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23.11.05
Il romanzo del ventunesimo secolo #4
Massimilano Parente contribuisce al didattito iniziato con questa lettera.
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Di Massimiliano Parente
Impossibile per me definire l'essenza del romanzo del XXI secolo, anche perché non credo che ve ne sia una specifica. Per me esistono le opere che hanno cambiato la letteratura e continuano a farlo (tanto presenti quanto passate, per cui non credo neppure ai classici, i grandi romanzi sono tutti sincronici, seppur progressivi: tengono conto di ogni estetica importante, la includono, e la spostano in una direzione propria, imprevedibile) e poi, come contorno, tutto il resto dell'inutilità a buon mercato, ossia i prodotti autoriali più o meno ben fatti, entertainment narrativo,che non sono opere d'arte. L'opera d'arte, in sé, non è prevedibile, pertanto non è neppure definibile a priori ma solo a posteriori, e racchiude sempre in se stessa una teoria della letteratura. La non letteratura, inclusi i "casi" di cui mi parli, è invece prevedibile perché nasce già prevista, perché iscritta nell'orizzonte d'attesa che non solo la prevede ma la determina, la genera. Il romanzo non fa mai a meno del romanzo, ossia della storia del romanzo fino a oggi, e però lo include e la supera, si determina di volta in volta come genere a sé. Essendo la mia un'idea estetica, implica un'idea forte di forma, dove la scrittura nasce da ossessioni irriducibili al conformismo dominante ("conformismo" è appunto tutto ciò che ha la stessa forma). Quando dico forma non parlo ovviamente di formalismo, predominando in Italia questo rischio terminologico determinato dal piccolo giochino dialettico messo in campo dalla diatriba tra neoavanguardie, sperimentalismo e realismo narrativo. Uno scrittore, oggi, deve produrre opere in cui vi sia assoluta coscienza delle parole, in cui le parole stesse siano un problema, un diaframma trovato e lacerato. E vadano a creare un'estetica forte, perché uno scrittore attraversa il linguaggio, sovverte il mondo a partire da lì determinandone e svelandone uno proprio, irriducibile, più importante della realtà stessa. Vedo invece, in Italia, tranne rari casi (ma in giusta proporzione, come sempre, rispetto ai carrieristi narrativi) molto conformismo editoriale, sia da parte degli editor che fanno il loro mestiere sia da parte degli scrittori che fanno, appunto, un mestiere, dimostrando così di non essere degli scrittori ma solo dei timbratori di cartellini editoriali. Per cui, puntuando la maggior parte all'effimero, alle storielle intimistico-politico-generazionali, è diventato anche estremamente facile indovinare chi resterà e chi no. Sono balle pure quando si parla di romanzo "massimalista" (lo dico perché la cosa mi ha riguardato), perché era massimalista Laclos? E Sade? E Doestoevkij? E Proust? E Musil? E Faulkner? E Hermann Broch? E Jaime Saenz? E Manzoni, con le sue tre riscritture, e i suoi riasciacquamenti in Arno al fine di trovare la parola giusta, parola per parola? In realtà già il fatto che si sia sentita la necessità di usare questo termine per definire alcune opere che semplicemente avevano una forte estetica del romanzo e della complessità è sintomatico di come il profilo generale sia basso. Ma l'ansia di etichettamento di critica e lettori ha sempre smentito i pronostici e rivelato la cecità della critica. Mentre si etichettavano gli Scapigliati quasi nessuno si accorse di Federico De Roberto. Di tutti i Surrealisti l'idea che cambiò l'arte contemporanea arrivò da un signore chiamato Marcel Duchamp, surrealista marginale, e da un'idea chiamata readymade. Si parlò, alla fine degli anni Ottanta, anche di postminimalisti. Alla fine, sostanzialmente, di tutto quel gruppo è rimasto Bret Easton Ellis, perché non ha scritto opere occasionali, generazionali, ma si è confrontato con i grandi temi dell'uomo e della letteratura, e dandosi, tra l'altro, un'estetica propria che regge ancora oggi proprio perché potente, universale, tradizionale e avanguardistica come è sempre la grande letteratura. Per cui per me è impossibile rispondere su cosa sia o debba essere il romanzo del XXI secolo (e tra l'altro questa frenesia di classificazione nel dibattito culturale del secondo Novecento, al di là delle poetiche, è sempre venuta da comunisti, fascisti o cattolici, attraverso idee normative di ciò che doveva essere ciò che è per sua natura imprevedibile). Sono, di fatto, i romanzi che ci sorprenderanno, che ci stanno sorprendendo, di coloro capaci di andare al di là del prevedibile e mostrarci l'inatteso. Infinite Jest o Canti del Caos, La Delfina Bizantina o La Macchia Umana, Harmonia Caelestis o American Pshyco e tutti i romanzi che hanno sfondato un confine prendendo però, dentro di sé, tutti i confini precedenti.
Massimiliano Parente è nato a Grosseto nel 1970. Ha pubblicato i romanzi Incantata o no che fosse (ES, 1998), Mamma (Castelvecchi, 2000), Canto della caduta (ES, 2003). Mamma, estrema storia di incesto tra una madre e suo figlio, è stato oggetto di violenti attacchi diventando subito un caso editoriale e culturale: nell'aprile del 2003 Vittorio Sgarbi, Giordano Bruno Guerri, Giampiero Mughini hanno tenuto una conferenza stampa per difendere il libro dalla censura. Ha collaborato con "Il Foglio" e "il Giornale". Scrive regolarmente sul settimanale di cultura "Il Domenicale". Del 2005 è La macinatrice (Pequod). Vive a Roma.
Posted by Davide Bregola at 23.11.05 16:46