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30.12.05
Generazione Adiuvant (Il vetro soffiato di Eugenio Scalfari)
L'editorialista Eugenio Scalfari interviene sull'incapacità o il rifiuto degli autori italiani contemporanei a scrivere e produrre opere culturali impegnate e attinenti con la realtà sociale in cui viviamo. Mi chiedo e chiedo all'intellettuale di Civitavecchia: quali opere di autori nati dopo il 1959 ha letto negli ultimi 12 mesi? Ha letto Gladiatori di Antonio Franchini? L'anno Luce di Genna, Tolintelsac di Cavina? Fiona di Mauro Covacich? Il Ragazzo x (poesia) di Santi? Le opere teatrali di Paravidino? Quelle di Tarantino (lo scrittore e regista teatrale torinese, non lo yankee americano!), la rivista Atelier? Qualche lit-blog? Last love parade di Mancassola? Pascale? Best Off 2005? Lo Straniero? I signori che hanno l'opportunità di scrivere su Espresso, Repubblica, Corriere, Panorama, quelli che possono accedere alle reti televisive, dove si parla di cultura italiana contemporanea, si informano? Vanno a leggersi i libri che gli arrivano sulle scrivanie spediti dagli uffici stampa? Ricordano solo di quando "vestivano alla marinara" e andavano a Cortina assieme a Caracciolo per parlare dei massimi sistemi del mondo oppure sentono la responsabilità di essere amplificatori cuturali del nostro presente? Sentono l'impegno urgente di essere gli unici uomini del presente a raccontare l'odierna situazione culturale di un Paese agli uomini dell'avvenire? Io ricordo un tempo in cui erano i giovani a fare tenerezza agli adulti che ne avevano viste delle belle, quegli adulti che potevano sembrare autorevoli, per certi aspetti; ora sembra essersi ribaltata la situazione. Siam noi che guardiamo con tenerezza alla loro nostalgia, alla disinformazione, al pressapochismo e se non fosse drammatico immaginare il potere che hanno e che sfruttano male, potremmo anche volergli un po' bene, a questi uomini del '900 che "hanno fatto la Repubblica", le migliori menti della loro generazione! Ma la tenerezza non porta a nulla, meglio dire le cose come stanno e redarguirli, come si fa ancora in alcuni solidi Ginnasi del nostro povero stivale, con chi non ha studiato la lezione o ne conosce solo alcune parti. Confusamente. D.B.
Di Eugenio Scalfari
Intimisti rinsecchiti
A differenza degli Stati Uniti da noi mancano opere che senza essere ideologiche siano civilmente impegnate
da L'Espresso 8 dicembre 2005
Vorrei ritornare, a distanza di qualche tempo, su un tema che mi appassiona ed ha appassionato anche i nostri lettori e il tema è questo: perché gli autori italiani disdegnano o non sono attratti da opere culturali impegnate a confrontarsi con le realtà sociali in mezzo alle quali viviamo. Opere teatrali, cinematografiche, letterarie. Salvo pochissime eccezioni, il racconto che abbia come punto focale la società e ne descriva i problemi della convivenza, i rapporti interindividuali e dell'individuo con la comunità cui appartiene, viene schivato a vantaggio di una sorta di intimismo avulso dal contesto. Ne deriva una cultura evasiva, minimalistica, la cui principale preoccupazione sembra quella di evitare il rischio di contaminarsi con una qualsiasi ideologia, rischio sempre probabile e giustamente considerato nefasto per un'opera d'arte che sia formativa del gusto e del costume.
L'obiettivo di queste due 'poetiche' è dunque identico, ma i mezzi sono diversi e anzi opposti: l'impegno enfatico o il minimalismo. Talvolta praticati entrambi dallo stesso autore e ne cito uno per tutti, Claudio Magris, che alterna con eguale bravura operazioni minimalistiche e intimiste con altre di più ampio respiro. Ma nella quasi totalità dei casi è piuttosto il primo indirizzo a prevalere sul secondo. Quando poi è il secondo che prevale, la ricaduta ideologica fa valere i suoi diritti, deturpando i testi irrimediabilmente e travolgendoli verso il fallimento artistico.
Questa condizione di impotenza creativa ha caratterizzato gli ultimi trent'anni della cultura italiana nel cinema, nel teatro e nella letteratura narrativa. Non solo italiana ma anche di una parte notevole della cultura europea, ad eccezione forse del cinema inglese e di alcuni testi ispanici, mentre si è dimostrata robustamente presente nella cultura nord-americana. Lì infatti gli autori dimostrano di essere in grado di raccontare storie, sia con immagini sia con parola scritta, nelle quali le vicende individuali riescono ad esprimere contenuti simbolici del vissuto collettivo lasciando ai lettori-spettatori la libertà di cavarne un senso o nessuno. Questa profonda diversità tra la cultura anglo-americana e quella europea è stata recentemente riproposta da alcuni casi. Citerò per primo il lavoro teatrale di Peter Brook che ha messo in scena la lettura delle pagine dostoevskiane del 'Grande Inquisitore' tratte dai 'Fratelli Karamazov'. Si tratta di un testo celebre del quale mai prima d'ora si era tentata una versione teatrale, con mezzi estremamente sobri eppure di grande potenza scenica. L'attualità di quelle pagine scritte un secolo e mezzo fa è evidente e Brook riesce a renderla palese con strumenti teatrali minimi che propagano tuttavia nel pubblico una sorta di ipnosi partecipata. Credo, conoscendo una parte dei testi e della loro insolita messa in scena, che un altro esempio di spettacolo 'epocale' nel senso della sua stretta pertinenza all'attualità, ci verrà offerto tra poche settimane a Torino da Luca Ronconi con il suo 'pentagono': cinque soggetti diversi tenuti insieme da un tema unificante che potrebbe definirsi 'le contraddizioni della modernità'. I testi ruotano intorno alla tragedia di 'Troilo e Cressida' e si aprono su altre problematiche che coinvolgono il nostro moderno vissuto. Tra di esse il confronto tra l'ideologia comunista e quella democratica che ha come punto di partenza un libro-dialogo scritto da un terzetto d'eccezione (Miriam Mafai, Vittorio Foa, Alfredo Reichlin). E una sceneggiatura quanto mai agile e attuale di Giorgio Ruffolo sulle contraddizioni dell'economia politica.
Ronconi è riuscito in un'impresa che sembrava disperata: padroneggiare materiali così diversi dando a ciascuno di loro un'unità scenica che credo impressionerà molto il pubblico. Segnalo infine due film da poco apparsi nelle sale italiane. Quello di George Clooney, in questo caso non solo attore (non protagonista) ma anche produttore e regista sulla caduta dell''inquisitore' McCarthy e del maccartismo ad opera di un giornalista televisivo. E l'altro ancor più recente che porta il titolo 'Crash. Contatto fisico' del regista Paul Higgins e che si aggancia ad un'altra pellicola di poco precedente 'Million Dollar Baby' (protagonista e regista Clint Eastwood). Il tema di 'Crash' è il racconto di quanto avviene nelle periferie di Los Angeles, più vicine all'inferno che ad una città moderna. Ma forse sono proprio le città moderne ad essere sempre più vicine all'inferno.
Non è una questione di mezzi finanziari di sponibili a frenare la creatività nel nostro paese, o almeno non soltanto. Il teatro di Peter Brook non costa quasi nulla. Quello di Ronconi un po' di più ma non per cifre iperboliche. Altro discorso per il film 'Crash' che probabilmente non sarebbe sostenibile da parte del (decaduto e povero) cinema italiano. Una domanda che qui mi pongo è questa: perché gli autori italiani (Ronconi fa eccezione perché è fuori dall'albo teatrale) non sono in grado di produrre opere non ideologiche ma civilmente impegnate, mentre altrove la cultura moderna è incamminata su questa strada? Perché non esistono nell'Europa degli ultimi trent'anni narratori come Roth, Bellow, DeLillo, Franzen, McEwan? Qual è la difficoltà, l'ostacolo, l'handicap o chiamatelo come volete, che ci anchilosa su vecchi modelli ripiegati su se stessi, intirizziti e rinsecchiti nella 'maniera' d'un intimismo minimalista di storie che non riescono ad assurgere a potenze simboliche e perciò formative? Carenza creativa? Società esangue e disfatta e quindi non rappresentabile? Vorrei ascoltare altre risposte prima di dire la mia.
Si veda anche l'intervento di Vincenzo Consolo qui: http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/07/vincenzo_consol.html
E qui: http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2005/07/consolo_la_capr.html
e anche qui:http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/07/e_in_crisi_la_n.html
Posted by Davide Bregola at 30.12.05 22:04