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07.09.05

La narrativa italiana scritta da stranieri (seconda parte)

Di Davide Bregola

Storia alternativa

Tra qualche anno avremo anche in Italia casi editoriali come quelli di Salman Rushdie, Tahar Ben Jelloun, Hanif Kureishi? Per il momento non è importante porsi questa domanda in modo pressante; si tratta solo di attendere.Garane.gif
Sulla rivista Afriche e Orienti dell’autunno-inverno 2000, Nadia Valgimigli nel suo saggio Nel ventre della balena sancisce la nascita di questa letteratura “emergente”, come la chiama lei, con l’avvenimento dell’assassinio di Jerry Essan Masslo avvenuto il 24 agosto 1989 a Villa Literno. Razzismo e intolleranza, nei fatti di cronaca, entrano nella letteratura di alcuni migrant writers e, come nel caso di Essan Masslo, vengono cristallizzati come «evento-limite», dice la studiosa. L’evento è preso come convenzione, con tutti i pregi e i limiti del caso.
Naturalmente prima di quella data scrittori stranieri avevano già scritto e pubblicato in Italiano. Primo tra tutti l’indimenticabile J.Rodolfo Wilcock.

Approdato in Italia da Buenos Aires, già alla fine degli anni ’50 dello scorso secolo ha iniziato a pubblicare scrivendo direttamente in Italiano trasfondendosi con un’operazione che solo a pochissimi, come Conrad e Nabokov per l’inglese è riuscita.
Nel processo di sviluppo della letteratura di immigrazione (termine che al tempo veniva usato per definirne il fenomeno e che ora risulta inappropriato e inesatto perché da tempo si parla di “narratori migranti”), possiamo distinguere tre momenti sfumati tra di loro. Il primo è costituito dalla cosiddetta letteratura di testimonianza, nata dal bisogno di comunicare, attraverso la scrittura, direttamente con il pubblico italiano. Di questo filone sono espressione i romanzi, scritti tutti a quattro mani con autori o giornalisti italiani, di Salah Methnani che scrisse Immigrato per Theoria nel ‘90, Nassera Chohra con Volevo diventare bianca per E/O del 1993, Saidou Moussa Ba con La promessa di Hamadi De Agostani del 1991, Pap Khouma con Io venditore di elefanti per Garzanti uscito nel 1990. Storie di violenza e razzismo, di solitudine e integrazione impossibile tra immigrati e società "ospitante". In tempi più recenti, una seconda ondata di scrittori dell'immigrazione (ancora così erano definiti) ha cominciato ad emanciparsi dalla scrittura in collaborazione con autori o giornalisti italiani e sta mostrando di volersi costituire e presentare come scrittori in senso pieno. Il che significa: non solo come testimoni di un fenomeno sociale e culturale traumatico e di ancora improbabile e difficile composizione, ma anche come narratori e poeti di situazioni ed esperienze del disagio, e soprattutto delle differenze culturali. Sono nate così opere, diverse per valore letterario, ma tutte accomunate dalla necessità di superare l'autobiografismo testimoniale della prima fase, per affrontare temi più vari. Un terzo momento della scrittura di immigrati la spiega bene lo scrittore Carmine Abate in una intervista al CIES (http//digilander.iol.it/vocidalsilenzio): “Ho seguito questa letteratura fin dalla nascita e devo dire che col tempo sto scoprendo degli autori che hanno davvero molto da dirci e lo dicono sempre meglio. Oggi è stata superata la fase che Armando Gnisci, (Ne parla in Creolizzare l’Europa Meltemi, 2003 n.d.r.) appassionato esperto di questa letteratura, aveva definito efficacemente “carsica”, cioè “resa invisibile dall’industria culturale”. Autori come Yunis Tawfik, Muin Masri, Momhse Melliti, Christina de Caldas Brito, Jadelin Mabiala Gangbo, Ron Kubati, Gezim Hajdari, per citare qualche nome, o scrittori come Dante Liano, Jarmila Ockajovà, Alice Oxman, che scrivono in italiano, ma non (ancora) sui temi dell’immigrazione, hanno conquistato uno spazio importante nel panorama letterario italiano. A me sembra che anche in Italia cominci a prendere forma una letteratura che ha alla base il dialogo, affiorino i primi tentativi di incrocio e ibridazione di modelli letterari, di lingue, di storie, si creino i presupposti di quella che dovremmo cominciare a chiamare letteratura multiculturale. Una letteratura fatta dallo sguardo plurimo e ibrido sul mondo, di cui è portatore chi parte e vive altrove”.
Tra qualche anno avremo anche in Italia casi editoriali come quelli di Salman Rushdie, Tahar Ben Jelloun, Hanif Kureishi? Per il momento non è importante porsi questa domanda in modo pressante; si tratta solo di attendere.

Posted by Davide Bregola at 07.09.05 10:01

Comments

Desidero segnalare l'ultimo romanzo di Julio Monteiro Martins: Madrelingua, di cui ho scritto qui:

http://xoomer.virgilio.it/badimona/Martins.htm

Bart

Posted by: Bartolomeo Di Monaco at 09.09.05 08:15

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