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28.11.05

Il romanzo del ventunesimo secolo #5

(...)Quanto al discorso sulla Restaurazione, è qualcosa di molto simile a ciò che Heidegger era per Cioran: «une escroquerie verbale». Si spaccia per critica letteraria una sociologia della letteratura, per di più condotta non con gli strumenti della sociologia, ma con quelli della filosofia. E siccome ci si aspetta un uditorio di letterati che si presume ignaro di filosofia, si crede di poter gabellare per originalissimi concetti dei filosofemi triti, spesso leggiucchiati senza riflessione o citati a sproposito: Adorno e Anders scambiati per una scatola di Baci Perugina da scartocciare per leggere ad alta voce le frasi sui bigliettini, ad esempio. Così testi che spesso non sembrano neanche essere stati letti, vengono demoliti senza uno straccio di analisi testuale da chi è convinto che a sentire parole nuove e insolite i bambini fanno «Oh!». (...)

GIROLAMO DE MICHELE INTERVIENE NEL didattito iniziato con questa lettera.
Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano cliccando qui:http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html

Di Girolamo De Michele

Caro Davide
Del romanzo italiano del nuovo secolo, mi chiedi. Esiste? Se per romanzo italiano del XXI secolo intendo la letteratura che si scrive e si legge (che si produce e si consuma) oggi, esiste, perché c'è del buon romanzo e della buona letteratura. Se invece intendi qualcosa di diverso dal "romanzo italiano del XX secolo", allora sono un po' in imbarazzo nel rispondere: perciò mi scuserai se la prendo lunga. Con tutte le cautele del caso, a me sembra che nel XX secolo ci sia stata dapprima l'onda lunga del romanzo ottocentesco: Pirandello e D'Annunzio, con loro portato (di alto livello) di vitalismo, bergsonismo, antipositivismo, ecc. Poi l'esperienza della guerra, della presa di coscienza della dittatura, la tragedia dell'Italia rasa al suolo e la ricostruzione hanno fornito, prima ancora che alle trame, materiali inediti alle coscienze. Il romanzo italiano del secondo dopoguerra (ma anche il cinema, e ovviamente le arti figurative: pensa ai sacchi bruciati di Burri) scaturisce da un interrogativo che è prima di tutto etico: come si fa raccontare questa storia, a comunicare queste esperienze? Poi, ovviamente, come in ogni rivoluzione il nuovo cerca, o crea, degli antecedenti: rimane il fatto che, per filiazioni, le esperienze letterarie del secondo Novecento, nella loro pluralità, scaturiscono da quella frattura delle coscienze. Oggi, invece, mi sembra siamo ancora dentro l'onda lunga di un lungo XX secolo (il che coincide con quel che penso sul Novecento dl punto di vista della storiografia). Non mi sembra di vedere una cesura sistematica, credo che certi modelli del secondo Novecento (Calvino, Pasolini, Gadda, Sciascia) siano ancora fermenti vivi (volendo divertirci potremmo usarli come canoni, un po' come Anceschi usava Pascoli e D'Annunzio: ma io non ho voglia di farlo). Ciò che è cambiato è, mi sembra, il modo di essere scrittore. Certe intuizioni di Pasolini e Calvino hanno trovato strumenti reali per concretizzarsi. Lo scrittore oggi usa il computer per produrre (ancora Il nome della rosa era scritto a macchina), la rete per le ricerche, l'e-mail e i blog per collegarsi alla comunità dei lettori, a quella degli autori, e a mille altre comunità reali o virtuali. La trasmissione delle informazioni, ma anche la percezione degli stimoli sensoriali (dunque i percetti, cioè ciò che rimane quando la percezione è svanita) hanno rapidità e intensità diverse. Insomma, più che il romanzo è cambiato il romanziere. E il romanzo? Il romanzo sta cambiando, ma per micro-fratture, per un continuo ma non sempre percettibile smottamento dei suoli. Credo che tra qualche anno avremo un oggetto letterario che, per la sua distanza da quelli degli anni Ottanta del secolo scorso, potremo chiamare "romanzo italiano del XXI secolo", e sulla base del quale stabiliremo a posteriori le ascendenze e i precursori. Mi piacerebbe poter dire sin da ora che in quel momento Romanzo criminale ci sembrerà ancor più importante di quanto non sembri oggi: un romanzo che ha creato un prima e un poi. Perché ciò accada dovrebbe però darsi (è quel che spero, ed è quel che cerco, nel mio piccolo, di fare) un romanzo che abbia certe caratteristiche. In primo luogo, che pratichi l'arte del sospetto, che insegni a sospettare del fatti, del mondo come totalità dei fatti, ma anche delle coscienze e delle anime. Non solo Lucarelli, ma anche Ammanniti, anzi, molto più Ammanniti (e non per demerito di Lucarelli), ed anche la Simona Vinci di Come prima delle madri, per capirci: dei noir, o dei western, dell'anima, per usare una bella definizione di Angelo Guglielmi (che però di questa definizione non sa che farsene) riferita a un certo cinema italiano (da Calopresti ad Ozpetek, evitando Muccino e Veronesi). In secondo luogo, dopo aver insegnato a sospettare dei rassicuranti oggetti del quotidiano (come Carver e i suoi continuatori), il romanzo italiano del XXI secolo dovrà essere in grado di costruire un nuovo oggetto, una nuova realtà (in questo oggi i Wu Ming, in versione solista o Art Ensamble sono maestri). Per questo sarà necessario un lavoro molto duro: forzare la ricerca linguistica, ma al tempo stesso calare il piombo fuso di questa fluidificazione nell'acqua gelida della trama. Ogni lingua romanzesca si adatta alla storia che racconta, ma anche ogni storia scaturisce da una lingua. Quale sia il punto di equilibrio non lo possiamo sapere: ma certi prodotti, dal già citato Romanzo criminale al Camilleri più gaddiano, indicano comunque una direzione. Faccio una digressione che mi sta molto a cuore, e che in fondo è in argomento. Il genere noir, per la sua intrinseca capacità di situarsi dal punto di vista degli sconfitti (di chi ha perso lo scontro di classe, magari senza saperlo), è stata un'arma potente in questi anni per la critica dell'esistente (altro che "realismo thrilleristico"), e non solo in Italia (Izzo, Daeninckx, Elroy). Però il "genere" non è riuscito a darci un romanzo su Genova, anche se in tanti ci hanno provato (Tassinari, Carlotto, Camilleri, Vallorani): evidentemente questa forma non è in grado di attagliarsi a quel contenuto. Un romanzo su Genova andrà scritto, ma bisognerà trovare una lingua diversa (alla Tondelli? alla Lotto 49? non lo so, ma vorrei saperlo).
In terzo luogo, dovrà lavorare sulla potenza dell'immagine e sull'immaginario dinamico: è inutile negare che i cinema ci ha colonizzato l'inconscio, che la nostra memoria, soprattutto onirica, è filmica. Io credo che, da un certo punto in poi (direi dal Faulkner di Luce d'agosto) il romanzo ha interiorizzato una latente struttura filmica: si tratta di rendere esplicito questo legame,
Ancora: il nuovo romanzo dovrà usare i generi come il cinema dei grandi autori fa con i generi cinematografici: come uno smisurato magazzino di archetipi da fondere e rifondere, fingere di seguirne le regole per infrangerle a ragion veduta: per dirla con Benjamin, «un'opera significativa – o fonda il genere oppure lo liquida; nelle opere perfette le due cose si fondono».
Infine (ma forse è la cosa più importante): il nuovo romanzo dovrà scrivere anche per i bambini. Harry Potter ha smentito tutti gli apocalittici che si stracciavano le vesti sui bambini che non leggono più (infatti eccoli lì a dire che invece sono "i ggiovani" che non leggono più), mentre invece i nostri figli leggono, eccome, e non solo la benemerita Rowling. Scrivere per i bambini è un investimento per il futuro, mi ha detto una volta Wu Ming 5 (e non si parlava di vendite e diritti d'autore): il pubblico dei lettori c'è, ed è agguerrito.
In ogni caso il romanzo italiano che viene scritto e letto oggi non ha a che fare con una pretesa fine, ma con un nuovo inizio. E se sconfitta c'è, è quella di chi, contraddetto il proprio sedimentato e rassicurante pensiero dai fatti, esclama come Hegel: tanto peggio per i fatti!
Quanto al discorso sulla Restaurazione, è qualcosa di molto simile a ciò che Heidegger era per Cioran: «une escroquerie verbale». Si spaccia per critica letteraria una sociologia della letteratura, per di più condotta non con gli strumenti della sociologia, ma con quelli della filosofia. E siccome ci si aspetta un uditorio di letterati che si presume ignaro di filosofia, si crede di poter gabellare per originalissimi concetti dei filosofemi triti, spesso leggiucchiati senza riflessione o citati a sproposito: Adorno e Anders scambiati per una scatola di Baci Perugina da scartocciare per leggere ad alta voce le frasi sui bigliettini, ad esempio. Così testi che spesso non sembrano neanche essere stati letti, vengono demoliti senza uno straccio di analisi testuale da chi è convinto che a sentire parole nuove e insolite i bambini fanno «Oh!». Quindi permettimi di non esprimermi sui "contenuti" di questi critici, perché dovrei andare in cantina a cercare lo scatolone degli pseudo-concetti crociani (che invece qualcuno di questi ha bene in vista sullo scrittoio, e si vede).

Girolamo De Michele, nato a Taranto, vive a Ferrara e campa insegnando nei licei, dopo essersi flessibilizzato attraverso i più svariati mestieri: bidello, attacchino, pony-express, barmann, gestore di discoteca, giornalista, traduttore...
Collabora con la cattedra di Antropologia Filosofica a Bologna e svolge corsi di logica e storia italiana contemporanea per matricole di Giurisprudenza a Ferrara. Prima di "affermarsi" come "giovane" autore "esordiente" ha scritto e pubblicato diverse opere di di storia, filosofia e storia delle idee, tra cui Felicità e storia. Collabora con il sito www.reti-invisibili.net e si diletta di cucina, per la gioia degli occhi e del palato della sua paziente compagna. Si onora di aver stretto la mano ai Residents, Cioran, Hofstadter, Ricoeur, Elie Wiesel e Heidi Giuliani, e di non averla stretta a Kurt Cobain e a Luciano Violante.

narrativa:
tre uomini paradossali, stile libero Einaudi, 2004
scirocco, stile libero Einaudi, 2005

saggistica:

gilles deleuze, una piccola officina di concetti, "discipline filosofiche"
n. 1, 1998 (numero monografico a cura di g. de michele)
tiri mancini. walter benjamin e la critica italiana, mimesis, 2000
felicità e storia, quodlibet, 2001
storia della bellezza (a cura di u. eco), bompiani, 2004 (testi u. eco e g.
de michele)

Posted by Davide Bregola at 28.11.05 09:14

Comments

gran pezzo!

Posted by: gianni biondillo at 28.11.05 10:39

Girolamo ha la capacità di sorprendermi sempre, di dirmi qualcosa che non mi aspettavo, di farmi guardare da un'altra parte, di darmi altre traiettorie.
Così è stato anche durante la lettura dei suoi romanzi che definisco "bellissimi" perchè non ho altre parole.
Grazie anto

Posted by: anto at 28.11.05 11:05