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07.01.06

Il romanzo del ventunesimo secolo #20

Paolo Di Paolo interviene nel dibattito sul Romanzo Italiano del XXI secolo. Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html
Tutto è partito dalla lettera che si può leggere qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments


Paolo Di Paolo

L'argomento non è nuovo (quante volte ne avrà scritto Raboni sul Corriere? Ho perso il conto), ma stimolante. Come Trevi, sono molto attratto dalle forme narrative ibride, tra saggio e racconto (Sebald, Nooteboom, e da noi appunto Trevi, e anche Magris, ovviamente; l'ultimo La Capria, e per certi aspetti l'ultimo De Luca). Mi convincono - come convincono Guglielmi - gli scrittori che oggi mettono in gioco l'autobiografia, la propria storia - creando un cortocircuito fisico col mondo circostante (pensate a Gina Lagorio, "Càpita"). Detto addio (e commemorato) il novecentesco "personaggio-uomo", abbiamo molti personaggi-corpo (non è solo questione di "cazzo e vomito", come ha scritto Luperini; non è solo questione di "intimisti rinsecchiti", come ha scritto Scalfari). Ben vengano perciò storie senza schemi, costruite su ricordi, frammenti, tracce accumulate nel tempo, fotografie (qualche titolo, alla rinfusa: "L'alba di un mondo nuovo" di Alberto Asor Rosa; "La nave per Kobe" di Dacia Maraini; "Tra noi due" di Elisabetta Rasy; "Il compagno di mezzanotte" e "Tutto su mia nonna" di Silvia Ballestra; "H.P. L'ultimo autista di Lady Diana" di Beppe Sebaste; e le città italiane raccontate per Laterza da Nove, Alajmo, Culicchia...). Ma stare a decidere se si tratti o no di "romanzi", non mi sembra utilissimo: se per romanzi vogliamo intendere solo le macchine perfette, ottocentesche, di Balzac, Stendhal, di Tolstoj, va bene: questi non sono romanzi. Ma: e se fossero semplicemente evoluzioni del romanzo, possibilità del romanzo senza più niente di romanzesco?
Credo nella letteratura come infinita possibilità, trasformazione; non nella letteratura postuma, né in quella in stato comatoso. Evviva Barilli, dunque: evviva. Evviva chi non lamenta la "carenza creativa", la fine della fine; evviva chi non si dispera e continua a leggere. Ché poi anche romanzi, vecchi romanzi (rinnovati dal vento e dagli umori del presente) ne abbiamo, e di buoni: da noi, Melania G. Mazzucco, "Un giorno perfetto", Sandro Veronesi, "Caos calmo"; altrove McEwan (il suo "Sabato" naturalista), Auster, Foer e compagna, Wolfe, Schwartz, Ghosh, e molti altri, chissà quanti).
Come sarà il romanzo del XXI secolo? Sarà molte cose insieme, cambierà nome magari; ma avrà vita finché ci saranno lettori, finché gli uomini avranno voglia anche di storie scritte (gialle, nere, rosa, zozze, perverse, trucide, comiche...). Quando non ne avranno più voglia, l'umanità non sarà né postuma né "esangue e disfatta": sarà cambiata, tutto qui. Esangue e disfatto è chi non è capace di fiducia. (E per dire un'ultima cosa, se c'è qualcosa che si trova davvero in cattiva salute, in letteratura, è secondo me il genere-poesia, col suo "grande avvenire dietro le spalle". Non che la cosa mi sembri particolarmente grave, ma se proprio vogliamo parlare di eutanasie e accanimenti terapeutici non è di romanzi che dobbiamo occuparci - credo).


Paolo Di Paolo è nato nel 1983 a Roma, dove vive. Ha pubblicato i
racconti "Nuovi cieli, nuove carte" (Empirìa 2004, finalista XVI Premio Calvino e Premio Carver 2005); "Un piccolo grande Novecento", con Antonio Debenedetti (Manni 2005), e il libro-conversazione con Dacia Maraini "Ho sognato una stazione. Gli affetti, i valori, le passioni"(Laterza 2005). Per il teatro ha curato "Il respiro leggero dell'Abruzzo" (2001; Ianieri edizioni 2004), interpretato negli anni da Franca Valeri, Milena Vukotic e Arnaldo Ninchi. Suoi scritti sono apparsi in antologie e riviste, tra cui "Nuovi Argomenti". Collabora con "ItaliaLibri.net" e con "Stilos".

Posted by Davide Bregola at 07.01.06 01:06

Comments

Forme narrative ibride, signor Di Paolo? Benissimo, sono d'accordo. E' il migliore aggettivo per cominciare a discutere di romanzo. Ma dobbiamo fare uno sforzo erculeo di vedere ciò su cui già da sempre (scusi se derrideggio) si è posato il nostro sguardo cieco: il romanzo è sempre stato, per sua natura (oddio, che brutta parola), per intima necessità, per invio destinale, come volete, è sempre stato ibrido. Dai primordi. Ma vi ricordate il progenitore di tutta la famiglia? Vi ricordate nonno Defoe? Quello che a 58 anni attaccò a scrivere romanzi per pagare i debiti? E li pubblicava come STORIE VERE? Come testi scandalistici, come istant books? O cavolo, era l'uomo più moderno del mondo. Così nacque il romanzo: ibrido bidonaro di libri di viaggio, memoriali, confessioni, trattati religiosi puritani. E per me, mi sbaglierò, ma è restato sempre tale, e quelle "macchine perfette, ottocentesche, di Balzac, Stendhal, di Tolstoj" di cui lei ci parla, esistono solo in un abbaglio della nostra memoria pigra e della nostra lettura distratta e disattenta. Ogni romanzo è ibrido instabile di memoriale, di teatro, di istoria, di cronica... Stendhal prima copia le vere cronache italiane, poi scrive romanzi. Parassitando la scrittura altrui. Tolstoj? Quello che voleva scrivere un saggio sulla Russia e se ne esce con un libro-mostro che ci vogliono le cartine geografiche per orientarsi? Macchina perfetta? Ma è sicuro? Un libro dove l'autore attacca tutt'a un tratto a parlare di strategia, di tattica, di artiglieria, e molla i personaggi al freddo e al gelo? Senza un minimo d'educazione? Insomma, io credo che il puro romanzo non sia mai esistito, ci ha ingannato quel sublime ciarlatano di Flaubert, facendoci credere che quel che scriveva fosse un puro "qualcosa". Il romanzo è l'impuro per vocazione, l'ibrido per natura. Il romanzo è un virus. E per questo credo, temo, che sia praticamente indistruttibile. Farà prima lui/esso ad accoppare noi che noi a toglierci di torno lui/esso. E qui siamo ben d'accordo, signor Di Paolo, e ha ragione, sacrosanta ragione, a dire che c'è da preoccuparsi più della poesia che del romanzo: anche per questioni di vendite. Aggiungo che finché continueranno a fare i film coi materiali narrativi saccheggiati dai romanzi, il romanzo continuerà a proliferare. E a mutare.

Posted by: Latinese at 07.01.06 21:51

Ma forse sì, forse è proprio così, caro Latinese, niente è perfetto in letteratura, e tutto è ibrido. Quello che lei dice mi sembra convincente. E' proprio la parola "romanzo" che significa niente e tutto. Mi trova d'accordo, dunque. Eccetto che sull'uso del verbo "preoccuparsi" in relazione alla poesia: occuparsi di poesia va bene; preoccuparsi mi sembra energia sprecata. Preoccuparsi, ci si preoccupa di sé stessi, degli altri, della terra sotto i piedi.

Posted by: Paolo Di Paolo at 08.01.06 12:15