« Novembre 2005 | Main | Gennaio 2006 »
30.12.05
Generazione Adiuvant (Il vetro soffiato di Eugenio Scalfari)
L'editorialista Eugenio Scalfari interviene sull'incapacità o il rifiuto degli autori italiani contemporanei a scrivere e produrre opere culturali impegnate e attinenti con la realtà sociale in cui viviamo. Mi chiedo e chiedo all'intellettuale di Civitavecchia: quali opere di autori nati dopo il 1959 ha letto negli ultimi 12 mesi? Ha letto Gladiatori di Antonio Franchini? L'anno Luce di Genna, Tolintelsac di Cavina? Fiona di Mauro Covacich? Il Ragazzo x (poesia) di Santi? Le opere teatrali di Paravidino? Quelle di Tarantino (lo scrittore e regista teatrale torinese, non lo yankee americano!), la rivista Atelier? Qualche lit-blog? Last love parade di Mancassola? Pascale? Best Off 2005? Lo Straniero? I signori che hanno l'opportunità di scrivere su Espresso, Repubblica, Corriere, Panorama, quelli che possono accedere alle reti televisive, dove si parla di cultura italiana contemporanea, si informano? Vanno a leggersi i libri che gli arrivano sulle scrivanie spediti dagli uffici stampa? Ricordano solo di quando "vestivano alla marinara" e andavano a Cortina assieme a Caracciolo per parlare dei massimi sistemi del mondo oppure sentono la responsabilità di essere amplificatori cuturali del nostro presente? Sentono l'impegno urgente di essere gli unici uomini del presente a raccontare l'odierna situazione culturale di un Paese agli uomini dell'avvenire? Io ricordo un tempo in cui erano i giovani a fare tenerezza agli adulti che ne avevano viste delle belle, quegli adulti che potevano sembrare autorevoli, per certi aspetti; ora sembra essersi ribaltata la situazione. Siam noi che guardiamo con tenerezza alla loro nostalgia, alla disinformazione, al pressapochismo e se non fosse drammatico immaginare il potere che hanno e che sfruttano male, potremmo anche volergli un po' bene, a questi uomini del '900 che "hanno fatto la Repubblica", le migliori menti della loro generazione! Ma la tenerezza non porta a nulla, meglio dire le cose come stanno e redarguirli, come si fa ancora in alcuni solidi Ginnasi del nostro povero stivale, con chi non ha studiato la lezione o ne conosce solo alcune parti. Confusamente. D.B.
Di Eugenio Scalfari
Intimisti rinsecchiti
A differenza degli Stati Uniti da noi mancano opere che senza essere ideologiche siano civilmente impegnate
da L'Espresso 8 dicembre 2005
Vorrei ritornare, a distanza di qualche tempo, su un tema che mi appassiona ed ha appassionato anche i nostri lettori e il tema è questo: perché gli autori italiani disdegnano o non sono attratti da opere culturali impegnate a confrontarsi con le realtà sociali in mezzo alle quali viviamo. Opere teatrali, cinematografiche, letterarie. Salvo pochissime eccezioni, il racconto che abbia come punto focale la società e ne descriva i problemi della convivenza, i rapporti interindividuali e dell'individuo con la comunità cui appartiene, viene schivato a vantaggio di una sorta di intimismo avulso dal contesto. Ne deriva una cultura evasiva, minimalistica, la cui principale preoccupazione sembra quella di evitare il rischio di contaminarsi con una qualsiasi ideologia, rischio sempre probabile e giustamente considerato nefasto per un'opera d'arte che sia formativa del gusto e del costume.
L'obiettivo di queste due 'poetiche' è dunque identico, ma i mezzi sono diversi e anzi opposti: l'impegno enfatico o il minimalismo. Talvolta praticati entrambi dallo stesso autore e ne cito uno per tutti, Claudio Magris, che alterna con eguale bravura operazioni minimalistiche e intimiste con altre di più ampio respiro. Ma nella quasi totalità dei casi è piuttosto il primo indirizzo a prevalere sul secondo. Quando poi è il secondo che prevale, la ricaduta ideologica fa valere i suoi diritti, deturpando i testi irrimediabilmente e travolgendoli verso il fallimento artistico.
Questa condizione di impotenza creativa ha caratterizzato gli ultimi trent'anni della cultura italiana nel cinema, nel teatro e nella letteratura narrativa. Non solo italiana ma anche di una parte notevole della cultura europea, ad eccezione forse del cinema inglese e di alcuni testi ispanici, mentre si è dimostrata robustamente presente nella cultura nord-americana. Lì infatti gli autori dimostrano di essere in grado di raccontare storie, sia con immagini sia con parola scritta, nelle quali le vicende individuali riescono ad esprimere contenuti simbolici del vissuto collettivo lasciando ai lettori-spettatori la libertà di cavarne un senso o nessuno. Questa profonda diversità tra la cultura anglo-americana e quella europea è stata recentemente riproposta da alcuni casi. Citerò per primo il lavoro teatrale di Peter Brook che ha messo in scena la lettura delle pagine dostoevskiane del 'Grande Inquisitore' tratte dai 'Fratelli Karamazov'. Si tratta di un testo celebre del quale mai prima d'ora si era tentata una versione teatrale, con mezzi estremamente sobri eppure di grande potenza scenica. L'attualità di quelle pagine scritte un secolo e mezzo fa è evidente e Brook riesce a renderla palese con strumenti teatrali minimi che propagano tuttavia nel pubblico una sorta di ipnosi partecipata. Credo, conoscendo una parte dei testi e della loro insolita messa in scena, che un altro esempio di spettacolo 'epocale' nel senso della sua stretta pertinenza all'attualità, ci verrà offerto tra poche settimane a Torino da Luca Ronconi con il suo 'pentagono': cinque soggetti diversi tenuti insieme da un tema unificante che potrebbe definirsi 'le contraddizioni della modernità'. I testi ruotano intorno alla tragedia di 'Troilo e Cressida' e si aprono su altre problematiche che coinvolgono il nostro moderno vissuto. Tra di esse il confronto tra l'ideologia comunista e quella democratica che ha come punto di partenza un libro-dialogo scritto da un terzetto d'eccezione (Miriam Mafai, Vittorio Foa, Alfredo Reichlin). E una sceneggiatura quanto mai agile e attuale di Giorgio Ruffolo sulle contraddizioni dell'economia politica.
Ronconi è riuscito in un'impresa che sembrava disperata: padroneggiare materiali così diversi dando a ciascuno di loro un'unità scenica che credo impressionerà molto il pubblico. Segnalo infine due film da poco apparsi nelle sale italiane. Quello di George Clooney, in questo caso non solo attore (non protagonista) ma anche produttore e regista sulla caduta dell''inquisitore' McCarthy e del maccartismo ad opera di un giornalista televisivo. E l'altro ancor più recente che porta il titolo 'Crash. Contatto fisico' del regista Paul Higgins e che si aggancia ad un'altra pellicola di poco precedente 'Million Dollar Baby' (protagonista e regista Clint Eastwood). Il tema di 'Crash' è il racconto di quanto avviene nelle periferie di Los Angeles, più vicine all'inferno che ad una città moderna. Ma forse sono proprio le città moderne ad essere sempre più vicine all'inferno.
Non è una questione di mezzi finanziari di sponibili a frenare la creatività nel nostro paese, o almeno non soltanto. Il teatro di Peter Brook non costa quasi nulla. Quello di Ronconi un po' di più ma non per cifre iperboliche. Altro discorso per il film 'Crash' che probabilmente non sarebbe sostenibile da parte del (decaduto e povero) cinema italiano. Una domanda che qui mi pongo è questa: perché gli autori italiani (Ronconi fa eccezione perché è fuori dall'albo teatrale) non sono in grado di produrre opere non ideologiche ma civilmente impegnate, mentre altrove la cultura moderna è incamminata su questa strada? Perché non esistono nell'Europa degli ultimi trent'anni narratori come Roth, Bellow, DeLillo, Franzen, McEwan? Qual è la difficoltà, l'ostacolo, l'handicap o chiamatelo come volete, che ci anchilosa su vecchi modelli ripiegati su se stessi, intirizziti e rinsecchiti nella 'maniera' d'un intimismo minimalista di storie che non riescono ad assurgere a potenze simboliche e perciò formative? Carenza creativa? Società esangue e disfatta e quindi non rappresentabile? Vorrei ascoltare altre risposte prima di dire la mia.
Si veda anche l'intervento di Vincenzo Consolo qui: http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/07/vincenzo_consol.html
E qui: http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2005/07/consolo_la_capr.html
e anche qui:http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/07/e_in_crisi_la_n.html
Posted by Davide Bregola at 22:04 | Comments (0)
Il romanzo del ventunesimo secolo #15
Un'aspra critica al metaromanzo da parte di Luigi Bernardi che interviene nel dibattito sul Romanzo Italiano del XXI secolo. Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html
Tutto è partito dalla lettera che si può leggere qui: http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments
Di Luigi Bernardi
www.luigibernardi.com
La prima cosa che mi viene in mente è che lo scrittore deve scrivere, e non teorizzare. Io non ho altre di idee di romanzo che non siano la mia scrittura. È quella la mia proposta, ai critici e ai lettori giudicare se è una proposta sensata, da condividere.
Negli ultimi anni c'è stato un rimescolamento che ha fatto perdere di vista che il momento decisivo della scrittura è la scrittura stessa,
non la sua propaganda, non la sua teorizzazione, non la sua divulgazione. Se cominciassimo a starcene tutti quanti un po' più
zitti e parlassimo soltanto attraverso le scritture (i libri, gli
articoli, i reading, persino i blog ma senza le snervanti e sempre
inconcludenti discussioni che nascono dai commenti) faremmo quel
passo in avanti che ci permetterebbe di valorizzare al meglio il
nostro stesso lavoro. E forse permetterebbe anche ai lettori di
tornare a leggere e ai critici a criticare.
Io voglio essere uno che quando non scrive va a sputtanarsi i soldi
al casinò, a giocare a carte nei bar, ad annusare gli odori del
mondo, a sedurre qualche ragazza, a fare quello che mi pare o che mi
posso permettere, senza la mia condizione di scrittore mi dia
obblighi di altro tipo. Tanto meno quello di provare a immaginare
come dovrebbe essere il romanzo italiano del nuovo secolo. Di
romanzo, mi interessa più riuscire a finire quello che sto scrivendo, che comunque nel nuovo secolo uscirà.
Luigi Bernardi è nato nel 1953, a Ozzano dell’Emilia (BO).
Ha creato e diretto case editrici, riviste e collane di libri e di fumetti. Attualmente è scrittore, giornalista, traduttore e consulente editoriale.
Ha scritto alcuni libri sui rapporti fra crimine e contemporaneità, fra i quali: A sangue caldo (DeriveApprodi, 2001), Pallottole vaganti (DeriveApprodi 2002), Il male stanco (Zona 2003).
Come narratore ha pubblicato un libro per ragazzi, tre raccolte di racconti, la trilogia di storie criminali Atlante freddo (Vittima facile, Rosa piccola, Musica finita, Zona, 2003/2004/2005), e il romanzo Tutta quell’acqua (Dario Flaccovio, 2004).
Suoi racconti sono presenti in numerose antologie, fra cui: In fondo al nero (Mondadori, 2003), Duri a morire (Flaccovio, 2003), Lama e trama 1, 2 e 3 (Zona, 2004/2005/2006), Le ombre della città (Mondadori, 2005), Caffè Killer (Morganti, 2006).
Vive e lavora a Bologna, città di cui ha raccontato storie e memoria in: Macchie di rosso (Zona, 2002). Tutti i suoi libri si possono trovare QUI
Posted by Davide Bregola at 01:00 | Comments (3)
27.12.05
I TRE ARTICOLI CHE SCONVOLSERO L'ITALIA (DELLE LETTERE)
Di seguito propongo tre articoli che in questo inizio di secolo hanno fatto molto discutere sui media e in rete. Il primo è stato scritto nel 2004 da Mauro Covacich sull'Espresso, il secondo è di Romano Luperini, scritto per l'Unità, il terzo, del 2005, di Antonio Moresco, apparso su Nazione Indiana. I primi due articoli (di Covacich, Luperini) mi hanno chiarito molte cose sul "fare narrativa" nel mondo contemporaneo; non avrei scritto il romanzo che uscirà nel 2006 per Sironi Editore intitolato La cultura enciclopedica dell'autodidatta, se non avessi seguito, mentre lo rimaneggiavo, tutta la polemica nata con questi due pezzi. Il terzo, di Moresco, dice in modo molto più convincente, ciò che la maggior parte dei "non addetti ai lavori" pensa anche in modo preconcetto sullo stato dell'editoria italiana e dei media in genere. Li ripropongo di seguito, anche se possono sembrare fuori tempo massimo, per fare il punto della situazione.D.B.
Mauro Covacich, Ho le vertigini da fiction, pubblicato su "l'Espresso" del 15 gennaio 2004:
La nostra è un'epoca piena di meraviglie. Il cielo si è abbassato a tal punto che gli aerei entrano nelle costruzioni più alte. Maestri di scuola si vestono di tritolo e salgono sugli autobus per farsi brillare. Attori diventano governatori. Cantanti diventano primi ministri. Presidenti della Camera diventano conduttrici televisive. Nella Rete c'è un kit fai-da-te per abortire. In tv, sul satellite, c'è un programma che segue dal vivo gli intubamenti, le amputazioni, le de- fibrillazioni di una giornata al pronto soccorso di un grande ospedale, prendendo spunto da una famosa serie di telefilm. Ogni cosa per essere reale dev'essere trasmessa, ma non solo - questa ormai è roba vecchia - anche ogni esperienza di vita è reale solo se pensata da chi la vive coi ritmi, le sequenze e le inquadrature di una fiction. Il concetto “la vita come un romanzo" ha cambiato più volte faccia fino ad arrivare a “la vita come un reality show": e così si è imposto, è sceso in lingue di fuoco sulla gente, l'ha coperta di finzione. lntanto, modelli etici di scala planetaria come Bono Vox e Pavarotti gridano motti copiati dal libro di catechismo. Intanto splendidi ottantenni corrono maratone, desiderano e ottengono erezioni - desiderano e ottengono erezioni prolungate; e si avvicina il momento in cui non moriremo più, in cui l'heideggeriano essere-per-la-morte non sarà più la condizione esistenziale dell'uomo. Intanto il movimento giovanile antagonista più imponente dai tempi del '68 per far sentire le proprie ragioni contro lo sfruttamento del pianeta ha bisogno degli organi di informazione del sistema che contesta, così come quello stesso sistema vende jeans e giubbotti griffati sfacciatamente ispirati allo stile "no global". Intanto un signore per bene: tutti gli identikit ne sottolineano il conformismo, la normalità; un signore che non si batte per niente e contro nessuno, confeziona da nove anni minuscole bombe con la cura e la dedizione di un mastro fornaio, poi le piazza nei supermercati o sotto gli ombrelloni delle spiagge friulane. Eccetera eccetera.
Perché gli scrittori italiani si sottraggono a tutto ciò? Perché lo ignorano mentre raccontano le loro storie? Ogni volta che qualcuno mi pone domande del genere, di solito succede al terzo quarto intervento alle presentazioni dei libri, ho un vuoto allo stomaco. Sì, lo ammetto, una specie di vertigine, un po' a causa della complessità dell'argomento, un po' a causa del fatto che io, quelle domande, le con divido. Cominciamo dalla complessità. Tra le fortune che ho (mi ritengo un uomo piuttosto fortunato) una è senz'altro quella di poter frequentare alcuni dei più bravi scrittori che vivono in Italia. Vado al mare con Diego Mainardi, al cinema con Gian Mario Villalta. Mangio la pizza con Tiziano Scarpa, Dario Volto lini, Romolo Bugaro, Giulio Mozzi, Roberto Ferrucci, Marco Franzoso, Tullio Avoledo. A Roma dormo da Niccolò Ammaniti, giro in Vespa con Sandro Veronesi. Lo dico solo perché mi crediate, so come la pensano questi scrittori. Ebbene, sono tutti morbosamente, famelicamente avvinti al presente, tutti con gli occhi puntati sul mondo. Molti di loro sono veri e propri esempi di militanza letteraria. Subito dopo 1'11 settembre si sono autoconvocati per discutere sulle prospettive della scrittura, come dire, alla luce dei fatti accaduti. Curano un sito (www.nazioneindiana.it) che non stacca mai la presa sulla realtà. Insomma non sto parlando di scrittori che raccontano di alleva tori di bachi da seta dell'Ottocento o che srotolano le infinite avventure di un ispettore siciliano. Non sto parlando di scrittori che fanno un passo indietro e dicono io scrivo noir, faccio letteratura di genere, sono un artigiano. Né di quelli che scelgono la memorialistica, il romanzo storico o altre forme testuali rette dall'idea che lo statuto dell'arte preveda un allontanamento dal tempo presente. No, sto parlando di gente che sente il mondo attuale come l'unico interlocutore, un interlocutore meraviglioso ma, direi, abbastanza marziano, con cui far dialogare il proprio vissuto. lo partecipo ogni volta che posso alle loro iniziative e vi assicuro che]e analisi sviluppate in quelle occasioni sullo stato attuale delle cose spesso hanno poco da invidiare a una discussione su "Micromega".
Ma, oltre al volume di fuoco decisamente significativo, è una questione di sensibilità, o meglio, di sensorialità, che li mette sullo stesso piano degli altri grandi scrittori contemporanei, persone in grado di captare, della cosiddetta quotidianità, frequenze ultra-soniche, gamme d'onda pressoché impercettibili. Ogni volta che sono con loro, mi chiedo perché l'Italia non abbia ancora espresso il proprio Wallace, il proprio Houellebecq, il proprio Pelevin, il proprio Palahniuk, esagero, il proprio De Lillo. Gli occhi, le voci, le menti ci sarebbero tutte. E anche le intenzioni, ve lo garantisco. Capite la complessità cui accennavo? lo per primo mi sento tradito dai loro libri, dai miei libri. Mi pare di essere caduto nello stesso equivoco di Totò in "Totòle Moko": i banditi credono che lui possa essere un degno sostituto del boss, Totò crede che la banda suoni, faccia musica, come lui a Napoli. Si sbagliano da entrambe le parti. Ogni tanto mi penso proprio con la faccia di Totò quando, dopo aver salutato la platea già con la bacchetta in pugno, si gira verso la banda e vede i suoi soci estrarre dai portastrumenti fucili e mitragliette. Ragazzi, perché non riusciamo a suonare? Perché la musica ci resta sempre lì, sul tavolo della pizzeria? Beninteso, non è colpa di nessuno. Non è che ce la dimentichiamo. Però, non so, non la mettiamo mai sulla pagina come sembreremmo capaci di fare. Secondo me, l'Italia possiede un potenziale di scrittura unico in Europa. Eppure eccoci qua, tanti Del Piero che giocano con le pinne, tanti Mick Jagger che cantano con la caramella in bocca.
Alle presentazioni il vuoto allo stomaco lo provo davvero, quelle domande le condivido davvero. Per me la scrittura resta una forma di conoscenza. lo leggo e scrivo per capire di me qualcosa che ancora non so. Finora ho imparato più cose dalla letteratura che da ogni altro genere di disciplina - immagino che anche per chi fa quelle domande sia così. Viviamo in un'epoca che chiede in ginocchio che qualcuno tenti di dirla, di raccontarla. Lo scrittore è una terminazione nervosa. Sentendo, fa sentire tutti. Non spiega. Sente e fa sentire. Trasforma esperienza in narrazione, persone in personaggi, vita in racconto. Bene, che cosa sentono oggi gli scrittori? Sentono il mondo, sono coraggiosamente sintonizzati sul mondo. E che cosa fanno sentire? Beh, dipende. C'è chi non si è ancora rassegnato alla propria intelligenza e al proprio ingegno e li dissimula in sofisticate provocazioni neodadaiste. C'è chi ha deciso di raccontare storie di paesaggi. Ripeto, storie di paesaggi. C'è chi, dopo essersi sbudellato sull'inferno dei professionisti cui appartiene rivaleggiando col miglior Capote, ha scritto un romanzo ineccepibile e invissuto. C'è chi si è rifugiato nella corsa. C'è chi compone migliaia di bellissime pagine sul caos, lavorando con maestria eccelsa per non farsi leggere. C'è chi ha semplicemente appeso il computer al chiodo e si è messo a fare l'editor.
Perché non riusciamo a prendere il mondo per le corna? Perché non riusciamo a raccontare storie - non importa se inventate, vere, realistiche, surreali - in grado di spremere la vita, di metterla sotto torchio? Perché dobbiamo continuare a sentire che solo gli americani, solo gli inglesi, eccetera eccetera? Perché dobbiamo lasciare che i professori ci dicano ancora: non sapete altro che cianciare, statevene a casa a ricamare i vostri romanzetti, che è meglio?
Ho accennato a persone che non stanno in nessun giornale, non hanno nessuna cattedra, non sono giurati di nessun premio, ovvero non hanno nessun potere se non quello, enorme, di escludermi dalla prossima pizza. Non ho citato. i loro libri perché questa non è una recensione, ma appunto una riunione di pizzeria, in cui ora cedo la parola.
Romano Luperini, Intellettuali, non una voce, pubblicato su "l'Unità" del 18 febbraio 2004:
Nel settembre 1975 un episodio di cronaca nera, il delitto del Circeo (due giovani fascisti pariolini avevano seviziato due ragazze di borgata, uccidendone una), divenne un episodio culturale: Calvino, Pasolini, Fortini lo commentarono sulla .prima pagina del Camere della sera e del Mondo, leggendovi una trasformazione complessiva della società italiana e della condizione giovanile. I protagonisti del dibattito letterario e culturale erano allora anche protagonisti della vita pubblica. Né c'erano solo Calvino, Pasolini e Fortini, ma anche Sciascia, Fo, Sanguineti.
Nel 1974 Fo aveva rappresentato per la prima volta il suo capolavoro, Mistero buffo, e Sciascia pubblicato Todo modo in cui denunciava la collusione fra DC e mafia.
Sempre il 1974 è l'anno in cui Volponi era uscito con Corporale e la Morante con La storia. Pochi mesi prima erano stati pubblicati Pasque di Zanzotto e Il castello dei destini incrociati di Calvino e sugli schermi cinematografici era apparso Amarcord di Fellini; pochi mesi dopo Montale vincerà il Nobel e usciranno Scritti corsari di Pasolini e Il muro della terra di Caproni.
Trent'anni fa. Gli intellettuali avevano ancora una funzione pubblica, l'Italia un posto sulla scena internazionale della cultura. Il dibattito letterario e artistico era ancora vivo e le riviste culturali promosse da scrittori potevano occupare ancora uno spazio etico-politico (Alfabeta comincerà a uscire nel 1978, e sarà l'ultima). I registi italiani erano maestri riconosciuti in tutto il mondo, e si chiamavano Fellini, Antonioni, Visconti, Pasolini. Fra gli scrittori, Calvino e Sciascia avevano un ruolo di primo piano in Europa. Poeti allora poco più che cinquantenni come Zanzotto, Luzi, Sereni, Fortini, Pasolini (o anche più giovani, come Sanguineti) godevano in Italia di un'autorità già riconosciuta.
Oggi non ci sono più, fra gli scrittori, dibattito culturale e politico e conflitto di poetiche, né, fra i critici e i teorici della letteratura, dialogo e polemica fra i vari metodi (non ci sono più, nemmeno, metodi identificabili: trionfano l'eclettismo e, come è stato denunciato da tempo, la «crisi della critica»). Fra il 2002 e oggi non sono usciti romanzi e film neppure paragonabili a quelli sopra ricordati. Nessun poeta che abbia fra i cinquanta e i sessant'anni ha in Italia un'autorità e un prestigio come quelli che avevano allora Zanzotto, Sereni, Luzi, Fortini, Pasolini, Sanguineti. n ruolo internazionale del cinema, del teatro, della letteratura italiani è vicino a zero.
Di quello che sta succedendo nel mondo o in Italia nella produzione letteraria non c'è quasi traccia. Gli esordienti che ogni anno si presentano a «Ricercare» si dilettano in racconti ginecologici e ombelicali, a base di cazzo e di vomito; gli scrittori di mezza età si attardano in uno stanco postrnodernismo manieristico. Per il cinema - se mi è permessa un'incursione in un campo che non è il mio - si è parlato recentemente di ritorno a un confronto con la realtà e con la politica, ma, visti in questa luce, i film che dovrebbero esprimerlo risultano alquanto deludenti: La meglio gioventù esalta una ricca borghesia idillica, progressista e buonista con casolari in campagna in Toscana e si conclude con cartoline illustrate da Stromboli e dalla Val d'Orcia e con la grottesca apparizione del fantasma del fratello morto a unire la coppia dei protagonisti e a santificare il lieto fine nel modo più scontato e tradizionale: The Dreamers ripresenta la vecchia storia morbosa dell’incesto facendo del Sessantotto solo uno scenario casuale ed esterno; Buongiorno notte evita prese di posizione chiare e si conclude anch’esso con fantasie buoniste. Persino Moretti, che pure è fra i pochi che s’impegna direttamente, troppo spesso come regista riduce la prospettiva politica a un mal di pancia personale.
Si obietterà giustamente che la situazione storica è cambiata e la figura dell’intellettuale legislatore tramontata per sempre. E tuttavia il panorama dei prodotti letterari e filmici che ci giunge dagli Stati Uniti e dal resto d'Europa, oltre a essere spesso di qualità più elevata, è assai più ricco e vivo, meno evasivo e narcisistico, più fervido di richiami alla realtà sociale e politica. Nessuna generica deprecatio temporum, dunque. Si tratta piuttosto di prendere atto di un declino della civiltà italiana, o comunque di una sua parte consistente, avviatosi già a partire dagli anni Ottanta e accentuatosi poi con il passare degli anni sino a toccare m questo inizio di millennio un suo punto estremo. Parlo di un declino, dunque, non solo politico ed economico (su questo siamo d'accordo tutti), ma anche intellettuale. Di questo immiserimento culturale e civile, dilagante in ogni piega della società italiana, lo stesso caso Berlusconi – neppure, infatti, immaginabile in Gran Bretagna o in Francia o in Germania – è piuttosto un effetto che una causa. I Europa un italiano ha da vergognarsi non solo del proprio governo. È in questione, insomma, un generale clima etico-politico. Siamo davanti a uno sbracamento complessivo, a una mancanza di orgoglio culturale e di dignità nazionale, a un disinteresse per la cosa pubblica, a una accettazione frettolosa di ogni novità indotta dalla americanizzazione. Fenomeni come lo scimmiottamento scomposto di quanto c'è di peggio oltre Atlantico, l'adozione indiscriminata di termini americani (una sorta di “similinglese”) nella sfera pubblica e nella produzione letteraria, o la diffusione di un gergo e di una ideologia economicisti anche in settori che non dovrebbero rispondere in primo luogo a esigenze di mercato, quali la scuola, la ricerca, la sanità, precedono l’attuale esperienza di governo di Berlusconi (l’ultimo di centro-sinistra non è stato certo esente da colpe in proposito). A suo tempo Gramsci aveva mostrato come dietro i fenomeni linguistici si dovessero leggere precise strategie egemoniche delle forze politiche ed economiche. Ma oggi, in Italia, chi si ricorda di Gramsci (ben presente, invece, nel dibattito culturale attuale negli Stati Uniti)?
Mentre un terzo del pianeta muore di fame, di Aids, di guerre, e milioni per [sic] persone in cerca di una possibilità di sopravvivenza cominciano a invadere il nostro paese; mentre saltano in aria le Twin Towers e si stanno gettando le premesse per un immane contrasto di civiltà e di religioni; mentre si assiste a una drammatica palestinizzazione del pianeta; gli intellettuali italiani (se non tutti, certo quasi tutti) sembrano in tutt'altre faccende affaccendati. Giulivi, disinvolti, narcisisti, furbi, pronti a fiutare ogni moda e ogni indirizzo del mercato culturale, sommersi nel clima di declino morale e civile in cui viviamo. Privi di passato e di futuro. Felicemente immemori e accecati.
C'è stato un salto fra le generazioni. Nessuna eredità. Fortini, Sciascia, Volponi sono stati dimenticati; Pasolini è stato ridotto al- l'icona di un santino omosessuale e un po' trasgressivo; Calvino è diventato un classico per gli accademici e i professori dei licei; la neoavanguardia un oggetto da museo (d‘altronde hoc erat in votis) e da tesi per le scuole di dottorato. Il postmoderno con il suo disincanto e il suo manierismo giocoso e disimpegnato, in agonia già da tempo, è morto, definitivamente crollato con le due torri di New York.
Ma nessuno in Italia sembra essersene accorto. All’inizio degli anni Settanta Pasolini parlava, per il nostro paese, di un genocidio culturale in corso. C’è stato e ha fatto tabula rasa. Il postmoderno italiano è stato questo genocidio; e dunque, pur risentendo di quello internazionale, ha avuto caratteri propri. Rispetto agli Stati Uniti, alla Francia alla Germania, alla Gran Bretagna l'Italia aveva tradizioni culturali moderne assai più fragili, un costume civile più approssimativo, più posticcio e precario. il tessuto della memoria e del patto fra le generazioni si è lacerato da noi più che in altri paesi, facendo affiorare una trama esclusiva di facili disimpegni, di egoismi di interessi individuali (o di gruppi o di corporazioni), di atteggiamenti indici e di agili cinismi. La crisi dello «stile», della «profondità» e dello spessore è servita come lasciapassare all'appiattimento e alla banalizzazione linguistici, all'azzeramento delle tradizioni, alla rincorsa dei modelli proposti dal mercato editoriale e, talora, al ripristino di calligrafismi e di improbabili lirismi e autolatrie. Ne ha risentito non solo il clima civile e politico, ma la stessa qualità della produzione almeno nel campo della letteratura e delle discipline umanistiche.
È possibile andare avanti cosi? Non mi faccio illusioni, e questi ultimi éI1ni hanno insegnato che non c'è confine al peggio. Tuttavia segni di allarme ci sono, benché si levino sinora più dal mondo politico e civile che da quello, perlopiù beatamente incosciente, della letteratura. D'altronde anche questa separazione di ambiti è un segno da tempi, e a essa sono dovuti, almeno in parte, la sordità e il ritardo stessi dell'ambiente letterario e artistico.
Questa stessa chiusura però oggi è minacciata. Ci si può illudere di vivere, come il postmodernismo ci aveva fatto credere, in un mondo esclusivamente linguistico di rifacimenti e di pure parole che si ripetono all'infinito quando il mondo si va palestinizzando, le nostre piazze, i nostri aeroporti e le nostre metropolitane sono a rischio, e intere popolazioni premono ai nostri confini? Si può continua;e a coltivare la futilità e a giocare sull'orlo dell'abisso?
È successo altre volte che la storia salti una generazione. Nasceranno nuovi scrittori, e si impadroniranno della nostra lingua (già lo stanno facendo) giovani intellettuali albanesi e magrebini. Qualcuno forse ricomincerà a leggere Fortini e Sciascia, Volponi e la Morante, Vittorini e Pasolini.
Antonio Moresco, LA RESTAURAZIONE, 20 marzo 2005
Viviamo in un periodo di pesante restaurazione. Siamo alle prese con un’intossicazione che attraversa le strutture della vita, dell’organizzazione sociale e professionale, delle forme economico-politiche e democratiche, delle finalità scientifiche e tecnologiche, della religione, dei media, del pensiero, della cultura, dell’arte…
La domanda è questa: dobbiamo aspettare 10 o 20 anni per vederlo scritto nei libri o lo possiamo, lo vogliamo, lo dobbiamo vedere e dire lucidamente adesso, mentre stiamo vivendo questa situazione?
E ancora -detto in un altro modo- abbiamo o no la responsabilità di mostrare la macchina in azione nel momento stesso in cui agisce o dobbiamo mettere la testa sotto la sabbia, tirare a campare e aspettare di vederla inoffensivamente descritta domani, come abbiamo letto -seduti in poltrona o prima di addormentarci- le narrazioni di altri periodi di restaurazione descritti da chi ci è vissuto dentro? E a leggere sembrava tutto chiaro ed era facile stare dalla parte dell’autore che ce ne mostrava il peso sulla vita umana e la sofferenza e il prezzo e ci dicevamo: “Cazzo, ma com’erano mediocri, ciechi, vili, trasformisti e corrotti gli uomini di quel tempo!”
LEGGI IL SEGUITO CLICCANDO QUI
Posted by Davide Bregola at 11:47 | Comments (3)
26.12.05
Il romanzo del ventunesimo secolo #14
ELIO PAOLONI interviene nel dibattito sul Romanzo Italiano del XXI secolo. Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html
Tutto è partito dalla lettera che si può leggere qui: http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments
Di Elio Paoloni
www.eliopaoloni.it
Per anni mi sono disinteressato del romanzo: amavo le forme spurie, diaristiche, aforistiche, soprattutto il giornalismo d’alto livello. Avevo fatto mia una definizione di romanzo data da Galimberti: "intuizione diluita ed estinta". Da un po’ sono tornato a immergermi nei romanzi. Non in quelli di genere (soffro ancora del rigetto dopo le vagonate trangugiate trent'anni fa) ma nei mainstream, i romanzi tradizionali, quelli ben fatti come avrebbe potuto scriverli Jane Austen. Conosco pochissimo la Austen ma sono interessato a quello di cui lei si occupava e non a caso i libri che ho apprezzato negli ultimi tempi sono inglesi, canadesi, o statunitensi (non che manchino ottimi libri italiani, da Covacich a Veronesi, tanto per buttare due nomi a caso). Queste letture mi hanno indotto, come mai prima, a riflettere su ciò che voglio da un romanzo. E su ciò che la gente vuole (prima mi preoccupava soltanto come avrei dovuto scrivere: di quello che leggevo – se mi sembrava nuovo o attraente – consideravo solo l’opportunità e la possibilità di utilizzarlo).
La letteratura è fatta di tante cose, dalle lettere di uno spedizioniere alle raccolte di sublimi aforismi. Ma se parliamo di romanzo, parliamo di una struttura precisa. Si può tentare di stravolgerlo, di ucciderlo, ci si può giocare, sforzarsi di svuotarlo, rimontarlo nei modi più inventivi e tortuosi. Alla fine ci ritroveremo sempre con un edificio che riproduce una visione del mondo. Aveva ragione Mao a voler bandire Beethoven: la sinfonia, strutturalmente, tende alla ricomposizione dei contrasti, al trionfo dell'armonia, alla riaffermazione di un ordine naturale. Credo che il romanzo sia accostabile alla sinfonia. Occorrerebbe riconoscere, molto semplicemente, che il romanzo è romanzo borghese. Ogni romanziere è borghese, anche (o meglio soprattutto) quando frequenta i centri sociali, quando indossa la tuta, quando si rivolta a zanne scoperte contro la borghesia. Uno scrittore è un tizio colto che imbratta carte - o schermi - per contar storie a persone della sua cultura e della sua sensibilità (infatti in Italia si legge pochissimo anche perché una vera borghesia - diffusa, solida, pulita, avveduta - non c'è mai stata). Non sto parlando di una vera e propria classe ma di un sentimento, di un modo di essere contro il quale, di solito, si scagliano i letterati. Del resto deprecare la propria intima essenza, la propria cultura, la propria civiltà è lo sport preferito dall'intellettuale occidentale.
Nelle recenti polemiche su blog e giornali si ritrovano accuse di tradimento, liste dei buoni, allarme Restaurazione (ma basterebbe rileggere il Balzac de Le illusioni perdute: nulla di nuovo sul fronte editoria-critica-giornalismo-politica, a parte il fatto che lì si usa il termine librai per designare gli editori).
Secondo precetti rintracciabili soprattutto in rete, la scrittura dovrebbe essere finalizzata alla rabbia. Il sentimento da provocare, da coltivare, è l’indignazione. Dostoevskij però non apprezzava i comunardi, che avevano “scambiato la rabbia per bellezza”. C'è una strana situazione nel nostro piccolo mondo letterario: ci si diletta in opere ponderose, astruse, urticanti per poi lamentarsi della mancanza di attenzione. E' ovvio che quel tipo di opere sarà apprezzato da pochi. Ma gli autori sembrano convinti che a determinare questa ovvia circostanza sia unicamente il complotto di editori, critici, librai e politici: a parer loro i “bravi italiani” non leggono i loro distillati perché distolti ad arte. I media, infatti, non esisterebbero per intrattenere - soddisfacendo le richieste del pubblico per richiamare pubblicità - bensì per impedire che la "naturale" inclinazione del buon selvaggio alla letteratura alta possa trovare sbocco.
Ho sempre saputo che l’unica vera forma di conoscenza possibile è la letteratura. Puoi passare tutto il tempo che vuoi sui trattati: è utile, interessante, giocaci pure. Ma la rivelazione giungerà dai brani di un narratore, dal verso di un poeta, dalle strofe di una canzone. Conoscenza, dunque. Verità, in qualche modo, volendo spingersi in un campo minato. E la verità puoi trovarla anche nelle forme più sperimentali, nel barocco più contorto. Negli ultimi tempi mi ritrovo a pensare che la verità non è tutto. Ho aggiunto un’altra componente. Fondamentale. Nelle sue conferenze Kurt Vonnegut sosteneva “che una plausibile missione degli artisti sia quella di far sentire le persone almeno un po’ contente di essere vive”. A quel punto qualcuno gli chiedeva quale artista c’era riuscito, e lui rispondeva: “I Beatles”. Si potrebbero individuare altri nomi ma questo mi sembra perfetto. Non solo perché nessuno potrà mai dubitare che la gioia, la trasmissione della gioia, sia l’essenza stessa del lavoro del gruppo, ma perché quella musica fa piazza pulita di un ingombrante equivoco: la presunta contrapposizione tra qualità e successo. La dicotomia. non esiste. Non quando l'opera è davvero riuscita. E i Beatles ne sono la prova: pochissimi sanno quello che hanno combinato – tecnicamente - nel panorama musicale dell’epoca (tra quelli che lo sanno, Ian MacDonald, autore di The Beatles - L’opera completa, Mondadori). Non c’è mai stato nulla di tanto sperimentale nella musica del secolo passato – e non si tratta solo dell’album bianco – ma nessuno se ne accorge. Perché la loro forza non sta certo in questo, ma nella contentezza di essere vivi che prende istantaneamente chi li ascolta, in ogni angolo del pianeta. Pinocchio è uno dei pochi, assoluti capolavori della letteratura mondiale. Lo si sa da qualche decennio: il gioco delle interpretazioni e delle chiose, a partire da Manganelli, è ormai infinito. Però, innanzi tutto, c’è una storia piacevole e comprensibile per qualsiasi bambino, o imbecille, qualcosa che sollecita – e resiste a – trasposizioni filmiche, animate, televisive, a fumetti. Insomma, pur essendomi nutrito di sperimentalismi, pur idolatrando Horcynus Orca - una grandiosa, involuta babele di neologismi – e Nostra Signora dei Turchi - un non-romanzo come mai ve ne furono – credo che un obiettivo dello scrittore, ammesso che uno scrittore possa porsi obiettivi, dovrebbe essere l'accessibilità, almeno a un primo livello.
Ma non è questo il punto fondamentale: quello che sostengo, in totale contrasto con l'opinione corrente, secondo la quale un testo ha valore solo se disgusta, amareggia, fa soffrire, è che un libro deve dare gioia. Mi rendo conto che l'espressione ha del bamboleggiante. Ma dare gioia non significa titillare. La gioia non sta nelle iniezioni di ottimismo beota. Tutt’altro: sta nel ricordarci costantemente il dramma ma ordinandolo, arricchendolo di senso, mostrando la bellezza nascosta nei luoghi più impensati, regalando un’aura (quella del mito, forse, quella che gli americani sanno dispensare a piene mani) agli oggetti e alle passioni.
Può darci gioia una storia non lieta, una riflessione amarissima, anche il più cosmico dei pessimismi. Leopardi e Campana non erano certo dei buontemponi ma ci regalano gioia. Perché la bellezza dà gioia. E la scrittura - banalmente, licealmente, ottocentescamente - è innanzitutto bellezza. Che sia bellezza della forma, musicalità interna o - più opportunamente e analiticamente - autenticità della voce, novità dello sguardo, calore del confronto. Quale che sia l'abisso in cui l'autore mi ha precipitato, insomma, voglio uscire a riveder le stelle. Anche l'estetica del brutto ha a che fare, nel suo modo capovolto, con un'idea ampia di bellezza. Il riutilizzo di questa antica e svuotata parola è in fondo il modo più ampio e comprensibile di riassumere la bontà di un libro.
Come ogni normativa anche questo mio canone taglia fuori decine di capolavori. Mi rimbecco da me: come la mettiamo con tutto Carver o col Branco di Andrea Carraro? Sono agghiaccianti, e per quanto magnifici - quindi decisamente "belli" - non so quanta gioia possano regalare. Allora? Quando sono uscito – malmesso – dalla lettura del Branco, mi sono ripromesso di evitare letture così tremende. Che sono assolutamente necessarie – in particolare, forse, in una certa fase della vita - ma non possono costituire la preponderanza delle nostre letture. E' come per i film, i documentari e le testimonianze sull'Olocausto. Ho già dato: assorbita ormai tutta la sofferenza che posso contenere, stremato dalla capacità d'immedesimazione, non è necessario, ora, che mi documenti su ogni scempio, registri ogni dettaglio. Sono saturo e insofferente. Cosa imparare da questa scuola dell'angoscia? Potrei scivolare dalla sofferenza alla voluttà della sofferenza.
Recentemente mi è capitato di scrivere di un romanzo (Snob): “avevo quasi dimenticato l’ansia gioiosa con cui si attende l’ora di riprendere in mano un libro e il rammarico all’idea dell’avvicinarsi della fine, dell’impossibilità di restare in compagnia dei personaggi, dentro quelle vite”. Contemporaneamente Giuseppe Scaraffia affermava qualcosa di simile a proposito dello stesso libro sul domenicale del Sole-24 Ore: “una di quelle letture che si vorrebbe non finissero mai”.
Non ho mai pensato che si potessero dare indicazioni sul “che fare”. Roba da critici sciroccati, pensavo, da editor in cerca del bestseller da confezionare. Sta agli scrittori cercarsi i soggetti, e la voce: ognuno ha le sue ossessioni, l’unica caratteristica che davvero “fa” lo scrittore. Ma sono convinto (in questo momento, almeno) che non è di scandalo, rotture e territori estremi che c'è bisogno. Anzi, sì, c'è bisogno di scandalo. E lo scandalo, oggi, è un libro che racconti pianamente le passioni di sempre (calate nel presente, s'intende, quindi senza ignorare le strutture psichiche peculiari della postmodernità). Sento il bisogno di un narratore che sia sollecito con il lettore, che lo ami, che ami quello che sta facendo, il dono che sta porgendo. Restando al libro di Julian Fellowes di cui dicevo sopra, è difficile trovare un approccio più disincantato del suo: il sarcasmo non viene lesinato, il finale non si comprende se sia lieto o tremendo. Ma non c'è mai disprezzo: il narratore non sta "fuori", è curioso, partecipe, ha sempre presente il movente positivo, il risvolto umano delle azioni più deprecabili. Ama la vita, com'è. Gli uomini, come sono. Può desiderare società migliori, deprecare le degenerazioni dell’attuale, ma non si sogna minimamente di influire sul mondo, di lanciare parole d'ordine.
Davvero controcorrente, oggi, va chi si occupa di valori letterariamente, mediaticamente, politicamente desueti. E' curioso che Houellebecq, erede della misantropia di Celine, patologo della salma maschile occidentale, estimatore dell’amore mercenario, nel suo miglior libro, Piattaforma, canti l’amore per una donna in maniera struggente. E che anche il macabro, spietato Ian McEwan, nel suo ultimo libro, Sabato, che pure dà ampio spazio a fatti di cronaca, drammi planetari, incubi globali, racconti con accenti commossi e commoventi la forza e la bellezza degli affetti familiari e in particolare dell'amore coniugale. E' il sintomo della vecchiaia di un autore o di un più ampio ripensamento epocale?
Elio Paoloni è nato nel 1951 e vive a Latiano, in provincia di Brindisi. Scrive su Fernandel, Stilos, Vibrisse.
Ha pubblicato nel 2001 Sostanze (Manni) e nel 2002 Piramidi (Sironi).
Ha un sito: www.eliopaoloni.it
Posted by Davide Bregola at 10:50 | Comments (0)
24.12.05
Il romanzo del ventunesimo secolo #13
DEMETRIO PAOLIN interviene nel dibattito sul Romanzo Italiano del XXI secolo. Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html
Tutto è partito dalla lettera che si può leggere qui: http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments
DUE DISCUSSIONI A TEMA:
http://giocatore.splinder.com/post/6692891
http://giocatore.splinder.com/post/6696889
Di Demetrio Paolin
L’ircocervo
Il romanzo del XXI° secolo sarà un ircocervo.
Quando ho letto la tua lettera questa è stata l’unica frase che mi uscita fuori, l’unica idea che mi è baluginata alla mente. Quando leggo un romanzo mi chiedo: che tipo di esperienze, di cognizioni, lavorative o di studio, ha l’autore? Quasi cercassi di ritrovare nelle evoluzioni della trama, nello sviluppo dei personaggi e nel loro relazionarsi reciproco e con il mondo circostante le tracce dell’autore.
Non parlo qui di autobiografismo spicciolo, o di vecchi schemi, che abbiamo imparato al liceo, in cui si parla dell’uomo e l’opera; no, non parlo di questo, ma di qualcosa che riguarda la nuda competenza.
Cerco di chiarire questo concetto, che è di per sé strampalato, ma prendi questo scritto come una sorta di chiacchiera che stiamo facendo tu, Davide, ed io, qui nel caos del mio ufficio, in cui una discussione sul No Tav si incrocia con la preparazione di un convegno sulla rete sistemica dei carburanti in Piemonte.
In questo periodo, con il mio solito atteggiamento disordinato, ho letto una serie di libri, che mi hanno lasciato la sensazione di trovarmi davanti a qualcosa di completamente nuovo. Questi libri sono: Last Love Parade di Mancassola, Gladiatori di Franchini, Nessuno lo saprà di Brizzi, Morti senza nome della Cattaneo e Sulle tracce di Nives di Erri De Luca.
Uno in fila all’altro, senza premeditazione, questi testi mi forniscono, come lettore, la precisa certezza di trovarmi davanti ad una svolta della scrittura, per nulla teorizzata, ma messa in atto, così sotto i nostri occhi, senza neppure accorgercene.
Il fatto poi che questi testi siano stati editi tutti dalla stessa casa editrice e nella stessa collana, mi fa immaginare che forse il mondo editoriale, o una certa parte del mondo editoriale, ha già deciso come sarà il romanzo del XXI° secolo.
Se guardi questi testi, se li ripercorri velocemente, credo che capirai cosa intendo per nuda competenza: nessuno di questi libri, infatti, è un romanzo, nessuno è un’autobiografia, nessuno è un saggio, ma nelle loro pagine tutte queste tensioni convivono.
Ognuno di questi autori mette nella pagina la propria competenza, sia essa la musica dance degli anni ’80 piuttosto, che la medicina legale, il pugilato, l’alpinismo, o il pellegrinaggio; e ne parla apertamente, come qualcosa che sa e che gli permette di stare al mondo.
In questa forma ibridata le pagine che vengono scritte assumono un carattere nudo: una trasparenza a volte abbagliante e complessa, in cui si parla di qualcosa per in realtà dire “altro”. Ho notato in questi testi, forse involontariamente, un carattere fortemente allegorico della scrittura: se il romanzo del XX° secolo è stato un romanzo simbolico, quello del XXI° deve avere la forza di diventare allegoria, cioè di additare un senso altro alle cose che scriviamo.
Per fare questo io credo che la scrittura non debba inventare mondi, creare complesse macchine narrative, ma deve provare a raccontare le competenze di ognuno. Sono queste che ci danno la misura del mondo in cui viviamo, delle relazioni che intratteniamo con le persone e con gli oggetti. Sono queste nude e trasparenti che ci forniscono con precisione i confini di quello che siamo noi e di ciò che sono gli altri.
Tecnicamente io credo che il romanzo del XXI° secolo non sarà un romanzo, ma uno scritto ibrido. Ora tu mi chiederai: ma esistono, oltre a questi che tu hai fatto, degli esempi di romanzo ircocervo? Io ti dico di sì, e ti faccio due nomi: Camporesi e Primo Levi.
Entrambi hanno scritto testi di difficile collocazione, pensiamo a Camporesi e alla sua opera. Cosa sono i suoi libri un saggio, un tentativo di storia materiale? Critica letteraria? Niente di tutto questo, e tutto questo insieme ovviamente, ma hanno una potenza nella scrittura e una grandezza fabulatoria che li leggi come fossero un romanzo, e l’esperienza che fai come lettore è quella di un mondo che ti si presenta davanti, ma non in modo programmatico, ma come qualcosa che ti si affastella, ti si para frontalmente come una visione.
Per Levi il discorso è simile. Prendi I sommersi e i salvati, che libro è? Ogni volta che lo leggo ne rimango stupefatto. E’ un saggio? Certo. E’ un’opera di filosofia? Pure. E’ una narrazione? Anche. E’ una memoria autobiografica? Come poter dire di no. Primo Levi era il primo a sentirsi un centauro, un uomo e uno scrittore scisso in due, che viveva con l’idea di dover scrivere un libro “vero” per giustificare il suo essere scrittore; un tentativo fallito miseramente quando scrisse il suo unico romanzo (Se non ora quando?). Levi, invece, con I sommersi e i salvati ci ha lasciato forse l’opera a cui guardare per scrivere noi questo romanzo del XXI° secolo, un’opera dove pubblico e privato, tragedia e commedia, sobrietà di stile ed invenzione linguistica stanno insieme.
Quindi se tu mi chiedi come sarà il romanzo del XXI° secolo, io ti rispondo: sarà simile ad un ircocervo o a I sommersi e i salvati.
Demetrio Paolin, classe ’74, laureato in lettere, vive e lavora a Torino. Co.co.co felice e flessibile, ha curato per le Edizioni dell’Orso (AL) il libro di Giuseppe Calore Il partigiano disarmato . Il suo ultimo romanzo dal titolo Il pasto grigio è pubblicato da Untitl.Ed
Posted by Davide Bregola at 10:56 | Comments (7)
23.12.05
Il romanzo del ventunesimo secolo #12
EMANUELE TREVI interviene nel dibattito sul Romanzo Italiano del XXI secolo. Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html
Tutto è partito dalla lettera che si può leggere qui: http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments
Di Emanuele Trevi
La mia testimonianza è questa: sto lavorando a un libro di critica che dovrebbe intitolarsi "Contro il romanzo", ma in effetti io non penso mai alla situazione italiana, non ho mai un'ottica se non empirica su questa prospettiva. Per me la "letteratura italiana" oggi si può semplicemente definire una letteratura non tradotta da altre lingue. Questo non significa che io la disprezzi, tutt'altro. Solo che, statisticamente, l'italia non è un paese che produce scrittori molto interessanti - siamo pochi, nonostante le apparenze, e scriviamo in una lingua secondaria.
In generale, poi, penso che il romanzo oggi, come mito sociale e oggetto di consumo, rappresenti una specie di letteratura a basso voltaggio, scarsamente inventiva e scarsamente eversiva. Non credo che il significato del mondo o di una singola vita abbia a che vedere con la sua forma narrativa, insomma. Questo ovviamente non vuol dire che qualche grande spirito (penso a Delillo, o a Houllebecq) non si possano ancora servire di questo specifico genere, scontandone le leggi implicite, la loro sostanza, come dire "normalizzatrice".
In fondo anche William Bourroghs è un "romanziere" !
Insomma, è una questione molto molto complicata, ci sto lavorando prima di tutto per chiarirla a me stesso!
Temo anche che dovrò leggere qualche libro, farmi un'idea più precisa.
Ecco tutto.
Emanuele Trevi Emanuele Trevi, uno dei critici più promettenti della nuova generazione, è nato nel 1964 a Roma, dove vive. Ha tradotto e curato edizioni di classici italiani e francesi: si ricordano testi dedicati a Leopardi, Salgari, autori italiani del Novecento. Fa parte del comitato editoriale della casa editrice Quiritta. Collabora al Manifesto (Alias) e alla trasmissione radiofonica Lucifero di Radio Tre, con una sezione dedicata alla poesia. Il suo libro Istruzioni per l’uso del lupo ha riscosso un notevole successo. All’uscita questo suo librello di sapore "steineriano" (da George, non da Rudolph, ovviamente...) ottenne un successo di critica sulle pagine letterarie dei magazine e dei quotidiani più engagé. Trevi proponeva un'uscita dalla sovrabbondanza e dallo specialismo dei saperi acquisiti e delle discipline critiche, per approdare a una "filologia del cuore", riscoprendo la disarmante impossibilità di avvicinare la letteratura e la vita, nonostante, a volte, nella fitta ombra si aprano radure e "chiari di bosco". La lettura che Trevi suggerisce è priva di pregiudizi, tutta interna alla letteratura e, al tempo stesso, tutta intrisa della vita stessa, della sua volatile ed effimera sostanza. Con Musica Distante, Trevi ritorna a meditare sul sapere. La sua meditazione non ha nulla di intellettualistico. Egli non pensa ai saperi: li pratica. Non struttura un metodo di lettura: legge. Legge le parole che un tempo di caduta ha offuscato. Sono le parole di una storia che opera dall'interno della cultura occidentale, occultamente attive nel cuore della spiritualità più palese: quella cristiana, che ha edificato due millenni di civiltà e di storia umana, passando attraverso i filtri dei paganesimi e delle gnosi dei secoli che ha attraversato, mutando configurazione e prospettiva. Emanuele Trevi è redattore di Nuovi Argomenti. Ha fatto parte della giuria del premio Calvino nel 2001, e del premio Alice 2002. I suoi libri più recenti: I cani del nulla (Einaudi,2003); Senza verso; L'onda del porto (Laterza, 2005)
Posted by Davide Bregola at 12:56 | Comments (6)
21.12.05
Il romanzo del ventunesimo secolo #11
RENATO BARILLI interviene nel dibattito sul Romanzo Italiano del XXI secolo. Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html
Tutto è partito dalla lettera che si può leggere qui: http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments
Di Renato Barilli
Caro Bregola,
come ben sai, sono un sostenitore a oltranza della validità e della ricchezza della narrativa italiana quale si presenta in questi inizi di secolo. Dico narrativa perché non ne farei tanto una questione di “romanzo”, nozione che sembra imporre di scrivere con un principio e una fine, e con una vicenda “ben fatta”. Ma si può narrare anche per brani, segmenti, appunti ecc.; e non trascuriamo la possibilità-necessità di unificare il campo, tra le narrazioni che si fanno con la scrittura e quelle che si fanno su pellicola, al cinema, o meglio ancora su nastro magnetico o disco digitale, come avviene sempre più spesso. Sostengo da tempo che un Aristotele redivivo non avrebbe alcuna esitazione a comprendere nella sua Poetica anche il cinema così come, allora, ebbe il coraggio di unire l’epica, cioè la narrativa narrata, con la commedia e la tragedia, cioè la narrazione agita, performata, senza stare troppo a preoccuparsi dei rispettivi specifici. Oggi mi capita di passare con assoluta disinvoltura dalla visione di un film su schermo grande o di uno sceneggiato su schermo piccolo (siamo diventati molto bravi, con i vari Don Matteo e Commissario Rocca e Procuratore Mastrangelo…) alla lettura di un testo narrativo appena uscito a stampa. Mi sembra che oggi la narrativa in, versione cartacea si è resa competitiva, non ha nulla da invidiare, rispetto ai suoi rivali. C’è forse solo, a suo carico, la pigrizia di un pubblico disabituato a “leggere”, tanto è vero che assistiamo alla perversione dell’effetto video, per esempio, la popolarità eccessiva di Baricco, che mi sembra scucito, approssimativo, affrettato, ma va in testa nelle classifiche proprio perché lo si vede in TV, con effetto indotto. Mi consola vedere che Ammanniti, pur non andando sul piccolo schermo, ottiene un vasto consenso, e assieme a lui i Nove e Scarpa e Campo e Ballestra e Vinci, ovvero lo squadrone comparso agli appuntamenti di “Ricercare”, e fatto confluire sull’antologia “Narrative invaders”. Ma devo dire che negli ultimi tempi sono divenuto tollerante nei confronti anche di prodotti che non hanno avuto il nostro “imprimatur”: ho detto bene di Nesi, di Piperno, mi appresto a farlo perfino per l’ultimo nato della Mazzucco. Senza contare che c’è poi sempre lo squadrone dei romanzieri oggi cinquantenni, cioè anteriori a quella che io chiamo “terza ondata”, e cioè i casi di Busi, De Carlo, Veronesi, Benni… Insomma, il panorama è ricco e robusto, ma ahimé osteggiato da molti miei colleghi che non si aprono alle novità e restano prigionieri del passato, come se non si fosse andati oltre i vari Pasolini e Calvino, anche se quest’ultimo è stato eccellente, e invece il primo assai poco valido. Inoltre anche la grande stampa asseconda molto male questa situazione rigogliosa, un organo importante come “Repubblica” si è specializzato a parlare solo degli stranieri, dedicando paginoni a illustri sconosciuti, magari solo perché insigniti di un riconoscimento molte volte inutile e distribuito col bilancino del politically correct com’è il Nobel. Deleterio poi è il ruolo del festival di Mantova, pronto appunto a ospitare tutti i bestseller stranieri, o quelli italiani, purché siano di giallisti e di eroi televisivi. Ma il suo alto numero di frequenze ha fatto girare la testa ai nostri assessori, per cui un incontro difficile come appunto il “Ricercare” di Reggio Emilia, volto a lanciare i nostri nuovi prodotti, è stato cassato dagli amministratori di quella città, invidiosi del facile successo dei mantovani. Niente paura, “Ricercare” rinascerà, anzi, ancor più indirizzato al futuro, sotto il titolo di “Ricercabo”, cioè un ricercare che si farà a Bologna, anzi, no, nel comune limitrofo di S. Lazzaro di Savena.
Renato Barilli, critico letterario e d'arte (Bologna 1935). Ha preso parte alla neoavanguardia degli anni Sessanta, culminata nel Gruppo 63. Come critico d'arte ha storicizzato le esperienze d'avanguardia, dalla pop art, alla body art. E' Ordinario al DAMS di Bologna e Direttore del Dipartimento delle Arti Visive. Laurea in lettere nel 1958, incarico in estetica dal 1970, straordinario di storia dell'arte contemporanea dal 1972, ordinario di fenomenologia degli stili dal 1980. Ha scritto numerosi volumi di Estetica, di critica letteraria e di critica d'arte. Tra le sue opere: L'arte contemporanea. Da Cezanne alle ultime tendenze (Feltrinelli 2005);Bergson il filosofo del software (Cortina 2005); Dal Boccaccio al Verga. La narrativa italiana in età moderna (Bompiani 2003); E' arrivata la terza ondata (Testo&Immagine 2000)
Posted by Davide Bregola at 09:26 | Comments (4)
20.12.05
VIVI
Da qualche settimana mi arrivano degli anonimi "ritratti di scrittori" alla e-mail dbregola@libero.it.
Seguono una logica di questo genere: gli scrittori "Presunti vivi" sono considerati sopravvalutati dalla critica o dai colleghi. Gli scrittori "vivi" sono scrittori dignitosi e rispettabili. Chi li scrive si firma "Liberiamo la censura". Li propongo sul blog così come mi arrivano. Si parte con Moresco per poi passare a Ammaniti, Pederiali, Mazzucco, Baricco, Evangelisti, Pincio, Wu-Ming, Parente, Piperno, Colombati, La Capria, Morozzi, Verasani, Vinci, Desiati, Camilleri, Bevilacqua, Trevi, e via via tutti gli altri.(D.B.)
Dopo il "ritratto" di Antonio Moresco che si trova QUI è la volta di Giuseppe Pederiali.
di Liberiamo la censura
Giuseppe Pederiali scrive e semplicemente (e non semplicisticamente)…la linearità della sua parola spalanca una visione altra e diversa…dove la carnalità della terra e del cielo si fonde alla voce se-n-suale dei corpi e dei silenzi assordanti dell’io…
Giuseppe Pederiali è l’artifex malsano che crocifigge le ipocrisie asessuate di una borghesia che è più un lumpen-proletariato arricchito…ma senza più alcuna fame…
Giuseppe Pederiali è il dito nell’occhio di tutti i Golia di questa cialtronesca nazione che viene chiamata per convenzione Italia…poco furba e molto arrogante e quindi destinata sempre al ludibrio dell’etica…
Giuseppe Pederiali è uno dei pochi scopatori della scena letteraria italiana…senza se e senza ma…
Amen…
Posted by Davide Bregola at 09:42 | Comments (8)
19.12.05
Il romanzo del ventunesimo secolo #10
CRISTIANO CAVINA interviene nel dibattito sul Romanzo Italiano del XXI secolo. Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html
Tutto è partito dalla lettera che si può leggere qui: http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments
Io non ho certezze sull’argomento.
Forse perché la mia formazione tecnica – nasco come perito elettrotecnico e mi sviluppo come pizzaiolo – mi lascia un po’ in braghe di tela.
Non credo di avere gli strumenti giusti per parlare di questa cosa.
Mi fa sentire un po’ come quando andavo a scuola e c’era la solita interrogazione a sorpresa.
E puntualmente non ero preparato.
Della critica non so cosa dire.
E’ un mestiere che non conosco, e non mi sento di giudicare.
A ciascuno il suo lavoro.
E poi l’universo del romanzo italiano è talmente complicato.
Per quel che vedo io, sembra che adesso si riesca a raccontare l’Italia solo con i romanzi di genere.
Leggi la recensione di un giallo, e puntualmente salta fuori che è uno ritratto della nostra società.
Non saprei.
E’ probabile.
Di sicuro, facendo una botta di conti, ci sono in giro più giallisti che persone in carcere: più investigatori privati che casi di omicidio.
Senza contare che la maggior parte di questi scrittori – e molti sono davvero bravi, su questo non c’è dubbio – non hanno mai visto crepare un cristiano di morte violenta.
Non dico che non si dovrebbero scrivere dei gialli, per l’amor di Dio, ci mancherebbe altro.
Però, mi sembra che molti si stiano sforzando di infilarsi in una miniera d’oro già piena di eccellenti cercatori.
Basta guardare cosa non ci si inventa per sfornare un protagonista originale.
Aspetto con ansia l’investigatore cieco, senza braccia e autistico.
Non so spiegare come deve o dovrebbe essere il romanzo.
E’ un campo di gioco così vasto.
Però so quali sono per me i romanzi che varrebbe la pena scrivere se già non li avessero scritti.
Il Prete bello di Parise.
La vita agra di Bianciardi.
Lessico famigliare della Ginzburg.
Don Camillo di Guareschi.
Il Pasticciaccio di Gadda.
Il mezzogatto di Cino Boccazzi.
Le cronache dell’anno mille di Tonino Guerra.
Per quel che mi riguarda, credo fermamente nell’epica della quotidianità.
Credo che le cose che vale la pena di raccontare non stiano solo nei casi esemplari.
Sono molto copernicano, per certi versi.
Come diceva lui, nell’universo il centro è dappertutto e la periferia ovunque.
E soprattutto, credo che non sia mai un errore limitarsi a scrivere di ciò che si sa.
Cristiano Cavina è nato a Casola Valsenio (Faenza) nel 1974.
Fa il pizzaiolo per vivere, ma la sua passione è scrivere.
Prima di regalarci nel novembre 2005 Tolintelsàc (MarcosYMarcos) ha scritto Alla Grande! (MarcosYMarcos) nel 2003 e alcuni racconti per Transeuropa in CODA II -a cura di Andrea De Marchi-.
Posted by Davide Bregola at 09:50 | Comments (6)
16.12.05
Il romanzo del ventunesimo secolo #9
Bartolomeo Di Monaco interviene nel dibattito sul Romanzo Italiano del XXI secolo. Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html
Tutto è partito dalla lettera che si può leggere qui: http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments
Di Bartolomeo Di Monaco
DOMANDIAMOCI SE LE STRADE CHE STANNO APRENDOSI PER IL ROMANZO NON CI PORTINO ALTROVE, IN LUOGHI NUOVISSIMI E TUTTI DA INDAGARE.
Da qualche tempo mi pongo l’interrogativo se il cinema non abbia ereditato tutti gli stilemi del romanzo così come sono venuti formandosi in questi ultimi secoli. Mi rispondo di sì. Quando, dunque, penso al romanzo, penso anche al cinema come ad una sua nuova, moderna emanazione. Registi come David Lean, James Ivory e in Italia il nostro Pier Paolo Pasolini mi hanno rafforzato in questa convinzione. Non è un caso che Pasolini, fine intellettuale e grande artista, abbia trasferito nelle immagini cinematografiche alcuni capolavori della letteratura universale di tutti i tempi non secondo una pedissequa trasposizione, ma in funzione di una personale interpretazione di quei testi, che ha assunto, secondo me, il significato di una scrittura squisitamente letteraria che scaturisce non più dalle sole parole, ma dalla loro unione rinnovatrice con le immagini. Un riconoscimento, ossia, della valenza del cinema nell’ambito della letteratura.
Del resto, Jean-Luc Godard, per fare un esempio proveniente non dal percorso di uno scrittore ma da quello di un regista, non fece che introdurre nel cinema ciò che era avvenuto nella letteratura ai primi del Novecento, specialmente con i Futuristi.
Inizia da quel punto, secondo me, un cammino che ha portato il cinema a sempre più incunearsi nella vecchia tradizione letteraria, intersecandosi con essa e divenendone, infine, una sua emanazione.
Forse è a ragione di ciò che la narrativa rappresentata dagli scrittori – o per meglio dire una certa narrativa di qualità - sta ricercando nuove vie che superino la tradizionale storia da raccontare, preferibilmente consegnata piuttosto al cinema che al romanzo.
Difficile prevedere dove gli scrittori saranno condotti da una scelta di questo tipo. Ciò che però appare già evidente è che le opere letterariamente più significative che si stanno affacciando in questo inizio del Terzo millennio sono opere che fanno della storia da raccontare un tramite sussidiario rispetto alle novità strutturali e stilistiche. “Perceber” di Leonardo Colombati è un esempio illuminante, ma non il solo.
Personalmente, non sono favorevole ad un mutamento così drastico. Il libro narrativo non potrà mai esaurire le sue originarie finalità, che sono quelle del raccontare, così intimamente unite agli esordi della letteratura, e se appare vero che a distanza di tanti secoli tutto il raccontabile è stato già narrato, si deve anche dire che ogni fatto già accaduto non è mai il medesimo di quello che accade direttamente sotto i nostri occhi, come pure diverso è stato, è e sarà l’interpretazione di chi lo osserva: ossia, ogni fatto è diverso da ogni altro che gli assomigli e ancora una volta diverso a seconda di chi lo osservi. Le combinazioni che ne risultano tendono all’infinito e sono, per ciò stesso, inesauribili.
Il mio convincimento, dunque, è che l’innovazione che si limita a degli esercizi strutturali e stilistici, in realtà si appresti ad assumere un’altra funzione che non è più quella tipica del romanzo. Dovremmo parlare a questo punto di qualcosa di nuovo, e decidere se esso corrisponda ancora al concetto che abbiamo di letteratura.
Bartolomeo Di Monaco è nato a San Prisco (Caserta) il 14 gennaio 1942 e risiede a Lucca dalla nascita. Vive a Montuolo, una piccola frazione a 5 Km dalla città. Ha diretto il periodico quadrimestrale "Racconti e poesie" (1992–1999), la cui intera raccolta si può consultare presso la Biblioteca Statale di Lucca. È presidente onorario dell’Associazione culturale "Cesare Viviani". Collabora assiduamente al sito Vibrisse www.vibrissebollettino.net
Posted by Davide Bregola at 17:08 | Comments (6)
14.12.05
Il romanzo del ventunesimo secolo #8
Fabrizio Frasnedi interviene nel dibattito sul Romanzo Italiano del XXI secolo. Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html
Tutto è partito dalla lettera che si può leggere qui: http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments
Di Fabrizio Frasnedi
- Non esiste e non può esistere in nessun modo un "dover essere" in campo estetico. Pertanto, qualunque domanda improntata sul "dover essere" (del romanzo o altro) è priva di senso. Esiste, invece, un "poter essere", ovvero la domanda sul che cosa riusciamo a dire a partire dal nostro oggi. La prima osservazione, allora, del resto già detta all'infinito, è che non riusciamo a dire quel che sappiamo e possiamo dire nella forma del romanzo. Anche se qualche bel "romanzo" affiora nell'oggi come un mirabile prodotto nato fuori del suo tempo (es. Riccarelli).
- Non sappiamo e non possiamo narrare nella forma del romanzo, ma di raccontare siamo ancora capaci. Quel che dobbiamo fare, allora, è sprofondarci (andare fino in fondo alle nostre possibilità) per raccontare quel che sappiamo e possiamo raccontare (gli editori scriveranno "romanzo" sulle copertine, ma faranno ridere anche i polli). Esempio: la più bella e più coraggiosa narrazione (dal punto di vista linguistico, tra l'altro) che io conosca del nostro tempo, ovvero "La Tempesta" di Emilio Tadini.
- Un problema: la futilità di una letteratura assolutamente inutile. Fraghiamocene... Creperà e verrà sepolta nella sua insignificanza. Ci avremo rimesso solo qualche soldo, per il dubbio che fra cazzata e cazzata ci sia qualcosa che vale la pena... Ho tanti nomi in mente, ma non "istà" bene... "Non è prudente", avrebbe detto Adriana (Lecouvreur).
- Un problema vero: trovare un nome a quel che riusciamo a scrivere narrando. E' ridicolo, come ho già detto, continuare a chiamare "romanzo" tutto ciò. Non un nome di genere, ma un nome, tuttavia, per il nostro inesausto tentativo di fare del "bricolage" narrativo.
_ I veri capolavori, che domani riconosceremo ( nel cuore qualcuno lo abbiamo già trovato), saranno campioni di questo nostro "bricoler" ancora senza nome.
- Sono abbastanza convinto che la cosa migliore che sapremmo fare è scrivere frammenti, spezzoni di narrazioni che non sappiamo raccontare nella loro forma finita e compiuta. Frammenti di racconti abortiti, che brillano, però, dello splendore di istanti rubati al fluire insensato di un tempo non detto... Gli editori, ciechi, castrano queste scritture e costringono a produrre aborti finiti e compiuti per poterli chiamare "romanzi".
Fabrizio Frasnedi è professore straordinario di Lingua e Linguistica Italiana Università degli Studi di Bologna (SSLMIT - Forlì)
Professore di Didattica dell'Italiano
Università degli Studi di Bologna (Facoltà di Lettere)
Posted by Davide Bregola at 11:38 | Comments (0)
12.12.05
PRESUNTI VIVI
Da qualche settimana mi arrivano degli anonimi "ritratti di scrittori" alla e-mail dbregola@libero.it.
Seguono una logica di questo genere: gli scrittori "Presunti vivi" sono considerati sopravvalutati dalla critica o dai colleghi. Gli scrittori "vivi" sono scrittori dignitosi e rispettabili. Chi li scrive si firma "Liberiamo la censura". Li propongo sul blog così come mi arrivano. Si parte con Moresco per poi passare a Ammaniti, Pederiali, Mazzucco, Baricco, Evangelisti, Pincio, Wu-Ming, Parente, Piperno, Colombati, La Capria, Morozzi, Verasani, Vinci, Desiati, Camilleri, Bevilacqua, Trevi, e via via tutti gli altri.(D.B.)
di Liberiamo la censura
…Antonio Moresco è un erotomane cattolico ingannato dal cialtronismo qulturale italico…e non come pensa uno stallone mistico…non è né Celine né Dostoevskij ma neppure Liala o Barbara Cartland…è un maestrino dalla penna rossa di deamicisiana memoria che de-scrive sempre e ovunque in terza persona…si guarda nel riempire la pagina bianca e si auto-assolve nell’indicare la via…non potrà mai ridere…
…Antonio Moresco de-scrive libri né urticanti né maleducati…sono solo noiosi e miracolati…
…Antonio Moresco è un ruini piagnone…non dice ma urla…crede nella rivoluzione e cammina solo e triste nelle sue risposte…è troppo intelligente per aspirare all’idiozia ab-soluta…non supererà mai se stesso…
Posted by Davide Bregola at 10:27 | Comments (18)
07.12.05
Il romanzo del ventunesimo secolo #7
Umberto Rossi interviene nel dibattito sul Romanzo Italiano del XXI secolo. Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html
Tutto è partito dalla lettera che si può leggere qui: http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments
Di Umberto Rossi
Allora, prima di tutto dovremmo chiederci com'è. Ma per
chiederci com'è dovremmo anche chiederci che cos'è. E non è
la risposta più semplice del mondo.
Il romanzo è un campo testuale eterogeneo, attraversato da
forze poderose che creano equilibri instabili. Misto di
giornalismo, teatro, narrazione orale, storia, dibattimento
processuale, indagine filosofica, e ora anche di testualità
radiofonico-televisiva e d'ipertestualità internettica, il romanzo
è sempre stato uno nessuno e centomila. E soprattutto, a
seconda dei momenti e dei luoghi s'è rivolto a larghe masse
per far cassa, oppure a pochi eletti per illuminarli. O tutt'e due
le cose assieme.
Ora, se uno vuol fare i conti sul romanzo in Italia oggi come
oggi, non può far l'anima bella e ignorare che per molti lettori
il romanzo è una bella storia che t'appassiona per qualche
settimana; che per molti è una consolazione amorosa, e per
altri una rivincita politica virtuale; che per gli adolescenti è un
modo di costruirsi una personalità, mentre per gli anziani è un
supporto della memoria; che c'è il romanzo rosa e quello
verde; che c'è il romanzo nazionale e quello regionale e così
via. Insomma, bisogna pensare al romanzo? Non
dimentichiamo che il padre del romanzo moderno, Daniel
Defoe, scriveva per pagarsi i debiti, cioè era un autore
commerciale. E il romanzo nasce così: commerciale.
D'altronde, è ovvio che se il romanzo fosse solo quello sarebbe
ben grama, la situazione. Perché certo ci sono prodotti
dell'immaginario, diciamo così, coi quali si fa la grana molto
prima e in misura molto più consistente. Vedi le fiction
televisive e vedi il cinema, vedi i videogiochi e vedi i fumetti.
Per non parlare di quella finzione suprema che sono i discorsi
politici.
Il romanzo continua a campare, nonostante ogni tanto se ne
decreti la morte, soprattutto perché ogni tanto riesce a fare
qualcosa che gli altri media non sanno fare. E sicuramente una
certa intensità di pensiero, di emozione, di esistenza surrogata,
una certa brutale, sfacciata e lacerante capacità di aprire gli
occhi alla gente il buon vecchio romanzo ce la deve pur avere,
se non si riesce ancora ad accopparlo. E se ti trovi ragazzetti/e
di 14 che, senza che alcuno glie l'abbia detto, qualche romanzo
se lo sono letto. Sia pure Siddartha, sia pure Il piccolo principe, sia pure Tre metri sopra il cielo.
Allora quando uno fa il punto sul romanzo italiano d'ora e
dell'avvenire deve tener conto dei due corni della questione: il
romanzo in quanto merce che deve separare il lettore dai
propri soldi; e il romanzo in quanto esperienza testuale che
deve cambiare qualcosa nelle persone che lo leggono. Ovvio
che non tutti i romanzi appartengono solo alla prima categoria;
né tutti possono raggiungere il risultato della seconda. Ma non
si può guardare la medaglia solo da una faccia.
A questo punto, o Bregola, io ti faccio presente quello che è a
mio modesto avviso il più grande pericolo che grava sul
romanzo italiano: la belante processione di critici, accademici,
scrittori, pensatori, opinionisti, chiacchieroni, predicatori, star
intellettuali, intellettuali organici e non, pronti a giurare e
spergiurare che il romanzo italiano non esiste, che non è mai
esistito, che il romanzo ce l'hanno avuto solo le vere Grandi
Letterature Europee e non la nostra, che il romanzo lo poteva
fare solo la Borghesia e siccome una vera Borghesia qui non
c'è stata neanche c'è stato il romanzo. Che la nostra tradizione
è petrarchesca e poetica e retorica e filologica e antiquaria
quindi qui giammai attecchì il plebeo romanzo. Che l'italiano è
lingua di fumisteria avvocatesca e sottigliezze gesuitiche,
incapace di dire le Cose Come Sono, e che senza una lingua
pratica come l'inglese o raziocinante come il francese non si dà
romanzo.
Be', la mia opinione, per dirla con un termine tecnico è:
puttanate.
Questa lagna dell'Italia senza romanzo la sento ogni tanto
recitare a questo o quel letterato, e più la sento più mi fa
venire, criticamente parlando, una certa voglia di rimediare
una semiautomatica e fare giustizia sommaria. Nonostante sia
contrario alla pena di morte.
Dire che l'Italia il romanzo non l'ha avuto è comodo; molto
comodo. Esime il letterato di turno dalla fatica di andarsi a
leggere i nostri romanzieri, e di verificare se rispetto ai grandi
modelli (quali, poi?) sono all'altezza o meno. E diciamo che se
si accetta l'idea balorda e infingarda di un'Italia senza
romanzo, ci vuole poi poco a dire che il romanzo italiano non ci
sarà mai, e quindi buonanotte ai suonatori. Magari si
aggiungerà che tanto gli italiani leggono i grandi classici
stranieri, oppure non leggono per niente perché la cultura della
lettura non ha mai fatto presa su di loro (e qui giù geremiadi
sulla controriforma e l'Index expurgatoriarum).
La verità è che l'Italia non ebbe romanzo nel sette-ottocento
romanzo degno di nota oggi. E non ho paura a scaricare
Manzoni (autore di un saggio storico-politico mascherato da
romanzo), pur salvando Verga. Il resto, o sono imitazioni,
anche se genialoidi (Foscolo) o roba d'antiquariato
(Fogazzaro). E siccome il romanzo "classico" è quello
ottocentesco, secondo molti, il fatto che nell'epoca "classica"
noi si fosse sforniti di romanzi dovrebbe comportare
inesorabilmente che l'Italia senza romanzo sia.
Ma così non è. L'Italia s'è fatta il suo romanzo più tardi, in quel
Novecento che in gran parte non s'insegna a scuola. E non mi
riferisco tanto a Pirandello, autore difficile, scostante, dalla
lingua talvolta impervia e dalle vertigini metafisiche; né al
mitteleuropeo Svevo che, in mancanza di modelli locali,
guardava probabilmente a Vienna.
Secondo me comincia tutto con gente meno rispettabile come
Salgari, come Collodi; e le cose esplodono veramente dal '45 in
poi, quando la letteratura italiana va a sbattere con la più
giovane e plebea, cioè con quella americana. Come non
pensare che la traduzione di Moby-Dick fatta da Pavese abbia
mosso più di quel che s'è sempre detto? Non ci ha dato Pavese
romanziere?
Ecco, io credo che attorno alle traduzioni si sia giocata una
partita importantissima. Che ci ha portato un Pavese: ma non
solo lui.
Questa partita si può definire in senso assai più ampio
"mediazione culturale con l'estero". Personaggi che per vari
motivi sono stati "fuori" e sono tornati, si sono aggiornati,
hanno importato idee e tecniche (padre di tutti loro Pirandello
che studiò in Germania; ma vogliamo dimenticare il
cosmopolita Malaparte, l'esule Lussu, il globetrotter Calvino,
ecc.), che hanno guardato fuori de' confini nazionali, che
hanno preso altrove semi e talee e li hanno piantati sul suolo
italiano e li hanno fatti crescere.
Inoltre, tutti quelli che da realtà locali hanno attinto materiali
(nel senso più ampio) da rielaborare: Sciascia e prima e dopo
di lui tutta la ricchissima tradizione siciliana, Pasolini prima
furlano e poi romano, Gadda romanzier poeta non dialettale
ma dei dialetti, e dei luoghi molteplici d'Italia, e molti altri.
Poi i tanti che hanno inteso il romanzo come "missione civile",
di denuncia, d'invettiva, di sferza delle miserie nazionali,
rifacendosi in questo a padre Dante per un verso, a Foscolo
per un altro; consciamente e inconsciamente. Anche Calvino
giocolier letterario ha i suoi momenti d'invettiva, vedi La
speculazione edilizia, e il finale delle Città invisibili. In questa
sequenza rientra un Meneghello, ma anche un Primo Levi: ché
spesso il romanzo civile è di testimonianza, di ammonitrice
memoria, d'intimazione nata dalla meditazione sulle proprie
sventure e i torti subiti.
Infine, i generi. Per generi intendo quelli della cosiddetta
cultura popolare, termine che non vuol dir più niente; intendo
giallo, rosa, horror, fantascienza, fantasy e così via. Anche lì
attorno sono successe cose che si conoscono meno delle altre,
senza le quali non capiremmo certo Calvino, non capiremmo
Buzzati (grande sottovalutato nazionale), Morselli, Landolfi, e
vari altri.
Allora, da queste quattro radici s'è venuto sviluppando, molto
frainteso, spesso incompreso, mai visto nella sua completezza,
il romanzo italiano.
E se si deve andare da qualche parte, sempre di lì s'ha da
partire, sempre per quei quattro cantoni s'ha da passare. (E
dall'interazione tra questi quattro grandi filoni, ché ovviamente
ci sono quelli che sono cresciuti da più d'una radice...) E qui
segnalo come quegli snodi siano ancora attuali in certi romanzi
e autori che andrebbero tenuti in conto con grande attenzione.
Nel filone della mediazione culturale con l'estero sta senz'altro
Michele Mari col suo Tutto il ferro della torre Eiffel, uno dei
pochi veri romanzi postmodernisti italiani da tener testa agli
americani DeLillo e Pynchon. Mari, nel suo folle parodizzare
Céline, ha allargato di molto le possibilità dell'italiano e della
nostra narrativa; e soprattutto ha costruito un romanzo come
Tutto il ferro... dove, come nel Pynchon dell'Arcobaleno della gravità, la cortocircuitazione delle strutture narrative non serve a giocherellare con la narrazione stessa, con combinatorie
narratologico-strutturalistiche, bensì a mostrare come per dire
certe cose (la follia che s'è portata via l'Europa tra le due
guerre) bisogna giocoforza scassare la macchina narrativa,
bisogna raccontare attraverso le fratture, le crepe, il soffitto
che cade, il motore che fonde, l'impianto elettrico che fa
scintille.
Nel filone civile ci metto il De Cataldo di Romanzo Criminale e l'Aiolli di A rotta di collo. Mi sembrano fare nel romanzo quel che il cinema italiano faceva tanto bene quando non c'era Muccino di mezzo, e tutti gli altri giovani figli di papà
piagnucolosi: quando il cinema italiano azzeccava film di
denuncia avvincenti come Le mani sulla città e Indagine su un
cittadino al di sopra di ogni sospetto, e commedie geniali come
Il sorpasso o I soliti ignoti.
Nel filone "locale" ci va senz'altro Camilleri, non il Camilleri di
Montalbano, ma quello raffinato e ironico dei romanzi storici,
dalla Mossa del cavallo al Birraio di Preston alla Scomparsa di
Patò alla Concessione del telefono. Guarda, Davide, anche se
Camilleri fa un sacco di soldi io non mi vergogno a dire che è
una spanna sopra tanti altri pretesi artisti puri. Io non credo né
a quell'impostore chiamato successo né a quello chiamato
insuccesso, cfr. Kipling.
Nella linea del rapporto coi generi va senz'altro il Carlotto di
Arrivederci amore ciao; come pure il visionario e delirante
Evangelisti di Black Flag (il meglio che ha scritto finora). Certo,
questi non sono fini stilisti; come non lo era il padre di tutti i
"generisti" italiani, l'ucraino nazionalizzato Scerbanenco, che
spesso scriveva sciatto, ma quando aveva i suoi cinque minuti
felici non lo cambio coi funamboli del nulla stile Manganelli.
Però, se è vero che Stephen King non è soltanto un
moneymaker, non è soltanto un produttore di bestseller, ma ti
dice certe cose dell'America che altri non sanno dire così bene
e così direttamente, e negli studi americani ormai quest'idea
sta passando, è anche vero che dovremmo avere un po' più di
rispetto pei nostri artigiani dei generi.
Ora, detto tutto ciò: dove si va? Be', sarebbe bello che
arrivasse qualcuno che, raccogliendo questi quattro capi, ci
desse il "Grande Romanzo Italiano", o meglio, un romanzo
italiano altrettanto grande del Pasticciaccio, della Pelle, del
Giorno della civetta, delle Città invisibili, di Ragazzi di vita,
della Luna e i falò, di Dissipatio HG, insomma, del romanzo
italiano che c'è stato già. Forse chissà, se Tommaso Pincio
smettesse di farneticare dell'America e si sforzasse di
raccontare una storia italiana; se Aiolli partendo da quel suo
geniale racconto su Balbo scrivesse il vero romanzo del
ventennio; se Mari studiasse Pynchon... o magari la buona
novella ci verrà da qualche outsider. Da qualche scrittore
venuto da qualche angolo impreveduto d'Africa o dell'Asia; dal
nostro Conrad, dal nostro Nabokov nazionale. Chissà.
Ma qui, chiudendo, viene un serio, serissimo problema: se
anche qualcuno scrivesse il Grande Romanzo Italiano, che
avesse l'afflato di Romanzo criminale, la raffinatezza della
prosa gaddiana, la profondità metafisica di Sciascia ecc. la
nostra critica militante, divisa in cosche guerreggianti tra loro,
spesso disonesta e corrotta, approssimativa, bugiarda,
facilona, illetterata nonostante gli orpelli che mostra, se ne
accorgerebbe? E l'esalterebbe, o travolta da invidia e livore
(malattie italiane quant'altre mai), l'affosserebbe come s'è fatto
per il romanzo italiano in blocco? Qui non ti so rispondere. E non so se qualcuno sia capace al
posto mio.
Umberto Rossi traduttore part-time dall'inglese(per Fanucci, Mondadori), americanista,docente di lingua e letteratura inglese in un liceo, giornalista
letterario (Pulp Libri), saggista. Si occupa di romanzo
contemporaneo in generale con prevalente attenzione alla
scena anglo-americana.
Posted by Davide Bregola at 17:51 | Comments (1)