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07.12.05
Il romanzo del ventunesimo secolo #7
Umberto Rossi interviene nel dibattito sul Romanzo Italiano del XXI secolo. Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html
Tutto è partito dalla lettera che si può leggere qui: http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments
Di Umberto Rossi
Allora, prima di tutto dovremmo chiederci com'è. Ma per
chiederci com'è dovremmo anche chiederci che cos'è. E non è
la risposta più semplice del mondo.
Il romanzo è un campo testuale eterogeneo, attraversato da
forze poderose che creano equilibri instabili. Misto di
giornalismo, teatro, narrazione orale, storia, dibattimento
processuale, indagine filosofica, e ora anche di testualità
radiofonico-televisiva e d'ipertestualità internettica, il romanzo
è sempre stato uno nessuno e centomila. E soprattutto, a
seconda dei momenti e dei luoghi s'è rivolto a larghe masse
per far cassa, oppure a pochi eletti per illuminarli. O tutt'e due
le cose assieme.
Ora, se uno vuol fare i conti sul romanzo in Italia oggi come
oggi, non può far l'anima bella e ignorare che per molti lettori
il romanzo è una bella storia che t'appassiona per qualche
settimana; che per molti è una consolazione amorosa, e per
altri una rivincita politica virtuale; che per gli adolescenti è un
modo di costruirsi una personalità, mentre per gli anziani è un
supporto della memoria; che c'è il romanzo rosa e quello
verde; che c'è il romanzo nazionale e quello regionale e così
via. Insomma, bisogna pensare al romanzo? Non
dimentichiamo che il padre del romanzo moderno, Daniel
Defoe, scriveva per pagarsi i debiti, cioè era un autore
commerciale. E il romanzo nasce così: commerciale.
D'altronde, è ovvio che se il romanzo fosse solo quello sarebbe
ben grama, la situazione. Perché certo ci sono prodotti
dell'immaginario, diciamo così, coi quali si fa la grana molto
prima e in misura molto più consistente. Vedi le fiction
televisive e vedi il cinema, vedi i videogiochi e vedi i fumetti.
Per non parlare di quella finzione suprema che sono i discorsi
politici.
Il romanzo continua a campare, nonostante ogni tanto se ne
decreti la morte, soprattutto perché ogni tanto riesce a fare
qualcosa che gli altri media non sanno fare. E sicuramente una
certa intensità di pensiero, di emozione, di esistenza surrogata,
una certa brutale, sfacciata e lacerante capacità di aprire gli
occhi alla gente il buon vecchio romanzo ce la deve pur avere,
se non si riesce ancora ad accopparlo. E se ti trovi ragazzetti/e
di 14 che, senza che alcuno glie l'abbia detto, qualche romanzo
se lo sono letto. Sia pure Siddartha, sia pure Il piccolo principe, sia pure Tre metri sopra il cielo.
Allora quando uno fa il punto sul romanzo italiano d'ora e
dell'avvenire deve tener conto dei due corni della questione: il
romanzo in quanto merce che deve separare il lettore dai
propri soldi; e il romanzo in quanto esperienza testuale che
deve cambiare qualcosa nelle persone che lo leggono. Ovvio
che non tutti i romanzi appartengono solo alla prima categoria;
né tutti possono raggiungere il risultato della seconda. Ma non
si può guardare la medaglia solo da una faccia.
A questo punto, o Bregola, io ti faccio presente quello che è a
mio modesto avviso il più grande pericolo che grava sul
romanzo italiano: la belante processione di critici, accademici,
scrittori, pensatori, opinionisti, chiacchieroni, predicatori, star
intellettuali, intellettuali organici e non, pronti a giurare e
spergiurare che il romanzo italiano non esiste, che non è mai
esistito, che il romanzo ce l'hanno avuto solo le vere Grandi
Letterature Europee e non la nostra, che il romanzo lo poteva
fare solo la Borghesia e siccome una vera Borghesia qui non
c'è stata neanche c'è stato il romanzo. Che la nostra tradizione
è petrarchesca e poetica e retorica e filologica e antiquaria
quindi qui giammai attecchì il plebeo romanzo. Che l'italiano è
lingua di fumisteria avvocatesca e sottigliezze gesuitiche,
incapace di dire le Cose Come Sono, e che senza una lingua
pratica come l'inglese o raziocinante come il francese non si dà
romanzo.
Be', la mia opinione, per dirla con un termine tecnico è:
puttanate.
Questa lagna dell'Italia senza romanzo la sento ogni tanto
recitare a questo o quel letterato, e più la sento più mi fa
venire, criticamente parlando, una certa voglia di rimediare
una semiautomatica e fare giustizia sommaria. Nonostante sia
contrario alla pena di morte.
Dire che l'Italia il romanzo non l'ha avuto è comodo; molto
comodo. Esime il letterato di turno dalla fatica di andarsi a
leggere i nostri romanzieri, e di verificare se rispetto ai grandi
modelli (quali, poi?) sono all'altezza o meno. E diciamo che se
si accetta l'idea balorda e infingarda di un'Italia senza
romanzo, ci vuole poi poco a dire che il romanzo italiano non ci
sarà mai, e quindi buonanotte ai suonatori. Magari si
aggiungerà che tanto gli italiani leggono i grandi classici
stranieri, oppure non leggono per niente perché la cultura della
lettura non ha mai fatto presa su di loro (e qui giù geremiadi
sulla controriforma e l'Index expurgatoriarum).
La verità è che l'Italia non ebbe romanzo nel sette-ottocento
romanzo degno di nota oggi. E non ho paura a scaricare
Manzoni (autore di un saggio storico-politico mascherato da
romanzo), pur salvando Verga. Il resto, o sono imitazioni,
anche se genialoidi (Foscolo) o roba d'antiquariato
(Fogazzaro). E siccome il romanzo "classico" è quello
ottocentesco, secondo molti, il fatto che nell'epoca "classica"
noi si fosse sforniti di romanzi dovrebbe comportare
inesorabilmente che l'Italia senza romanzo sia.
Ma così non è. L'Italia s'è fatta il suo romanzo più tardi, in quel
Novecento che in gran parte non s'insegna a scuola. E non mi
riferisco tanto a Pirandello, autore difficile, scostante, dalla
lingua talvolta impervia e dalle vertigini metafisiche; né al
mitteleuropeo Svevo che, in mancanza di modelli locali,
guardava probabilmente a Vienna.
Secondo me comincia tutto con gente meno rispettabile come
Salgari, come Collodi; e le cose esplodono veramente dal '45 in
poi, quando la letteratura italiana va a sbattere con la più
giovane e plebea, cioè con quella americana. Come non
pensare che la traduzione di Moby-Dick fatta da Pavese abbia
mosso più di quel che s'è sempre detto? Non ci ha dato Pavese
romanziere?
Ecco, io credo che attorno alle traduzioni si sia giocata una
partita importantissima. Che ci ha portato un Pavese: ma non
solo lui.
Questa partita si può definire in senso assai più ampio
"mediazione culturale con l'estero". Personaggi che per vari
motivi sono stati "fuori" e sono tornati, si sono aggiornati,
hanno importato idee e tecniche (padre di tutti loro Pirandello
che studiò in Germania; ma vogliamo dimenticare il
cosmopolita Malaparte, l'esule Lussu, il globetrotter Calvino,
ecc.), che hanno guardato fuori de' confini nazionali, che
hanno preso altrove semi e talee e li hanno piantati sul suolo
italiano e li hanno fatti crescere.
Inoltre, tutti quelli che da realtà locali hanno attinto materiali
(nel senso più ampio) da rielaborare: Sciascia e prima e dopo
di lui tutta la ricchissima tradizione siciliana, Pasolini prima
furlano e poi romano, Gadda romanzier poeta non dialettale
ma dei dialetti, e dei luoghi molteplici d'Italia, e molti altri.
Poi i tanti che hanno inteso il romanzo come "missione civile",
di denuncia, d'invettiva, di sferza delle miserie nazionali,
rifacendosi in questo a padre Dante per un verso, a Foscolo
per un altro; consciamente e inconsciamente. Anche Calvino
giocolier letterario ha i suoi momenti d'invettiva, vedi La
speculazione edilizia, e il finale delle Città invisibili. In questa
sequenza rientra un Meneghello, ma anche un Primo Levi: ché
spesso il romanzo civile è di testimonianza, di ammonitrice
memoria, d'intimazione nata dalla meditazione sulle proprie
sventure e i torti subiti.
Infine, i generi. Per generi intendo quelli della cosiddetta
cultura popolare, termine che non vuol dir più niente; intendo
giallo, rosa, horror, fantascienza, fantasy e così via. Anche lì
attorno sono successe cose che si conoscono meno delle altre,
senza le quali non capiremmo certo Calvino, non capiremmo
Buzzati (grande sottovalutato nazionale), Morselli, Landolfi, e
vari altri.
Allora, da queste quattro radici s'è venuto sviluppando, molto
frainteso, spesso incompreso, mai visto nella sua completezza,
il romanzo italiano.
E se si deve andare da qualche parte, sempre di lì s'ha da
partire, sempre per quei quattro cantoni s'ha da passare. (E
dall'interazione tra questi quattro grandi filoni, ché ovviamente
ci sono quelli che sono cresciuti da più d'una radice...) E qui
segnalo come quegli snodi siano ancora attuali in certi romanzi
e autori che andrebbero tenuti in conto con grande attenzione.
Nel filone della mediazione culturale con l'estero sta senz'altro
Michele Mari col suo Tutto il ferro della torre Eiffel, uno dei
pochi veri romanzi postmodernisti italiani da tener testa agli
americani DeLillo e Pynchon. Mari, nel suo folle parodizzare
Céline, ha allargato di molto le possibilità dell'italiano e della
nostra narrativa; e soprattutto ha costruito un romanzo come
Tutto il ferro... dove, come nel Pynchon dell'Arcobaleno della gravità, la cortocircuitazione delle strutture narrative non serve a giocherellare con la narrazione stessa, con combinatorie
narratologico-strutturalistiche, bensì a mostrare come per dire
certe cose (la follia che s'è portata via l'Europa tra le due
guerre) bisogna giocoforza scassare la macchina narrativa,
bisogna raccontare attraverso le fratture, le crepe, il soffitto
che cade, il motore che fonde, l'impianto elettrico che fa
scintille.
Nel filone civile ci metto il De Cataldo di Romanzo Criminale e l'Aiolli di A rotta di collo. Mi sembrano fare nel romanzo quel che il cinema italiano faceva tanto bene quando non c'era Muccino di mezzo, e tutti gli altri giovani figli di papà
piagnucolosi: quando il cinema italiano azzeccava film di
denuncia avvincenti come Le mani sulla città e Indagine su un
cittadino al di sopra di ogni sospetto, e commedie geniali come
Il sorpasso o I soliti ignoti.
Nel filone "locale" ci va senz'altro Camilleri, non il Camilleri di
Montalbano, ma quello raffinato e ironico dei romanzi storici,
dalla Mossa del cavallo al Birraio di Preston alla Scomparsa di
Patò alla Concessione del telefono. Guarda, Davide, anche se
Camilleri fa un sacco di soldi io non mi vergogno a dire che è
una spanna sopra tanti altri pretesi artisti puri. Io non credo né
a quell'impostore chiamato successo né a quello chiamato
insuccesso, cfr. Kipling.
Nella linea del rapporto coi generi va senz'altro il Carlotto di
Arrivederci amore ciao; come pure il visionario e delirante
Evangelisti di Black Flag (il meglio che ha scritto finora). Certo,
questi non sono fini stilisti; come non lo era il padre di tutti i
"generisti" italiani, l'ucraino nazionalizzato Scerbanenco, che
spesso scriveva sciatto, ma quando aveva i suoi cinque minuti
felici non lo cambio coi funamboli del nulla stile Manganelli.
Però, se è vero che Stephen King non è soltanto un
moneymaker, non è soltanto un produttore di bestseller, ma ti
dice certe cose dell'America che altri non sanno dire così bene
e così direttamente, e negli studi americani ormai quest'idea
sta passando, è anche vero che dovremmo avere un po' più di
rispetto pei nostri artigiani dei generi.
Ora, detto tutto ciò: dove si va? Be', sarebbe bello che
arrivasse qualcuno che, raccogliendo questi quattro capi, ci
desse il "Grande Romanzo Italiano", o meglio, un romanzo
italiano altrettanto grande del Pasticciaccio, della Pelle, del
Giorno della civetta, delle Città invisibili, di Ragazzi di vita,
della Luna e i falò, di Dissipatio HG, insomma, del romanzo
italiano che c'è stato già. Forse chissà, se Tommaso Pincio
smettesse di farneticare dell'America e si sforzasse di
raccontare una storia italiana; se Aiolli partendo da quel suo
geniale racconto su Balbo scrivesse il vero romanzo del
ventennio; se Mari studiasse Pynchon... o magari la buona
novella ci verrà da qualche outsider. Da qualche scrittore
venuto da qualche angolo impreveduto d'Africa o dell'Asia; dal
nostro Conrad, dal nostro Nabokov nazionale. Chissà.
Ma qui, chiudendo, viene un serio, serissimo problema: se
anche qualcuno scrivesse il Grande Romanzo Italiano, che
avesse l'afflato di Romanzo criminale, la raffinatezza della
prosa gaddiana, la profondità metafisica di Sciascia ecc. la
nostra critica militante, divisa in cosche guerreggianti tra loro,
spesso disonesta e corrotta, approssimativa, bugiarda,
facilona, illetterata nonostante gli orpelli che mostra, se ne
accorgerebbe? E l'esalterebbe, o travolta da invidia e livore
(malattie italiane quant'altre mai), l'affosserebbe come s'è fatto
per il romanzo italiano in blocco? Qui non ti so rispondere. E non so se qualcuno sia capace al
posto mio.
Umberto Rossi traduttore part-time dall'inglese(per Fanucci, Mondadori), americanista,docente di lingua e letteratura inglese in un liceo, giornalista
letterario (Pulp Libri), saggista. Si occupa di romanzo
contemporaneo in generale con prevalente attenzione alla
scena anglo-americana.
Posted by Davide Bregola at 07.12.05 17:51
Comments
Io mi aspetto un libro saggio da questa ricerca di Bregola. Manca un ragionamento del genere, con questa saggia ingenuità, nel panorama dell'editoria italiana. C.P
Posted by: coconino at 10.12.05 12:19