« SE LE PORTE DELLA PERCEZIONE FOSSERO RIPULITE | Main | LAVORO E NARRATIVA »

07.10.05

Seminario itinerante sulla letteratura contemporanea - a cura di Enrico Palandri-

images.jpg

Di seguito il dibattito tenutosi in occasione del secondo incontro del "Seminario itinerante sulla letteratura contemporanea", diretto da Enrico Palandri. L'incontro si è tenuto a Venezia Università Ca' Foscari.

I. Interventi della mattina

Helena Janeczek Quello che ci vuole è conoscere la musica, sapere cosa vuoi fare. Mi ricordo benissimo i primi tempi che mi ero trasferita in Italia e parlavo senza difficoltà ma senza congiuntivi, perché l'italiano l'avevo imparato parlando, e stavo male. Capire che mentre parlavo non riuscivo a trovare il termine adeguato mi faceva venire il nervoso e mi veniva da piangere. Perché l'esigenza di esprimersi, l'amore per la parola, il senso di come si usano le parole, credo che siano cose che uno ha o non ha a prescindere, che abbiano una certa universalità di fondo in cui credo fortemente. La lingua è uno strumento ma non significa che debba essere considerata in modo così strumentale, scusate il paradosso. Ci vuole una forza produttiva. Può avvenire dopo, può essere tutta una storia personale però ci vuole, la devi sentire come qualcosa di vivo, appartenente a te. Non può soltanto essere che si scrive in inglese, per esempio, perché ci si lancia meglio sul mercato mondiale.

Enrico Palandri Io mi sono molto ritrovato nelle tue parole, soprattutto quando dici che la lingua diventa uno strumento. Mentre non c'era un progetto commerciale di diventare uno scrittore internazionale, c'era invece questo senso di voler ritrovare un italiano che fosse più uno strumento e che fosse più libero dall'italiano parlato e contaminato con cui ero cresciuto. Questo c'era molto fortemente e anzi, il mio primo libro era molto parlato, scritto negli anni d'università con un gergo comune, mio e degli altri in quegli anni. Ed invece, improvvisamente, il far scattare qualcosa per cui non sentivo più di avere le priorità del mondo dei miei amici ma sentivo di avere come interlocutore la storia letteraria, aveva cambiato molto le cose. Penso che sia uno dei nodi, di cui parlavamo anche a Torino, dove discutevamo dell'alto e del basso, e la ragione per cui io ad un certo punto ho criticato Giorgio Vasta e qualcun'altro, che continuavano a citare metafore calcistiche e Marzullo, perché secondo me c'era un po' paura della vertigine che viene quando si comincia a scrivere, che è invece la vertigine di sentire che tu, che sei una brava persona, che hai i tuoi amici, i tuoi compagni di scuola, ti senti improvvisamente in compagnia di queste persone strane, che sono i protagonisti della storia della letteratura, che sono problemi forti, che sono cose che ti chiamano per nome. In quel momento questa capacità di assomigliare al mondo che hai intorno, improvvisamente, svanisce e ti lascia un po' più solo, ti costringe a prendere delle responsabilità. Credo, non voglio essere troppo freudiano, ma che questo richiamarsi al basso e far finta di non essersi staccati sia più un lapsus, credo che sia più quello che dice nascondendo di quello che dice in realtà ed è come se segnasse la separazione. In fondo è quando inizi a vedere l'alto ed il basso. È come se qualcuno dicesse «vedete che sono sempre lo stesso» nel momento in cui sente che sta diventando qualcos'altro. Non so se sono stato chiaro. Se tu ad un certo punto ti accorgi che con la lingua in cui sei immerso riesci a dire solo una certa quantità di cose e per altre devi avere altri mezzi, ecco quello è un momento di solitudine. Sopratutto se tu non nasci pensando di essere Giacomo Leopardi ma nasci andando a vedere le partite di calcio, condividendo la vita di tutti i giorni e poi, improvvisamente o un po' alla volta, questa appartenenza comincia a frantumarsi e tu inizi a dover fare una strada più da solo. A questo punto volevo chiedere a Davide qualcosa sul suo libro Da qui verso casa, anche alla luce delle cose che sono state dette.

DAVIDE BREGOLA: Io ad un certo punto della mia vita ho deciso che comunque volevo scrivere. Ho quindi iniziato a scrivere per i fatti miei e poi ho iniziato a frequentare altre persone che scrivevano o che magari avevano già pubblicato. I miei contatti erano sempre con scrittori italiani. Al liceo ho fondato un circolo culturale in cui s'invitavano scrittori che parlavano dei loro libri, di narrativa, di letteratura, di tecnica letteraria e il mio percorso di narratore è stato quello canonico della persona che vuole scrivere e che pubblica in un'antologia di racconti con altri autori. Dopodiché si entra in contatto con persone che hanno le stesse passioni e le stesse aspettative. Ciò che mi interessava però, era sempre questo aspetto del contatto con persone che avevano scritto libri che apprezzavo e questa cosa mi ha accompagnato un po' per tutto il mio percorso. Fino al momento in cui ho iniziato a leggere dei libri, m'incuriosivano gli autori che avevano nomi stranieri e ho voluto saperne di più, mi sono fatto una piccola bibliografia, e ho deciso di andare a cercare persone che avevano pubblicato libri in italiano pur avendo una lingua madre diversa. Mi sono avvicinato a loro come semplice lettore, come persona che ha intenzione di scrivere e vorrebbe cercare di farlo nel miglior modo possibile. È stato anche un avvicinamento un po' entusiastico e naive e, dopo aver letto i libri delle persone che volevo intervistare, ho chiesto gli appuntamenti per incontrarli. L'intenzione era di parlare con loro di letteratura, degli autori che li avevano entusiasmati, della loro esperienza, dell'approccio con una lingua diversa dalla loro lingua madre. Sono venute fuori delle cose interessanti. È partito tutto, in ogni modo, da due libri italiani. Ferdinando Camon negli anni '70 scrisse Il mestiere di scrittore e Il mestiere di poeta: intervistava degli scrittori e dei poeti italiani. Io volevo fare altrettanto, cioè intervistare approfonditamente delle persone che secondo me avevano qualcosa da dire, con questa particolarità: di essere persone provenienti da un'altra lingua. Nel giro di un anno ho fatto undici interviste a scrittori che provengono da ogni parte del mondo e pubblicano in italiano. Ho fatto un po' il giro del mondo rimanendo in Italia. Ho affrontato con loro degli aspetti di tecnica narrativa che m'interessavano perché per cercare di scrivere nel miglior modo possibile anch'io volevo passare attraverso l'esperienza. Casualmente Armando Gnisci, scrittore di comparatistica, è venuto a sapere di quello che stavo facendo, mi ha chiesto un po' i risultati della mia ricerca e, preso dall'entusiasmo, ha deciso di pubblicarla in questa collana, con una piccola casa editrice di Roma.

Enrico Palandri Però è strano Davide che per pensare di fare lo scrittore italiano decidi di intervistare degli autori non italiani.

Davide Bregola Secondo me non è strano perché avendo conosciuto tanti narratori italiani, avendoli frequentati, in questo circolo culturale in un paesino di seimila abitanti, sentivo che dopo un po' di tempo, bene o male, ero troppo vicino alle cose che dicevano, vi appartenevo, erano familiari. Mi era saltata la curiosità quindi di sentire qualcuno che avesse un'esperienza completamente diversa dalla mia. M'interessavano le geografie, che ho trovato molto suggestive. Per carità, anche gli scrittori italiani sono molto interessanti. Però volevo in qualche modo tradire questi tratti comuni degli scrittori italiani che avevo conosciuto. Era proprio una curiosità. Chi non citava Tondelli, chi non citava De Carlo, che appartenevano a due scuole diverse, ma con delle comunanze che mi davano fastidio. Io stesso provengo da letture di scrittori italiani, al di là di Enrico, degli entusiasmi per Tondelli eccetera, eppure ad un certo punto questi autori ho iniziato ad odiarli, forse non è il caso di dirlo. Dopo l'imitazione dei 14-15 anni ho voluto tradirli, ucciderli! Siccome abitavo in questo paesino piccolissimo in Lombardia, nella punta nord-est della Lombardia, volevo vedere chi aveva scritto qualcosa riconducibile a quella geografia, tra gli autori italiani stranieri. È stata una cosa bellissima perché mi ha sprovincializzato! Con la paranoia di essere provinciale, vedere che altri autori avevano parlato di questa cosa, è stato interessante, sembra una cazzata però poi invece serve.

Helena Janeczek Mi sembra che per gli scrittori italiani sono più problematici luoghi di origine tipo Mantova o Venezia o Firenze che paesini sperduti. Io adesso abito da un po' di anni a Gallarate che è uno dei posti più spersi che esistono. In quella zona lì, che è una delle più povere, c'è una sproporzione di scrittori! Vengono da questa terra di nessuno, cosa che mi sembra molto interessante. Mi sembra interessante che oggi moltissimi autori italiani vengano da queste terre del nord-est così trasformate. Ho la sensazione che invece il centro, come luogo, non funzioni.
Tutto l'incontro su: http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2003-ii/W-bol/Venezia/Venezia.html

Posted by Davide Bregola at 07.10.05 22:08

Comments