vorrebbe qualcuno che si dedicasse alla compilazione di una «antologia dello sguardo fresco». Al di là della battuta, sarebbe interessante se qualcuno si impegnasse a trovare tra le narrazioni d’oggi pagine in grado di comunicare uno sguardo ingenuo sulla realtà, da quella migliore e solare a quella più dura e tragica. È tutta questione di sguardo. Valutare una narrazione significa valutare uno sguardo e la sua adeguatezza. Per lo scrittore tutto trova verifica nel suo occhio. È questa, infatti, la domanda che sempre mi pongo davanti a un libro: cosa vede? cosa mi fa vedere? come me lo fa vedere?
Ho davanti una manciata di romanzi italiani del 2005. Ammetto che, dopo anni di vivo interesse per la nuova narrativa del nostro Paese, ho fatto una certa fatica nel frequentarne le pagine nell’ultimo periodo. Il lettore de La Civiltà Cattolica, la rivista per la quale scrivo, se ne sarà accorto. Era come se avessi bisogno di uno spazio più ampio, di sguardi più ariosi e limpidi di quelli che avevo davanti. Li ho trovati in altre letterature. In realtà spero che questa sensazione negativa passi in fretta. So però che cosa l’ha generata. Cercherò di spiegarlo. Prendo lo spunto da ciò che Enrico Palandri ha recentemente affermato in un suo saggio su Pier Vittorio Tondelli: «La letteratura offre forse l’immagine più fasulla della storia, proprio perché è sia sognatrice che vittima della vanità di spiegare. Cerca di dare senso a un fantasma, allo spirito del tempo, quando invece sciagure e catastrofi si abbattono costantemente su di noi senza nessuna ragione…». È una frase perfetta nella sua negatività, e contiene una «visione» ben a fuoco: il tutto, la realtà, sarebbe irragionevole, e la letteratura sarebbe vittima della vanità di spiegare.
Ho litigato a lungo con questa frase per me indigeribile. Questo mi ha aiutato a prenderla sul serio, a scavarla dal di dentro. Mi ha pure ricordato che proprio Tondelli venticinque anni prima aveva parlato di una «fiducia nella letteratura» che riconosce come sia «possibile affidare alla letteratura, al libro, la comunicazione di una propria esperienza e di un proprio linguaggio reali». Mi riconosco decisamente in ciò che aveva scritto Tondelli, sebbene in altri tempi rispetto a quelli attuali: la letteratura è la comunicazione di un’esperienza. Non è vana volontà di spiegare, ma è visione ed esperienza del mondo.
Prendo le espressioni di Palandri e di Tondelli, due degli autori italiani maturati negli anni Ottanta, come paradigmatiche per l’oggi. Credo che sia quanto mai urgente che lo scrittore si scrolli di dosso l’unico compito che sembra essergli proprio: quello di smascherare il volto negativo e drammatico della realtà, intesa necessariamente come crudele e tragica. È vero, i nostri tempi non sono allegri: alle spalle abbiamo il naufragio, e forse il naufragio è sempre in atto. Tuttavia credo che quella dell’indignazione o della rassegnazione non sia la strada obbligata, come molti sembrano credere. Esiste un compito molto più propositivo (o forse anche «epico», perché no?): quello di far fare un’esperienza nuova della realtà, del mondo, della vita. La giovane poesia italiana sembra procedere più speditamente in questa direzione. Insomma, questo vorrei nella narrativa che verrà: una fede nella potenza della letteratura, intesa come la capacità di guardare il mondo con occhi «freschi», nuovi, nonostante tutto e al di là del cliché della precarietà della vita. È una novità di sguardo quella che cerco nella narrativa. Il grande e dimenticato G. K. Chesterton, ricordando la lettura del Robinson Crusoe, affermava che la parte più bella di quel libro è la lista degli oggetti salvati dal naufragio. Aveva ragione perché essa lo aiutò a comprendere come un buon esercizio per lo scrittore è quello di ricordare come tutte le cose sono sfuggite per un capello alla perdizione: tutto è stato salvato da un naufragio.
Ecco cosa mi aspetto dalla nuova narrativa italiana, ecco ciò di cui sono alla ricerca: pagine libere dalla stanchezza del rancore e del fallimento necessario, dal torpore del sentimentalismo, dalla banalità del puro gioco delle forme; pagine che conoscono la perdizione del naufragio, ma anche la grazia della salvezza; pagine che sappiano guardare alla realtà così com’è, senza rimedi e senza l’airbag della militanza indignata o colta. La tragedia, così com’è descritta da alcune narrazioni d’oggi, purtroppo, non fa male per niente: fa riflettere e basta. Per far provare la puntura del dolore, per farne fare esperienza al lettore, è necessario che lo scrittore abbia uno sguardo da bambino, nudo, privo di difese. Se è l’occhio stupito del fanciullino ad essere l’unico testimone dello stupore, è lo stesso occhio ad essere anche l’unico testimone credibile della tragedia.
Penso, ad esempio, alle pagine di uno scrittore «esistenzialista» come lo svedese Stig Dagerman (indicibilmente superiori a quelle di Jean-Paul Sartre). Solamente questo sguardo è anche capace di guardare veramente all’orrore senza infingimenti e coperture. Gli occhi di Stig Dagerman sono quelli aperti di un fanciullo, ma velati di lacrime o concentrati con troppa consapevolezza sull’assurdo. Il suo sguardo fa venire in mente quello della ragazza ritratta dal pittore norvegese Edvard Munch nel quadro Pubertà, la quale fissa con occhi inquieti fuori della tela. Personificazione delle paure adolescenziali, l’immagine riflette il turbamento causato da un’esperienza forse sconvolgente, rivelata anche dalla presenza di una grande ombra misteriosa. Da questi occhi prende forma il suo «esistenzialismo», che ha, se così si può dire, la freschezza della prima bruciatura. Ma sempre di freschezza si tratta.
Mi ha colpito al riguardo una affermazione di Marco Mancassola, scrittore che appena ha appena attraversato la soglia del trentesimo anno. Egli pensa che in questi decenni la letteratura abbia «perso qualsiasi residuo di innocenza». È vero. Tuttavia non è vero, come egli invece sostiene, che «invocare oggi il ritorno della sincerità nella scrittura potrebbe essere antistorico», non è vero che non si possa «tornare sinceri dopo che si è imparato a mentire». Il ritorno della sincerità, dell’ingenuità, dell’innocenza è possibile, anzi: è indispensabile. È l’unico modo per non perdere l’orrore e la grazia della vita.
Sia ben chiaro però: parlando di sguardo ingenuo e fresco non intendo affatto elogiare un facile e stupido spontaneismo. Cerco di spiegarmi facendomi aiutare dal discorso Cosa ha significato per me la poesia del grande poeta giapponese Kikuo Takano: «Scrivere poesie vuol dire anzitutto soffermarmi con uno stupore profondamente fresco di fronte a ciò che esiste, accettare insieme la molteplicità e la continuità degli esseri, fissare su di loro lo sguardo fino a quando svaniscono. La poesia era per me l’unica via per incontrare il senso e la bellezza misteriosa dei legami tra gli esseri, legami che più fissavo più mi perdevo (ma tutto intanto diventava limpido)».
Mi faccio aiutare anche da Luigi Pareyson: «Lo spettacolo della realtà è allora come assistere all’alba del mondo: s’apre la via all’incantato stupore di chi è come diventato contemporaneo della creazione e partecipe della compiaciuta soddisfazione divina: viditque Deus cuncta quae fecerat, et erant valde bona (Gen. 1, 31): wehinneh tov me’od. Con la sua improvvisa irruzione sulla scena, la realtà previene ogni aspettativa e coglie di sorpresa, lasciando attoniti e stupefatti, e suscitando non solo la meraviglia e l’ammirazione, così intensamente anche se sobriamente descritte dai filosofi dell’antichità, da Platone a Plotino, ma perfino, all’occorrenza, un brivido di sgomento, come lo sbigottimento di Pascal di fronte agli spazi infiniti, o l’insondabile “baratro della ragione” di Kant, e il suo senso del “sublime” di fronte all’infinito e alle soglie dell’eternità». Perfetto. E’ questo che intendo con sguardo ingenuamente fresco.
Antonio Spadaro è redattore letterario della rivista La Civiltà Cattolica e collaboratore di varie riviste (Letture, Stilos,...). E’ professore incaricato presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. Ha fondato Bombacarta. Gli ultimi libri pubblicati sono: A che cosa «serve» la letteratura? (2002); Carver. Un'acuta sensazione di attesa (2001); Lontano dentro se stessi. L'attesa di salvezza in Pier Vittorio Tondelli (2002). E’ in uscita un suo volume su internet culturale e teologico.
Il link a bombacarta è http://www.bombacarta.it
Posted by Davide Bregola at 23:19 | Comments (1)
08.01.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #21
Michele Governatori interviene nel dibattito sul Romanzo Italiano del XXI secolo. Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html
Tutto è partito dalla lettera che si può leggere qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments
Di Michele Governatori
Più storie, meno fregnacce
Ho una bimba di poco più di un anno. Quando la metto a sedere sulle mie ginocchia con in mano uno dei suoi libriccini illustrati, lei impazzisce. Vuole ch’io le legga tutto il piccolo testo sotto ai disegni passando le pagine dalla prima all’ultima, e alla fine vuole che ricominciamo.
Cos’è questo se non una passione (innata suppongo) per la narrazione?
Mia figlia sente il desiderio di immergersi in un piccolo mondo di personaggi che evolvono in una storia. E anche a me piacciono le storie. Mi piace chi le sa inventare e mi piace immaginarmele a partire da qualche dettaglio, magari da persone intraviste in giro, di cui non so nulla se non due o tre fotogrammi di straforo.
Così, osservando me e gli altri, deduco che le storie sono qualcosa di cui si sente il bisogno. E penso che la lingua scritta sia un codice molto adatto a raccontarle, per esempio perché lascia al lettore il piacevole compito di trasformare descrizioni ellittiche in immagini dettagliate, di raccogliere evocazioni e farle, per così dire, fiorire tramite la propria immaginazione.
Alcuni scrittori sostengono che il romanzo è una forma coercitiva, superata, convenzionalmente ridondante eccetera. Ritengono probabilmente di avere cose da dire che possono trovare canali più efficaci del romanzo, e più in generale della narrazione. Ritengono quindi forse di poter prescindere dalla costruzione di storie. Bene: che scrivano saggi, o altro. Se non gli piace fare i narratori, che non facciano i narratori. Ma rischiano grosso: difficilmente gli scrittori hanno cose da dire più precise e pertinenti di quelle che hanno gli esperti dei più disparati campi. Gli scrittori (che hanno un’anima multidisciplinare e quindi un po’ superficiale, ma nel contempo hanno spesso il polso delle storie e dell’umanità) quando danno lezioni o pareri su qualcosa in tono argomentativo anziché narrativo rischiano di essere velleitari, se non ridicoli (scrivendo questo testo io infatti mi sento un cialtrone). Al contrario, se parlano tramite storie, possono sia alimentare in chi li ascolta riflessioni e sensibilità fino a quel momento latenti, sia intrattenerli.
Un esempio che mi viene in mente (e che tra l’altro non riguarda uno scrittore) è quello di Marco Paolini, il tipo che fa monologhi-ricostruzioni su fatti d’attualità. Ebbene, lo schema di Paolini qual è? Non certo dare informazioni che prima non erano disponibili (probabilmente di geologia o controllo del traffico aereo Paolini non sa quasi niente, eppure ha rapito molti spettatori parlando di Vajont e Ustica), ma tirare fuori dagli eventi un tessuto narrativo e immaginifico che agli eventi possa dare corpo e vita, con la conseguenza magari di sensibilizzare in modo utile il pubblico. Quello che fa Paolini è trovare nelle cose le storie, come fanno anche gli scrittori-narratori.
Se poi dobbiamo confrontare i racconti brevi con quelli lunghi, io penso questo: i racconti lunghi sono (anche) una prova di abnegazione, perché lo scrittore accetta una convivenza duratura con i suoi personaggi e con il mondo costruito attorno a loro, e il lettore ci si affida con maggiore responsabilità. I racconti lunghi in questo senso sono un patto più profondo di quelli brevi. Uno scrittore che si dedica per anni a una sola storia è qualcuno che le storie le ama oltre ogni razionalità, e io capisco che i lettori e gli editori lo apprezzino. Anche solo per questo, secondo me, i romanzi hanno senso. E poi credo che un narratore, se è tale, non può non sentire il piacere di affrontare almeno una volta la distanza vasta del romanzo, come un esploratore, immagino, è attratto dalle traversate più ardite. (Attenzione: tutto ciò non m’impedisce di amare i racconti di Carver, per esempio).
Allora, se non s’è capito fin qui: io penso prima di tutto che una maggiore attenzione alla differenza tra il termine “scrittore” e il termine “narratore” sia utile. Poi, penso che gli scrittori che non sono anche narratori abbiano una vita più difficile rispetto agli scrittori-narratori, perché rischiano di fare i semplici traduttori al servizio degli esperti delle varie materie. Oppure di blaterare con incompetenza, visto che rinunciano alla creatività narrativa che per me è l’unico sostituto sensato alla competenza.
Chi invece questa rinuncia non la vuole fare, trova nel romanzo, proprio grazie ai suoi vincoli di durata e coerenza, una forma piuttosto solida e convincente per una storia scritta.
Michele Governatori e` nato nelle Marche, a Mondavio nel 1972, ma vive e lavora a Roma. Ha pubblicato racconti su riviste e antologie e, nel 2003, il romanzo Venere in topless (Fernandel). E` uno dei componenti del gruppo romano I libri in testa.
L'ultimo suo libro: Il paese delle cicogne (2004)
Foschi Editore.
Posted by Davide Bregola at 23:48 | Comments (0)
07.01.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #20
Paolo Di Paolo interviene nel dibattito sul Romanzo Italiano del XXI secolo. Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html
Tutto è partito dalla lettera che si può leggere qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments
Paolo Di Paolo
L'argomento non è nuovo (quante volte ne avrà scritto Raboni sul Corriere? Ho perso il conto), ma stimolante. Come Trevi, sono molto attratto dalle forme narrative ibride, tra saggio e racconto (Sebald, Nooteboom, e da noi appunto Trevi, e anche Magris, ovviamente; l'ultimo La Capria, e per certi aspetti l'ultimo De Luca). Mi convincono - come convincono Guglielmi - gli scrittori che oggi mettono in gioco l'autobiografia, la propria storia - creando un cortocircuito fisico col mondo circostante (pensate a Gina Lagorio, "Càpita"). Detto addio (e commemorato) il novecentesco "personaggio-uomo", abbiamo molti personaggi-corpo (non è solo questione di "cazzo e vomito", come ha scritto Luperini; non è solo questione di "intimisti rinsecchiti", come ha scritto Scalfari). Ben vengano perciò storie senza schemi, costruite su ricordi, frammenti, tracce accumulate nel tempo, fotografie (qualche titolo, alla rinfusa: "L'alba di un mondo nuovo" di Alberto Asor Rosa; "La nave per Kobe" di Dacia Maraini; "Tra noi due" di Elisabetta Rasy; "Il compagno di mezzanotte" e "Tutto su mia nonna" di Silvia Ballestra; "H.P. L'ultimo autista di Lady Diana" di Beppe Sebaste; e le città italiane raccontate per Laterza da Nove, Alajmo, Culicchia...). Ma stare a decidere se si tratti o no di "romanzi", non mi sembra utilissimo: se per romanzi vogliamo intendere solo le macchine perfette, ottocentesche, di Balzac, Stendhal, di Tolstoj, va bene: questi non sono romanzi. Ma: e se fossero semplicemente evoluzioni del romanzo, possibilità del romanzo senza più niente di romanzesco?
Credo nella letteratura come infinita possibilità, trasformazione; non nella letteratura postuma, né in quella in stato comatoso. Evviva Barilli, dunque: evviva. Evviva chi non lamenta la "carenza creativa", la fine della fine; evviva chi non si dispera e continua a leggere. Ché poi anche romanzi, vecchi romanzi (rinnovati dal vento e dagli umori del presente) ne abbiamo, e di buoni: da noi, Melania G. Mazzucco, "Un giorno perfetto", Sandro Veronesi, "Caos calmo"; altrove McEwan (il suo "Sabato" naturalista), Auster, Foer e compagna, Wolfe, Schwartz, Ghosh, e molti altri, chissà quanti).
Come sarà il romanzo del XXI secolo? Sarà molte cose insieme, cambierà nome magari; ma avrà vita finché ci saranno lettori, finché gli uomini avranno voglia anche di storie scritte (gialle, nere, rosa, zozze, perverse, trucide, comiche...). Quando non ne avranno più voglia, l'umanità non sarà né postuma né "esangue e disfatta": sarà cambiata, tutto qui. Esangue e disfatto è chi non è capace di fiducia. (E per dire un'ultima cosa, se c'è qualcosa che si trova davvero in cattiva salute, in letteratura, è secondo me il genere-poesia, col suo "grande avvenire dietro le spalle". Non che la cosa mi sembri particolarmente grave, ma se proprio vogliamo parlare di eutanasie e accanimenti terapeutici non è di romanzi che dobbiamo occuparci - credo).
Paolo Di Paolo è nato nel 1983 a Roma, dove vive. Ha pubblicato i
racconti "Nuovi cieli, nuove carte" (Empirìa 2004, finalista XVI Premio Calvino e Premio Carver 2005); "Un piccolo grande Novecento", con Antonio Debenedetti (Manni 2005), e il libro-conversazione con Dacia Maraini "Ho sognato una stazione. Gli affetti, i valori, le passioni"(Laterza 2005). Per il teatro ha curato "Il respiro leggero dell'Abruzzo" (2001; Ianieri edizioni 2004), interpretato negli anni da Franca Valeri, Milena Vukotic e Arnaldo Ninchi. Suoi scritti sono apparsi in antologie e riviste, tra cui "Nuovi Argomenti". Collabora con "ItaliaLibri.net" e con "Stilos".
Posted by Davide Bregola at 01:06 | Comments (2)
05.01.06
PRESUNTI VIVI#2
La questione su romanzi e critica è stata dibattuta ieri su Avvenire e la si può leggere QUI.
Un apporto molto personale sugli scrittori contemporanei italiani mi sta arrivando anonimamente alla e-mail
dbregola@libero.it.
I "ritratti" sugli autori seguono una logica di questo genere: gli scrittori "Presunti vivi" sono considerati sopravvalutati dalla critica o dai colleghi. Gli scrittori "vivi" sono scrittori dignitosi e rispettabili. Chi li scrive si firma "Liberiamo la censura". Li propongo sul blog così come mi arrivano. Si parte con Moresco per poi passare a Ammaniti, Pederiali, Mazzucco, Baricco, Evangelisti, Pincio, Wu-Ming, Parente, Piperno, Colombati, La Capria, Morozzi, Verasani, Vinci, Desiati, Camilleri, Bevilacqua, Trevi, e via via tutti gli altri.(D.B.)
I ritratti sino ad ora pubblicati sono QUI.
Di Liberiamo la censura
…Melania Mazzucco, talentata nei capelli come poche altre, dipendente statale della scrittura sussurra trame piatte e noiose…circoscrive personaggi apparenti e inesistenti…
…Melania Mazzucco lavora nel catasto della più mediana borghesia del vorrei ma non posso…bla bla bla del politicamente corretto…pace, amore e tantissimo altro…niente che possa puzzare di stupidità…
…Melania Mazzucco è la maestrina sorridente dei fallimenti plastificati dei primi della classe…tutto in superficie…nessun affondamento…
Melania Mazzucco è sazia…gonfia e tronfia…non dice nulla…
…è la sua fortuna…
…continui così…
I libri di Melania Mazzucco si trovano QUI.
Posted by Davide Bregola at 11:26 | Comments (3)
04.01.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #19
Andrea Cotti interviene nel dibattito sul Romanzo Italiano del XXI secolo. Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html
Tutto è partito dalla lettera che si può leggere qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments
Di Andrea Cotti
Personalmente credo che il romanzo italiano “stia abbastanza bene”. Lo vedo discretamente in forma… Soprattutto penso che il romanzo abbia ricominciato negli ultimi anni a “fare il proprio mestiere”. Cioè raccontare storie. E non è poco, anzi! Per troppo tempo questa cosa non è successa. Per troppo tempo – è questa la mia impressione – chiunque si metteva su carta cercava il capolavoro, o meglio: la grande scrittura. Ma è come se un musicista cercasse di comporre una straordinaria opera senza saper fare bene nemmeno le scale.
Ecco, il romanzo in Italia ha ricominciato dalla base irrinunciabile: raccontare, appunto. Forse lo si deve all’esplosione del romanzo di genere avvenuta negli ultimi anni che ha costretto anche chi col genere non ha nulla a che fare a rivedersi la grammatica elementare della narrazione. E poi il rapporto con la realtà. Perché i romanzi di genere si sono messi a raccontare di poliziotti corrotti, di intrecci tra mafia e politica, della criminalità nascosta, dell’avidità e aridità di certi contesti sociali, della follia delle persone, del degrado, della paura… E all’improvviso tanti altri scrittori, e tanti altri romanzi – quelli che ad esempio raccontavano di quarantenni in crisi nel loro bel casale in Umbria – sono rimasti indietro. Non raccontavano più niente a nessuno. Chi è che vive quella vita lì?
Io sono felice che ci siano in giro libri come Lo stato dell’unione o come Nordest. O come Cordiali saluti. Libri che raccontano la NOSTRA vita e la nostra storia. E potrei farti tanti altri esempi.
Sono felice – come lettore – quando percepisco che lo scrittore sta facendo bene il suo lavoro (da artigiano specializzato) e riesce a incuriosirmi, a farmi venire voglia di girare pagine, a tenermi in attesa sulla trama, a farmi identificare con un personaggio ben costruito. Sono felice quando percepisco che lo scrittore sta lavorando per me!
Se continua a esserci questo – se la narrativa non torna a rinchiudersi in un universo parallelo – chissenefrega se i librai e i bibliotecari conoscono di anno in anno solo i vari Faletti, Buttafuoco, o chiunque sia il caso del momento. Le strategie editoriali sono quelle che sono, la pigrizia degli operatori del settore è quella che è. Tu pensa: io sono un ex libraio, e da me veniva a propormi il catalogo Mondadori uno che l’anno prima – me lo diceva lui – vendeva le pentole porta a porta… E poi, però, dài: in realtà, mica è tutto così. Il mio amico bibliotecario di Gorgonzola, Franco Galato, di sicuro conosce quasi tutti gli scrittori italiani. Anzi, molti me li ha presentati lui. E non è un’eccezione.
Insomma, se in giro ci sono buoni libri – e ce ne sono, basta cercarli – e se ci sono scrittori onesti, attenti, con delle spinte e delle voglie vere, per me possiamo essere soddisfatti.
Il capolavoro di cui parlavamo prima viene solo quando c’è una tradizione solida – che magari puoi anche rompere – ma comunque una base, uno strato compatto. Secondo me, tra la fine del secolo vecchio, e l’inizio di questo nuovo, lo strato compatto lo stiamo costruendo. Zitti, lavorando.
Andrea Cotti è nato a San Giovanni in Persiceto (Bologna) nel 1971. Dopo aver gestito per anni una libreria specializzata nella poesia e nella narrativa italiana, ha pubblicato il romanzo Tre (Bollati Boringhieri, 1996), la raccolta di racconti Lo stesso discorso di sempre (addictons 1999) e numerosi romanzi per ragazzi. Scrive sceneggiature per cinema e per televisione e tiene corsi di scrittura e sceneggiatura. Un gioco da ragazze (Colorado, 2005) è il suo primo romanzo noir.
Posted by Davide Bregola at 15:10 | Comments (0)
03.01.06
Il romanzo del ventunesimo secolo #18
Gian Paolo Serino interviene nel dibattito sul Romanzo Italiano del XXI secolo. Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html
Tutto è partito dalla lettera che si può leggere qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments
di Gian Paolo Serino
Il romanzo del XXI secolo?
Parto da alcune considerazione che ho scritto mesi fa su un quotidiano (Avvenire): recensivo “New Grub Street” di George Gissing, un libro di un’attualità sconcertante, scritto a fine ‘800 ma profetico perché mette a nudo, con quella presa diretta che solo le telecamere di carta riescono a restituirci, un universo letterario molto simile al nostro.
Terze pagine che montano casi editoriali del tutto inventati, critici impegnati a trovare nuovi capolavori ad ogni angolo d’inchiostro, libri trasformati in prodotti, scrittori ridotti a mercanti e lettori completamente in balia della “vertiginosa e volgare amplificazione del mercato editoriale”.
Il rischio? Per Gissing è che la letteratura sarebbe diventata un deserto di parole stampate e la critica letteraria un’arte declassata al pettegolezzo e al sensazionalismo. Uno scenario non molto lontano da noi: da una parte dibattiti che all’inchiostro hanno sostituito la polvere della noia, dall’altra i classici istantanei, nuovo fenomeno della nostra “soc