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24.01.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #30

MATTIA WALKER interviene nell'inchiesta sul Romanzo Italiano del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.
TONINO PINTACUDA DAL SUO BLOG RISPONDE ALL'INCHIESTA E A WALKER SU
http://toninopintacuda.splinder.com/post/6966974
Di Mattia Walker

Premessa: il sottoscritto non ha mai letto uno solo dei libri firmati “JT LeRoy”. Non li ho nemmeno mai aperti, a eccezione di “La fine di Harold”, ma solo perché ero incuriosito da questa cosa di Fazi che pubblica un libro col testo in lingua originale sulle pagine dispari. Mi sembrava strano. Non è un vanto, è un fatto. Ecco perché questo articolo parla della “cosa”, invece che delle cose che la “cosa” ha – oppure non ha – eventualmente firmato.

Allora partiamo dal fondo. Partiamo da JT LeRoy. In pubblico, il famoso e giovane scrittore sarebbe stato interpretato per tutto questo tempo da Savannah Knoop, sorella di Geoffrey Knoop, il rocker fallito che si è spacciato per il “padre adottivo” di JT. Bene. La giornalista Ayelet Waldman lo ha intervistato a lungo negli anni passati, di persona e telefonicamente, continuando a pensare – dice oggi, e vatti a fidare – che si trattasse di una bufala letteraria ben orchestrata. In una di queste telefonate durante le quali Ms Knoop pensava di fregare Ayelet spacciandosi per JT, e Ayelet pensava di fregare Ms Knoop facendole credere di aver creduto alla storia di JT (oppure Ms Knoop fregava comunque Ayelet, lasciandole credere di non aver capito che lei non credeva a tutta quella storia di JT – sempre ammesso che la giornalista non stesse soltanto facendo finta di non aver capito che Ms Knoop aveva capito che lei aveva capito – eccetera eccetera) insomma durante queste telefonate i due si ritrovano più di una volta a parlare di problemi psichiatrici e a un certo punto JT fa sentire alla giornalista le registrazioni delle sue sedute col Dr Terrence Owens. Ayelet le trova noiosissime. Alla luce delle “rivelazioni” su JT e Ms Knoop, è la stessa Ayelet a scrivere su Salon che ripensando a quelle registrazioni le considera delle vere meraviglie: l’idea che qualcuno abbia creato a tavolino quelle conversazioni a due voci al solo scopo di puntellare ulteriormente l’impalcatura di una balla titanica, oggi, la impressiona e la affascina.
Martina Testa, la traduttrice di tutti i libri di LeRoy, ammette che dal punto di vista del valore letterario non cambia nulla; anzi, in un certo senso è contenta di aver avuto quest’ulteriore prova del fatto che “la letteratura migliore è sempre invenzione, finzione, artificio”.
Si consideri ora: 1) la Ayelet già all’epoca in cui le sentì sapeva che quelle registrazioni erano finte, 2) la Testa, per tutto questo tempo, ha ricevuto regali da, e fatto domande a, non-si-capisce-bene-chi.

Truman Capote, durante la stesura del reportage la cui metastasi si trasformò in “A sangue freddo”, conobbe e divenne il confidente di Perry Smith, l’omicida. Al punto da scindere la propria posizione di “osservatore dei fatti” tra due posizioni opposte: l’una empatica (“Io e Smith sembriamo usciti dalla stessa casa; solo che lui è uscito dalla porta sul retro,” disse Capote poi) e l’altra disinteressata (solo con un’effettiva condanna a morte il suo libro-reportage avrebbe avuto il finale che gli serviva). Smith venne giustiziato e Capote ebbe il finale per il suo libro. Uscirà il film fra qualche mese. Intanto, una semplice domanda: Capote avrebbe potuto spendersi di più per la grazia a Perry Smith, come è stato detto? Non puoi osservare una particella senza che lo stato della particella sia influenzato dal tuo osservare. Se vuoi una particella “spontanea”, una particella vera, devi smettere di pensare alla particella. Ma la particella nella scatola, è viva o è morta? Il gatto se l’è mangiata oppure no? Sappiamo che se apri la scatola, il gatto mangia di sicuro la particella, uccidendola e uccidendosi. Se tieni la scatola ben chiusa, invece, può darsi che il gatto mangi la particella, come può darsi che non la veda e la lasci perdere. Può darsi che muoia per i fatti suoi. Capote ha aperto la scatola, il gatto si è mangiato Perry Smith. L’avrebbe fatto comunque? Vai a sapere.

Marco Baldini, il DJ proprio lui, esce in questi giorni per l’editore Baldini Castoldi Dalai con “Il giocatore”. Sottotitolo: “Ogni scommessa è un debito”. Dostoevskij si fa una capriola nella tomba. In questo libro autobiografico (dice Baldini) il protagonista Marco Baldini accumula debiti su debiti, in una doppia vita di DJ e scommettitore.

James Frey, astro nascente della letteratura americana (per la verità già nato, ma noi con gli americani, quando non ci stanno propinando cinema di serie B, stiamo spesso in differita) è stato ospite nel 2003 dell’Oprah Winfrey Show, durante il quale il suo libro ha avuto modo di diventare oggetto del desiderio di milioni di lettori americani. Il libro parla della dura disintossicazione da droga e alcool del giovane Frey, in un lungo percorso fatto di crimini e violenze. In questi giorni, un sito internet investigativo (www.thesmokinggun.com) ha smascherato la vera storia, ridimensionando l’intera autobiografia di Frey (“In un milione di piccoli pezzi”; in Italia per l’editore TEA). L’autore ha poi ammesso di aver modificato qualche dettaglio, in effetti, “lasciando però inalterato il cuore della mia vicenda, che è poi quello che ha commosso i miei lettori”.

Dave Eggers, il genio dell’opera struggente proprio lui, ha accumulato una certa qual serie di sfighe nella sua pur giovane vita, ne ha fatto un libro che almeno ogni due pagine ti ricorda la sua completa aderenza ai fatti, ed è diventato quello che è diventato.

J.K. Rowling, la tizia che si è inventa Harry Potter, la settimana scorsa ha confessato in un’intervista che tipo un paio delle situazioni più drammatiche dei suoi libri sono ispirate a eventi che le sono realmente accaduti durante l’ideazione della saga.

David Benioff, autore de La 25ma Ora, ama rispondere con un ghigno che vuol dire “sì, ma anche no” a chiunque gli chieda se da giovane anche lui, come il protagonista del romanzo, spacciava droga per le strade di New York.

Johnatan Safran Foer e Bret Easton Ellis vanno oltre e chiamano i protagonisti dei loro romanzi Ogni Cosa è Illuminata e Lunar Park rispettivamente Johnatan Safran Foer e Bret Easton Ellis.

Costantino Vitaliano esce con un’autobiografia che spopola fra casalinghe e in genere frequentatori abituali di iperdiscount. Il libro è una specie di Oliver Twist trapiantato nell’hinterland industriale milanese, e si regge perfettamente in piedi giocando sulla stessa ambiguità tra vero e finto-vero che informa la carne catodica del Costa nazionale.

Allora abbiamo Capote che usa la verità “narrativa” (tutta interna al suo libro) per influenzare la verità “delle cose” (tutta esterna), abbiamo Frey che appiccica l’etichetta di “verità” a quella che è pura invenzione narrativa (se non l’avesse fatto, o non l’avesse lasciato fare al suo editore, come che sia, il libro avrebbe venduto di più o di meno? Quanto del successo di questo libro dipendeva dai contenuti e quanto dall’etichetta appiccicataci sopra? Oprah Winfrey dice che il contenuto del libro, vero o finto che sia, ha determinato il suo successo – ma la dichiarazione di una che può decidere le sorti di mercato di un libro muovendo un sopracciglio notoriamente è attendibile fino a mezzogiorno), abbiamo la Rowling che a un certo punto ammette di essersi lasciata influenzare dalla realtà del mondo nell’inventarsi un mondo narrativo del tutto nuovo (ci ha guadagnato qualcosa, agli occhi di qualche lettore disinteressato a Harry Potter ma comunque appartenente alla schiera del morboso genere umano?), abbiamo Benioff che finge di essersi ispirato a sé stesso perché fa fico, Safran Foer ed Ellis che inventano una versione fittizia di sé stessi, abbiamo Eggers che fa della corrispondenza tra realtà del mondo e verità narrativa la chiave di un successo letterario e insieme mediatico, abbiamo Costantino che ha fatto la sua fortuna frantumando definitivamente il diaframma tra la realtà e la sua forma narrativa (dimostrando in buona sostanza la tenuta straordinaria – di questi tempi – di un oggetto narrativo – se stesso – che ha come statuto fondamentale lo stare-in-mezzo tra un piano e l’altro; tutta la narrazione di Costantino è al novantacinque percento metanarrazione: d’altro non si parla nei talk show e nel libro: se C sia vero o finto; spirali vertiginose dentro e fuori, dentro e fuori dal testo a portata di casalinga, e scusate se è poco) e in fondo alla fila ecco JT LeRoy, che a quanto pare ha inventato di sana pianta quella che spacciava per “verità”, sia fuori che dentro i suoi oggetti narrativi.

Per dire che a me sembra questo: che giocare-con-la-verità non è niente di sconvolgente o rivoluzionario, è una cosa che la letteratura e i romanzi fanno da sempre (ho come il sospetto che i romanzi siano l’unico posto dove i conti tornano sempre; anche quando non tornano, torna il fatto che non tornino). È un fatto però che il pubblico sia naturalmente attratto dalle opere che presentano il bollino di autenticità ben visibile (tratto da una storia realmente accaduta, dicono al cinema; l’autore ripercorre il dramma XYZ che l’ha colpito, potrebbe dire una quarta di copertina; in entrambi casi il fruitore drizza le antenne). Se non sbaglio “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire” di Melissa P. (tanto per citare di nuovo Fazi, e tanto per citare di nuovo un libro che non ho letto, e tanto per citare di nuovo un libro su cui sono stati avanzati dubbi di paternità) è un diario. La scrittura diaristica è per sua stessa natura la più intima e autoreferenziale. Non è così irragionevole credere che molti siano rimasti affascinati non dalla trasgressione dei contenuti del libro, quanto dalla trasgressione dall’atto in sé di pubblicarli.

Ma allora, piuttosto che interrogarsi sull’uso strumentale e ormai ritualizzato e prevedibile che le bestie da marketing fanno non tanto del libro quanto dell’autore, per allargarne lo spettro di appetibilità nel Mercato, magari è più interessante chiedersi questo: i “possessori autobiografici” di una cosa (diciamo, estensivamente, di un’esperienza) sono davvero i depositari ultimi della verità riguardo quella cosa? Il fatto che Alice Sebold abbia subito uno stupro ne fa automaticamente una persona più abile o autoritaria a parlarne rispetto a un’altra che non l’ha subito? Questo è il mio no. A livello narrativo, a livello letterario, dico di no. Vladimir Nabokov diceva che “ogni grande scrittore è un grande imbroglione” e il punto sta nella natura stessa di ciò che abbiamo tra le mani. Ciò che abbiamo tra le mani (nel nostro caso un romanzo) non può ovviamente essere la COSA in sé, è al massimo una cosa che parla della o che riguarda la COSA, ma a conti fatti è un’altra cosa.
Il bambino di 9 anni che ha appena visto “Matrix” e ripete come imbambolato che “il cucchiaio non esiste”, ci sta solo dimostrando che il concetto è già alla sua portata: tutti quegli antibiotici informativi che abbiamo preso hanno funzionato: la verità non è certamente una, bensì molteplice e multisfaccettata – al punto da non esistere più – se l’abbiamo visto al cinema, sarà pur vero. La grandine di input che ci investe quotidianamente rivoluziona il nostro immaginario a suon di ammaccature (di nuovo: quanti nati dagli anni ’70 in avanti possono dire di avere dei ricordi “puri” della loro infanzia, o meglio: quanti, dovendoci scrivere sopra, saprebbero produrre qualcosa di autentico su quegli anni? Se ciò che ricordano non è mutato, marcito, o non ha subito elaborazioni e rielaborazioni, devono aver vissuto in un posto che non è certo quel pozzo di echi mediatici che chiamo mondo), oggi che questo paradigma di cambiamento e complessità e sfuggevolezza è accettato come ovvio, oggi il primato non può che essere dell’immaginazione. È molto più facile raggiungere vette di vero e autentico inventando, che attenendosi ai fatti. In questo modo, se qualcosa di quello che c’è all’interno della cosa-romanzo è tratto dalla cosa-vita non è né bello né brutto, è semplicemente irrilevante. L’autore ha preso da un contenitore quel particolare, e da mille altri contenitori altre cose (mille altri contenitori che possono essere “privati” quanto il suo, tra l’altro). E al centro di tutto torna la cosa-romanzo, che non è (peccato, però) fatta dal “tema”, ma principalmente dallo stile – se lo stile sa farsi visione del mondo.

Forse, invece di preoccuparci del rapporto che la realtà intrattiene col romanzo, dovremmo pensare un po’ di più ai riverberi che la parola scritta ha sulla realtà. È una deformazione tutta contemporanea – e tanto più indicativa se la si mette a paragone con un certo tipo di approccio, una certa particolare istituzionalizzazione del disimpegno che ha preso piede anche in accademia per un effetto di reflusso da una ventina d’anni a questa parte – il fatto che ci si preoccupi molto di più di che cosa della realtà va a finire dentro i romanzi, invece di passare al bilancino quel poco che dei romanzi riesce a passare dentro la vita (e possibilmente incrinarla in qualche senso).
Che poi uno si chiede a che punto ci siamo scordati che tra la verità e il romanzo (e tra la verità e la pittura, il cinema, il mimo e il teatro di burattini) non esiste un rapporto lineare verità  romanzo (o, per gli audaci, romanzo  verità) ma un dialogo continuo e ininterrotto, declinabile in tutte le forme più una. Dialogo che cambia anche nel tempo, con tutto che la parola se ne resta inchiodata alla carta: laddove un romanzo disinnescato per anni può deflagrare all’improvviso dentro contesti totalmente altri, che i tempi hanno maturato all’insaputa e alla faccia delle previsioni di marketing (e Tolkien venticinque anni dopo finisce in mano ai leghisti).
È un’immagine abbastanza elementare questa della realtà da una parte – un oggetto o una nube alla quale il romanzo deve conformarsi, deve sfuggire, deve scegliere se aderire o non aderire, o aderire solo parzialmente, e come – e dall’altra l’oggetto narrativo come risultante di quest’operazione. Un’operazione anatomizzabile sulla quale si possono fare calcoli e paragoni e ragionamenti, computando quanto c’è di vero e quanto c’è di finto: mentre il romanzo non è né più né meno vero della realtà. Sono due cose vive.
Verità e romanzo dialogano costantemente (perlomeno, dovrebbero) e questo flusso non si ferma dentro la conca della pagina scritta, ma trabocca e investe il mondo, per costruire altra realtà.
La seria fiacchezza del romanzo oggi in questo senso (cioè a restituire materiale narrativo al mondo, dopo averlo preso in prestito e digerito), fa scopa con la grana dei discorsi che si fanno attorno al romanzo e sul tipo di preoccupazioni che la maggior parte dei romanzieri si dà: cosa è il romanzo e quale è la sua forma e quale il suo debito alla realtà.
Il romanzo è un sipario tra il lettore e il mondo, permeabile nei due sensi. Non è l’unico, ma non è nemmeno il più difficile da strappare o far scorrere. Anzi. Proprio per questa sua strappevolezza (e scorribilità) il romanzo “funziona”. Come quando sai che allo stato attuale non puoi farcela contro il tuo avversario, e allora prendi a pugni per un po’ il sacco di sabbia. C’è chi quel sacco se lo costruisce, chi lo prende in prestito, chi lo affitta e chi magari sceglie di rubarlo. Ma il punto è: tutti quanti, alla fine, se la prendono col sacco.

Mattia Walker (Anversa, 1980) è ideatore e curatore della rivista FaM (www.FaMlibri.it). Ha scritto sotto diversi pseudonimi racconti apparsi su Linus e Fernandel. Ha pubblicato una raccolta di racconti e tre romanzi. Ha due gatti, tre lauree, due tartarughe, un camaleonte. Vive tra Pordenone, Reggio emilia, Roma, Siracusa. Il suo quarto romanzo, che questa volta intende firmare, si apre col suicidio del sosia di roberto baggio e si conclude con l'inaugurazione del santuario della madonnina di Civitavecchia. Il suo indirizzo e-mail è: mattiawalker@gmail.com

Posted by Davide Bregola at 24.01.06 21:17

Comments

questo tizio ha capito tutto.

Posted by: Dio at 25.01.06 08:51

QUESTO TIZIO HA CAPITO TALMENTE TANTO, CHE MI VIEN DA DIRE: C'E' UNA CIMICE SOTTO LA MIA SCRIVANIA E DENTRO AI FILE DEL MIO COMPUTER. HA CAPITO AL PUNTO TALE DA CHIEDERMI: GIRANO GIA' VERSIONI PIRATATE DEL MIO ROMANZO? D.

Posted by: D.B. at 25.01.06 12:05

ho risposto pure io alla tua domanda trivella: http://toninopintacuda.splinder.com/post/6966974

Posted by: tonino pintacuda at 26.01.06 08:02

Salve Tonino, come vedi ho messo il rimando al tuo blog in cui contribuisci a svelare come dovrà essere il romanzo del XXI secolo. D.

Posted by: D.B. at 26.01.06 09:13

Bravo! Pezzo molto interessante.

Posted by: subliminalpop at 26.01.06 15:18

grazie davide, a presto.

Posted by: tonino pintacuda at 26.01.06 16:14

Ehi, a proposito di Frey, un giornale oggi titola: FREY. IL BEST-SELLER FASULLO. Cazzo! Un romanzo fasullo? Un romanzo fatto con cose inventate? Ma non mi dire! Che scoop! Se questa è la premessa, prepariamoci a titoli del tipo: "Dante. Commedia fasulla" o "Shakespeare. Tragedie bugiarde".

Ma, ironia a parte, mi sembra che questo testimoni abbastanza bene dell'idea che hanno alcuni (molti?) del romanzo come cronaca, documento, trasposizione pedissequea della realtà - un'idea alquanto miserella - e niente di più.

Posted by: Graziano at 27.01.06 15:12

niente, solo segnalarvi l'uscita di questo articolo sul Riformista di ieri: http://www.ilriformista.it/documenti/testo.aspx?id_doc=56734

Posted by: mw at 10.02.06 10:44