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24.12.05
Il romanzo del ventunesimo secolo #13
DEMETRIO PAOLIN interviene nel dibattito sul Romanzo Italiano del XXI secolo. Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html
Tutto è partito dalla lettera che si può leggere qui: http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments
DUE DISCUSSIONI A TEMA:
http://giocatore.splinder.com/post/6692891
http://giocatore.splinder.com/post/6696889
Di Demetrio Paolin
L’ircocervo
Il romanzo del XXI° secolo sarà un ircocervo.
Quando ho letto la tua lettera questa è stata l’unica frase che mi uscita fuori, l’unica idea che mi è baluginata alla mente. Quando leggo un romanzo mi chiedo: che tipo di esperienze, di cognizioni, lavorative o di studio, ha l’autore? Quasi cercassi di ritrovare nelle evoluzioni della trama, nello sviluppo dei personaggi e nel loro relazionarsi reciproco e con il mondo circostante le tracce dell’autore.
Non parlo qui di autobiografismo spicciolo, o di vecchi schemi, che abbiamo imparato al liceo, in cui si parla dell’uomo e l’opera; no, non parlo di questo, ma di qualcosa che riguarda la nuda competenza.
Cerco di chiarire questo concetto, che è di per sé strampalato, ma prendi questo scritto come una sorta di chiacchiera che stiamo facendo tu, Davide, ed io, qui nel caos del mio ufficio, in cui una discussione sul No Tav si incrocia con la preparazione di un convegno sulla rete sistemica dei carburanti in Piemonte.
In questo periodo, con il mio solito atteggiamento disordinato, ho letto una serie di libri, che mi hanno lasciato la sensazione di trovarmi davanti a qualcosa di completamente nuovo. Questi libri sono: Last Love Parade di Mancassola, Gladiatori di Franchini, Nessuno lo saprà di Brizzi, Morti senza nome della Cattaneo e Sulle tracce di Nives di Erri De Luca.
Uno in fila all’altro, senza premeditazione, questi testi mi forniscono, come lettore, la precisa certezza di trovarmi davanti ad una svolta della scrittura, per nulla teorizzata, ma messa in atto, così sotto i nostri occhi, senza neppure accorgercene.
Il fatto poi che questi testi siano stati editi tutti dalla stessa casa editrice e nella stessa collana, mi fa immaginare che forse il mondo editoriale, o una certa parte del mondo editoriale, ha già deciso come sarà il romanzo del XXI° secolo.
Se guardi questi testi, se li ripercorri velocemente, credo che capirai cosa intendo per nuda competenza: nessuno di questi libri, infatti, è un romanzo, nessuno è un’autobiografia, nessuno è un saggio, ma nelle loro pagine tutte queste tensioni convivono.
Ognuno di questi autori mette nella pagina la propria competenza, sia essa la musica dance degli anni ’80 piuttosto, che la medicina legale, il pugilato, l’alpinismo, o il pellegrinaggio; e ne parla apertamente, come qualcosa che sa e che gli permette di stare al mondo.
In questa forma ibridata le pagine che vengono scritte assumono un carattere nudo: una trasparenza a volte abbagliante e complessa, in cui si parla di qualcosa per in realtà dire “altro”. Ho notato in questi testi, forse involontariamente, un carattere fortemente allegorico della scrittura: se il romanzo del XX° secolo è stato un romanzo simbolico, quello del XXI° deve avere la forza di diventare allegoria, cioè di additare un senso altro alle cose che scriviamo.
Per fare questo io credo che la scrittura non debba inventare mondi, creare complesse macchine narrative, ma deve provare a raccontare le competenze di ognuno. Sono queste che ci danno la misura del mondo in cui viviamo, delle relazioni che intratteniamo con le persone e con gli oggetti. Sono queste nude e trasparenti che ci forniscono con precisione i confini di quello che siamo noi e di ciò che sono gli altri.
Tecnicamente io credo che il romanzo del XXI° secolo non sarà un romanzo, ma uno scritto ibrido. Ora tu mi chiederai: ma esistono, oltre a questi che tu hai fatto, degli esempi di romanzo ircocervo? Io ti dico di sì, e ti faccio due nomi: Camporesi e Primo Levi.
Entrambi hanno scritto testi di difficile collocazione, pensiamo a Camporesi e alla sua opera. Cosa sono i suoi libri un saggio, un tentativo di storia materiale? Critica letteraria? Niente di tutto questo, e tutto questo insieme ovviamente, ma hanno una potenza nella scrittura e una grandezza fabulatoria che li leggi come fossero un romanzo, e l’esperienza che fai come lettore è quella di un mondo che ti si presenta davanti, ma non in modo programmatico, ma come qualcosa che ti si affastella, ti si para frontalmente come una visione.
Per Levi il discorso è simile. Prendi I sommersi e i salvati, che libro è? Ogni volta che lo leggo ne rimango stupefatto. E’ un saggio? Certo. E’ un’opera di filosofia? Pure. E’ una narrazione? Anche. E’ una memoria autobiografica? Come poter dire di no. Primo Levi era il primo a sentirsi un centauro, un uomo e uno scrittore scisso in due, che viveva con l’idea di dover scrivere un libro “vero” per giustificare il suo essere scrittore; un tentativo fallito miseramente quando scrisse il suo unico romanzo (Se non ora quando?). Levi, invece, con I sommersi e i salvati ci ha lasciato forse l’opera a cui guardare per scrivere noi questo romanzo del XXI° secolo, un’opera dove pubblico e privato, tragedia e commedia, sobrietà di stile ed invenzione linguistica stanno insieme.
Quindi se tu mi chiedi come sarà il romanzo del XXI° secolo, io ti rispondo: sarà simile ad un ircocervo o a I sommersi e i salvati.
Demetrio Paolin, classe ’74, laureato in lettere, vive e lavora a Torino. Co.co.co felice e flessibile, ha curato per le Edizioni dell’Orso (AL) il libro di Giuseppe Calore Il partigiano disarmato . Il suo ultimo romanzo dal titolo Il pasto grigio è pubblicato da Untitl.Ed
Posted by Davide Bregola at 24.12.05 10:56
Comments
Ciao Davide, sono Stefania. Mi fa piacere sapere che anche tu conosci Demetrio. Ho recensito Il Pasto Grigio su raraMente.net. Demetrio ha anche ripreso alcuni pezzi sul suo blog e ha messo il lì anche il link! Che bello vedere che il mondo non è poi così grande come sembra...
Un abbraccio grandissimo e Buone Feste!
Posted by: SwingingLit at 24.12.05 20:45
Bene Stefania, seguo pure io la bella avventura Untitl.ed e dove posso la segnalo. Mese prossimo sul mensile per cui scrivo ne ho fatto un pezzo e informo sulle 3 uscite, Pasto grigio compreso. D.B.
Posted by: D.B. at 24.12.05 22:06
Romance loqui. Ed è subito romanzo. Quasi subito, perché il genere segue l'evoluzione della lingua e bisogna attendere il settecento e l'ottocento per parlare di Romanzo come lo intendiamo noi oggi.
O meglio come l'abbiamo inteso fino a qualche tempo fa.
E domani?
Il proliferare incontrollato di pubblicazioni che in questo primo lustro di millennio ( ma il cattivo vezzo era già in auge nell'ultimo scorcio di secolo appena concluso)ha bombardato il lettore accorto, attento e soprattutto costante, pone l'attenzione sulla confusione totale che si è venuta a creare nei generi letterari.
Si assiste ad un trafilamento, ormai quasi una esondazione, dal saggio al romanzo, dal romanzo all'epistolario, dall'epistolario al diario e così via.
E' auspicabile, se le cose stanno come riferisci tu Demetrio secondo le tue ultime impressioni di lettura, che si raggiunga un melting point, un point de fusion, in cui, come in un grande calderone, tutto si rimescoli per dare luogo ad un solo genere, a quel capolavoro "antiromanzo" per eccellenza che è stato il Don Chisciotte. E che tutto ricominci partendo dal non romanzo.
In pricipio era il verbo...
Altrimenti chi ci salverà?
Posted by: Elisabetta at 26.12.05 22:07
L'intervento di Demetrio parla di ircocervi narrativi. Tuttavia è illuminante il modo con cui è arrivato a questa conclusione: "In questo periodo, con il mio solito atteggiamento disordinato, ho letto una serie di libri, che mi hanno lasciato la sensazione di trovarmi davanti a qualcosa di completamente nuovo. Questi libri sono: Last Love Parade di Mancassola, Gladiatori di Franchini, Nessuno lo saprà di Brizzi, Morti senza nome della Cattaneo e Sulle tracce di Nives di Erri De Luca."
L'atteggiamento del lettore nei confronti della narrativa contemporanea procede molto per istinto e poco per educazione personale o, se vogliamo, sentimentale. Come lettore salto spesso di palo in frasca, golosa come una bambina in pasticceria. Non mi sembra mai che un libro sia illeggibile, tranne quando mi ci scontro con il naso e la testa.
Per stringere, non mi sembra che sia il romanzo ad assumere caratteri di ircocervi. La commistione di generi e forme narrative è qualcosa di preesistente: mi viene in mente un classico, Il Nome della Rosa, che ha semplicemente spinto la piccola e media editoria (ma anche la mega editoria, per carità) alla democratizzazione del pastiche postmoderno all'interno della narrativa di consumo.
Mi sembra invece che sia il lettore stesso ad avere sempre più l'aspetto di un ircocervo: fagocitiamo di tutto, curiosi, incuranti di una continuità diacronica, felici di sguazzare nel caos narrativo sincronico e spesso, purtroppo, incapaci di sistematizzare questa conoscenza.
Che siamo stati noi a richiamarci addosso l'ircocervo narrativo? Ma soprattutto si può dire che sia un male assoluto o un bene assoluto?
Piuttosto sarebbe utile trovare il modo di mettere ordine nel caos delle letture con qualche indirizzo interpretativo in più, cosa a cui la critica letteraria contemporanea si sta dedicando poco. Anche se sono ben consapevole che la produzione sterminata degli ultimi, diciamo, dieci anni, richiederebbe almeno due secoli di studi...
Posted by: SwingingLit at 27.12.05 10:40
i due commenti mi sembrano interessanti, mi viene da dire che il romanzo nasce già come forma ibrida, che quindi il mio discorso voleva andare a toccare strutture più profonde e stringenti.
quando parlavo di nuda competenza volevo significare la capacità dell'autore di 'iscriversi' nel tempo che racconta (che non è sempre il tempo del racconto), partendo da qualcosa che è strettamente suo, perché gli viene da un'esperienza reale, qualcosa che lui sa e che conosce.
Per questo motivo dicevo che non ho bisogno di creare un mondo, perché quello che ho, che possiedo e di cui possiedo almeno una chiave per entrare, mi è più che bastevole.
Mi rendo conto però che questo è un atteggiamento tipico di chi sta scrivendo, mentre il discorso di stefania sposta con molta intelligenza la questione su chi legge, e allora la domanda potrebbe essere cosa chiede il lettore al romanzo del xxi° secolo?
io sinceramente non ho una risposta.
d.
Posted by: demetrio at 27.12.05 14:13
Il mio spostare l'attenzione sul lettore è in realtà un modo per analizzare in parte anche lo sviluppo del romanzo. L'intentio lectoris è una delle caratteristiche semiotiche del testo, quindi parte integrante anche del romanzo, che viene influenzato nel suo sviluppo anche dalle differenti attitudini che il lettore acquisisce di pari passo alla lettura. Evidentemente queste attitudini disegnano due ircocervi che si mordono la coda (se l'ircocervo ha la coda): il primo, il romanzo, che soddisfa il desiderio di complessità e molteplicità dei lettori; il secondo, i lettori, che insegue e brama esclusivamente molteplicità e complessità da sbranare in modo incontrollato e asistematico.
Non volevo trasmutare la discussione sul lettore, ma mi rendo conto che devo leggere i nuovi interventi aggiunti da Davide, potrebbero venir fuori nuovi spunti...
Posted by: SwingingLit at 27.12.05 17:23
mi sembra interessante (almeno credo) segnalare questi due link, che riportano spezzoni di una corrispondenza privata tra me e un amico a proposito del pezzo qui sopra, che poi lui ha deciso di pubblicare sul suo blog. Mi sembra che nel tono colloquiale e privato di quelle lettere riesca a chiarire meglio tutto quello che stava intorno al discorso che mi ha portato a scrivere il mio intervento. lascio qui sotto i link.
http://giocatore.splinder.com/post/6692891
http://giocatore.splinder.com/post/6696889
Posted by: demetrio at 28.12.05 09:50