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26.12.05
Il romanzo del ventunesimo secolo #14
ELIO PAOLONI interviene nel dibattito sul Romanzo Italiano del XXI secolo. Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html
Tutto è partito dalla lettera che si può leggere qui: http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments
Di Elio Paoloni
www.eliopaoloni.it
Per anni mi sono disinteressato del romanzo: amavo le forme spurie, diaristiche, aforistiche, soprattutto il giornalismo d’alto livello. Avevo fatto mia una definizione di romanzo data da Galimberti: "intuizione diluita ed estinta". Da un po’ sono tornato a immergermi nei romanzi. Non in quelli di genere (soffro ancora del rigetto dopo le vagonate trangugiate trent'anni fa) ma nei mainstream, i romanzi tradizionali, quelli ben fatti come avrebbe potuto scriverli Jane Austen. Conosco pochissimo la Austen ma sono interessato a quello di cui lei si occupava e non a caso i libri che ho apprezzato negli ultimi tempi sono inglesi, canadesi, o statunitensi (non che manchino ottimi libri italiani, da Covacich a Veronesi, tanto per buttare due nomi a caso). Queste letture mi hanno indotto, come mai prima, a riflettere su ciò che voglio da un romanzo. E su ciò che la gente vuole (prima mi preoccupava soltanto come avrei dovuto scrivere: di quello che leggevo – se mi sembrava nuovo o attraente – consideravo solo l’opportunità e la possibilità di utilizzarlo).
La letteratura è fatta di tante cose, dalle lettere di uno spedizioniere alle raccolte di sublimi aforismi. Ma se parliamo di romanzo, parliamo di una struttura precisa. Si può tentare di stravolgerlo, di ucciderlo, ci si può giocare, sforzarsi di svuotarlo, rimontarlo nei modi più inventivi e tortuosi. Alla fine ci ritroveremo sempre con un edificio che riproduce una visione del mondo. Aveva ragione Mao a voler bandire Beethoven: la sinfonia, strutturalmente, tende alla ricomposizione dei contrasti, al trionfo dell'armonia, alla riaffermazione di un ordine naturale. Credo che il romanzo sia accostabile alla sinfonia. Occorrerebbe riconoscere, molto semplicemente, che il romanzo è romanzo borghese. Ogni romanziere è borghese, anche (o meglio soprattutto) quando frequenta i centri sociali, quando indossa la tuta, quando si rivolta a zanne scoperte contro la borghesia. Uno scrittore è un tizio colto che imbratta carte - o schermi - per contar storie a persone della sua cultura e della sua sensibilità (infatti in Italia si legge pochissimo anche perché una vera borghesia - diffusa, solida, pulita, avveduta - non c'è mai stata). Non sto parlando di una vera e propria classe ma di un sentimento, di un modo di essere contro il quale, di solito, si scagliano i letterati. Del resto deprecare la propria intima essenza, la propria cultura, la propria civiltà è lo sport preferito dall'intellettuale occidentale.
Nelle recenti polemiche su blog e giornali si ritrovano accuse di tradimento, liste dei buoni, allarme Restaurazione (ma basterebbe rileggere il Balzac de Le illusioni perdute: nulla di nuovo sul fronte editoria-critica-giornalismo-politica, a parte il fatto che lì si usa il termine librai per designare gli editori).
Secondo precetti rintracciabili soprattutto in rete, la scrittura dovrebbe essere finalizzata alla rabbia. Il sentimento da provocare, da coltivare, è l’indignazione. Dostoevskij però non apprezzava i comunardi, che avevano “scambiato la rabbia per bellezza”. C'è una strana situazione nel nostro piccolo mondo letterario: ci si diletta in opere ponderose, astruse, urticanti per poi lamentarsi della mancanza di attenzione. E' ovvio che quel tipo di opere sarà apprezzato da pochi. Ma gli autori sembrano convinti che a determinare questa ovvia circostanza sia unicamente il complotto di editori, critici, librai e politici: a parer loro i “bravi italiani” non leggono i loro distillati perché distolti ad arte. I media, infatti, non esisterebbero per intrattenere - soddisfacendo le richieste del pubblico per richiamare pubblicità - bensì per impedire che la "naturale" inclinazione del buon selvaggio alla letteratura alta possa trovare sbocco.
Ho sempre saputo che l’unica vera forma di conoscenza possibile è la letteratura. Puoi passare tutto il tempo che vuoi sui trattati: è utile, interessante, giocaci pure. Ma la rivelazione giungerà dai brani di un narratore, dal verso di un poeta, dalle strofe di una canzone. Conoscenza, dunque. Verità, in qualche modo, volendo spingersi in un campo minato. E la verità puoi trovarla anche nelle forme più sperimentali, nel barocco più contorto. Negli ultimi tempi mi ritrovo a pensare che la verità non è tutto. Ho aggiunto un’altra componente. Fondamentale. Nelle sue conferenze Kurt Vonnegut sosteneva “che una plausibile missione degli artisti sia quella di far sentire le persone almeno un po’ contente di essere vive”. A quel punto qualcuno gli chiedeva quale artista c’era riuscito, e lui rispondeva: “I Beatles”. Si potrebbero individuare altri nomi ma questo mi sembra perfetto. Non solo perché nessuno potrà mai dubitare che la gioia, la trasmissione della gioia, sia l’essenza stessa del lavoro del gruppo, ma perché quella musica fa piazza pulita di un ingombrante equivoco: la presunta contrapposizione tra qualità e successo. La dicotomia. non esiste. Non quando l'opera è davvero riuscita. E i Beatles ne sono la prova: pochissimi sanno quello che hanno combinato – tecnicamente - nel panorama musicale dell’epoca (tra quelli che lo sanno, Ian MacDonald, autore di The Beatles - L’opera completa, Mondadori). Non c’è mai stato nulla di tanto sperimentale nella musica del secolo passato – e non si tratta solo dell’album bianco – ma nessuno se ne accorge. Perché la loro forza non sta certo in questo, ma nella contentezza di essere vivi che prende istantaneamente chi li ascolta, in ogni angolo del pianeta. Pinocchio è uno dei pochi, assoluti capolavori della letteratura mondiale. Lo si sa da qualche decennio: il gioco delle interpretazioni e delle chiose, a partire da Manganelli, è ormai infinito. Però, innanzi tutto, c’è una storia piacevole e comprensibile per qualsiasi bambino, o imbecille, qualcosa che sollecita – e resiste a – trasposizioni filmiche, animate, televisive, a fumetti. Insomma, pur essendomi nutrito di sperimentalismi, pur idolatrando Horcynus Orca - una grandiosa, involuta babele di neologismi – e Nostra Signora dei Turchi - un non-romanzo come mai ve ne furono – credo che un obiettivo dello scrittore, ammesso che uno scrittore possa porsi obiettivi, dovrebbe essere l'accessibilità, almeno a un primo livello.
Ma non è questo il punto fondamentale: quello che sostengo, in totale contrasto con l'opinione corrente, secondo la quale un testo ha valore solo se disgusta, amareggia, fa soffrire, è che un libro deve dare gioia. Mi rendo conto che l'espressione ha del bamboleggiante. Ma dare gioia non significa titillare. La gioia non sta nelle iniezioni di ottimismo beota. Tutt’altro: sta nel ricordarci costantemente il dramma ma ordinandolo, arricchendolo di senso, mostrando la bellezza nascosta nei luoghi più impensati, regalando un’aura (quella del mito, forse, quella che gli americani sanno dispensare a piene mani) agli oggetti e alle passioni.
Può darci gioia una storia non lieta, una riflessione amarissima, anche il più cosmico dei pessimismi. Leopardi e Campana non erano certo dei buontemponi ma ci regalano gioia. Perché la bellezza dà gioia. E la scrittura - banalmente, licealmente, ottocentescamente - è innanzitutto bellezza. Che sia bellezza della forma, musicalità interna o - più opportunamente e analiticamente - autenticità della voce, novità dello sguardo, calore del confronto. Quale che sia l'abisso in cui l'autore mi ha precipitato, insomma, voglio uscire a riveder le stelle. Anche l'estetica del brutto ha a che fare, nel suo modo capovolto, con un'idea ampia di bellezza. Il riutilizzo di questa antica e svuotata parola è in fondo il modo più ampio e comprensibile di riassumere la bontà di un libro.
Come ogni normativa anche questo mio canone taglia fuori decine di capolavori. Mi rimbecco da me: come la mettiamo con tutto Carver o col Branco di Andrea Carraro? Sono agghiaccianti, e per quanto magnifici - quindi decisamente "belli" - non so quanta gioia possano regalare. Allora? Quando sono uscito – malmesso – dalla lettura del Branco, mi sono ripromesso di evitare letture così tremende. Che sono assolutamente necessarie – in particolare, forse, in una certa fase della vita - ma non possono costituire la preponderanza delle nostre letture. E' come per i film, i documentari e le testimonianze sull'Olocausto. Ho già dato: assorbita ormai tutta la sofferenza che posso contenere, stremato dalla capacità d'immedesimazione, non è necessario, ora, che mi documenti su ogni scempio, registri ogni dettaglio. Sono saturo e insofferente. Cosa imparare da questa scuola dell'angoscia? Potrei scivolare dalla sofferenza alla voluttà della sofferenza.
Recentemente mi è capitato di scrivere di un romanzo (Snob): “avevo quasi dimenticato l’ansia gioiosa con cui si attende l’ora di riprendere in mano un libro e il rammarico all’idea dell’avvicinarsi della fine, dell’impossibilità di restare in compagnia dei personaggi, dentro quelle vite”. Contemporaneamente Giuseppe Scaraffia affermava qualcosa di simile a proposito dello stesso libro sul domenicale del Sole-24 Ore: “una di quelle letture che si vorrebbe non finissero mai”.
Non ho mai pensato che si potessero dare indicazioni sul “che fare”. Roba da critici sciroccati, pensavo, da editor in cerca del bestseller da confezionare. Sta agli scrittori cercarsi i soggetti, e la voce: ognuno ha le sue ossessioni, l’unica caratteristica che davvero “fa” lo scrittore. Ma sono convinto (in questo momento, almeno) che non è di scandalo, rotture e territori estremi che c'è bisogno. Anzi, sì, c'è bisogno di scandalo. E lo scandalo, oggi, è un libro che racconti pianamente le passioni di sempre (calate nel presente, s'intende, quindi senza ignorare le strutture psichiche peculiari della postmodernità). Sento il bisogno di un narratore che sia sollecito con il lettore, che lo ami, che ami quello che sta facendo, il dono che sta porgendo. Restando al libro di Julian Fellowes di cui dicevo sopra, è difficile trovare un approccio più disincantato del suo: il sarcasmo non viene lesinato, il finale non si comprende se sia lieto o tremendo. Ma non c'è mai disprezzo: il narratore non sta "fuori", è curioso, partecipe, ha sempre presente il movente positivo, il risvolto umano delle azioni più deprecabili. Ama la vita, com'è. Gli uomini, come sono. Può desiderare società migliori, deprecare le degenerazioni dell’attuale, ma non si sogna minimamente di influire sul mondo, di lanciare parole d'ordine.
Davvero controcorrente, oggi, va chi si occupa di valori letterariamente, mediaticamente, politicamente desueti. E' curioso che Houellebecq, erede della misantropia di Celine, patologo della salma maschile occidentale, estimatore dell’amore mercenario, nel suo miglior libro, Piattaforma, canti l’amore per una donna in maniera struggente. E che anche il macabro, spietato Ian McEwan, nel suo ultimo libro, Sabato, che pure dà ampio spazio a fatti di cronaca, drammi planetari, incubi globali, racconti con accenti commossi e commoventi la forza e la bellezza degli affetti familiari e in particolare dell'amore coniugale. E' il sintomo della vecchiaia di un autore o di un più ampio ripensamento epocale?
Elio Paoloni è nato nel 1951 e vive a Latiano, in provincia di Brindisi. Scrive su Fernandel, Stilos, Vibrisse.
Ha pubblicato nel 2001 Sostanze (Manni) e nel 2002 Piramidi (Sironi).
Ha un sito: www.eliopaoloni.it
Posted by Davide Bregola at 26.12.05 10:50