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21.01.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #27

Davide Barilli in un approfondito zibaldone diaristico ripercorre i motivi della sua opera e così facendo interviene nell'inchiesta sul Romanzo Italiano del XXI secolo.
La lettera da cui è partito tutto si trova QUI.
Gli altri interventi di scrittori, critici, lettori si trovano QUI.

Di Davide Barilli

Caro Davide, non sono in grado di ipotizzare quale potrà essere il romanzo del XXI secolo. Rispondo quindi al tuo invito cercando di raccontare qualcosa che riguarda il mio lavoro dal di dentro – un tempo si diceva Officina – nella prospettiva di individuare (perché non ho risposte certe, ma solo un desiderio di ricerca) le tracce di un percorso (il mio) che possano avere il senso di una storia futura.

Incomincerò raccontando un piccolo aneddoto circa la nascita del titolo di un libretto di racconti che ho pubblicato un po' di anni fa: il libro era ''Poltrona per acqua'' Il titolo lo devo al germanista Giorgio Cusatelli il quale, dopo avere letto le bozze - è lui l'autore della postfazione - mi consigliò di rivedere l'ipotesi originaria. Il volume infatti si doveva intitolare ''La poltrona annegata''. Era un titolo che mi pareva suggerire il giusto timbro del libro, il suo ritmo interno. Mi sembrava adatto al suo contenuto: racconti ambientati nella provincia, tra pianura e appennino, abitati da personaggi smarriti, stravaganti e inadeguati, vittime della loro follia o incapacità d vivere nella norma, tutti destinati a un finale tragico e grottesco. Dunque cosa di meglio (pensavo) di ''La poltrona affogata''? Cusatelli - che ha l'occhio molto più lungo del sottoscritto - mi suggerì, una sera d'inverno nella sua casa in montagna, di non usare il termine annegata. Ricordo che Cusatelli, il sigaro in bocca, circondato come una lumaca nel guscio da lignei scaffali alti fino al soffitto rigurgitanti di libri e dattiloscritti, sbottò: ''ci vuole una preposizione, il termine annegata è fuorviante''. Ci sedemmo su due vecchie poltrone frau e iniziammo una discussione degna, ripensata a posteriori, di un racconto di Achille Campanile o di Durrenmatt. Poltrona nell'acqua, poltrona d'acqua...poltrona...poltrona.. Finchè come colpito da un'illuminazione Cusatelli sbottò:... ''per acqua''.
Gli domandai il motivo e lui mi rispose che i racconti che componevano il libro non dovevano rendere l'idea di un'immagine funeraria, mortifera - tanto più la morte di un oggetto, in questo caso di una poltrona - ma piuttosto dovevano suscitare l'idea di un attraversamento della tradizione letteraria parmigiana, anzi di un vero e proprio allontanamento in chiave surreale ed espressionistica, per cui era consigliabile chiarire subito, fin dal titolo, questo concetto. Ecco dunque che la poltrona affogata diventò la poltrona per acqua, nel senso di qualcosa (un oggetto, un pensiero?) in movimento, che fluttua, che va verso una meta altra. E' solo un piccolo esempio per far capire come in un libro, a partire dal titolo tutto risponda a una logica interna, assolutamente coerente, anche se - apparentemente - i libri e anche i loro titoli sembrano frutto di scelte casuali, dettate per lo più dall'istinto se non da una mera combinazione semantica. In realtà scrivere un libro non è solo un atto di liberazione creativa, ma è anche e soprattutto una sofferenza, un abbandonare, nel momento stesso in cui lo imprimi sulla carta, il mondo poetico che hai creduto di immaginare come pura ed esclusiva invenzione, mentre in realtà è molto di più.

Certi critici, recensendo il volume, hanno insistito sulla sua padanità. Altri, e sono loro veramente grato, hanno intuito che l'ambientazione è in realtà solo di facciata, un po' come certi film western degli anni settanta, girati in Spagna o in Sardegna e quindi - irrimediabilmente - dichiarati nella loro finzione. Fra questi Fulvio Panzeri il quale ha scritto che il contesto padano diventa solo un'occasione, una sorta di repertorio entro il quale scovare radici e umori che ''lo scrittore reinventa attraverso una sorta di enigmatica e visionaria condizione sudamericana''.

Padania è una parola che mi inorridisce. E questo a prescindere da motivi politici. Non mi piace perchè evoca, linguisticamente, qualcosa di troppo pieno, di unto, di strabocchevole, di eccessivo (privo di sfumature, non detti, allusioni). Qualcosa dove non circola aria, un'assenza di spifferi e di vento largo lontana dalla mia sensibilità di scrittore. Una delle cose che ho maggiormente apprezzato in Calvino è - nei Six memos - proprio l'alternativa tra leggerezza e pesantezza. Sono leggeri, D'Arzo e Delfini, i due padani che amo di più. Entrambi però sono due finti padani. La loro, anche se parrebbe il contrario, è a ben guardare, una finta leggerezza. Ciò che li tormenta è la sindrome del labirinto, la disperazione, il non sapere trovare vie d'uscita. Entrambi cercano risposte assolute, sono fondamentalmente senza speranze. In altre parole penso che il segreto e la forza della padania, come nozione geografica e terra di scrittori - paradossalmente e al contrario di quanto viene creduto - sia quella di essere un genere neutro. Padania è un contenitore vuoto - non c'era forse il mare qualche millennio fa? - una scatola da prestigiatore. Al di la di quello che è stato scritto, se ne può estrarre di tutto. E così avremo la grazia proustiana di Bertolucci, il sociologismo nazional popolare di Guareschi, la tabula rasa del penultimo Celati, e poi la ricerca di Tondelli, anche se l'epigonismo ha portato a radicare sulla via Emilia un giovanilismo di autostrade e discoteche che mi sembra banalizzi un po' il discorso. La geografia padana rischia di trabordare sempre in un teatrino un po' scontato. L'Emilia grassa, con le porcilaie, i gnocchi, il lambrusco che lascia macchie ovunque. Ma sotto le rotondità, come in ogni corpo, si nascondono gli elementi vitali, i nervi dei luoghi. Personalmente credo all'utilità di un luogo, al suo essere senza sponde. Insomma, padania come fondale di cartapesta in cui cercare sortilegi e misteri. Un non luogo in cui evocare presenze e storie.
Detto questo, prese le distanza dalla Padania – pensa che il volume è uscito in una collana intitolata (ma in senso nobile) Biblioteca Padana di Diabasis (il libro, uscito in tiratura limitata, è da tempo esaurito) - credo che il rapporto con la tradizione e la provincia sia fondamentale, in questo libro e negli altri che ho scritto, da ''La casa sul torrente'' a ''Musica per lo zar''. La provincia è un'idea di luogo che diventa necessità di leggere anzi di rileggere una tradizione, una provincia che tende a farsi espressione proprio grazie al narratore che la restituisce e la rende visibile in quanto tale.
Sono nato e vivo in una città - Parma - un po' particolare. Un luogo di mitologie, denso di memorie e di cultura - dal melodramma alla civiltà contadina, da Verdi a Guareschi, ma anche le allegorie del Correggio, i misteriosi simbolismi antelamici ecc - reso riconoscibile, nella propria identità storica e letteraria da valori che, col tempo, rischiano però di diventare armamentario del baedeker turistico. Molti scrittori della mia terra hanno contribuito, sia sul versante poetico sia su quello giornalistico, a creare un mito. Ma, come tutti i miti, ciò che si racconta di Parma è spesso un invenzione. In questa città, la mia famiglia vive da almeno tre secoli. Nella nostra antichissima casa - a picco sul torrente che attraversa Parma come una sorta di nave in procinto di partire - hanno vissuto generazioni di artisti: pittori, musicisti, letterati, danzatori. Gente di talento che porta il mio cognome. Ma oltre ad un albero genealogico ricco di rami e fronde, ciò che più ha condizionato il mio mestiere di scrittore sono state le mille storie che hanno attraversato questa strana casa. Storie che costituiscono una memoria famigliare che, altrimenti, rischierebbe di scomparire. Inoltre, lungo il torrente, passavano e passano figure magiche: eremiti, pastori, zingari e viandanti, a loro volta facitori di storie che mi sono state tramandate. Mi sono trovato così in casa una miniera, un piccolo tesoro di ipotetiche narrazioni su cui lavoro da tempo.

In questi ultimi anni, da Guido Conti a Gene Gnocchi, da Paolo Nori a Valerio Varesi o Beppe Sebaste, solo per citarne alcuni, sono usciti allo scoperto molti narratori parmigiani nati tra la fine degli anni '50 e l'inizio dei '60. Ognuno di loro con un timbro espressivo personalissimo, ognuno di loro - per certi aspetti legato alla nostra storia letteraria. Penso, ad esempio, che gente come Zavattini o Malerba ci abbia insegnato a combattere la prevedibilità. E' un suo enorme merito, ma è forse la conseguenza di un paesaggio piatto e noioso, senza orizzonte, quello in cui è nato e in cui viviamo anche noi. Anche i luoghi dei miei racconti, se vogliamo, sono dichiaratamente padani. Ma è una falsa prospettiva. Il mio è stato un lavoro a tavolino. Ho scelto di parlare di posti che conosco per il semplice motivo che mi consentivano di andare a fondo, di schivare il deja vu. Ho pensato ad ambienti molto precisi, anche come fonemi: Cafragna, Capoponte, Le Vedole, solo per fare qualche esempio. Quindi scelti in base a un potere evocativo sprigionato dal fatto di essere, prima di tutto, dei suoni. Ho tentato di cercare l'altrove il più vicino possibile, dietro casa. I racconti di ''Poltrona per acqua'' sono storie di ossessioni personali, di gente prigioniera di sogni che scoppiano come bolle di sapone, destinati - inevitabilmente - a un finale tragico e grottesco. Ecco, credo che il senso tragico del libro sia da leggere in controluce, come se la geografia che ho raccontato sia specchio di una disarmonia universale, senza futuro, dove la storia si specchia nei detriti, nei flash di memoria e di immaginazione, e dove ognuno può ritrovarsi e perdersi all'infinito. Le piccole odissee individuali dei miei irregolari trovano forse un senso comune nel loro essere una quete priva di speranza.

Come narratore mi interessa molto lavorare sulla memoria. Penso che uno scrittore non possa prescindere dall'arsenale di ricordi, suoi o tramandati, che possiede. E' una risorsa straordinaria vedere come il passato costantemente si sposta. In apparenza, rispetto al presente o al futuro, il passato è l'unico tempo reale, assodato, concreto, immobile. Ma a ben pensarci ogni ricordo è sfuggente, è solo un'insieme di istantanee, spesso sfuocate, che si impongono come archetipi, di volta in volta diversi. In tale ottica, l'esplorazione del tempo si tramuta in una sorta di viaggio in un museo bugiardo. Ci sembra di osservare, ma tra noi e l'oggetto - il ricordo - esiste una specie di barriera, ed è sempre il ricordo a muoversi, mostrando di volta in volta una faccia diversa. Nei libro che ho scritto dopo i racconti di poltrona per acqua, <> ho cercato di far parlare il tempo di una città, attraverso gli incontri che ho avuto con personaggi che hanno abitato Parma, ma anche con altri che se ne sono andati dalla città, sempre privilegiando un dato comune: l'inquietudine, il senso di fuga dagli stereotipi che da troppo tempo fanno ritenere la mia città come un luogo scontato. Sai, i soliti luoghi comuni delle petite capitale, di Maria Luigia, di Guareschi, ecc... La ricerca che mi interessava è fisiologicamente approdata, quasi ne fosse calamitata, a persone anziane. Vecchi corniciai, pittori segregati in una chiesa sconsacrata, missionari poeti, un pianista che ha rinunciato alla fama per inseguire l'ideale di un suono che si brucia nell'istante creativo, un ex legionario che deve la vita a un ballo con Marlene Dietrich. Gente così. Altri personaggi del libro sono, in altro modo, degli isolati, oppure bandiere di una nicchia intellettuale sempre più invisibile. Mi interessavano persone spaesate, senza un centro, parmigiane per modo di dire. A unificarli è la provincia, uno spazio - come ha detto Tondelli - dove esiste ancora la disponibilità a raccontarsi, Nei loro confronti ho avuto un vantaggio, cioè il fatto che sono stato io a sceglierli. E' stato un lavoro preparatorio al libro che mi ha permesso di strutturare l'idea di base che avevo. Anche se ogni storia ha una propria autonomia, l'insieme delle storie - rilette una dopo l'altra - costituisce una sorta di mappa sotterranea dominata dal caso. La città, ma anche la campagna, i paesi appenninici, che fanno da fondale ai racconti sono gli unici punti solidi, immutabili. Le storie del libro, invece, fluttuano nella memoria, in un passato - presente ambiguo. L'infanzia, la guerra, gli amori, la vecchiaia, sono le tappe comuni, ma il senso generale che mi interessava far emergere è il senso del destino, per ognuno diverso. Tutte queste storie dal vero, tutte queste voci, mi hanno fatto capire che per ogni vita non esiste la parola fine. Ma non tanto perché parlarne significa non farle morire, ma perché raccontandosi, era come se mi parlassero di qualcosa d'altro da sè. Qualcosa che stava loro accanto, come un'ombra. In questo, credo, consiste il raccontare: far muovere ombre.
Un modo di lavorare, questo dei ritratti dal vero, che non è poi molto dissimile dal procedimento che ho usato per i personaggi di POltrona per acqua. L'unica differenza è stata che anzichè incontrarli in carne ed ossa li ho inventati.
Se è vero - come scrisse una volta Robert Louis Stevenson - che un narratore non deve mai dimenticare di essere come , credo che mai come oggi narrare implichi la necessità di ricreare un mondo parallelo a quello reale. La letteratura, anche se qualcuno pensa il contrario, non serve a cambiare il mondo, ma serve - forse - a capirlo meglio, a raccontarlo senza paratie ideologiche o luoghi comuni. Stevenson, con il suo paradosso, voleva dire semplicemente che scrivere è un gioco, una finzione. Ma anche un modo per attraversare la vita dei personaggi scavando al loro interno. Ci sono diversi modi di giocare con la scrittura. Per quanto mi riguarda, credo che il ruolo di un narratore oggi come ieri sia sempre lo stesso: raccontare storie. Fare in modo di salvare storie che, se non ci fosse qualcuno che le scrive, andrebbero perdute per sempre.
A volte qualche intervistatore mi domanda se ha ancora senso oggi scrivere romanzi. E io rispondo che come ogni forma in divenire, il romanzo non può essere morto, almeno fino a quando non si cesserà di scrivere. Il problema, specie in Italia, riguarda semmai la fuga dai canoni e dai clichè letterari. Da qualche tempo pare che siano spariti gli e i qualcosa, e ciò non può che essere un bene. Insomma, si è persa traccia di narratori neo...qualcosa. Certo, gli scrittori prefabbricati dalle mode restano una presenza molto forte, ma il fenomeno - all'inizio di questo millennio - mi pare leggermente in calo. Il problema, piuttosto, riguarda la connotazione del termine epigonismo. Tutti noi, bene o male, siamo epigoni di qualcos'altro, ma il termine può anche essere inteso in positivo, ossia come legame a una tradizione. In Emilia esiste una grande tradizione. E' la tradizione che parte da Merlin Cocai, dal Boiardo, l'Ariosto, i grandi fantastici che fondano la narrativa padana. Di questa schiera fanno parte molti altri scrittori del secolo passato, da Zavattini a Guareschi, da Delfini a Cavani, per arrivare ai giorni nostri con autori diversissimi tra loro come possono essere – ad esempio, per citarne un paio - Bevilacqua o Celati.

In ognuno di questi scrittori, nel loro essere meticciato (e cioè bava di una tradizione che prosegue senza estinguersi, senza rinnegarsi), persiste – oltre a un senso del passato solido e autentico – un senso di contemporaneo slancio ed inadeguatezza al nuovo che può acutizzare l'idea di una ricerca di frontiere altre, senza dimenticare la grande tradizione che abbiamo alle spalle. Alla fine di tutto, credo che i romanzi migliori, oggi in Italia, siano quelli prodotti da chi esprime realmente la necessità di raccontare una storia, la necessità di salvare dall'oblio il racconto di personaggi che il tempo cancellerebbe. Ma per farlo occorre rileggere la realtà senza paratie ideologiche, mostrandone gli aspetti profondi, segreti. Il romanziere deve essere un costruttore di storie capace di eludere le convenzioni attraverso una voce autentica. Fondamentale è il mistero, il sorprendersi dello scrittore rispetto a quello che ha appena digitato sul computer. L'autore di un romanzo lavora su molti piani: il calcolo, il caso, l'espediente e l'avventura. Questo significa che non esistono ricette perfette. Oggi come oggi, poi, la realtà contemporanea è un ricettacolo pericoloso: il postmoderno consapevole rischia di essere solo un metodo a tavolino. Mai come oggi non mancano gli scrittori intelligenti. Tutti, infatti, posseggono un armamentario teorico in grado di legittimare il proprio lavoro. Ma - credo - è nell'indicibile confine tra l'immaginazione e la realtà, in questo mistero, che risiede l'incanto (e, forse, il futuro) della narrativa.


Davide Barilli è nato a Parma nel '59. Ha pubblicato nell'89 il romanzo La fascia del turco (ed. Casanova), nel '98 i libri di racconti Poltrona per acqua (ed. Diabasis) e La casa sul torrente (ed. Guanda), nel 2001 il romanzo Musica per lo zar (ed. Guanda).
I suoi libri si possono vedere QUI.

Posted by Davide Bregola at 21.01.06 11:27

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