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30.11.05

Nuovi Argomenti #32 -reload-

PasoliniNuovi-argomenti.jpg

Il racconto tratto da Nuovi Argomenti numero 32 intitolato "IO SO"

Se le porte della percezione fossero ripulite tutte le cose sembrerebbero infinite
Di Davide Bregola

C’è una storia che si racconta alle cene con gli onorevoli del nostro parlamento. E’ una storia che per essere raccontata ha bisogno di una formula standardizzata e vuole che queste siano vicende di finzione, al cento per cento.
Sto leggendo un racconto di Antonio Pascale dal titolo “Io sarò Stato?” E’ uscito nell’antologia La qualità dell’aria. Ad un certo punto il suo impiegato statale dice: “E’ un processo postmoderno, la verità non esiste, conta solo l’intreccio e la composizione delle forze in vettore.”
Mi fa tornare alla mente un fatto di qualche anno fa.
Italia
Modena
Via De Romei
Ore 21.50 circa.
Ero a cena all’Osteria Pane&Vino con una ventina d’invitati e l’Onorevole Ernesto Pellegrino.
Ernesto Pellegrino aveva finito da qualche ora di parlare in pubblico del suo nuovo libro Segreti di stato.
Avevo presentato l’incontro in Sala Estense. Pellegrino era il responsabile della Commissione stragi del governo in carica di Massimo D’Alema.
L’incontro era stato un fiasco. Ad ascoltarlo c’erano state solo sedici persone, mancava il sindaco. Presente solo un assessore defilato, vicino alla porta d’ingresso, pronto per uscire. Sarebbe ricomparso durante la cena.
A cena c’era anche il titolare dell’agenzia Inaudito. Il libro era della casa editrice in questione e ne avevamo fatti arrivare cinque scatoloni pieni per venderli durante la presentazione pubblica. Ne avevamo venduti otto. Il titolare era arrabbiatissimo.
Prima che l’onorevole arrivasse la polizia era fuori ad aspettarlo e seguiva i suoi spostamenti con le radio trasmittenti e i cellulari collegati ad altri militari che lo stavano accompagnando a Modena. Da Roma sarebbe arrivato in aereo a Bologna. Dall’aeroporto l’avrebbero scortato fino al luogo dell’incontro. Un poliziotto aveva detto che l’onorevole era in ritardo di un’ora.
Prima di vedere l’auto su cui c’era Pellegrino sentimmo cinque minuti di sirene spiegate. Sirene il cui suono sembrava sempre più vicino. Arrivò la prima macchina della polizia, una seconda, una terza. Spensero il suono ma lasciarono le sirene a lampeggiare. Scesero due poliziotti in borghese. Parlavano al telefono. Arrivò dopo cinque minuti l’auto blu su cui c’era l’onorevole con altri tre uomini.
Scesero, si guardarono attorno e lo fecero scendere. Uscì che era tutto uno scatto, volle dirigersi subito all’interno della sala dove si sarebbe tenuta la presentazione. Alcuni poliziotti rimasero fuori dal teatro. Altri entrarono. Le due guardie del corpo sempre appresso.
Il titolare dell’agenzia mi guardò con la fronte corrugata. Io e lui assistevamo a questi movimenti che avevano la parvenza di essere un rito consolidato. Ognuno sapeva come muoversi, cosa fare, dove guardare.
Rilassò la fronte e mi disse Ma quanto ci costano questi!
Proprio così. Disse solo Quanto ci costano questi!
Al che risposi E’ la democrazia che costa. Ma non ero troppo convinto di quello che avevo risposto. Questa frase l’avevo sentita dire tante volte e metteva tutti a tacere. Sembrava la formula magica per ingoiare tutto: E’ la democrazia che costa.
Dopo l’incontro un poliziotto in borghese chiese all’onorevole: Prendiamo le auto?
No, andiamo a piedi.
Per scaricare tutto il racconto in formato PDF clicca qui


Posted by Davide Bregola at 22:13 | Comments (4)

29.11.05

Il romanzo del ventunesimo secolo #6

GRAZIA VERASANI, promotrice di QUOTE ROSA (Per saperne di più clicca qui: http://www.fernandel.it/op_prima_fr.htm) interviene nel dibattito iniziato con questa lettera.
Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano cliccando qui:http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html

Di Grazia Verasani

C’è una varietà narrativa che, per fortuna, permette al lettore di scegliere. La varietà è, a mio parere, direttamente proporzionale alla libertà; anche se non sempre le proposte letterarie sono interessanti o destinate a lasciare una traccia. Ma non sta a noi giudicare… Mi dispiace moltissimo che certi bei libri non godano dell’attenzione che meriterebbero, perché bloccati dalle problematiche “eroiche” della piccola editoria che, rispettando il libro senza trattarlo come un mero oggetto di consumo, non ha però il denaro necessario per promuoverlo. Spesso, per trovare un bel libro, dobbiamo chinarci sull’ultimo scaffale di una libreria, perdere ore a scartabellare, a scavare, alla ricerca di un autore che un sotterraneo passaparola ci ha consigliato, soprattutto quando mancano commessi disponibili. I best sellers luccicano davanti ai nostri occhi come balocchi fortunati, imposti agli sguardi di passaggio, ammiccanti come i Ferrero Roché della pubblicità. Anche lì si possono trovare buoni libri, ma certo non fa piacere che la critica si occupi di recensire solo la grande editoria, ignorando il più delle volte ciò che accade altrove.
Capitalismo mediatico, dittatura della visibilità, condizionano tutti, autori e critici. L’autoreferenzialità di molti scrittori, la loro caccia forsennata al pubblico consenso non è da meno di molto snobismo giornalistico, della supponenza di alcuni critici devoti all’inciucio, al favore fatto all’amico di turno, al nepotismo allargato, dove manca la passione di un’informazione disinteressata, oltre al fatto che molto spesso c’è chi stronca libri avendoli solo sfogliati o gettati nel cestino del pregiudizio.
Abuso di potere. Non trovo altre parole per definire la gratuità di certi colpi bassi o la cinica indifferenza con cui autori meritevoli vengono ignorati perché è più urgente incensare l’amico di merenda o sottomettersi a qualche ordine superiore.
Senza essere ingenui, ma non dimenticando che una come Simone Weil si lasciò morire per l’impotenza di combattere contro l’impurità a cui siamo sottoposti in tutti gli apparati lavorativi, penso che sia sempre più difficile estrapolare dal giornalismo da strapazzo e da una critica boriosa qualcuno che faccia seriamente e onestamente il proprio lavoro. Il fatto che le redazioni dei giornali straripino di buste piene di libri non giustifica una mancata o superficiale lettura di quei libri. Certo non si può leggere tutto, ma una selezione attenta e non calcolata sarebbe ben accolta. Un libro ha poca vita, del resto, e se non se ne parla subito finirà ben presto nel dimenticatoio: i lettori non sapranno mai che esiste, che magari è pure bello. C’è da dire che il lettore, spesso, non si fa condizionare dalla critica. Ed è la ragione per cui Moccia o Melissa P. stravendono alla faccia delle stroncature. A volte, per assurdo, questi autori “leggeri” mi scatenano più simpatia dei cosiddetti autori “colti” che vanno in tv a sproloquiare sulla loro nobile letteratura bianca, mostrando un’insopportabile superbia e senza rendersi conto che, a leggerli, sono affettati, autocompiaciuti e tediosi. Spesso sono gli stessi che disprezzano il genere poliziesco. Be’, io penso che ci siano molti libri gialli scritti bene, che non hanno niente da invidiare alla narrativa “pura” e che in più hanno il pregio di essere “costretti dal genere” a raccontare una storia, a basarsi su un solido intreccio narrativo e sull’osservazione della realtà. A differenza di quei libri bianchi che girano intorno all’ego dell’autore, raccontando solo la “sua” storia, senza offrire alcuna visione del mondo che li circonda, anzi: se loro sono in un punto, il mondo è quasi sempre al lato opposto del loro raggio d’azione. Alcuni ostentano uno stile e un linguaggio elaborato: un gonfiore narcisistico da vocabolario, la fredda ricerca della parola inusuale, del periodo contorto, della criptica metafisica del colpo di genio. Insomma, a ogni frase senti l’autore che ti soffia nell’orecchio: “Guarda come sono bravo”… Ecco, sono quasi sempre questi a vincere dei premi e a essere definiti dai critici “I migliori scrittori italiani”. Un’autocelebrazione vicendevole, da setta massonica, da “casi letterari” strombazzati, di cui un pubblico pecorone alimenta il circolo vizioso.
Per quanto riguarda il romanzo, oggi… Ripeto: un buon libro deve avere a mio parere in ogni pagina, in ogni frase la didascalia della necessità profonda che aveva l’autore di scriverlo.

L'anno di Grazia è il 1963. La città è Bologna. A venti anni si diploma all'Accademia d'arte drammatica e inizia a lavorare in ambito teatrale.
Nei suoi movimenti attraverso i teatri stabili incontra Tonino Guerra che la indirizza verso una nuova direzione: la scrittura. Autorevolmente spronata e grazie all'intervento di Roberto Roversi, pubblica i suoi primi racconti. Seguiti da quelli pubblicati dal Manifesto, a cura di Gianni Celati, nella rubrica Narratori delle riserve. Nel frattempo percorre altri sentieri: speaker, doppiatrice, corista per Gang, Elio e le storie tese e altri gruppi. Nel '95 vince il premio Città di Recanati con il brano Devi morire e nel '96 pubblica il suo primo cd Nata mai (Musicultura Bmg). Nel '97 si esibisce con il suo gruppo come supporter dei Jethro Tull nel tour italiano. Ma non dimentica la scrittura, ha infatti pubblicato due romanzi L'amore è un bar sempre aperto (1999) e Fuck me, mon amour (2001), oltre a una raccolta di trenta racconti, Tracce del tuo passaggio (2002). Tutti per Fernandel. Ultimi in ordine di tempo: From Medea (2004); Quo vadis Baby (2004) dal quale Gabriele Salvatores ha tratto l'omonimo film. Per saperne di più il sito è www.graziaverasani.it


Posted by Davide Bregola at 22:31 | Comments (3)

28.11.05

NUOVI ARGOMENTI

Su NUOVI ARGOMENTI che uscirà il 29 novembre il mio racconto "Se le porte della percezione fossero pulite tutte le cose sembrerebbero finite".
LEGGI ANCHE QUI: http://vertigine.clarence.com/PasoliniNuovi-argomenti.jpg

“Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore…” Con queste parole sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974, Pier Paolo Pasolini rivendicò l’importanza capitale di uno scrittore, la potenza che ha la letteratura di raccontare quello che i giornali, le inchieste giudiziarie, gli immediati processi storici non possono fare.

Dopo trent’anni la sua rivista non dedica requiem e commemorazioni, ma qualcosa di diverso. Una sezione di giovani autori chiamata IO SO.

Roberto Saviano, Helena Janeczeck, Alessandro Leogrande, Marco di Porto, Osvaldo Capraro, Davide Bregola e Babsi Jones affrontano 7 diversi problemi con piglio “corsaro”: i nuovi avventurieri dell’economia italiana, il multiculturalismo ai tempi del terrorismo, la criminalità organizzata e l’uso dei minori, l’antisemitismo di sinistra, la pedofilia nella Chiesa cattolica, lo stragismo vent’anni dopo, la percezione della guerra nei Balcani…

Nuovi Argomenti propone anche I nitidi “trulli” di Alberobello di Pier Paolo Pasolini,un articolo mai apparso in volume e individuato nel fondo del Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux.

Il numero è completato da pezzi di Alessandro Piperno, Leonardo Colombati, Lorenzo Pavolini, Massimo Onofri, Flavio Santi.

Posted by Davide Bregola at 11:12 | Comments (3)

Il romanzo del ventunesimo secolo #5

(...)Quanto al discorso sulla Restaurazione, è qualcosa di molto simile a ciò che Heidegger era per Cioran: «une escroquerie verbale». Si spaccia per critica letteraria una sociologia della letteratura, per di più condotta non con gli strumenti della sociologia, ma con quelli della filosofia. E siccome ci si aspetta un uditorio di letterati che si presume ignaro di filosofia, si crede di poter gabellare per originalissimi concetti dei filosofemi triti, spesso leggiucchiati senza riflessione o citati a sproposito: Adorno e Anders scambiati per una scatola di Baci Perugina da scartocciare per leggere ad alta voce le frasi sui bigliettini, ad esempio. Così testi che spesso non sembrano neanche essere stati letti, vengono demoliti senza uno straccio di analisi testuale da chi è convinto che a sentire parole nuove e insolite i bambini fanno «Oh!». (...)

GIROLAMO DE MICHELE INTERVIENE NEL didattito iniziato con questa lettera.
Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano cliccando qui:http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html

Di Girolamo De Michele

Caro Davide
Del romanzo italiano del nuovo secolo, mi chiedi. Esiste? Se per romanzo italiano del XXI secolo intendo la letteratura che si scrive e si legge (che si produce e si consuma) oggi, esiste, perché c'è del buon romanzo e della buona letteratura. Se invece intendi qualcosa di diverso dal "romanzo italiano del XX secolo", allora sono un po' in imbarazzo nel rispondere: perciò mi scuserai se la prendo lunga. Con tutte le cautele del caso, a me sembra che nel XX secolo ci sia stata dapprima l'onda lunga del romanzo ottocentesco: Pirandello e D'Annunzio, con loro portato (di alto livello) di vitalismo, bergsonismo, antipositivismo, ecc. Poi l'esperienza della guerra, della presa di coscienza della dittatura, la tragedia dell'Italia rasa al suolo e la ricostruzione hanno fornito, prima ancora che alle trame, materiali inediti alle coscienze. Il romanzo italiano del secondo dopoguerra (ma anche il cinema, e ovviamente le arti figurative: pensa ai sacchi bruciati di Burri) scaturisce da un interrogativo che è prima di tutto etico: come si fa raccontare questa storia, a comunicare queste esperienze? Poi, ovviamente, come in ogni rivoluzione il nuovo cerca, o crea, degli antecedenti: rimane il fatto che, per filiazioni, le esperienze letterarie del secondo Novecento, nella loro pluralità, scaturiscono da quella frattura delle coscienze. Oggi, invece, mi sembra siamo ancora dentro l'onda lunga di un lungo XX secolo (il che coincide con quel che penso sul Novecento dl punto di vista della storiografia). Non mi sembra di vedere una cesura sistematica, credo che certi modelli del secondo Novecento (Calvino, Pasolini, Gadda, Sciascia) siano ancora fermenti vivi (volendo divertirci potremmo usarli come canoni, un po' come Anceschi usava Pascoli e D'Annunzio: ma io non ho voglia di farlo). Ciò che è cambiato è, mi sembra, il modo di essere scrittore. Certe intuizioni di Pasolini e Calvino hanno trovato strumenti reali per concretizzarsi. Lo scrittore oggi usa il computer per produrre (ancora Il nome della rosa era scritto a macchina), la rete per le ricerche, l'e-mail e i blog per collegarsi alla comunità dei lettori, a quella degli autori, e a mille altre comunità reali o virtuali. La trasmissione delle informazioni, ma anche la percezione degli stimoli sensoriali (dunque i percetti, cioè ciò che rimane quando la percezione è svanita) hanno rapidità e intensità diverse. Insomma, più che il romanzo è cambiato il romanziere. E il romanzo? Il romanzo sta cambiando, ma per micro-fratture, per un continuo ma non sempre percettibile smottamento dei suoli. Credo che tra qualche anno avremo un oggetto letterario che, per la sua distanza da quelli degli anni Ottanta del secolo scorso, potremo chiamare "romanzo italiano del XXI secolo", e sulla base del quale stabiliremo a posteriori le ascendenze e i precursori. Mi piacerebbe poter dire sin da ora che in quel momento Romanzo criminale ci sembrerà ancor più importante di quanto non sembri oggi: un romanzo che ha creato un prima e un poi. Perché ciò accada dovrebbe però darsi (è quel che spero, ed è quel che cerco, nel mio piccolo, di fare) un romanzo che abbia certe caratteristiche. In primo luogo, che pratichi l'arte del sospetto, che insegni a sospettare del fatti, del mondo come totalità dei fatti, ma anche delle coscienze e delle anime. Non solo Lucarelli, ma anche Ammanniti, anzi, molto più Ammanniti (e non per demerito di Lucarelli), ed anche la Simona Vinci di Come prima delle madri, per capirci: dei noir, o dei western, dell'anima, per usare una bella definizione di Angelo Guglielmi (che però di questa definizione non sa che farsene) riferita a un certo cinema italiano (da Calopresti ad Ozpetek, evitando Muccino e Veronesi). In secondo luogo, dopo aver insegnato a sospettare dei rassicuranti oggetti del quotidiano (come Carver e i suoi continuatori), il romanzo italiano del XXI secolo dovrà essere in grado di costruire un nuovo oggetto, una nuova realtà (in questo oggi i Wu Ming, in versione solista o Art Ensamble sono maestri). Per questo sarà necessario un lavoro molto duro: forzare la ricerca linguistica, ma al tempo stesso calare il piombo fuso di questa fluidificazione nell'acqua gelida della trama. Ogni lingua romanzesca si adatta alla storia che racconta, ma anche ogni storia scaturisce da una lingua. Quale sia il punto di equilibrio non lo possiamo sapere: ma certi prodotti, dal già citato Romanzo criminale al Camilleri più gaddiano, indicano comunque una direzione. Faccio una digressione che mi sta molto a cuore, e che in fondo è in argomento. Il genere noir, per la sua intrinseca capacità di situarsi dal punto di vista degli sconfitti (di chi ha perso lo scontro di classe, magari senza saperlo), è stata un'arma potente in questi anni per la critica dell'esistente (altro che "realismo thrilleristico"), e non solo in Italia (Izzo, Daeninckx, Elroy). Però il "genere" non è riuscito a darci un romanzo su Genova, anche se in tanti ci hanno provato (Tassinari, Carlotto, Camilleri, Vallorani): evidentemente questa forma non è in grado di attagliarsi a quel contenuto. Un romanzo su Genova andrà scritto, ma bisognerà trovare una lingua diversa (alla Tondelli? alla Lotto 49? non lo so, ma vorrei saperlo).
In terzo luogo, dovrà lavorare sulla potenza dell'immagine e sull'immaginario dinamico: è inutile negare che i cinema ci ha colonizzato l'inconscio, che la nostra memoria, soprattutto onirica, è filmica. Io credo che, da un certo punto in poi (direi dal Faulkner di Luce d'agosto) il romanzo ha interiorizzato una latente struttura filmica: si tratta di rendere esplicito questo legame,
Ancora: il nuovo romanzo dovrà usare i generi come il cinema dei grandi autori fa con i generi cinematografici: come uno smisurato magazzino di archetipi da fondere e rifondere, fingere di seguirne le regole per infrangerle a ragion veduta: per dirla con Benjamin, «un'opera significativa – o fonda il genere oppure lo liquida; nelle opere perfette le due cose si fondono».
Infine (ma forse è la cosa più importante): il nuovo romanzo dovrà scrivere anche per i bambini. Harry Potter ha smentito tutti gli apocalittici che si stracciavano le vesti sui bambini che non leggono più (infatti eccoli lì a dire che invece sono "i ggiovani" che non leggono più), mentre invece i nostri figli leggono, eccome, e non solo la benemerita Rowling. Scrivere per i bambini è un investimento per il futuro, mi ha detto una volta Wu Ming 5 (e non si parlava di vendite e diritti d'autore): il pubblico dei lettori c'è, ed è agguerrito.
In ogni caso il romanzo italiano che viene scritto e letto oggi non ha a che fare con una pretesa fine, ma con un nuovo inizio. E se sconfitta c'è, è quella di chi, contraddetto il proprio sedimentato e rassicurante pensiero dai fatti, esclama come Hegel: tanto peggio per i fatti!
Quanto al discorso sulla Restaurazione, è qualcosa di molto simile a ciò che Heidegger era per Cioran: «une escroquerie verbale». Si spaccia per critica letteraria una sociologia della letteratura, per di più condotta non con gli strumenti della sociologia, ma con quelli della filosofia. E siccome ci si aspetta un uditorio di letterati che si presume ignaro di filosofia, si crede di poter gabellare per originalissimi concetti dei filosofemi triti, spesso leggiucchiati senza riflessione o citati a sproposito: Adorno e Anders scambiati per una scatola di Baci Perugina da scartocciare per leggere ad alta voce le frasi sui bigliettini, ad esempio. Così testi che spesso non sembrano neanche essere stati letti, vengono demoliti senza uno straccio di analisi testuale da chi è convinto che a sentire parole nuove e insolite i bambini fanno «Oh!». Quindi permettimi di non esprimermi sui "contenuti" di questi critici, perché dovrei andare in cantina a cercare lo scatolone degli pseudo-concetti crociani (che invece qualcuno di questi ha bene in vista sullo scrittoio, e si vede).

Girolamo De Michele, nato a Taranto, vive a Ferrara e campa insegnando nei licei, dopo essersi flessibilizzato attraverso i più svariati mestieri: bidello, attacchino, pony-express, barmann, gestore di discoteca, giornalista, traduttore...
Collabora con la cattedra di Antropologia Filosofica a Bologna e svolge corsi di logica e storia italiana contemporanea per matricole di Giurisprudenza a Ferrara. Prima di "affermarsi" come "giovane" autore "esordiente" ha scritto e pubblicato diverse opere di di storia, filosofia e storia delle idee, tra cui Felicità e storia. Collabora con il sito www.reti-invisibili.net e si diletta di cucina, per la gioia degli occhi e del palato della sua paziente compagna. Si onora di aver stretto la mano ai Residents, Cioran, Hofstadter, Ricoeur, Elie Wiesel e Heidi Giuliani, e di non averla stretta a Kurt Cobain e a Luciano Violante.

narrativa:
tre uomini paradossali, stile libero Einaudi, 2004
scirocco, stile libero Einaudi, 2005

saggistica:

gilles deleuze, una piccola officina di concetti, "discipline filosofiche"
n. 1, 1998 (numero monografico a cura di g. de michele)
tiri mancini. walter benjamin e la critica italiana, mimesis, 2000
felicità e storia, quodlibet, 2001
storia della bellezza (a cura di u. eco), bompiani, 2004 (testi u. eco e g.
de michele)

Posted by Davide Bregola at 09:14 | Comments (2)

23.11.05

Il romanzo del ventunesimo secolo #4

Massimilano Parente contribuisce al didattito iniziato con questa lettera.
Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano cliccando qui:http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html

Di Massimiliano Parente
Impossibile per me definire l'essenza del romanzo del XXI secolo, anche perché non credo che ve ne sia una specifica. Per me esistono le opere che hanno cambiato la letteratura e continuano a farlo (tanto presenti quanto passate, per cui non credo neppure ai classici, i grandi romanzi sono tutti sincronici, seppur progressivi: tengono conto di ogni estetica importante, la includono, e la spostano in una direzione propria, imprevedibile) e poi, come contorno, tutto il resto dell'inutilità a buon mercato, ossia i prodotti autoriali più o meno ben fatti, entertainment narrativo,che non sono opere d'arte. L'opera d'arte, in sé, non è prevedibile, pertanto non è neppure definibile a priori ma solo a posteriori, e racchiude sempre in se stessa una teoria della letteratura. La non letteratura, inclusi i "casi" di cui mi parli, è invece prevedibile perché nasce già prevista, perché iscritta nell'orizzonte d'attesa che non solo la prevede ma la determina, la genera. Il romanzo non fa mai a meno del romanzo, ossia della storia del romanzo fino a oggi, e però lo include e la supera, si determina di volta in volta come genere a sé. Essendo la mia un'idea estetica, implica un'idea forte di forma, dove la scrittura nasce da ossessioni irriducibili al conformismo dominante ("conformismo" è appunto tutto ciò che ha la stessa forma). Quando dico forma non parlo ovviamente di formalismo, predominando in Italia questo rischio terminologico determinato dal piccolo giochino dialettico messo in campo dalla diatriba tra neoavanguardie, sperimentalismo e realismo narrativo. Uno scrittore, oggi, deve produrre opere in cui vi sia assoluta coscienza delle parole, in cui le parole stesse siano un problema, un diaframma trovato e lacerato. E vadano a creare un'estetica forte, perché uno scrittore attraversa il linguaggio, sovverte il mondo a partire da lì determinandone e svelandone uno proprio, irriducibile, più importante della realtà stessa. Vedo invece, in Italia, tranne rari casi (ma in giusta proporzione, come sempre, rispetto ai carrieristi narrativi) molto conformismo editoriale, sia da parte degli editor che fanno il loro mestiere sia da parte degli scrittori che fanno, appunto, un mestiere, dimostrando così di non essere degli scrittori ma solo dei timbratori di cartellini editoriali. Per cui, puntuando la maggior parte all'effimero, alle storielle intimistico-politico-generazionali, è diventato anche estremamente facile indovinare chi resterà e chi no. Sono balle pure quando si parla di romanzo "massimalista" (lo dico perché la cosa mi ha riguardato), perché era massimalista Laclos? E Sade? E Doestoevkij? E Proust? E Musil? E Faulkner? E Hermann Broch? E Jaime Saenz? E Manzoni, con le sue tre riscritture, e i suoi riasciacquamenti in Arno al fine di trovare la parola giusta, parola per parola? In realtà già il fatto che si sia sentita la necessità di usare questo termine per definire alcune opere che semplicemente avevano una forte estetica del romanzo e della complessità è sintomatico di come il profilo generale sia basso. Ma l'ansia di etichettamento di critica e lettori ha sempre smentito i pronostici e rivelato la cecità della critica. Mentre si etichettavano gli Scapigliati quasi nessuno si accorse di Federico De Roberto. Di tutti i Surrealisti l'idea che cambiò l'arte contemporanea arrivò da un signore chiamato Marcel Duchamp, surrealista marginale, e da un'idea chiamata readymade. Si parlò, alla fine degli anni Ottanta, anche di postminimalisti. Alla fine, sostanzialmente, di tutto quel gruppo è rimasto Bret Easton Ellis, perché non ha scritto opere occasionali, generazionali, ma si è confrontato con i grandi temi dell'uomo e della letteratura, e dandosi, tra l'altro, un'estetica propria che regge ancora oggi proprio perché potente, universale, tradizionale e avanguardistica come è sempre la grande letteratura. Per cui per me è impossibile rispondere su cosa sia o debba essere il romanzo del XXI secolo (e tra l'altro questa frenesia di classificazione nel dibattito culturale del secondo Novecento, al di là delle poetiche, è sempre venuta da comunisti, fascisti o cattolici, attraverso idee normative di ciò che doveva essere ciò che è per sua natura imprevedibile). Sono, di fatto, i romanzi che ci sorprenderanno, che ci stanno sorprendendo, di coloro capaci di andare al di là del prevedibile e mostrarci l'inatteso. Infinite Jest o Canti del Caos, La Delfina Bizantina o La Macchia Umana, Harmonia Caelestis o American Pshyco e tutti i romanzi che hanno sfondato un confine prendendo però, dentro di sé, tutti i confini precedenti.

Massimiliano Parente è nato a Grosseto nel 1970. Ha pubblicato i romanzi Incantata o no che fosse (ES, 1998), Mamma (Castelvecchi, 2000), Canto della caduta (ES, 2003). Mamma, estrema storia di incesto tra una madre e suo figlio, è stato oggetto di violenti attacchi diventando subito un caso editoriale e culturale: nell'aprile del 2003 Vittorio Sgarbi, Giordano Bruno Guerri, Giampiero Mughini hanno tenuto una conferenza stampa per difendere il libro dalla censura. Ha collaborato con "Il Foglio" e "il Giornale". Scrive regolarmente sul settimanale di cultura "Il Domenicale". Del 2005 è La macinatrice (Pequod). Vive a Roma.

Posted by Davide Bregola at 16:46 | Comments (0)

21.11.05

Il romanzo del ventunesimo secolo #3

E' la volta di Giuseppe Caliceti. Terzo intervento creato grazie ai contributi che mi sono arrivati e che mi arriveranno su dbregola@libero.it.
Tutto è partito con la "Lettera aperta a scrittori, critici e lettori" il cui testo è qui: http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments.
Attenzione nei commenti: non si è mai parlato di Grande Romanzo Italiano, ma semplicemente di "romanzo italiano". L'aggettivo GRANDE l'ho usato solo nei miei interventi pamphlet che sono in qualche modo riconducibili a un progetto comune, ma che hanno un'autonomia rispetto agli scritti proposti in questa rubrica chiamata ROMANZO XXI SECOLO. (D.B.)

Di Giuseppe Caliceti

Il romanzo è una macchina. Dentro al romanzo c'è un motore narrativo. Se non ci fosse questo motore non sarebbe una macchina, un romanzo. Io ho amato molto le macchine di Milan Kundera, per esempio. Le ruote, il volante, i sedili anteriori e posteriori. Il romanzo viaggia nel nostro tempo. Il romanzo è un'automobile che attraversa il nostro tempo. In parte lo cattura, in parte no. Ma cosa importa? Un buon romanzo subisce numerosi collaudi. Senza un motore narrativo non c'è un romanzo. Forse ci può essere una storia? Forse sì, forse no. Certo il romanzo, la macchina del romanzo, è fatta apposta per portare in giro la storia. Il romanzo fa fare questo giro di storia al lettore. E' una strada in parte segnata, in parte no. Certo si possono leggere storie anche senza motore narrativo, storie che non hanno altro tipo di motore: voglio dire, a volte si lasciano leggere anche quelle. Ma in forma di romanzo le storie si lasciano leggere meglio. I lettori si lasciano meglio portare in giro. Anche le storie, sembrerebbe. Porsi domande sul romanzo del nuovissimo millennio appena iniziato è una roba per me un po' megalomane, lo confesso. Comunque qualcosa di certo è cambiato. Qualcosa cambia sempre. Qualcosa cambierà Come deve essere? Come sarà? Come dovrebbe essere? Chi lo sa? Certo le auto che si vedono passare in giro oggi sono diverse da quelle di tempo fa. Intanto sono più veloci. Alcune sono veri e propri fuoristrada. Anche i motori narrativi sono sempre più oliati. C'è più velocità di accelerazione. Eccetera. Ecco, così cambierà il romanzo in futuro: come cambiamo le automobili.

Giuseppe Caliceti vive a Reggio Emilia, dove lavora come insegnante elementare e organizzatore culturale. Il suo ultimo libro in ordine di tempo è "Il busto di Lenin" (Sironi Editore)

Posted by Davide Bregola at 20:43 | Comments (1)

20.11.05

Il romanzo del ventunesimo secolo #2

"...è un gioco fine a se stesso; ma non di così scarso interesse ;-) E poi, se devo essere sincero, capisco l'esigenza di Bregola, e la condivido. Di fronte agli Scarpa, di fronte ai Nove, di fronte allo yuppismo letterario, a questa ideologia della non-ideologia, del feroce disimpegno, Bregola si chiede: "Sì, ma noi, noi della nostra generazione, poi forse non siamo tutto questo concetrato di cinismo e ostentazione di superficialità, magari noi, della nostra generazione abbiamo ancora grandi aspirazioni, abbiamo ancora una qualche forma di idealismo - riveduta e corretta magari -, e vogliamo parlare di qualcosa di importante... O quantomeno, di che cosa vogliamo parlare noi della nostra generazione?". Parlare del Grande Romanzo del 21° Secolo, Pietro, significa desiderarlo, significa scommettere che ci possa ancora essere, giocare a questo gioco, invece, ha molta importanza. Io non credo che Tiziano Scarpa giocherebbe a questo gioco e sono sicuro che se Aldo Nove ci giocasse ci direbbe che Il Grande Romanzo del 21° Secolo sarebbe un Trattato in Dodici Libri sulla Porporina. A me questo serve? E' questo che voglio? Non so. No. Non più." (Marco Candida)

Secondo intervento pubblicato coi contributi che mi sono arrivati e che mi arriveranno su dbregola@libero.it. Tutto è partito con la "Lettera aperta a scrittori, critici e lettori" il cui testo è qui: http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments. E' la volta di Marco Candida, blogger tortonese che potete leggere anche qui.(D.B.)

Di Marco Candida

Si dice spesso (anzi: spesso ho sentito dire) che ogni scrittore vorrebbe scrivere o ha pensato di scrivere l’opera mondo per eccellenza e cioè la Bibbia. Un’opera che ci dica tutto su tutto. Io, però, non credo che a uno scrittore interessi scrivere la Bibbia per cercare di ingoiare tutto quanto il mondo. Credo piuttosto che l’ambizione di uno scrittore – mi permetto di dire “la vera ambizione” – sia di riscrivere I Dieci Comandamenti. Ecco. Ecco che cosa vorrei che fosse il Grande Romanzo del 21° Secolo: la riscrittura dei Dieci Comandamenti, e a partire da questi Nuovi Comandamenti elaborare una nuova coordinazione di tutto l’esistente. Si dice spesso (anzi: spesso ho sentito dire) che il compito di chi scrive è nominare le cose; invece io penso che il compito – mi permetto di dire “il vero compito” – è di rinominarle, di cercare quel nome perduto o quel nome che non si è ancora trovato, di cercare di creare un linguaggio adamitico, o di creare le condizioni perché quel linguaggio adamitico possa esistere. E questo ha a che fare con i Dieci Comandamenti, con queste Dieci Regole delle Regole, con queste Dieci Logiche che si mettono in funzione e che creano la possibilità perché altre logiche, altre regole, altri linguaggi possano esistere. Allora per far questo forse il Grande Romanzo del 21° Secolo non dovrà parlare di una cosa, ma quanto più astratto sarà, tanto più sarà grande. Il Grande Romanzo del 21° Secolo piacerebbe scriverlo anche a me. Questo significa soprattutto che anch’io, qualche volta, prima di scivolare nel sonno, fantastico su come potrebbe essere. Mi immagino, ad esempio, che trama potrebbe avere. Immagino schemi su schemi che si sovrappongono cascando dall’alto in forma di figure geometriche fatte di segmentini fluorescenti (nella mia immagine di colore blu elettrico o rosa bubble gum come le spade laser di Guerre Stellari) e che sovrapponendosi creano nuove figure non più geometriche ma intricatissime. Cosa verrebbe fuori, ad esempio, se si incrociassero le rappresentazioni ad albero di tre trame? O di sette trame? O di nove trame? Sarebbe possibile farlo? Cosa verrebbe fuori in termini di rappresentazione grafica se si incrociassero le trame delle Affinità Elettive, dei Promessi Sposi e di Guerra e Pace? Linee su linee (fluorescenti; e blu elettrico o rosa bubble gum) segmentini su segmentini, split su split che si sovrapporrebbero esattamente o correrebbero perfettamente a filo o che si incrocerebbero a metà o a un quarto o a un terzo… Mi immagino, poi, quali personaggi potrebbe avere questo Grande Romanzo del 21° Secolo… Ci sarebbero, prima di tutto, dei personaggi, che funzionano da porte di passaggio verso un universo ancora inespresso? Oppure in questo romanzo i personaggi avrebbero la stessa consistenza di un suono – basterebbe solo il nome per fare tutto il personaggio, senza nessuna descrizione –, un suono che gira per il romanzo come la voce di uno spiritello come nei romanzi di Faulkner che è forse tra i più grandi raccontatori di storie di fantasmi e di spiriti della Letteratura? Oppure mi immagino, presuntuosamente, tipi umani che la letteratura non ha ancora mostrato, e alla fine, ogni volta, non riesco a farlo se non prendendo a prestito un pezzo di qua e uno di là di personaggi che la letteratura ci ha già mostrato. Che dire, ad esempio, di un incrocio tra Oblomov e Faust? O tra Zeno Cosini e Il Barone Rampante? O, perché no?, tra Freddy Krueger e Maria Teresa d’Avila? Quali mostruosità si potrebbero configurare giocando a questo gioco degli infiniti incroci? E forse non è proprio soltanto questo che è ancora possibile: pensare a mostruosità? Ma no, non devo pensare pensieri che mi possano scoraggiare – da qualche parte una perla tra le conchiglie è rimasta, deve esserci, altrimenti non scriverei o non desidererei così tanto farlo, se pensassi che così non è. Poi, mi dico, in fondo si può parlare dell’oblomovismo o del faustismo (ossia della Pigrizia e della Volontà) costruendo nuovi personaggi, dove azioni e pensieri soggiacciono dentro logiche completamente diverse. Forse quando si crea un personaggio bisogna concentrarsi sulle sue motivazioni, sulla sua “anima”; mentre quando si crea un mondo bisogna concentrarsi sulle parti esteriori di questo mondo. Voglio dire: nessuno ha mai scritto un libro che abbia come eroina un esperta di naming; ma se scrivo un libro dove il mio personaggio principale è un’esperta di naming, se sono bravo, posso illuminare una porzione di mondo che, in letteratura, è ancora rimasta nell’ombra (cioè il mondo delle esperte di naming; che vita fa un’esperta di naming? che cosa pensa prima di scivolare nel sonno un’esperta di namig?), e tuttavia non illuminare in nessun modo un nuovo tipo umano – per farlo ho bisogno di lavorare sulla sua logica interna… però come si fa ormai a estrarre dal lago una nuovo archetipo? Ecco che torna un pensiero di sconforto. E potrei andare avanti per almeno altre quaranta pagine soltanto a farmi domande sul Grande Romanzo del 21° Secolo. Come sarà, ad esempio, la lingua da inventarsi? Quel linguaggio tanto trasparente da sembrare allucinatorio come augurava Calvino? Oppure un linguaggio cianotico, multi-diversificato, ultra-esasperato come quella lingua impossibile, come un castello di fiamme senza ponti, spalmacchiata sulle pagine di Carmelo Bene? E poi perché ho portato l’esempio di questi due nomi? E perché ho portato l’esempio di tutti quegli altri nomi che ho fatto prima? L’ho fatto, mi rispondo, perché nel parlare in astratto del Grande Romanzo del 21° Secolo, io sto parlando, in particolare, di me e di come io lo vorrei, addirittura di come lo scriverei. Ecco, in fondo, che funzione ha un esempio: non solo di chiarire meglio, ma di segnalarci che tutto quel c’è in un discorso, non “c’è in un discorso”, ma lo sto dicendo io, io che lo scrivo o che lo pronuncio, e che per quanto mi sforzo di non farlo apparire così, questo qualcosa è arbitrario, proviene da me, da quel coagulo di suggestioni, immagini, idee, opinioni e via così che mi sono fatto attorno a un argomento, e tutto questo rispunta fuori, inevitabilmente, attraverso gli esempi. Infatti spesso a un esempio si ribatte: “Sì, ma perché fai questo esempio?”. E’ l’esempio il cuore pulsante di un discorso: l’esempio parla di me. Tutto ciò che sta attorno all’esempio è solo una gigantesca forma di accaparramento delle simpatie dell’interlocutore, di giustificazione razionale attorno a un punto irrazionale del discorso, solo arbitrario e viscerale. Allora tanto vale dire come lo scriverei io il Grande Romanzo del 21° Secolo o che idea ho io di questo romanzo.
Questo non vuol dire che il Grande Romanzo del 21° Secolo dovrà parlare di niente, tutt’altro. Dovrà affrontare, invece, i grandi temi, i più grandi, i più imbarazzanti. Dovrà essere discacciato da ogni tavolo di ogni Piccola Casa Editrice e grande casa editrice; dovrà essere sbeffeggiato e ridicolizzato; dovrà essere esorcizzato; soprattutto, ecco, io penso che il Grande Romanzo del 21° Secolo dovrà essere, di primo aspetto, un Grande Romanzo Provinciale. Non nel senso localistico, ma nel senso di “provincialismo”. Dovrà essere rigonfio delle ambizioni fuori misura che, molto spesso, un provinciale (o chi si comporta come un provinciale) ha. Allora, e qui divento radicale, poiché penso che l’Italia, essendo fatta principalmente di province e di piccoli centri (quante sono le cosiddette grandi città in Italia?), si possa considerare un Paese Provinciale, abitato da persone di provincia, penso che per questa ragione l’Italia sia al primo posto nel mondo come luogo adatto per partorire un’opera dalle ambizioni smisurate. Penso, anzi, che quest’opera proverrà dalla mente di qualche abitante nato e cresciuto in un piccolissimo centro, magari di seimila abitanti, magari di nome Sermide, o che addirittura di abitanti ne fa trecentocinquanta, e di nome fa Forotondo.
(Il suo intervento appena proposto è apparso anche qui e qui.


Marco Candida è nato nel 1978 a Tortona e ivi abita. Dopo il Liceo si iscrive alla Facoltà di Legge e intanto lavora in uno studio sulla sicurezza nelle aziende (626 e seguenti). Da anni è animatore e agitprop di blog e laboratori di scrittura. Ha partecipato, vincendo, ad alcuni concorsi di narrativa. Di lui ho sentito dire tutto il bene possibile e Mozzi l'ha definito "Una delle migliori menti della nazione". Presto ci riserverà sorprese editoriali inaudite!

PIETRO, UN LETTORE, SCRIVE:

A me sembra un gioco fine a se stesso. Poco interessante per chi legge e ancora meno interessante per chi scrive e fa della scrittura il fulcro della propria vita. Il Grande Romanzo del ventunesimo secolo arriverà, ma come spesso capita quando ci si pone domande più grandi della riposta, io credo che sarà una come una tegola sulla testa. Ti accorgi del colpo, imprechi contro il cielo, e solo dopo, con aria ebete, capisci la ridicolaggine di tutta la situazione. Voglio dire che il Grande Romanzo è qualcosa che nasce da zone insospettate, a partire da una pulsione tutta interna al narratore, al di fuori di ogni pianificazione e riflessione profonda e salottiera sul tema del romanzo. In questo senso sono d'accordo sulla questione del provincialismo di cui parla Marco, provincialismo inteso però, a mio avviso, soprattutto come invisibilità dai grandi circuiti letterari e mondani. Voglio dire che per parlare di Grande Romnanzo di questo secolo dobbiamo sapere quali sono stati i Grandi Romanzi del secolo che ci siamo lasciati alle spalle. Per me sono stati "Viaggio fino al termine della notte", "Il Processo", "Ferdydurke", "Il male oscuro", "Perturbamento". I primi che mi vengono in mente, romanzi che sono nati a partire sempre da una necessità e un'urgenza impellente di dare forma a qualcosa che, fino all'attimo precedente in cui è stata scritta la prima parola dell'Opera, appariva solo come una nebulosa spaventosa e indescrivibile.
Per me un Grande Romanzo dovrà essere profondamente inattuale nelle sue intenzioni tanto quanto sarà attuale secondo le opinioni dei critici del momento che lo leggeranno.
Capacità di disorientare, poi. Perché disorientare è un verbo che mi piacerebbe vedere abbinato sulla quarta di copertina del suddetto romanzo. Questo è quanto.

MARCO CANDIDA RISPONDE:

Caro Pietro, sono d'accordo: è un gioco fine a se stesso; ma non di così scarso interesse ;-) E poi, se devo essere sincero, capisco l'esigenza di Bregola, e la condivido. Di fronte agli Scarpa, di fronte ai Nove, di fronte allo yuppismo letterario, a questa ideologia della non-ideologia, del feroce disimpegno, Bregola si chiede: "Sì, ma noi, noi della nostra generazione, poi forse non siamo tutto questo concetrato di cinismo e ostentazione di superficialità, magari noi, della nostra generazione abbiamo ancora grandi aspirazioni, abbiamo ancora una qualche forma di idealismo - riveduta e corretta magari -, e vogliamo parlare di qualcosa di importante... O quantomeno, di che cosa vogliamo parlare noi della nostra generazione?". Parlare del Grande Romanzo del 21° Secolo, Pietro, significa desiderarlo, significa scommettere che ci possa ancora essere, giocare ha questo gioco, invece, ha molta importanza. Io non credo che Tiziano Scarpa giocherebbe a questo gioco e sono sicuro che se Aldo Nove ci giocasse ci direbbe che Il Grande Romanzo del 21° Secolo sarebbe un Trattato in Dodici Libri sulla Porporina. A me questo serve? E' questo che voglio? Non so. No. Non più.

Posted by Davide Bregola at 10:57 | Comments (4)

18.11.05

Il romanzo del ventunesimo secolo #1

Da ora inizio a pubblicare sul blog i contributi che mi sono arrivati e che mi arriveranno su dbregola@libero.it. Tutto è partito con la "Lettera aperta a scrittori, critici e lettori" il cui testo è qui: http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments. Apre con un suo contributo Gabriele Dadati, già letto in Vibrisse con una lettura sinottica il cui testo è leggibile cliccando QUI.(D.B.)

Gabriele Dadati

Ho, innanzitutto, l’impressione che il nuovo secolo, per quel che riguarda il romanzo, non cominci con il 2001, bensì con l’inizio degli anni ’80. Almeno qui in Italia. Dopodichè, per punti quello che penso. Uso l’indicativo per comodità, ma è chiaro che si tratta di mie opinioni, tutte introdotte da un “penso che”.
Uno: il romanzo del secolo che viene non appoggerà più le spalle su un sistema. Per sistema intendo una serie di contenuti culturali correlati tra loro e condivisi a livello sociale. In altri termini, forse, un’ideologia. Insomma la Divina commedia e i Promessi sposi poggiano su sistemi (sullo stesso sistema, a dire il vero, con cinque secoli di distanza però). Non mi sembra possa resistere la cosa, nemmeno se il sistema in questione è il marxismo o il fordismo o qualunque altro sistema moderno. L’unico che tiene, e neppure con certezza, è il relativismo;
due: abbiamo rinunciato al simbolismo, perché non c’è realtà organica sottesa. L’allegoria s’è svuotata, tra fine Ottocento e inizio Novecento. Nel romanzo che viene, le figure retoriche le mettiamo da parte pressoché del tutto;
tre: la fruizione odierna delle notizie, onnivora e compulsiva, procede tuttavia secondo la logica del frammento. Leggiamo, vediamo e ci interroghiamo per flash brevissimi, lampi di discorso. Scartabelliamo quotidiani e siti internet, facciamo i giocolieri tra mail e sms. Ora: il romanzo del secolo ineunte può strutturarsi secondo questa logica, e quindi procedere per lacerti testuali, oppure opporsi, proponendo una compagine testuale soda, compatta, ottocentesca (reazionaria?);
quattro: metterà in mostra conoscenze che lo scrittore possiede, specialmente scientifiche. E da quelle trarrà narrazione, dialoghi e personaggi. Ci si potrà scavare dentro;
cinque: probabilmente nascerà in prima battuta in seno alla piccola e media editoria. Se ne parlerà, per un momento ne parleremo tutti, una certa agguerrita classe intellettuale leggerà e discuterà contemporaneamente lo stesso romanzo. Tutti i giornali, dalla terza pagina, prenderanno posizione. Sarà un dialogo. Ma poi – in sei mesi al massimo – il libro sarà fisicamente esaurito. I grandi editori non faranno il tascabile, i piccoli non ce la faranno a fare una nuova tiratura. E gli intellettuali dell’anno dopo potranno solo citare per sentito dire, ma non più leggere;
sei: avrà più di 200 pagine, perché un minimo di spessore è richiesto (se non fosse, per impaginare almeno), ma meno di 450, perché – suvvia – non esageriamo, è faticoso e richiedere troppa fiducia. La grafica di copertina sarà accattivante ed enigmatica, il volume sarà morbido e flessuoso;
sette: spesso, il nuovo romanzo coinciderà col nuovo scrittore o con lo scrittore sconosciuto. Poi la scadenza ce lo farà buttar via.

Gabriele Dadati (Piacenza, 1982) è laureato in lettera a Pavia e continua a studiare. Collabora con la pagina della cultura di Libertà, il quotidiano di Piacenza, e ha pubblicato in riviste e antologie pubblicate da Stampa Alternativa, Fernandel, Addictions, Nuova Dimensione, Avvenire, Il Foglio, Libreria dell'Orso, Atelier. Nel febbraio 2006 uscirà da peQuod il libro di racconti "Sorvegliato dai fantasmi" e nel maggio per Tep l'antologia di narrativa piacentina del '900 curata assieme a Stefano Fugazza.

Posted by Davide Bregola at 10:21 | Comments (0)

13.11.05

LETTERA APERTA a scrittori, critici, lettori (con preghiera di risposta!)

di Davide Bregola
Posta.jpg

Ciao,
sto raccogliendo testimonianze d'autore su cosa è, cosa sarà, il Romanzo nel 21° secolo.
Non so ancora esattamente cosa me ne farò, ma so perché lo faccio: a mio avviso il romanzo italiano di questo inizio secolo ha dato prove di grande interesse, ma la percezione del suo valore che se ne ha attraverso il giornalismo culturale e la critica letteraria, sembra nulla o di poco conto.
Sono spesso in giro per l'Italia, e tra le persone che frequento: bibliotecari, universitari, insegnanti, educatori, animatori, alla domanda: "Quali sono gli autori italiani attuali che conosci o dei quali hai sentito parlare?" le risposte sono sempre imbarazzate e insicure.
Si è capito che attraverso gli uffici stampa delle case editrici uno, due casi eclatanti all'anno, siano la costante strategica che fa vendere un po' di copie, fa vincere premi, fa andare alla ribalta delle cronache "IL CASO" dell'anno. Ma è un bel gioco che potrebbe durare ancora per poco.
Mi interesserebbe sapere la tua idea di romanzo italiano nel nuovo secolo. Come deve essere? Come sarà? Come dovrebbe essere?
In questi ultimi mesi si parla di "Restaurazione" da parte di alcuni scrittori o critici, altri indicano il romanzo italiano come qualcosa che ha a che fare con la fine, la sconfitta.
Secondo te?
Ti chiedo di pensarci un po', e se vuoi mandami qualche riga, una cartella, gradirei esprimessi la tua "idea di romanzo".
Se questa proposta di "autocoscienza collettiva" non ti interessa o non ti va di condividerla, sei libero di fare come credi.
Questa lettera aperta è un tentativo di pensare e mettere per iscritto qualche idea sparsa e disordinata che mi sembra essere "nell'aria" da un po'. Si tratta di ordinarla, discuterne, fare incontri pubblici, articoli su riviste, iniziare un dibattito serio ma anche disinteressato, rigoroso ma libero da griglie codificate, serio ma senza volerlo a tutti i costi risolutivo.

Grazie
Davide Bregola
e-mail: dbregola@libero.it
(Se clicchi sull'indirizzo e-mail ti si apre Outlook Express e puoi scrivere direttamente nella mia casella di posta.)

Posted by Davide Bregola at 11:16 | Comments (21)

12.11.05

LAVORO E NARRATIVA

FRONTIERE DELLA NARRAZIONE
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Letture, incontri con scrittori, proiezioni, musica dal vivo
Carpi (Mo) - novembre 2005

Raccontare il lavoro
Lunedì 14 novembre - Videoteca comunale - Via San Rocco, 5 - ore 21.00
Proiezione del film
L’uomo flessibile di Stefano Consiglio, con Antonio Albanese, Italia, 2003, 50'
Sarà presente il regista Stefano Consiglio. Partecipa Valentina Montorsi responsabile provinciale del Nidil

Martedì 15 novembre - Biblioteca Sala di Filosofia - Palazzo dei Pio, Piazza Martiri - ore 21.00
Gli scrittori raccontano il lavoro.
Letture a cura degli autori Andrea Bajani, Francesco Dezio, Aldo Nove e Davide Bregola.

Posted by Davide Bregola at 11:40 | Comments (0)

09.11.05

La lunga intervista al Miserabile Scrittore, con tanto di introduzione, apparsa su STILOS (lo splendido bisettimanale letterario diretto da Gianni Bonina) a opera di Davide Bregola.

stilos_testata.jpg
"L'ANNO LUCE DI GENNA"
di DAVIDE BREGOLA
da STILOS
[particolari su Stilos, splendido bisettimanale letterario diretto da Gianni Bonina, a questa url]
8 novembre 2005

Il Mente è un dirigente della Komtel Italia, una società di telecomunicazioni. Gli vogliono fare le scarpe, per questo gli scorazzano contro agenti segreti inglesi. La moglie Maura non riesce ad avere figli anche se tenta più volte la fecondazione artificiale. Mentre il protagonista sta preparando materiale per la riunione più importante della sua vita lei cade in coma e verrà inseminata da un maniaco. Nel frattempo il suo amante sta compiendo un atto riprovevole e Il Faccendiere, un ex agente segreto, pensa a quando B.B. alla fine degli anni '60 sulla spiaggia di Saint Tropez conquistava il play boy Gigi Rizzi e l'Avvocato sbarcava al Papagayo con un due alberi a vele spiegate. L'atmosfera del romanzo è tutta pervasa da colpi di scena e senso di minaccia; ambientazione da tragedia classica, uomini e donne senza morale, decadenza e situazioni squallide: le nostre. L'anno luce è una rappresentazione credibile del mondo in cui tutti noi stiamo vivendo. Oggi.
Stilos ha intervistato Giuseppe Genna sul romanzo L'anno luce e sulla condizione della narrativa italiana contemporanea.

Le prime pagine del tuo nuovo romanzo sembrano un trattato contro gli editor di casa editrice: avverbi, ripetizioni cacofoniche, lessico e sintassi sciatta come quella dei quotidiani italiani. C'è intenzionalità? E' anche questo un correlativo della nostra epoca?

In realtà, la lingua del Prequel - una scena che mette in rappresentazione una convention aziendale - è piuttosto elaborata dal punto di vista retorico e metrico. Sono invece presumibilmente kitsch le microsituazioni in platea, dove si mangiano molti wuberoni, e sul palco, dove domina la scena la gigantesca figura dell'amministratore delegato, detto il Profeta, alle cui spalle sono proiettate, su un colossale videofonino, icone tv come il Capitano Kirk e GeiAr.

Il tuo romanzo L'anno luce è definito in seconda di copertina "Il primo romanzo neoborghese italiano". Sembrava che sul finire del 20°secolo fossero sparite le classi sociali. Cosa è successo in poco più di un lustro?

Chi ha detto che le classi sociali erano sparite? Per come la penso io, la lotta di classe è una costante storica, una potenza umana metastorica. Nell'Anno Luce cerco di disgiungere la lotta di classe dalla lotta per un'idea del potere che proprio l'illusione della fine del conflitto di classe ha reso ologrammatica. Il potere è nel romanzo l'evasione dalla lotta di classe, la Tozeur da cui non passa più alcun treno popolato da diseredati. Qui emerge un conflitto non di classe, ma tra generazioni: c'è una generazione (quella del Profeta e del Faccendiere) che usa il potere come canalizzazione del desiderio, e una generazione, che io definisco "quaranta-cinquantenne", che è in preda all'automatismo della conquista del potere - la conquista essendo l'unica e meccanica libido che conduce a un risultato privo di libido.

Tutti i personaggi del romanzo, a partire dal protagonista chiamato Il Mente, sembrano essere pedine di qualcosa più grande e pericoloso di loro. L'industria italiana ha un'organizzazione familistica, è ancora legata a un'idea aristocratica dell'imprenditorialità. Eppure il resto del mondo sembra andare da un'altra parte. Sembra che tutte le pedine che costituiscono il romanzo non si accorgano di questo. Sono degli sprovveduti o i poteri forti esistono veramente?

In realtà nell'Anno Luce qualunque personaggio si muova in azienda è con evidenza rappresentato secondo gestualità e prossemiche marionettistiche, proprio perché il gioco multinazionale è ben più ampio delle beghe di ufficio o perfino di un'OPA. La situazione dei poteri forti, tuttavia, viene descritta come un flusso, non come una gerarchia statica che dall'Olimpo invia folgori decisionali e decisive. Il gioco è molto aperto e la posizione del romanziere è che si tratti di un gioco che fa schifo e che solo degli idioti, che rasentano il disumano, possono permettersi di giocare.

I contenuti della tua narrazione sembrano ricordare battaglie epiche, medievali, ma l'epoca in cui hai ambientato il romanzo è la nostra. Siamo in un nuovo Medio Evo? Se sì, è già caduto l'Impero Romano d'Occidente rappresentato dall'America?

L'America è per me un gigante dai piedi di argilla. Non lo dico solo da un punto di vista materiale, pur confortato dai tre giorni post-Kathrina a New Orleans, quando gli Usa sono stati costretti financo a intaccare le riserve petrolifere nazionali. Non lo dico nemmeno osservando il fatto che, essendo in guerra in Afghanistan e in Iraq, continuano a combattere in quei Paesi da anni, senza che si prospetti una via d'uscita. La mia è piuttosto una sensazione personale: l'America ha esaurito la sua potenza di colonizzazione dell'immaginario. Non propaga più né cultura né sottocultura. Sta diffondendo solo gli ultimi barlumi di un sistema di comodità materiali che si pagano e pagheranno a caro prezzo, anzitutto Oltreoceano. Prendiamo il caso della letteratura: fatti salvi i grandi vecchi, nessun cinquantenne americano è all'altezza dell'europeo Houellebecq. E' finita.

Diversi registri, diversi codici mescolati in un romanzo italiano contemporaneo, il tuo. Siamo ancora nel postmoderno? E' interdisciplinarità? Siamo nell'avantpop italiano?

Rifiuto queste etichette in toto. Il sistema retorico con cui L'Anno Luce viene realizzato fa perno sull'epica della decadenza, soprattutto quella dei nòstoi post-omerici, e la sua figura centrale è la digressione. La digressione sembra aprire la materia della narrazione a tematiche altre, ad altre discipline, ma la verità è che essa viene utilizzata in funzione di antitrama, di opposizione interna alla dittatura del plot, questa palta cristallizzata che viene irradiata da tutte le fiction sugli schermi tv italiani. Che appaiano gigantesche digressioni su Gigi Rizzi che conquista la Bardot, su Laika e la razza canina da cui faceva parte, sulla missione Cassini-Huygens su Saturno o sul film Wall Street - tutto ciò non ha a che vedere con una poetica dei generi o tantomeno della contaminazione tra generi. E' l'immaginario che cerca di narrarsi indefinitamente.

Con L'anno luce hai abbandonato il romanzo di genere e il thriller con l'ispettore Guido Lopez per riprendere dove avevi lasciato Assalto a un tempo devastato e vile (Mondadori). Nel 2005 Lopez non riesce a raccontare la realtà contemporanea come invece fa il narratore del nuovo scritto?

Assalto a un tempo devastato e vile era un insieme di racconti e saggi che cercava di realizzare una nube immaginativa e non aveva nulla a che fare con la forma romanzo. Il narratore dell'Anno Luce, poi, è il medesimo narratore di Lopez (che non racconta mai in prima persona). Mi pare, tuttavia, che ultimamente il thriller abbia la pretesa di essere il genere privilegiato nella rappresentazione della realtà. Inoltre volevo sperimentarmi in una sorta di antiromanzo che avesse tonalità rosa schocking. Detto ciò, la pretesa del narratore di questi romanzi non è raccontare la realtà contemporanea, ma scatenare un immaginario dentro cui la realtà contemporanea e storica cade, prima di originarlo.

Dal romanzo si evince che tutte le persone reali del nostro mondo, da Nigel Mansell a Gigi Rizzi passando per il Papa, non sono mai state cosi immaginarie come oggi. Si sono allontanate a tal punto da diventare parte della fiction o Campbell e la sua interpretazione del Mito oggi come non mai è attuale?

Direi che Joseph Campbell, insieme al Victor Hugo del saggio Shakespeare, è il teorico a cui ho guardato di più prima e durante la stesura dell'Anno luce. Non ho alcuna inibizione verso l'immaginario, mentre ne nutro parecchie (fino a pesanti nevrosi) nei confronti della realtà se intesa come unico e assoluto livello di manifestazione della storia umana. Il mito è lo scardinamento collettivo, in forma di favola e allegoria infinita, che inietta ambiguità in questa cieca fede nella realtà come realtà ultima.

Nel romanzo ci si riferisce ai lettori trattandoli senza pietà, paragonandoli al Mente, al Profeta, a Maura, al Faccendiere... Non si salva più nessuno? Tutti e tutto è ormai corrotto irreversibilmente?

Nessuno dei personaggi dell'Anno Luce è condannato. Se è condannabile, lo è a partire da una prospettiva moralistica di cui il lettore deve farsi responsabile portatore. Questo moralismo peloso corre carsico sotto molta lettura, anche critica, anche apparentemente eminente, oggidì. Il lettore non viene trattato male nell'Anno Luce: viene chiamato "mentitore almeno quanto il Mente" e penso che non ci sia obiezione possibile. Ma a quale menzogna sto alludendo, nel momento in cui scrivo (o leggo) una finzione? La finzione è menzogna?

Nelle discussioni letterarie contemporanee si parla di Restaurazione, di incapacità a raccontare la Realtà, di romanzi popolari e romanzi letterari... Sembra esserci grande vitalità, salvo poi leggere necrologi che annunciano la morte del romanzo. Romero col suo La notte dei morti viventi è stato un profeta o tutti i critici e gli scrittori che parlano in verità fanno operazioni apotropaiche?

La discussione sulla Restaurazione è a mio modesto parere il punto più basso toccato dalla cosiddetta intellettualità italiana negli ultimi vent'anni. Trabocca di insipienza, è fitta di richiami a letture superficiali e, soprattutto, pretendendo di interpretare il presente, è totalmente irrealistica, perché rappresenta un presente che sta solo nella testa di chi formula una simile critica, che è fuori tempo massimo e priva di qualunque appiglio con la complessità delle questioni, anche di quelle mondane. Apparentemente (ma solo apparentemente) sembra di rileggersi certi passi della Verifica dei poteri di Fortini, che è del '63, ma chi parla di Restaurazione non è certo Fortini e per di più siamo nel 2005, cioè 42 anni dopo l'analisi fortiniana, che era peraltro ben più profonda.

Ci salveremo dai "commerciali" delle telecomunicazioni oppure la saga dei Mente è una cosmogonia, e lui rappresenta l'origine di un dio cui farà seguito una conoscenza, un linguaggio codificato, una morale?

La telecom per cui lavora il Mente è una metafora: la telecomunicazione qui sta per la letteratura e per il pensiero, cioè per forme umane di comunicazione che si appoggiano a medium biologici o arcaici. Il male della letteratura, il male del pensiero non mi sembrano forme meno innocenti delle saghe dei "commerciali" a cui fai riferimento. Il seguito a cui alludi è già qui e ora: la saga, la conoscenza, il linguaggio codificato, la morale senza morale - tutto ciò è il mito che veicoliamo instancabilmente, il genoma invisibile della nostra specie.

Posted by Davide Bregola at 19:19 | Comments (2)

05.11.05

Il Grande Romanzo Italiano del XXI secolo (Settima parte)

Di Davide Bregola
Folla all'inaugurazione di un supermercato:
follacoop.jpg

Settimana scorsa in un dialogo informale con un professore associato dell’Università di Bologna, Facoltà di Lettere Moderne -indirizzo filologico- ho chiesto: Allora? Secondo te in che situazione si trova la critica italiana?
La critica? Non è un problema. Ci sono 3 grandi fazioni, lavorano a scomparti stagni. Non si entra, non si esce. E’ così e basta.
Io: Potresti essere più chiaro?
C’è la lobby massonica che porta avanti i suoi autori, li studia, li coccola, li asseconda, li fa conoscere…c’è la lobby gay che fa conoscere i suoi, li fa ripubblicare, tiene vivo il ricordo, li fa studiare agli studenti che poi insegneranno nelle scuole…c’è la lobby comunista che fa le stesse cose con i suoi autori, che ha i suoi spazietti sui giornali, sulle riviste, nelle redazioni. Sono in gioco queste tre forze. Gli altri, i cani sciolti, i critici solitari, gli scrittori appartati, i morti dimenticati, stanno lì dentro a un file morto, pronto per essere mandato nel cestino e destinato ad essere mandato al creatore al prossimo “Svuota cestino”, se capisci l’antifona windows!
Io: Ma come? Allora siamo tutti burattini in mano a questi gruppi?
Fai tu! Si spartiscono i pochi soldi, occupano i pochi posti all’università, fanno i consulenti per riciclare un po’ di denaro…pensa che ho fatto un lavoro per la SEI, prestigiosa casa editrice, che sperava andasse male il mio libro per non rimetterci. Sembra un paradosso? Devono essere in passivo con l’editoria per avere in attivo altre attività. Non vedi? Non capisci? Non senti? Non fare l’ingenuo. Tutto è diverso da ciò che sembra, qui in Italia. Niente è come appare…
Io: E gli autori? Bassani, Calvino, Fenoglio, Gadda, il Novecento? Il mio Novecento?
Mezze calzette. Che ti frega degli autori italiani del Novecento. Bassani era un ebreo che odiava gli ebrei che a loro volta a Ferrara erano i più convinti fascisti. Bassani. Uno che ha costruito il suo impegno sociale solo per il fatto che un giorno l’hanno mandato fuori dalla Biblioteca Ariostea. Un rompicoglioni presuntuoso. Scrittore per “signore da salotto” che bevono il te alle cinque. E te lo dice uno che ha fatto il corso monografico su Bassani!
Io: E gli altri? Quelli di oggi?
Niente. Solo chiacchiera e distintivo. Leggi Kafka e Beckett e c’è già tutto. Forse un po’ Testori, forse lui. Che sperimentava sapendo cosa stava facendo. Poi buio. Tre lobby, in tutta Italia. E basta.
Io: Mi hai demoralizzato. Non so più cosa argomentare.
Vuoi sapere? In questo mondo, in questa epoca ha solo senso il calcio e la fica. Solo calcio e fica. Inter e fica. Fica e Inter. E basta.
Io: E gli ebrei? Dove li metti gli ebrei?
Loro stanno dappertutto, sia con i massoni, che coi comunisti che con i gay. Te lo dice uno che è amico dei semiti e amico del popolo d'Israele.
Io: Mah.

*
Quando il regista Pier Carpi mi disse che Licio Gelli, del quale era un grande amico, nel ’96 fu candidato al Nobel per la Letteratura, scoppiai in una grossa risata.
Poi lessi un'intervista di Concita De Gregorio su Repubblica del 28 settembre 2003: “Son soddisfazioni, arrivare indenni a quell’età e godersi il copyright. “Ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza, ed è un dialogo che mi quieta. Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa”. Tutto nel piano di Rinascita, che preveggenza. Tutto in quelle carte sequestrate qui a villa Wanda ventidue anni fa: 962 affiliati alla Loggia. C’erano militari, magistrati, politici, imprenditori, giornalisti. C’era l’attuale presidente del Consiglio, il suo nuovo braccio destro al partito Cicchitto: allora erano socialisti.”. Pensai che il Venerabile Maestro di Propaganda 2 è un vero narratore, e forse il Nobel se lo meritava. Se lo merita.
*
Nell’ultimo libro di Giuseppe Genna intitolato L’anno Luce (Marco Tropea) c’è già tutto. Nel Prequel una scena apocalittica: un direttore generale esalta i suoi uomini come in uno di quegli happening festaioli e aziendali in cui si parla dei fatturati presenti, di quelli futuri. Un gigantesco schermo a pixel alta risoluzione filma la faccia del direttore generale, la situazione è esaltante, pare di essere in uno stadio. D’un tratto uno sparo. La camicia bianca sotto alla sua giacca si riempie di sangue. Un attentato. L’ATTENTATO contro l’uomo a capo dell’azienda. In pochi secondi lacrime e panico. L’uomo barcolla. Stramazza al suolo. Si toglie la giacca. Scoppia in una fragorosa risata. E’ stata una messa in scena! L’attentato è diventato uno status symbol. Se non attentano alla tua immagine, alla tua persona, non sei nessuno. Il Kamikaze è il mezzo per attestare la potenza, il potere, l’incommensurabile importanza di un uomo:«ROMA (Reuters) - Il comitato del ministero dell'Interno che si occupa di valutare le informazioni relative ad attività e gruppi terroristici ha ricevuto informazioni su un presunto attentato contro il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, come oggi lo stesso premier aveva anticipato in un'intervista al quotidiano Libero.
Lo ha detto oggi un alto funzionario del Viminale.
"Il comitato di analisi strategica antiterrorismo ha avuto informazioni", ha detto il dirigente rispondendo a una domanda sulla presunta minaccia di un attacco suicida. Il funzionario non ha tuttavia aggiunto altri dettagli.
Non è stato possibile sapere come le informazioni siano state valutate dal Comitato.
In un'intervista pubblicata oggi dal quotidiano "Libero" infatti, Berlusconi ha detto di essere "oggetto di una minaccia diretta" di attentato, con un kamikaze pronto a colpirlo allo stadio.
"Io sono oggetto di una minaccia diretta. Un kamikaze allo stadio contro di me", ha detto il premier in un colloquio riportato dal quotidiano.
"Ma non è questione di me - ha continuato Berlusconi - Qui c'è di mezzo l'Italia. Come fate a non avere questa avvertenza? Siamo esposti ad attacchi micidiali del terrorismo".
"Io non rinnego nulla, espongo sempre la verità per togliere di mezzo pretesti propagandistici a chi vuole organizzare stragi. Per questo evidenzio la mia assoluta disponibilità al dialogo con i Paesi islamici", ha aggiunto il premier, che non ha fornito dettagli più precisi sulla minaccia.
Il 29 ottobre scorso Berlusconi, in un'intervista alla tv La7, aveva detto di non essere mai stato convinto della guerra in Iraq e di aver tentato di dissuadere il presidente statunitense George W. Bush dall'invadere il paese arabo.
Nel colloquio con Libero, il premier ha spiegato di aver voluto parlare di questi temi perché l'intervista "fosse amplificata da (la tv satellitare in lingua araba) Al Jazeera e io potessi apparire per quel che sono: leader di un Paese che in ogni maniera ha cercato di tenere lontana la guerra. Che non ha attaccato nessuno e non è in guerra".
"Le nostre truppe in Iraq non sono di occupazione, sono forze di pace - ha ripetuto Berlusconi - sotto l'egida di una risoluzione dell'Onu. Siamo intervenuti soltanto allora".»
Siccome dal Governo hanno percepito che gli italiani non credevano a questa vicenda, il giorno dopo il Ministro dell’Interno Pisanu ha dovuto confermare con la propria autorevolezza che il Presidente del Consiglio non aveva mentito. Ma così facendo ha ottenuto l’esatto contrario: Se Berlusconi fa muovere pure Pisanu vuol dire che anche lui si è reso conto che non gli crede più nessuno e deve scorazzare i suoi uomini per riavere un minimo di credibilità. Nessuno ha creduto a Pisanu. Genna l’ha detto profeticamente e in maniera chiara, inattaccabile in L’anno Luce.
*
C’è una sospettosa discrepanza tra l’avvenimento in sé e la reale percezione dello stesso: In un paesino del cazzo, in provincia di Mantova, fanno una fiera annuale sugli strumenti per i bar: spillatici, frigidaire, vetrinette, bicchieri, mobilio. In un fine settimana 60.000 (sessantamila) visitatori. A Roma una manifestazione indetta da un giornale che vende 10.000 (diecimila) copie, Il Foglio, e Giuliano Ferrara il suo direttore, hanno l’idea di manifestare davanti alla sede dell'ambasciata dell'Iran per protestare contro le affermazioni del presidente Mahmoud Ahmedinejad su Israele. Si dice abbia detto che Israele deve essere o dovrebbe essere cancellata dalla faccia della Terra. Nessuno ha mai sentito questa affermazione, è una frase che proviene da un passa parola, non si capisce se è stata detta in inglese o in Farsi, la lingua persiana, potrebbe essere che abbiano tradotto male, che una glossa possa essere interpretata in dieci modi diversi, che un sinonimo ha significato positivo e uno negativo.
Certo è che da alcuni anni il Governo americano ha promesso che dopo Afghanistan e Irak dovrebbe toccare all’Iran. Bush l’aveva detto in decine e decine di interventi.
Ecco, dicevo, alla manifestazione davanti all’ambasciata c’erano 10.000 (diecimila) persone secondo la polizia e 15.000 (quindicimila) secondo gli organizzatori. Per una settimana i giornali hanno aperto la prima pagina con questa notizia della manifestazione e i telegiornali hanno messo in apertura notizie e avvicendamenti sulla questione. Per la Fiera degli oggetti da Bar solo un trafiletto sulla Gazzetta di Mantova. C’è qualcosa che non mi torna.
*
In casa abbiamo un Manuale per la chimica in agricoltura di mio padre chimico. Su più pagine c’è l’esempio di un test:
Questionario per la preparazione dell’esame previsto per il rilascio dell’autorizzazione all’acquisto dei prodotti fitosanitari molto tossici, tossici e nocivi
Definizione, autorizzazione e composizione
dei prodotti fitosanitari

1.Che cosa sono i prodotti fitosanitari?
k tutti i prodotti che si impiegano per la difesa delle piante, delle derrate alimentari, il diserbo delle coltivazioni e che favoriscono o regolano le produzioni vegetali
k gli insetticidi e fungicidi
k i prodotti per la difesa delle piante molto tossici e nocivi

2.Secondo la nuova normativa, come vengono chiamati i preparati destinati a proteggere i vegetali e ad eliminare le piante indesiderate?
k fitofarmaci
k prodotti fitosanitari
k pesticidi

3.Quanto dura l’autorizzazione alla vendita di un prodotto fitosanitario prima che sia necessaria una rivalutazione degli aspetti tossicologici?
k 10 anni
k 1 anno
k 50 anni

4.I prodotti fitosanitari sono di libera vendita o sono soggetti ad autorizzazione?
k sono di libera vendita
k sono soggetti ad autorizzazione dell’Unità sanitaria locale
k sono soggetti ad autorizzazione del ministero della Sanità

5.Che cosa si intende per sostanza attiva?
k il residuo massimo consentito sugli alimenti
k la sostanza contenuta in un prodotto fitosanitario che agisce contro l’avversità da combattere
k un prodotto che può essere acquistato solamente da chi possiede il patentino

6.Che cosa sono i coadiuvanti?
k sostanze che riducono l’efficacia di un prodotto fitosanitario
k sostanze che completano o rafforzano l’azione di un prodotto fitosanitario
k sostanze che prolungano il tempo di sicurezza

7.Che cosa sono i coformulanti?
k sostanze che hanno lo scopo di aumentare l’efficacia delle sostanze attive
k sostanze che servono a ridurre la DL 50
k sostanze che servono a ridurre la concentrazione della sostanza attiva

8.Perché è importante conoscere l’attività della sostanza attiva?
k perché specifica se il prodotto è nocivo agli insetti ed acari utili
k perché indirizza l’agricoltore nella scelta del prodotto in relazione all’avversità da combattere
k perché indica la quantità minima necessaria per combattere i parassiti

9.Con gli insetticidi di impiego agricolo possono essere trattati i parassiti degli animali?
k sì, solamente se questi non producono latte
k no, mai
k sì, solo se non esistono prodotti alternativi

CLASSIFICAZIONE DEI PRODOTTI FITOSANITARI
10.A che cosa serve un prodotto fitosanitario insetticida?
k a combattere gli insetti parassiti degli animali
k a combattere le malattie crittogamiche
k a combattere gli insetti dannosi alle colture agrarie

11. A che cosa serve un prodotto fitosanitario diserbante?
k ad impedire lo sviluppo indesiderato delle erbe infestanti nelle colture agricole
k ad eliminare le piante infestate da organismi nocivi
k al solo diserbo di fossi, canali e giardini

12. A cosa serve un prodotto fitosanitario fungicida?
k a combattere le malattie fungine delle piante agrarie
k a favorire la potatura dei fruttiferi
k a distruggere le foglie attaccate dal marciume

13.Cosa sono i fitoregolatori?
k prodotti per combattere le malattie crittogamiche
k prodotti impiegati per la concia delle sementi
k prodotti che promuovono o inibiscono determinati processi naturali delle piante

CLASSI DI PERICOLOSITA' E LIMITI IGIENISTICI
14.Come è contrassegnato un prodotto fitosanitario molto tossico?
k con una croce di Sant’Andrea in un riquadro rettangolare di colore giallo-arancio
k con scritto, in caratteri ben visibili: attenzione, manipolare con prudenza “prodotto molto tossico”
k con un teschio nero su ossa incrociate inserite in un riquadro rettangolare di colore giallo-arancio, la sigla “T+” e la scritta molto tossico

15.Come è contrassegnato un prodotto fitosanitario tossico?
k con una croce di Sant’Andrea in un riquadro rettangolare di colore giallo-arancio e la scritta nocivo
k con scritto, in caratteri ben visibili: attenzione, manipolare con prudenza “prodotto tossico”
k con un teschio nero su ossa incrociate inserite in un riquadro rettangolare di colore giallo-arancio, la sigla “T” e la scritta tossico


Ho guardato se il Manuale riportava l’esatto nome della pompa per dare il verderame alle vigne.
L’ho fatto perché stamattina il mio vicino di casa stava spruzzando del liquido sull’erba che è nata nella terra incolta che ha davanti a casa. Ho chiesto a mia madre come si chiamasse questo attrezzo, e lei con il suo lessico pratico, che proviene dalla famiglia di umili origini contadine, mi ha detto: “Si chiama pompa per dare l’acqua.”.
“Forse è una forma dialettale”, le ho riposto. Pompa lo è, ma l’acqua è il verderame, o può essere il diserbante. Se lo chiamavano “acqua” è perché vogliono togliere l’elemento di pericolosità del prodotto per renderlo più accettabile. Se lo chiami veleno ne dai un’accezione negativa o allarmante. Acqua è molto innocuo, come termine. Ho cercato il nome esatto dell’attrezzo, ma non esiste una glossa specifica. E’ indicato come: pompa per irrorare di verderame le viti contro la Peronospora. Mia madre aveva ragione.
C’è una continuità storica nell’usare termini innocui per questioni pericolose, gravi, mortali. Il significato sembra cambiare, e noi non ci rendiamo conto del pericolo. C’è premeditazione colpevole nel dire che una persona morta ammazzata è stata “ferita a morte”? Il Presidente del Senato parla di “guerra all’Occidente” riferendosi all’attentato che ci fu a Sharm el Sheik il mese scorso. La guerra in corso è “guerra contro il terrore” e i morti sotto i bombardamenti delle bombe sono “tragiche fatalità”. Gli sgozzamenti filmati con telecamere per il web sono “barbarie” e le torture ad Abu Graib sono “casi isolati”. I regimi dittatoriali sono nemici della democrazia, ma non sempre: ci sono anche i dittatori buoni e amici dell’Occidente. Le macchine di morte costruite in Europa e in America sono delle nuove tecnologie e in Medio Oriente sono “armi di distruzione di massa”. Mi è venuto in mente questo nel vedere il mio vicino di casa, un signore che ha 58 anni come mio padre ma sembra averne 75; senza capelli, faccia piena di tagli rugosi, orecchie molli. Stava lì con un camice grigio da operaio ferroviere, e spruzzava sull’erba il diserbante. Le foglie e gli steli verdi nel giro di dieci minuti erano diventati gialli. Io ero li fuori e guardavo. Un leggero vento umido di novembre si muoveva nella via. Il mio vicino di casa non può soffrire il disordine che procura l’erba selvatica che cresce sulla sua terra arida. Vorrebbe cementare tutto il mondo, fosse per lui farebbe una colata di asfalto sul mondo. Nessuna pianta, nessun fiore, nessuna rampicante attorno a casa. Solo erba gialla che si secca e scompare. Rimane terra nuda, marrone. Schiacciata. Ho provato a pensare se anche i nostri critici contemporanei sono come quell’uomo. C’è una terra incolta dove all’improvviso crescono erbacce, graminacee, papaveri, margherite, soffioni. Ma loro vogliono pulizia, su quella terra, nessun disordine. Allora come quel signore prendono la pompa, ci mettono dentro del diserbante, sparpagliano il liquido. Aspettano che tutto ingiallisca, crepi, scompaia.
Le armi chimiche e batteriologice sono tali se arrivano da una parte, agenti defolianti se provengono dall’altra.
Io ero lì, fermo oltre la siepe che separa casa mia da casa sua, il vento, un po’ di freddo, umido. C’era come un odore di polvere da sparo, lo stesso che sentivo a militare quando ci facevano sparare coi fucili su delle sagome in legno. Un odore simile a quella polvere. Lo stesso odore che sento sulla verdura a foglia larga che compero al Lidl il martedì mattina, quando arriva fresca dalla Spagna o dalla Germania e c’è più varietà: insalata zuccherina, rucola, valeriana, ruchetta. La metto sotto acqua per risciacquarla, prendo una terrina, la metto dentro dopo averla asciugata, l’annuso e sa lo stesso odore che sento mentre l’uomo cosparge i suoi quattro metri quadrati di terra con decilitri di diserbante o prodotti fitosanitari.
E’ bello sapere di vivere in luoghi dove le parole sono rassicuranti sonniferi per la coscienza.
Il Grande Romanzo Italiano del XXI secolo dovrà essere costruito partendo anche da queste considerazioni.
Gli altri capitoli de Il Grande Romanzo Italiano del XXI secolo:

Prequel
PREQUEL

Capitolo 1
1
Capitolo 2
2
Capitolo 3
3
Capitolo 4
4
Capitolo 5
5
Capitolo 6/a
6

Posted by Davide Bregola at 14:31 | Comments (15)

02.11.05

EDITORIA UNDERGROUND:Untitl.Ed

Di Davide Bregola
Nostro intento è puntare, insieme con gli autori, alla creazione e alla liberazione di oggetti di scrittura, nati dalla creatività, dalla libertà (e dalla vicinanza alle voci altrui) a cui ci si abitua nel web, piuttosto che alla costruzione di un personaggio-autore, di un libro-evento o di un fenomeno-cult.

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Sostenitore da sempre delle idee editoriali intelligenti e originali, animatore di una di queste in www.nomadepsichico.it, mi sono informato su esperienze simili a Nomade esistenti in Italia e sono incappato in un'operazione di sicuro interesse chiamata Untitl.Ed.
Cosa è Untitl.Ed? Un progetto nato dall'imprenditorialità culturale di un gruppo di bloggers. Pubblicano libri di narrativa, saggistica, poesia, ma a differenza di tante case editrici alle quali si manda il dattiloscritto, quelli di Untitl.Ed vanno a spasso per la Rete di Internet a cercare "scrittori in potenza" o "talentuose scrittrici appartate". Per saperne di più clicca qui: http://www.untitlededitori.com/welcome/

La Untitled Editori (in breve: Untitl.Ed) è nata in un blog, discutendo fra blogger. L'idea iniziale è stata questa: ogni giorno tantissime persone (e noi fra queste) riversano una quantità enorme di scrittura in rete, e ogni giorno possiamo leggere tantissime storie, e la realtà raccontata da centinaia di punti di vista. Perché non chiedere agli autori dei blog più belli, alle "voci" alle quali siamo più affezionati, di scrivere un vero libro? Se avessimo una casa editrice, ci siamo detti, potremmo trattare queste scritture come bozze di narrazioni che si accatastano, magicamente ogni giorno, sul tavolo della nostra ipotetica Redazione.

Sostenuti dalla curiosità e dalla simpatia espresse dagli interventi in rete di moltissimi blogger e lettori di blog, nel gennaio 2005 abbiamo dunque fondato la casa editrice vera e propria, la Untitled Editori srl.: una società di blogger finalizzata alla pubblicazione di libri scritti da blogger.

La collana Untitl.Ed è “untitled” di proposito e volutamente fin dalla copertina dei suoi libri: copertine molto semplici sulle quali è riportato il solo titolo del libro, senza il nome dell'autore. La scelta di far scivolare il nome dell'autore dalla copertina al frontespizio ha per noi il significato di un gesto simbolico, che rifiuta "gli onori" della copertina per assumersene, responsabilmente, prima di tutto gli "oneri": l’onere della prova, l’onere del racconto.

Questo il modo di procedere di Untitl.Ed.
La casa editrice non chiede testi in visione, ma propone ad alcuni autori di blog di scrivere uno specifico libro per la sua collana. Si tratta, in sostanza, di una vera e propria commissione. Se l’autore-blogger accetta, avrà come primo lettore un editor (in particolare: il lettore più attento e appassionato di quel blog) con cui l’autore potrà discutere ed elaborare l’idea iniziale e che si impegna a curarne il lavoro nel modo più discreto e aperto possibile, nel pieno rispetto della sua originalità espressiva e del senso della sua ricerca.
Gli autori verranno regolarmente retribuiti per il lavoro richiesto, mentre la casa editrice pubblicherà i loro libri a proprio totale rischio.
Nostro intento è puntare, insieme con gli autori, alla creazione e alla liberazione di oggetti di scrittura, nati dalla creatività, dalla libertà (e dalla vicinanza alle voci altrui) a cui ci si abitua nel web, piuttosto che alla costruzione di un personaggio-autore, di un libro-evento o di un fenomeno-cult.

I libri vengono pubblicati a tre per volta, e sono acquistabili separatamente, oppure tutti e tre insieme in un'unica confezione a prezzo speciale.

Con questa scelta intendiamo offrire, fin dalla prima uscita (settembre 2005), un piccolo panorama di scritture diverse e ugualmente affascinanti, e promuovere le parole e lo stile personale di moltissimi blogger di valore, con lo stesso spirito giocoso e collettivo che caratterizza il sistema dei blog, non tanto nell’ottica di una battaglia per il copy-left, che guardiamo con curiosità ma a cui non siamo interessati, ma piuttosto, lasciando volentieri e deliberatamente ad altri la lotta di potere per l’affermazione di un nome-logo, magari mascherata da ricerca di un carattere “autoriale”.

Posted by Davide Bregola at 10:09 | Comments (0)

01.11.05

PURO VELENO CON SCRITTURE DANNOSE

INCONTRIAMO GLI SCRITTORI
puroveleno.jpg

Sabato 5 Novembre, ARCI IMMAGINA di via Giustiziati Mantova dalle ore 19
Silvio Bernelli converserà col pubblico
Di
Puro Veleno Sironi Editore

E’ partito con un folto pubblico di "studenti" con Dario Voltolini il corso di scrittura “Gli strumenti essenziali per scrivere narrativa”, Voltolini ha parlato dell’ambientazione nei romanzi. Ha consigliato i libri Gli esordi di Antonio Moresco e Conservatorio di Santa Teresa di Romano Bilenchi. In definitiva ha detto:
1-"Per scrivere narrativa non ci sono regole. Devi sentire molto vicino a te ciò che racconti, ti deve appassionare, deve divertirti."
2-"Manzoni per ambientare il suo I Promessi sposi usa una tecnica riconducibile alla telecamera, ma la usa ante litteram."
3-"Bregola che usa termni come Climax e retorica ciceroniana è cattivissimo, ed è cattivo perché ve li spiega."
4-"Posso permettermi di dirvi tutto ciò, e di dire che si possono usare tutti gli aggettivi e gli avverbi che vi pare, proprio perché non sono un narratologo o un semiotico, ma uno scrittore."
Il secondo modulo vedrà Sabato 5 Novembre 2005 Silvio Bernelli che tratterà dei “Personaggi nella costruzione narrativa”

Silvio Bernelli, musicista torinese, già bassista degli Indigestie dei Declino, gruppi hard core degli anni ottanta, è giornalista e scrittore per Sironi, dopo “I ragazzi del mucchio” è recentemente uscito “Puro veleno” un romanzo definito dai critici “generazionale” ambientato nel mondo dei giornali, delle radio, nel mondo dei network più in generale, accanto al filo conduttore della storia c’è l’educazione sentimentale del protagonista che, in controtendenza, rivela un profondo desiderio di continuità emotiva e mette in gioco un pezzo di sé per ritrovare stabilità emotiva ed affettiva.
Il ritmo della scrittura è agile e vivace, percorso da una sottile ironia dello sguardo disincantato che descrive le nevrosi tipiche di quel mondo, un libro che si legge tutto di un fiato.

Presso Arci Immagina di via Giustiziati a Mantova, alla fine del corso potremo gustare un aperitivo con lo scrittore.
Silvio Bernelli ci parlerà del suo nuovo libro a partire dalle ore 19 e l'incontro è aperto a chiunque. Per info: scritturedannose@libero.it

Posted by Davide Bregola at 19:19 | Comments (3)