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27.12.05

I TRE ARTICOLI CHE SCONVOLSERO L'ITALIA (DELLE LETTERE)

Di seguito propongo tre articoli che in questo inizio di secolo hanno fatto molto discutere sui media e in rete. Il primo è stato scritto nel 2004 da Mauro Covacich sull'Espresso, il secondo è di Romano Luperini, scritto per l'Unità, il terzo, del 2005, di Antonio Moresco, apparso su Nazione Indiana. I primi due articoli (di Covacich, Luperini) mi hanno chiarito molte cose sul "fare narrativa" nel mondo contemporaneo; non avrei scritto il romanzo che uscirà nel 2006 per Sironi Editore intitolato La cultura enciclopedica dell'autodidatta, se non avessi seguito, mentre lo rimaneggiavo, tutta la polemica nata con questi due pezzi. Il terzo, di Moresco, dice in modo molto più convincente, ciò che la maggior parte dei "non addetti ai lavori" pensa anche in modo preconcetto sullo stato dell'editoria italiana e dei media in genere. Li ripropongo di seguito, anche se possono sembrare fuori tempo massimo, per fare il punto della situazione.D.B.

Mauro Covacich, Ho le vertigini da fiction, pubblicato su "l'Espresso" del 15 gennaio 2004:

La nostra è un'epoca piena di meraviglie. Il cielo si è abbassato a tal punto che gli aerei entrano nelle costruzioni più alte. Maestri di scuola si vestono di tritolo e salgono sugli autobus per farsi brillare. Attori diventano governatori. Cantanti diventano primi ministri. Presidenti della Camera diventano conduttrici televisive. Nella Rete c'è un kit fai-da-te per abortire. In tv, sul satellite, c'è un programma che segue dal vivo gli intubamenti, le amputazioni, le de- fibrillazioni di una giornata al pronto soccorso di un grande ospedale, prendendo spunto da una famosa serie di telefilm. Ogni cosa per essere reale dev'essere trasmessa, ma non solo - questa ormai è roba vecchia - anche ogni esperienza di vita è reale solo se pensata da chi la vive coi ritmi, le sequenze e le inquadrature di una fiction. Il concetto “la vita come un romanzo" ha cambiato più volte faccia fino ad arrivare a “la vita come un reality show": e così si è imposto, è sceso in lingue di fuoco sulla gente, l'ha coperta di finzione. lntanto, modelli etici di scala planetaria come Bono Vox e Pavarotti gridano motti copiati dal libro di catechismo. Intanto splendidi ottantenni corrono maratone, desiderano e ottengono erezioni - desiderano e ottengono erezioni prolungate; e si avvicina il momento in cui non moriremo più, in cui l'heideggeriano essere-per-la-morte non sarà più la condizione esistenziale dell'uomo. Intanto il movimento giovanile antagonista più imponente dai tempi del '68 per far sentire le proprie ragioni contro lo sfruttamento del pianeta ha bisogno degli organi di informazione del sistema che contesta, così come quello stesso sistema vende jeans e giubbotti griffati sfacciatamente ispirati allo stile "no global". Intanto un signore per bene: tutti gli identikit ne sottolineano il conformismo, la normalità; un signore che non si batte per niente e contro nessuno, confeziona da nove anni minuscole bombe con la cura e la dedizione di un mastro fornaio, poi le piazza nei supermercati o sotto gli ombrelloni delle spiagge friulane. Eccetera eccetera.
Perché gli scrittori italiani si sottraggono a tutto ciò? Perché lo ignorano mentre raccontano le loro storie? Ogni volta che qualcuno mi pone domande del genere, di solito succede al terzo quarto intervento alle presentazioni dei libri, ho un vuoto allo stomaco. Sì, lo ammetto, una specie di vertigine, un po' a causa della complessità dell'argomento, un po' a causa del fatto che io, quelle domande, le con divido. Cominciamo dalla complessità. Tra le fortune che ho (mi ritengo un uomo piuttosto fortunato) una è senz'altro quella di poter frequentare alcuni dei più bravi scrittori che vivono in Italia. Vado al mare con Diego Mainardi, al cinema con Gian Mario Villalta. Mangio la pizza con Tiziano Scarpa, Dario Volto lini, Romolo Bugaro, Giulio Mozzi, Roberto Ferrucci, Marco Franzoso, Tullio Avoledo. A Roma dormo da Niccolò Ammaniti, giro in Vespa con Sandro Veronesi. Lo dico solo perché mi crediate, so come la pensano questi scrittori. Ebbene, sono tutti morbosamente, famelicamente avvinti al presente, tutti con gli occhi puntati sul mondo. Molti di loro sono veri e propri esempi di militanza letteraria. Subito dopo 1'11 settembre si sono autoconvocati per discutere sulle prospettive della scrittura, come dire, alla luce dei fatti accaduti. Curano un sito (www.nazioneindiana.it) che non stacca mai la presa sulla realtà. Insomma non sto parlando di scrittori che raccontano di alleva tori di bachi da seta dell'Ottocento o che srotolano le infinite avventure di un ispettore siciliano. Non sto parlando di scrittori che fanno un passo indietro e dicono io scrivo noir, faccio letteratura di genere, sono un artigiano. Né di quelli che scelgono la memorialistica, il romanzo storico o altre forme testuali rette dall'idea che lo statuto dell'arte preveda un allontanamento dal tempo presente. No, sto parlando di gente che sente il mondo attuale come l'unico interlocutore, un interlocutore meraviglioso ma, direi, abbastanza marziano, con cui far dialogare il proprio vissuto. lo partecipo ogni volta che posso alle loro iniziative e vi assicuro che]e analisi sviluppate in quelle occasioni sullo stato attuale delle cose spesso hanno poco da invidiare a una discussione su "Micromega".
Ma, oltre al volume di fuoco decisamente significativo, è una questione di sensibilità, o meglio, di sensorialità, che li mette sullo stesso piano degli altri grandi scrittori contemporanei, persone in grado di captare, della cosiddetta quotidianità, frequenze ultra-soniche, gamme d'onda pressoché impercettibili. Ogni volta che sono con loro, mi chiedo perché l'Italia non abbia ancora espresso il proprio Wallace, il proprio Houellebecq, il proprio Pelevin, il proprio Palahniuk, esagero, il proprio De Lillo. Gli occhi, le voci, le menti ci sarebbero tutte. E anche le intenzioni, ve lo garantisco. Capite la complessità cui accennavo? lo per primo mi sento tradito dai loro libri, dai miei libri. Mi pare di essere caduto nello stesso equivoco di Totò in "Totòle Moko": i banditi credono che lui possa essere un degno sostituto del boss, Totò crede che la banda suoni, faccia musica, come lui a Napoli. Si sbagliano da entrambe le parti. Ogni tanto mi penso proprio con la faccia di Totò quando, dopo aver salutato la platea già con la bacchetta in pugno, si gira verso la banda e vede i suoi soci estrarre dai portastrumenti fucili e mitragliette. Ragazzi, perché non riusciamo a suonare? Perché la musica ci resta sempre lì, sul tavolo della pizzeria? Beninteso, non è colpa di nessuno. Non è che ce la dimentichiamo. Però, non so, non la mettiamo mai sulla pagina come sembreremmo capaci di fare. Secondo me, l'Italia possiede un potenziale di scrittura unico in Europa. Eppure eccoci qua, tanti Del Piero che giocano con le pinne, tanti Mick Jagger che cantano con la caramella in bocca.
Alle presentazioni il vuoto allo stomaco lo provo davvero, quelle domande le condivido davvero. Per me la scrittura resta una forma di conoscenza. lo leggo e scrivo per capire di me qualcosa che ancora non so. Finora ho imparato più cose dalla letteratura che da ogni altro genere di disciplina - immagino che anche per chi fa quelle domande sia così. Viviamo in un'epoca che chiede in ginocchio che qualcuno tenti di dirla, di raccontarla. Lo scrittore è una terminazione nervosa. Sentendo, fa sentire tutti. Non spiega. Sente e fa sentire. Trasforma esperienza in narrazione, persone in personaggi, vita in racconto. Bene, che cosa sentono oggi gli scrittori? Sentono il mondo, sono coraggiosamente sintonizzati sul mondo. E che cosa fanno sentire? Beh, dipende. C'è chi non si è ancora rassegnato alla propria intelligenza e al proprio ingegno e li dissimula in sofisticate provocazioni neodadaiste. C'è chi ha deciso di raccontare storie di paesaggi. Ripeto, storie di paesaggi. C'è chi, dopo essersi sbudellato sull'inferno dei professionisti cui appartiene rivaleggiando col miglior Capote, ha scritto un romanzo ineccepibile e invissuto. C'è chi si è rifugiato nella corsa. C'è chi compone migliaia di bellissime pagine sul caos, lavorando con maestria eccelsa per non farsi leggere. C'è chi ha semplicemente appeso il computer al chiodo e si è messo a fare l'editor.
Perché non riusciamo a prendere il mondo per le corna? Perché non riusciamo a raccontare storie - non importa se inventate, vere, realistiche, surreali - in grado di spremere la vita, di metterla sotto torchio? Perché dobbiamo continuare a sentire che solo gli americani, solo gli inglesi, eccetera eccetera? Perché dobbiamo lasciare che i professori ci dicano ancora: non sapete altro che cianciare, statevene a casa a ricamare i vostri romanzetti, che è meglio?
Ho accennato a persone che non stanno in nessun giornale, non hanno nessuna cattedra, non sono giurati di nessun premio, ovvero non hanno nessun potere se non quello, enorme, di escludermi dalla prossima pizza. Non ho citato. i loro libri perché questa non è una recensione, ma appunto una riunione di pizzeria, in cui ora cedo la parola.

Romano Luperini, Intellettuali, non una voce, pubblicato su "l'Unità" del 18 febbraio 2004:

Nel settembre 1975 un episodio di cronaca nera, il delitto del Circeo (due giovani fascisti pariolini avevano seviziato due ragazze di borgata, uccidendone una), divenne un episodio culturale: Calvino, Pasolini, Fortini lo commentarono sulla .prima pagina del Camere della sera e del Mondo, leggendovi una trasformazione complessiva della società italiana e della condizione giovanile. I protagonisti del dibattito letterario e culturale erano allora anche protagonisti della vita pubblica. Né c'erano solo Calvino, Pasolini e Fortini, ma anche Sciascia, Fo, Sanguineti.
Nel 1974 Fo aveva rappresentato per la prima volta il suo capolavoro, Mistero buffo, e Sciascia pubblicato Todo modo in cui denunciava la collusione fra DC e mafia.
Sempre il 1974 è l'anno in cui Volponi era uscito con Corporale e la Morante con La storia. Pochi mesi prima erano stati pubblicati Pasque di Zanzotto e Il castello dei destini incrociati di Calvino e sugli schermi cinematografici era apparso Amarcord di Fellini; pochi mesi dopo Montale vincerà il Nobel e usciranno Scritti corsari di Pasolini e Il muro della terra di Caproni.
Trent'anni fa. Gli intellettuali avevano ancora una funzione pubblica, l'Italia un posto sulla scena internazionale della cultura. Il dibattito letterario e artistico era ancora vivo e le riviste culturali promosse da scrittori potevano occupare ancora uno spazio etico-politico (Alfabeta comincerà a uscire nel 1978, e sarà l'ultima). I registi italiani erano maestri riconosciuti in tutto il mondo, e si chiamavano Fellini, Antonioni, Visconti, Pasolini. Fra gli scrittori, Calvino e Sciascia avevano un ruolo di primo piano in Europa. Poeti allora poco più che cinquantenni come Zanzotto, Luzi, Sereni, Fortini, Pasolini (o anche più giovani, come Sanguineti) godevano in Italia di un'autorità già riconosciuta.
Oggi non ci sono più, fra gli scrittori, dibattito culturale e politico e conflitto di poetiche, né, fra i critici e i teorici della letteratura, dialogo e polemica fra i vari metodi (non ci sono più, nemmeno, metodi identificabili: trionfano l'eclettismo e, come è stato denunciato da tempo, la «crisi della critica»). Fra il 2002 e oggi non sono usciti romanzi e film neppure paragonabili a quelli sopra ricordati. Nessun poeta che abbia fra i cinquanta e i sessant'anni ha in Italia un'autorità e un prestigio come quelli che avevano allora Zanzotto, Sereni, Luzi, Fortini, Pasolini, Sanguineti. n ruolo internazionale del cinema, del teatro, della letteratura italiani è vicino a zero.
Di quello che sta succedendo nel mondo o in Italia nella produzione letteraria non c'è quasi traccia. Gli esordienti che ogni anno si presentano a «Ricercare» si dilettano in racconti ginecologici e ombelicali, a base di cazzo e di vomito; gli scrittori di mezza età si attardano in uno stanco postrnodernismo manieristico. Per il cinema - se mi è permessa un'incursione in un campo che non è il mio - si è parlato recentemente di ritorno a un confronto con la realtà e con la politica, ma, visti in questa luce, i film che dovrebbero esprimerlo risultano alquanto deludenti: La meglio gioventù esalta una ricca borghesia idillica, progressista e buonista con casolari in campagna in Toscana e si conclude con cartoline illustrate da Stromboli e dalla Val d'Orcia e con la grottesca apparizione del fantasma del fratello morto a unire la coppia dei protagonisti e a santificare il lieto fine nel modo più scontato e tradizionale: The Dreamers ripresenta la vecchia storia morbosa dell’incesto facendo del Sessantotto solo uno scenario casuale ed esterno; Buongiorno notte evita prese di posizione chiare e si conclude anch’esso con fantasie buoniste. Persino Moretti, che pure è fra i pochi che s’impegna direttamente, troppo spesso come regista riduce la prospettiva politica a un mal di pancia personale.
Si obietterà giustamente che la situazione storica è cambiata e la figura dell’intellettuale legislatore tramontata per sempre. E tuttavia il panorama dei prodotti letterari e filmici che ci giunge dagli Stati Uniti e dal resto d'Europa, oltre a essere spesso di qualità più elevata, è assai più ricco e vivo, meno evasivo e narcisistico, più fervido di richiami alla realtà sociale e politica. Nessuna generica deprecatio temporum, dunque. Si tratta piuttosto di prendere atto di un declino della civiltà italiana, o comunque di una sua parte consistente, avviatosi già a partire dagli anni Ottanta e accentuatosi poi con il passare degli anni sino a toccare m questo inizio di millennio un suo punto estremo. Parlo di un declino, dunque, non solo politico ed economico (su questo siamo d'accordo tutti), ma anche intellettuale. Di questo immiserimento culturale e civile, dilagante in ogni piega della società italiana, lo stesso caso Berlusconi – neppure, infatti, immaginabile in Gran Bretagna o in Francia o in Germania – è piuttosto un effetto che una causa. I Europa un italiano ha da vergognarsi non solo del proprio governo. È in questione, insomma, un generale clima etico-politico. Siamo davanti a uno sbracamento complessivo, a una mancanza di orgoglio culturale e di dignità nazionale, a un disinteresse per la cosa pubblica, a una accettazione frettolosa di ogni novità indotta dalla americanizzazione. Fenomeni come lo scimmiottamento scomposto di quanto c'è di peggio oltre Atlantico, l'adozione indiscriminata di termini americani (una sorta di “similinglese”) nella sfera pubblica e nella produzione letteraria, o la diffusione di un gergo e di una ideologia economicisti anche in settori che non dovrebbero rispondere in primo luogo a esigenze di mercato, quali la scuola, la ricerca, la sanità, precedono l’attuale esperienza di governo di Berlusconi (l’ultimo di centro-sinistra non è stato certo esente da colpe in proposito). A suo tempo Gramsci aveva mostrato come dietro i fenomeni linguistici si dovessero leggere precise strategie egemoniche delle forze politiche ed economiche. Ma oggi, in Italia, chi si ricorda di Gramsci (ben presente, invece, nel dibattito culturale attuale negli Stati Uniti)?
Mentre un terzo del pianeta muore di fame, di Aids, di guerre, e milioni per [sic] persone in cerca di una possibilità di sopravvivenza cominciano a invadere il nostro paese; mentre saltano in aria le Twin Towers e si stanno gettando le premesse per un immane contrasto di civiltà e di religioni; mentre si assiste a una drammatica palestinizzazione del pianeta; gli intellettuali italiani (se non tutti, certo quasi tutti) sembrano in tutt'altre faccende affaccendati. Giulivi, disinvolti, narcisisti, furbi, pronti a fiutare ogni moda e ogni indirizzo del mercato culturale, sommersi nel clima di declino morale e civile in cui viviamo. Privi di passato e di futuro. Felicemente immemori e accecati.
C'è stato un salto fra le generazioni. Nessuna eredità. Fortini, Sciascia, Volponi sono stati dimenticati; Pasolini è stato ridotto al- l'icona di un santino omosessuale e un po' trasgressivo; Calvino è diventato un classico per gli accademici e i professori dei licei; la neoavanguardia un oggetto da museo (d‘altronde hoc erat in votis) e da tesi per le scuole di dottorato. Il postmoderno con il suo disincanto e il suo manierismo giocoso e disimpegnato, in agonia già da tempo, è morto, definitivamente crollato con le due torri di New York.
Ma nessuno in Italia sembra essersene accorto. All’inizio degli anni Settanta Pasolini parlava, per il nostro paese, di un genocidio culturale in corso. C’è stato e ha fatto tabula rasa. Il postmoderno italiano è stato questo genocidio; e dunque, pur risentendo di quello internazionale, ha avuto caratteri propri. Rispetto agli Stati Uniti, alla Francia alla Germania, alla Gran Bretagna l'Italia aveva tradizioni culturali moderne assai più fragili, un costume civile più approssimativo, più posticcio e precario. il tessuto della memoria e del patto fra le generazioni si è lacerato da noi più che in altri paesi, facendo affiorare una trama esclusiva di facili disimpegni, di egoismi di interessi individuali (o di gruppi o di corporazioni), di atteggiamenti indici e di agili cinismi. La crisi dello «stile», della «profondità» e dello spessore è servita come lasciapassare all'appiattimento e alla banalizzazione linguistici, all'azzeramento delle tradizioni, alla rincorsa dei modelli proposti dal mercato editoriale e, talora, al ripristino di calligrafismi e di improbabili lirismi e autolatrie. Ne ha risentito non solo il clima civile e politico, ma la stessa qualità della produzione almeno nel campo della letteratura e delle discipline umanistiche.
È possibile andare avanti cosi? Non mi faccio illusioni, e questi ultimi éI1ni hanno insegnato che non c'è confine al peggio. Tuttavia segni di allarme ci sono, benché si levino sinora più dal mondo politico e civile che da quello, perlopiù beatamente incosciente, della letteratura. D'altronde anche questa separazione di ambiti è un segno da tempi, e a essa sono dovuti, almeno in parte, la sordità e il ritardo stessi dell'ambiente letterario e artistico.
Questa stessa chiusura però oggi è minacciata. Ci si può illudere di vivere, come il postmodernismo ci aveva fatto credere, in un mondo esclusivamente linguistico di rifacimenti e di pure parole che si ripetono all'infinito quando il mondo si va palestinizzando, le nostre piazze, i nostri aeroporti e le nostre metropolitane sono a rischio, e intere popolazioni premono ai nostri confini? Si può continua;e a coltivare la futilità e a giocare sull'orlo dell'abisso?
È successo altre volte che la storia salti una generazione. Nasceranno nuovi scrittori, e si impadroniranno della nostra lingua (già lo stanno facendo) giovani intellettuali albanesi e magrebini. Qualcuno forse ricomincerà a leggere Fortini e Sciascia, Volponi e la Morante, Vittorini e Pasolini.

Antonio Moresco, LA RESTAURAZIONE, 20 marzo 2005

Viviamo in un periodo di pesante restaurazione. Siamo alle prese con un’intossicazione che attraversa le strutture della vita, dell’organizzazione sociale e professionale, delle forme economico-politiche e democratiche, delle finalità scientifiche e tecnologiche, della religione, dei media, del pensiero, della cultura, dell’arte…
La domanda è questa: dobbiamo aspettare 10 o 20 anni per vederlo scritto nei libri o lo possiamo, lo vogliamo, lo dobbiamo vedere e dire lucidamente adesso, mentre stiamo vivendo questa situazione?
E ancora -detto in un altro modo- abbiamo o no la responsabilità di mostrare la macchina in azione nel momento stesso in cui agisce o dobbiamo mettere la testa sotto la sabbia, tirare a campare e aspettare di vederla inoffensivamente descritta domani, come abbiamo letto -seduti in poltrona o prima di addormentarci- le narrazioni di altri periodi di restaurazione descritti da chi ci è vissuto dentro? E a leggere sembrava tutto chiaro ed era facile stare dalla parte dell’autore che ce ne mostrava il peso sulla vita umana e la sofferenza e il prezzo e ci dicevamo: “Cazzo, ma com’erano mediocri, ciechi, vili, trasformisti e corrotti gli uomini di quel tempo!”
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Posted by Davide Bregola at 27.12.05 11:47

Comments

Il pezzo di Covacich per me è fantastico!!
Non lo dico con ruffianaggine, anzi. Da profano credo che il secondo articolo sia troppo politicizzato e per quel che riguarda Moresco... bèh ne riparleremo quando avrò terminato "lettere a nessuno".
Covacich invece spara dritto al punto, senza prendere giri di parole, con uno stile ficcante ed esempi molto semplici.
Chissà che non ci si trovi tutti in pizzeria assieme, lettori e scrittori :D

Posted by: matteo at 28.12.05 14:35

A mio parere questi sono i tre pezzi metaletterari che più di ogni altro sono riusciti a essere equilibrati tra quello che vivono gli "addetti ai lavori" e quello che i lettori e le persone che scrivono ma non hanno mai pubblicato, in un modo o nell'altro possono condividere. Per me sono 3 articoli evocativi. Fanno venire voglia di scrivere e di essere ambiziosi. Li vorrei condividere con chi li ha letti e portarli nel 2006.D.

Posted by: D.B. at 28.12.05 14:55

io ai tempi dell'articolo di moresco e dei discorso che ne seguirono, sopratutto dopo l'intervento di giulio, scrissi una cosetta, te ne copio un pezzo qui.

"Questo per dire che il dibattito su Nazione Indiana ha del pre-testuoso (per quanto io non possa dire molto, anzi, per quanto io non possa neanche ambire a dire qualcosa, per questa mia impressione minimale delle mie idee), quando indica nella scrittura un gesto che ha un carattere di resistenza ad una presunta restaurazione. E poi io mi chiedo chi sta compiendo questa presunta restaurazione? E cosa si restaura? Per restaurare bisogna prima aver abbattuto, e – scusate - cosa mai è stato abbattuto? A me non sembra che nulla di quello che c’era un tempo è stato buttato giù, mi pare, che tutto quello, presentato in fase di restauro, è sommessamente, sommariamente, totalmente ancora presente.
La scrittura ha un senso, e per logica uno scrittore possiede un ruolo, se compie una scelta etica: la scrittura non si oppone, non si ribella, non vuole cambiare, ma una scrittura è tale se decide di avere a che fare con il vero".

d.

Posted by: demetrio at 29.12.05 09:02