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23.12.05
Il romanzo del ventunesimo secolo #12
EMANUELE TREVI interviene nel dibattito sul Romanzo Italiano del XXI secolo. Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano qui:
http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html
Tutto è partito dalla lettera che si può leggere qui: http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments
Di Emanuele Trevi
La mia testimonianza è questa: sto lavorando a un libro di critica che dovrebbe intitolarsi "Contro il romanzo", ma in effetti io non penso mai alla situazione italiana, non ho mai un'ottica se non empirica su questa prospettiva. Per me la "letteratura italiana" oggi si può semplicemente definire una letteratura non tradotta da altre lingue. Questo non significa che io la disprezzi, tutt'altro. Solo che, statisticamente, l'italia non è un paese che produce scrittori molto interessanti - siamo pochi, nonostante le apparenze, e scriviamo in una lingua secondaria.
In generale, poi, penso che il romanzo oggi, come mito sociale e oggetto di consumo, rappresenti una specie di letteratura a basso voltaggio, scarsamente inventiva e scarsamente eversiva. Non credo che il significato del mondo o di una singola vita abbia a che vedere con la sua forma narrativa, insomma. Questo ovviamente non vuol dire che qualche grande spirito (penso a Delillo, o a Houllebecq) non si possano ancora servire di questo specifico genere, scontandone le leggi implicite, la loro sostanza, come dire "normalizzatrice".
In fondo anche William Bourroghs è un "romanziere" !
Insomma, è una questione molto molto complicata, ci sto lavorando prima di tutto per chiarirla a me stesso!
Temo anche che dovrò leggere qualche libro, farmi un'idea più precisa.
Ecco tutto.
Emanuele Trevi Emanuele Trevi, uno dei critici più promettenti della nuova generazione, è nato nel 1964 a Roma, dove vive. Ha tradotto e curato edizioni di classici italiani e francesi: si ricordano testi dedicati a Leopardi, Salgari, autori italiani del Novecento. Fa parte del comitato editoriale della casa editrice Quiritta. Collabora al Manifesto (Alias) e alla trasmissione radiofonica Lucifero di Radio Tre, con una sezione dedicata alla poesia. Il suo libro Istruzioni per l’uso del lupo ha riscosso un notevole successo. All’uscita questo suo librello di sapore "steineriano" (da George, non da Rudolph, ovviamente...) ottenne un successo di critica sulle pagine letterarie dei magazine e dei quotidiani più engagé. Trevi proponeva un'uscita dalla sovrabbondanza e dallo specialismo dei saperi acquisiti e delle discipline critiche, per approdare a una "filologia del cuore", riscoprendo la disarmante impossibilità di avvicinare la letteratura e la vita, nonostante, a volte, nella fitta ombra si aprano radure e "chiari di bosco". La lettura che Trevi suggerisce è priva di pregiudizi, tutta interna alla letteratura e, al tempo stesso, tutta intrisa della vita stessa, della sua volatile ed effimera sostanza. Con Musica Distante, Trevi ritorna a meditare sul sapere. La sua meditazione non ha nulla di intellettualistico. Egli non pensa ai saperi: li pratica. Non struttura un metodo di lettura: legge. Legge le parole che un tempo di caduta ha offuscato. Sono le parole di una storia che opera dall'interno della cultura occidentale, occultamente attive nel cuore della spiritualità più palese: quella cristiana, che ha edificato due millenni di civiltà e di storia umana, passando attraverso i filtri dei paganesimi e delle gnosi dei secoli che ha attraversato, mutando configurazione e prospettiva. Emanuele Trevi è redattore di Nuovi Argomenti. Ha fatto parte della giuria del premio Calvino nel 2001, e del premio Alice 2002. I suoi libri più recenti: I cani del nulla (Einaudi,2003); Senza verso; L'onda del porto (Laterza, 2005)
Posted by Davide Bregola at 23.12.05 12:56
Comments
Io invece, leggendo Proust, mi sto sempre più convincendo che la forma narrativa sia la più efficace per rappresentare e spiegare il mondo. Il problema, al limite, è che di Proust ne nasce uno ogni cent'anni, se va bene.
Posted by: Andrea at 23.12.05 14:38
Qualche ora fa in un commento che io stesso ho lasciato al mio pezzo su vibrisse dedicato a Romano Bilenchi, sostenevo sul valore della nostra letteratura, rivolgendomi a Giulio Mozzi, l'opposto di quanto scrive Emanuele Trevi, certo molto più autorevole di me.
Io sono fermamente convinto che noi abbiamo avuto fino a poco oltre gli anni cinquanta una nutrita schiera di autori letterari di razza e che, purtroppo, per la mania di rivolgersi sempre all'estero, sono stati, e tuttora lo sono, trascurati se non addirittura snobbati, salvo pochi, come Gadda, ad esempio.
Credo che come accade nell'editoria dove ci sono i grandi editori che sanno vendere i loro libri, mentre i piccoli editori non riescono a valorizzari i loro talentuosi autori, così accade per l'Italia che non ha mai saputo esportare i propri artisti, al contrario di quanto sanno fare gli americani e gli inglesi.
A proposito del tema che ho trattato in questa inchiesta che Davide sta facendo, mi ha fatto piacere leggere su Stilos che ho ricevuto stamani un dibattito sul rapporto tra cinema e romanzo. Mi pare che io sia andato molto più in là, e del valore di ciò sono fermamente convinto. Salvo che non ho, purtroppo, l'età per andare a verificare fra una trentina d'anni:-)
Bart
Posted by: Bartolomeo Di Monaco at 23.12.05 19:23
Sì, ho parlato pure con Trevi e mi pare ovvio che il suo non è un giudizio di valore sugli autori italiani, sulla narrativa. Prova a leggere bene, mi pare che Emanuele abbia centellinato le parole e trovato il lessico esatto, quasi da giurista. Lui, più che altro, si riferisce alla minuscola rilevanza numerica del nostro paese rispetto a paesi molto più grandi del notro e più influenti anche solo per un'incidenza numerica. Se penso che sono stato al Cairo che ha 25 milioni di abitanti, l'Italia e i suoi fatti e le sue persone hanno un impatto mondiale minuscolo. La settimana scorsa un professore direttore didattico di un'Università statunitense mi ha detto che l'americano "medio" non sa nemmeno dove sia l'Italia e crede che noi si viva ancora come è raffiguato nel Padrino. D.
Posted by: D.B. at 23.12.05 19:56
Caro Davide, so che in qualche modo esagero nel difendere la nostra letteratura chiudendomi quasi a riccio. Ma io sono immerso fino al collo nella mia mediterraneità, e non posso fare a meno di pensare a quello che siamo stati nel tempo antico.
Sono convinto che nel Dna dei nostri artisti (non solo, dunque, i narratori) si conservino le tracce di quella grandezza, e a me pare sempre di ritrovarla almeno in qualcuno di loro, e non sono pochi, s'intende.
Certo, la letteratura mondiale ha giganti da esibire, ma, per esempio, una Morante e una Ortese non sono grandi quanto una Woolf, o una Gordimer o una Yourcenar?
E Bacchelli? e oggi, tra i viventi, Sgorlon, Abate, Nigro, Cappelli...?
Ma sono anziano, lo so, e mi possiede la nostalgia.
Bart
Posted by: Bartolomeo Di Monaco at 23.12.05 22:08
Io invece sono convito che Emanuele Trevi grossomodo sbagli, quanto al fatto del quantitativo di traduzioni. Ho l'idea anzi che gli italiani non siano mai stati tradotti come adesso.
I lettori di Vibrisse sono lettori attenti a chi vive, scrive e pubblica oggi, sono lettori generosi nei confronti degli scrittori contemporanei. Spesso si interrogano sulla qualità dei contemporanei. Si chiedono cosa significhino i giallisti che scrivono oggi, che peso abbiano. Be', se lo possono chiedere anche i lettori fuori d'Italia perché da Lucarelli a Dazieri (o, non so, immagino Faletti) i giallisti sono abbondantemente tradotti. I lettori di Vibrisse si chiedono poi se sia stato giusto fare un Meridiano dedicato a Camilleri, cosa che si possono chiedere anche i lettori internazionali perché Camilleri è tradotto. Si chiedono se i romanzi di Genna siano thriller o esperimenti ultrapsichici, cosa che si stanno chiedendo in Giappone e negli USA anche. E poi davvero Ammaniti è un grande narratore? Anche fuori dall'Italia potremmo avere risposta. E i cannibali che hanno esordito con lui? Scarpa è tradotto fin dai tempi della commedia radiofonica Pop Corn forse in una decina di lingue, e sullo sguardo lucido di Simona Vinci si possono tranquillamente interrogare tanti lettori fuori dall'Italia. E' poi tradotto anche chi usa una lingua fuori dagli standard come Paolo Nori. Immagino che presto anche Morozzi sarà molto tradotto.
Per poi non dire di autori "storici", da Tabucchi a Eco, o di un ragazzo di trent'anni che si chiama Enrico Brizzi.
Non so se la Spagna, la Francia o l'Inghilterra producano tanti più narratori di noi tradottotti e che potremmo citare a memoria. Ha ragione Trevi quando dice che siamo secondari: ma lo siamo come tutti, né più né meno.
Posted by: Gabriele Dadati at 24.12.05 20:07
L'intervento di Trevi mi sembra scritto con la mano sinistra, e se di mani ne avesse tre con la terza mano. Cioè: senza molto impegno. E mi pare anche discretamente cerchiobottista: no, il romanzo non è un genere che conti tanto nella cultura di oggi, per usare le sue parole è roba "a basso voltaggio, scarsamente inventiva e scarsamente eversiva" - PERO' "Questo (...) non vuol dire che qualche grande spirito (penso a Delillo, o a Houllebecq) non si possano ancora servire di questo specifico genere, scontandone le leggi implicite, la loro sostanza, come dire normalizzatrice". Insomma, il romanzo è morto (o malato terminale), ma può sempre uscire fuori il Grande Scrittore che nonostante tutto possa farne qualcosa di buono. DeLillo e Houllebecq? E perché non Thomas Pynchon o Thomas Bernhard (so bene che non è più tra noi, ma riesco a pensare a poco di "attuale" come la sua scrittura)? Bene, il problema è che con formulazioni del genere si ha sempre ragione. Oggi pioverà, ma può darsi che esca il sole. A Roma si mangia male, ma in qualche ristorante si mangia bene. Grazie, signor Trevi, ci ha illuminato.
Scherzi a parte, mi pare che il Trevi abbia dato una risposta frettolosa, forse perché in tutt'altre faccende affaccendato, e so che può fare molto più di così... quindi semmai aspetto il saggio che ci ha preannunciato per vedere cos'ha veramente "contro il romanzo".
Consigliandogli di andarsi a rileggere quel piccolo grande gioiello che è Scambio mentale di Robert Sheckley (romanziere brillante ma sfigato, morto che è poco, r.i.p.), e andare a vedere cosa diceva del Mondo Distorto... che è più corto, più lungo, più alto e più basso di quel che pensate. Così il romanzo. Più lo danno per morto, più quello riesce dalla tomba. A volte ritornano, signor Trevi.
Posted by: Latinese at 07.01.06 17:11