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20.11.05

Il romanzo del ventunesimo secolo #2

"...è un gioco fine a se stesso; ma non di così scarso interesse ;-) E poi, se devo essere sincero, capisco l'esigenza di Bregola, e la condivido. Di fronte agli Scarpa, di fronte ai Nove, di fronte allo yuppismo letterario, a questa ideologia della non-ideologia, del feroce disimpegno, Bregola si chiede: "Sì, ma noi, noi della nostra generazione, poi forse non siamo tutto questo concetrato di cinismo e ostentazione di superficialità, magari noi, della nostra generazione abbiamo ancora grandi aspirazioni, abbiamo ancora una qualche forma di idealismo - riveduta e corretta magari -, e vogliamo parlare di qualcosa di importante... O quantomeno, di che cosa vogliamo parlare noi della nostra generazione?". Parlare del Grande Romanzo del 21° Secolo, Pietro, significa desiderarlo, significa scommettere che ci possa ancora essere, giocare a questo gioco, invece, ha molta importanza. Io non credo che Tiziano Scarpa giocherebbe a questo gioco e sono sicuro che se Aldo Nove ci giocasse ci direbbe che Il Grande Romanzo del 21° Secolo sarebbe un Trattato in Dodici Libri sulla Porporina. A me questo serve? E' questo che voglio? Non so. No. Non più." (Marco Candida)

Secondo intervento pubblicato coi contributi che mi sono arrivati e che mi arriveranno su dbregola@libero.it. Tutto è partito con la "Lettera aperta a scrittori, critici e lettori" il cui testo è qui: http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/2005/11/lettera_aperta.html#comments. E' la volta di Marco Candida, blogger tortonese che potete leggere anche qui.(D.B.)

Di Marco Candida

Si dice spesso (anzi: spesso ho sentito dire) che ogni scrittore vorrebbe scrivere o ha pensato di scrivere l’opera mondo per eccellenza e cioè la Bibbia. Un’opera che ci dica tutto su tutto. Io, però, non credo che a uno scrittore interessi scrivere la Bibbia per cercare di ingoiare tutto quanto il mondo. Credo piuttosto che l’ambizione di uno scrittore – mi permetto di dire “la vera ambizione” – sia di riscrivere I Dieci Comandamenti. Ecco. Ecco che cosa vorrei che fosse il Grande Romanzo del 21° Secolo: la riscrittura dei Dieci Comandamenti, e a partire da questi Nuovi Comandamenti elaborare una nuova coordinazione di tutto l’esistente. Si dice spesso (anzi: spesso ho sentito dire) che il compito di chi scrive è nominare le cose; invece io penso che il compito – mi permetto di dire “il vero compito” – è di rinominarle, di cercare quel nome perduto o quel nome che non si è ancora trovato, di cercare di creare un linguaggio adamitico, o di creare le condizioni perché quel linguaggio adamitico possa esistere. E questo ha a che fare con i Dieci Comandamenti, con queste Dieci Regole delle Regole, con queste Dieci Logiche che si mettono in funzione e che creano la possibilità perché altre logiche, altre regole, altri linguaggi possano esistere. Allora per far questo forse il Grande Romanzo del 21° Secolo non dovrà parlare di una cosa, ma quanto più astratto sarà, tanto più sarà grande. Il Grande Romanzo del 21° Secolo piacerebbe scriverlo anche a me. Questo significa soprattutto che anch’io, qualche volta, prima di scivolare nel sonno, fantastico su come potrebbe essere. Mi immagino, ad esempio, che trama potrebbe avere. Immagino schemi su schemi che si sovrappongono cascando dall’alto in forma di figure geometriche fatte di segmentini fluorescenti (nella mia immagine di colore blu elettrico o rosa bubble gum come le spade laser di Guerre Stellari) e che sovrapponendosi creano nuove figure non più geometriche ma intricatissime. Cosa verrebbe fuori, ad esempio, se si incrociassero le rappresentazioni ad albero di tre trame? O di sette trame? O di nove trame? Sarebbe possibile farlo? Cosa verrebbe fuori in termini di rappresentazione grafica se si incrociassero le trame delle Affinità Elettive, dei Promessi Sposi e di Guerra e Pace? Linee su linee (fluorescenti; e blu elettrico o rosa bubble gum) segmentini su segmentini, split su split che si sovrapporrebbero esattamente o correrebbero perfettamente a filo o che si incrocerebbero a metà o a un quarto o a un terzo… Mi immagino, poi, quali personaggi potrebbe avere questo Grande Romanzo del 21° Secolo… Ci sarebbero, prima di tutto, dei personaggi, che funzionano da porte di passaggio verso un universo ancora inespresso? Oppure in questo romanzo i personaggi avrebbero la stessa consistenza di un suono – basterebbe solo il nome per fare tutto il personaggio, senza nessuna descrizione –, un suono che gira per il romanzo come la voce di uno spiritello come nei romanzi di Faulkner che è forse tra i più grandi raccontatori di storie di fantasmi e di spiriti della Letteratura? Oppure mi immagino, presuntuosamente, tipi umani che la letteratura non ha ancora mostrato, e alla fine, ogni volta, non riesco a farlo se non prendendo a prestito un pezzo di qua e uno di là di personaggi che la letteratura ci ha già mostrato. Che dire, ad esempio, di un incrocio tra Oblomov e Faust? O tra Zeno Cosini e Il Barone Rampante? O, perché no?, tra Freddy Krueger e Maria Teresa d’Avila? Quali mostruosità si potrebbero configurare giocando a questo gioco degli infiniti incroci? E forse non è proprio soltanto questo che è ancora possibile: pensare a mostruosità? Ma no, non devo pensare pensieri che mi possano scoraggiare – da qualche parte una perla tra le conchiglie è rimasta, deve esserci, altrimenti non scriverei o non desidererei così tanto farlo, se pensassi che così non è. Poi, mi dico, in fondo si può parlare dell’oblomovismo o del faustismo (ossia della Pigrizia e della Volontà) costruendo nuovi personaggi, dove azioni e pensieri soggiacciono dentro logiche completamente diverse. Forse quando si crea un personaggio bisogna concentrarsi sulle sue motivazioni, sulla sua “anima”; mentre quando si crea un mondo bisogna concentrarsi sulle parti esteriori di questo mondo. Voglio dire: nessuno ha mai scritto un libro che abbia come eroina un esperta di naming; ma se scrivo un libro dove il mio personaggio principale è un’esperta di naming, se sono bravo, posso illuminare una porzione di mondo che, in letteratura, è ancora rimasta nell’ombra (cioè il mondo delle esperte di naming; che vita fa un’esperta di naming? che cosa pensa prima di scivolare nel sonno un’esperta di namig?), e tuttavia non illuminare in nessun modo un nuovo tipo umano – per farlo ho bisogno di lavorare sulla sua logica interna… però come si fa ormai a estrarre dal lago una nuovo archetipo? Ecco che torna un pensiero di sconforto. E potrei andare avanti per almeno altre quaranta pagine soltanto a farmi domande sul Grande Romanzo del 21° Secolo. Come sarà, ad esempio, la lingua da inventarsi? Quel linguaggio tanto trasparente da sembrare allucinatorio come augurava Calvino? Oppure un linguaggio cianotico, multi-diversificato, ultra-esasperato come quella lingua impossibile, come un castello di fiamme senza ponti, spalmacchiata sulle pagine di Carmelo Bene? E poi perché ho portato l’esempio di questi due nomi? E perché ho portato l’esempio di tutti quegli altri nomi che ho fatto prima? L’ho fatto, mi rispondo, perché nel parlare in astratto del Grande Romanzo del 21° Secolo, io sto parlando, in particolare, di me e di come io lo vorrei, addirittura di come lo scriverei. Ecco, in fondo, che funzione ha un esempio: non solo di chiarire meglio, ma di segnalarci che tutto quel c’è in un discorso, non “c’è in un discorso”, ma lo sto dicendo io, io che lo scrivo o che lo pronuncio, e che per quanto mi sforzo di non farlo apparire così, questo qualcosa è arbitrario, proviene da me, da quel coagulo di suggestioni, immagini, idee, opinioni e via così che mi sono fatto attorno a un argomento, e tutto questo rispunta fuori, inevitabilmente, attraverso gli esempi. Infatti spesso a un esempio si ribatte: “Sì, ma perché fai questo esempio?”. E’ l’esempio il cuore pulsante di un discorso: l’esempio parla di me. Tutto ciò che sta attorno all’esempio è solo una gigantesca forma di accaparramento delle simpatie dell’interlocutore, di giustificazione razionale attorno a un punto irrazionale del discorso, solo arbitrario e viscerale. Allora tanto vale dire come lo scriverei io il Grande Romanzo del 21° Secolo o che idea ho io di questo romanzo.
Questo non vuol dire che il Grande Romanzo del 21° Secolo dovrà parlare di niente, tutt’altro. Dovrà affrontare, invece, i grandi temi, i più grandi, i più imbarazzanti. Dovrà essere discacciato da ogni tavolo di ogni Piccola Casa Editrice e grande casa editrice; dovrà essere sbeffeggiato e ridicolizzato; dovrà essere esorcizzato; soprattutto, ecco, io penso che il Grande Romanzo del 21° Secolo dovrà essere, di primo aspetto, un Grande Romanzo Provinciale. Non nel senso localistico, ma nel senso di “provincialismo”. Dovrà essere rigonfio delle ambizioni fuori misura che, molto spesso, un provinciale (o chi si comporta come un provinciale) ha. Allora, e qui divento radicale, poiché penso che l’Italia, essendo fatta principalmente di province e di piccoli centri (quante sono le cosiddette grandi città in Italia?), si possa considerare un Paese Provinciale, abitato da persone di provincia, penso che per questa ragione l’Italia sia al primo posto nel mondo come luogo adatto per partorire un’opera dalle ambizioni smisurate. Penso, anzi, che quest’opera proverrà dalla mente di qualche abitante nato e cresciuto in un piccolissimo centro, magari di seimila abitanti, magari di nome Sermide, o che addirittura di abitanti ne fa trecentocinquanta, e di nome fa Forotondo.
(Il suo intervento appena proposto è apparso anche qui e qui.


Marco Candida è nato nel 1978 a Tortona e ivi abita. Dopo il Liceo si iscrive alla Facoltà di Legge e intanto lavora in uno studio sulla sicurezza nelle aziende (626 e seguenti). Da anni è animatore e agitprop di blog e laboratori di scrittura. Ha partecipato, vincendo, ad alcuni concorsi di narrativa. Di lui ho sentito dire tutto il bene possibile e Mozzi l'ha definito "Una delle migliori menti della nazione". Presto ci riserverà sorprese editoriali inaudite!

PIETRO, UN LETTORE, SCRIVE:

A me sembra un gioco fine a se stesso. Poco interessante per chi legge e ancora meno interessante per chi scrive e fa della scrittura il fulcro della propria vita. Il Grande Romanzo del ventunesimo secolo arriverà, ma come spesso capita quando ci si pone domande più grandi della riposta, io credo che sarà una come una tegola sulla testa. Ti accorgi del colpo, imprechi contro il cielo, e solo dopo, con aria ebete, capisci la ridicolaggine di tutta la situazione. Voglio dire che il Grande Romanzo è qualcosa che nasce da zone insospettate, a partire da una pulsione tutta interna al narratore, al di fuori di ogni pianificazione e riflessione profonda e salottiera sul tema del romanzo. In questo senso sono d'accordo sulla questione del provincialismo di cui parla Marco, provincialismo inteso però, a mio avviso, soprattutto come invisibilità dai grandi circuiti letterari e mondani. Voglio dire che per parlare di Grande Romnanzo di questo secolo dobbiamo sapere quali sono stati i Grandi Romanzi del secolo che ci siamo lasciati alle spalle. Per me sono stati "Viaggio fino al termine della notte", "Il Processo", "Ferdydurke", "Il male oscuro", "Perturbamento". I primi che mi vengono in mente, romanzi che sono nati a partire sempre da una necessità e un'urgenza impellente di dare forma a qualcosa che, fino all'attimo precedente in cui è stata scritta la prima parola dell'Opera, appariva solo come una nebulosa spaventosa e indescrivibile.
Per me un Grande Romanzo dovrà essere profondamente inattuale nelle sue intenzioni tanto quanto sarà attuale secondo le opinioni dei critici del momento che lo leggeranno.
Capacità di disorientare, poi. Perché disorientare è un verbo che mi piacerebbe vedere abbinato sulla quarta di copertina del suddetto romanzo. Questo è quanto.

MARCO CANDIDA RISPONDE:

Caro Pietro, sono d'accordo: è un gioco fine a se stesso; ma non di così scarso interesse ;-) E poi, se devo essere sincero, capisco l'esigenza di Bregola, e la condivido. Di fronte agli Scarpa, di fronte ai Nove, di fronte allo yuppismo letterario, a questa ideologia della non-ideologia, del feroce disimpegno, Bregola si chiede: "Sì, ma noi, noi della nostra generazione, poi forse non siamo tutto questo concetrato di cinismo e ostentazione di superficialità, magari noi, della nostra generazione abbiamo ancora grandi aspirazioni, abbiamo ancora una qualche forma di idealismo - riveduta e corretta magari -, e vogliamo parlare di qualcosa di importante... O quantomeno, di che cosa vogliamo parlare noi della nostra generazione?". Parlare del Grande Romanzo del 21° Secolo, Pietro, significa desiderarlo, significa scommettere che ci possa ancora essere, giocare ha questo gioco, invece, ha molta importanza. Io non credo che Tiziano Scarpa giocherebbe a questo gioco e sono sicuro che se Aldo Nove ci giocasse ci direbbe che Il Grande Romanzo del 21° Secolo sarebbe un Trattato in Dodici Libri sulla Porporina. A me questo serve? E' questo che voglio? Non so. No. Non più.

Posted by Davide Bregola at 20.11.05 10:57

Comments

Il titolo del Nuovo Romanzo è nel post, cito: "giocare ha questo gioco."
:)

Posted by: giambojet at 20.11.05 12:44

Grzie Giamboj, ho corretto il refuso. Ma lei che ne pensa del dibattito instauratosi? Pretestuoso? Utile? Inutile?Saluti. D.

Posted by: D.B. at 20.11.05 12:55

Stavo cercando di racimolare un paio di idee proprio stamattina, durante la predica... ma cosa vuole, dottor Bregola, fra traslochi, nuovi lavori, plagi subiti e insperate opportunità ho poco tempo da investire in un progetto di siffatto respiro... e poi sono così ignorante che avrei poco da contribuire col mio... ecco, questo però lo posso fare... e lo scriverò: scriverò come dovrebbe essere il magnifico romanzo del ventunesimo secolo che io vorrei leggere.

Posted by: giambojet at 20.11.05 17:50

La nostra generazione è viziata dal pregiudizio che ci fa pensare che ormai siamo arrivati all’apice del progresso tecnologico e della conoscenza. In realtà è una delle considerazioni più stupide che un essere umano possa fare. Nonostante si siano fatti enormi progressi nell’ultimo secolo, quello che ci viene detto dalla scienza è pochissimo rispetto a quello che c’è da sapere e, soprattutto, non è mai incontrovertibile!
Perché questo preambolo pseudo-filosofico (vi ho risparmiato citazioni di Kuhn e Popper e Husserl)? Perché secondo me, parallelamente allo scientismo, esiste nella società attuale una sorta di “letteraturismo”. Si tratta della convinzione che tutto sia ormai stato scritto, che il grande romanzo sia finito e che non ci siano più gli scrittori di una volta. Intendiamoci, non è che la letteratura italiana contemporanea sia meravigliosa, ma è semplicemente diversa. Chi dice che non c’è più niente da scrivere, secondo me, ha semplicemente disimparato ad osservare. Ci sono talmente tante cose da scrivere che un’intera vita non basterebbe a raccontarle tutte!
Per me il Grande Romanzo del XXI secolo dovrebbe essere un romanzo che parla dei treni di mezzanotte, della gente chiusa nei vagoni della metropolitana, di quelli che non arrivano alla fine del mese, delle piccole cose, dei fatti quotidiani. Probabilmente si tratta del mio modo di vedere le cose, che da qualcuno potrà essere considerato banale. Secondo me non lo è.

Posted by: Maura at 21.11.05 14:05