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26.01.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #31

Gianluca Morozzi interviene nell'inchiesta sul Romanzo del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.

Di Gianluca Morozzi

INTERVENTO

Caro Davide, vorrei fare una cosa terribile e vile e me ne scuso in anticipo.
Il fatto è questo: per me scrivere romanzi è come guidare, so che se schiaccio un pedale la macchina si ferma, se ne schiaccio un altro la macchina va, ma se devo spiegare come e perché tutte queste cose meravigliose accadono, beh, per quando ne so io potrebbe benissimo trattarsi di magia. Allo stesso modo: se c'è da scrivere un certo dialogo o un certo flashback o un certo tipo di finale, quello lo so fare (O almeno: voglio credere di saperlo fare.
Lasciatemi nelle mie sacrosante illusioni. Abbiate pietà. Sono una persona fondamentalmente buona.). Se invece devo teorizzare, in genere balbetto, sorrido, balbetto ancora, sorrido di nuovo, poi dico una battuta spiritosa e cerco di cavarmela così. Allora, concludendo: potrei tentare di contribuire al dibattito in millecinquecento differenti modi, ma in realtà vorrei dire questo: sono integralmente d'accordo con quello che ha scritto Luigi Bernardi.
Ricalcare un intervento precedente non è quello che chiamerei un grandioso contributo, ma l'avevo detto che stavo per fare una cosa terribile e vile, no?

Gianluca Morozzi è nato a Bologna nel 1971, dove vive. Di se stesso ci racconta, un po’ a casaccio: ”Ho studiato giurisprudenza senza nessunissimo motivo al mondo, sono fermo alla tesi da tre anni. Sono il più grande tifoso del Bologna mai esistito. Prima di perdere tragicamente i capelli, assomigliavo a Kabir Bedi interprete di Sandokan. Adesso, tristemente, assomiglio a Pancaro il terzino. Vivo circondato di fumetti Marvel e Dc, i fumetti continuano ad aumentare, a crescere, occupano tutti gli spazi, s'infilano dappertutto. La mia serie a fumetti preferita di tutti i tempi è The incredible Hulk, nei dodici anni in cui è stata scritta da Peter David. Sono alto un metro e ottantatrè, ma sulla carta d'identità mi attribuiscono un centimetro in meno. Ho un occhio bicolore, nel senso che nell'iride sinistra (marrone) c'è un visibilissimo spicchio azzurro. Cose che succedono. Il mio gruppo preferito di sempre sono gli Who. Il mio cantante preferito è Bruce Springsteen. Il mio gruppo italiano preferito sono gli Afterhours.”L'ultimo libro pubblicato in ordine di tempo è L'era del porco (Guanda, 2005)

Posted by Davide Bregola at 26.01.06 10:03

Comments

Il Moroz è sempre un grande.

Posted by: Andrea M. at 26.01.06 11:25

Tra l'altro domani sera (venerdi 27 gennaio)Morozzi sarà a Sermide (Mn) in trattoria a parlare dei suoi libri dalle 20 al Cavallucci(ristorante-alloggio). Bisogna prenotare perché c'è l'assedio: cavallucci.sas@libero.it

Posted by: D.B. at 26.01.06 11:41

caro davide,
ho letto ieri questa lettera di Pier Paolo Pasolini. Forse la conosci, forse no. mi sembra bella da rileggere ora, tra queste riflessioni su verità e romanzo.

ciao,
monica

Pier Paolo Pasolini
La narrativa
 
Da Petrolio
Lettera ad Alberto Moravia

Caro Alberto, 
ti mando questo manoscritto perché tu mi dia un consiglio. E' un romanzo, ma non è scritto come sono scritti i romanzi veri: la sua lingua è quella che si adopera per la saggistica, per certi articoli giornalistici, per le recensioni, per le lettere private o anche per la poesia: rari sono i passi che si possono chiamare decisamente narrativi, e in tal caso sono passi narrativamente così scoperti ("ma ora passiamo ai fatti", "Carlo camminava..." ecc, e del resto c'è anche una citazione simbolica in questo senso: "Il voyagea...") che ricordano piuttosto la lingua dei trattamenti o delle sceneggiature che quella dei romanzi classici: si tratta cioè di 'passi narrativi veri e propri' fatti 'apposta' per rievocare il romanzo. 
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Nel romanzo di solito il narratore scompare, per lasciar posto a una figura convenzionale che è l'unica che possa avere un vero rapporto con il lettore. Vero appunto perché convenzionale. Tanto è vero che fuori dal mondo della scrittura - o se vuoi della pagina e della sua struttura come si presenta a uno della partita - il vero protagonista della lettura di un romanzo è appunto il lettore. 
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Ora in queste pagine io mi sono rivolto al lettore direttamente e non convenzionalmente. Ciò vuol dire che non ho fatto del mio romanzo un 'oggetto', una 'forma', obbedendo quindi alle leggi di un linguaggio che ne assicurasse la necessaria distanza da me, (...) quasi addirittura abolendomi, o attraverso cui io generosamente negassi me stesso assumendo unilateralmente le vesti di un narratore uguale a tutti gli altri narratori. No: io ho parlato al lettore in quanto io stesso, in carne e ossa, come scrivo a te questa lettera, o come spesso ho scritto le mie poesie in italiano. Ho reso il romanzo oggetto non solo per il lettore ma anche per me stesso: ho messo tale oggetto tra il lettore e me, e ne ho discusso insieme (come si può fare da soli, scrivendo). 
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Ora, a questo punto (ecco la ragione di questa lettera) io potrei riscrivere daccapo completamente questo romanzo, oggettivandolo: cioè scomparendo in quanto autore reale, e assumendo le vesti del narratore convenzionale (che, (...), è molto più reale di quello reale). Potrei farlo. Non sono privo di abilità, non sono digiuno di arte retorica, e non manco neanche di pazienza (non certo della sconfinata pazienza che si ha solo da giovani): potei farlo, ripeto. Ma se lo facessi, avrei davanti a me una sola strada: quella della rievocazione del romanzo. Cioè non potrei far altro che andare fino in fondo a una strada per cui mi sono naturalmente incamminato. Tutto ciò che in questo romanzo è romanzesco lo è in quanto rievocazione del romanzo. Se io dessi corpo a ciò che qui è solo potenziale, e cioè inventassi la scrittura necessaria a fare di questa storia un oggetto, una macchina narrativa che funziona da sola nell'immaginazione del lettore, dovrei per forza accettare quella convenzionalità che è in fondo giuoco. Non è voglia più di giuocare (davvero, fino in fondo, cioè applicandomi con la più totale serietà); e per questo mi sono accontentato di narrare come ho narrato. 
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Ed ecco il consiglio che ti chiedo: ciò che ho scritto basta a dire dignitosamente e poeticamente quello che volevo dire? Oppure sarebbe proprio necessario che io riscrivessi tutto su un altro registro, creando l'illusione meravigliosa di una storia che si svolge per conto proprio, in un tempo che, per ogni lettore, è il tempo della vita vissuta e restata intatta alle spalle, rivelando come vere realtà quelle cose che erano sembrate semplicemente naturali? 
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Vorrei che tu tenessi conto, nel consigliarmi, che il protagonista di questo romanzo è quello che è, a parte le analogie della sua storia con la mia, o con la nostra - analogie ambientali o psicologiche che sono puri involucri esistenziali, utili a dare concretezza a ciò che accade nel loro interno - esso mi è ripugnante: ho passato un lungo periodo della mia vita in sua compagnia, e mi riuscirebbe molto faticoso ricominciare da capo per un periodo che sarebbe presumibilmente ancora più lungo. 
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Certo lo farei, ma dovrebbe essere assolutamente necessario. Questo romanzo non serve più molto alla mia vita (come sono i romanzi o le poesie che si scrivono da giovani), non è un proclama, ehi, uomini! io esisto, ma il preambolo di un testamento, la testimonianza di quel poco di sapere che uno ha accumulato, ed è completamente diverso da quello che egli aspettava | immaginava | ! 
  
   tuo
Pier Paolo   
Da Pier Paolo Pasolini, Petrolio, Einaudi, Torino 1992, pp. 544-5

Posted by: monica at 26.01.06 15:41

Monica, tu non sai quante volte ho letto Petrolio e quante volte mi sono arrabbiato perché c'è sempre qualcuno prima di te che dice le cose che vorresti scrivere tu ma le ha dette lui 20-30-100 anni prima e in modo così cristallino, pulito. Questa lettera è emblematica di come l'intenione dell'autore sia progettata con parsimonia e di come, allo stesso tempo, abbia bisogno di rassicurarsi che vada tutto bene, il corpo narrativo funzioni, la lingua abbia una sua specificità; di come, in definitiva, si cerchi di essere credibili. Vediamo. Tanti interventi sul Romanzo del XXI secolo sono pieni di buone intenzioni e ci sono stati scritti, qui dentro, che mi hanno fatto sobbalzare per l'arguzia. A mio avviso c'è bisogno di un costante incontro tra persone che scrivono per leggersi e dedicarsi alle discussioni che qui stiamo facendo virtualmente. Sono sicuro ne gioverebbero i lettori, gli autori. Ho in serbo interventi al fulmicotone, belli, intelligenti, propositivi, distruttivi. C'è baruffa nell'aria! (ricordi una vecchia pubblicità in merito?)D.
Grazie per il "pezzo". Se ne hai altri di levatura simile li mettiamo qui.

Posted by: D.B. at 26.01.06 16:45