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23.08.05

Il Grande Romanzo Italiano del XXI secolo (Sesta Parte/A)

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Mio padre era a pancia in su, con le gambe piegate e le ginocchia in alto come quando mi faceva la cavallina. Solo che ora aveva anche una mano sulla fronte come quando ci si deve coprire gli occhi per non farsi vedere piangere. Ma non piangeva. Si lamentava e basta.
Vista la situazione ho detto: Chiamiamo l’ambulanza o andiamo noi?
A guardarlo lì cosi, mio padre, mi è venuta alla mente una cosa che avevo già pensato diverse volte:
Ha la stessa età di Antonio Moresco. Nati entrambi nel 1947. Solo che mio padre è in pensione da 2 anni, mentre Moresco è ancora un “giovane” scrittore.
Sta cosa l’ho detta con mio padre una volta, quando parlavo di narratori italiani, e lui ha detto che sì, lo considerano giovane perché è fresco di pubblicazioni Moresco, avendo esordito con quello che lui dice essere il suo primo vero grande libro nel 1998. Cinquantuno anni quando ha visto pubblicare il suo Gli esordi. Mica un ragazzino!
Moresco in L’invasione, alla domanda Il romanzo è morto e non ci sono più libri contemporanei da ricordare, risponde: “E’ il ritornello di questi anni, di questi decenni. Ogni giorno salta fuori qualcuno a dirci che è morto qualcosa: il reale, la storia, la parola, il romanzo, la letteratura, la possibilità di creazione, di vita... È il portato di paralizzanti e funzionali posizioni teoriche (a me pare ideologiche) che nascono dal cuore stesso del secolo appena trascorso e che continuano ad andare avanti per forza d'inerzia."

Un avvocato di Torino ha risposto alla lettera di Maura. Le ha mandato una e-mail e io son lì davanti che leggo con lei:

Gentile Signorina Pameli,
La ringrazio e e (Sic!) la miglior cosa è parlarne di persona a settembre.
Intanto, visti i Suoi studi e i Suoi interessi, direi che ottima cosa, per la Sua professione, sarebbe una Sua iscrizione al Corso da me coordinato di Siena per il Modulo III (comunitarismo) che si svolgerà a Novembre. Troverà sul sito dell’editore Simone, sotto la dicitura Convegni, relativo programma. Sui corsi di formazione fossensi (sic!), essi sono una coda universitaria e talvolta distraggono il discente da una serie pratica portandolo via dallo studio per tre pomeriggi. Dipende da come il giovane professionista riesce a compensare con lavoro tali distacchi. Mi chiami pure quando vuole e vedremo di vederci dopo agosto.
Cordialmente
Avv.Prof. Matteo C. Calinori
329-09987662

STUDIO AVVOCATO CALINORI
COMMERCIALE, AMMINISTRATIVO E PENALE D’IMPRESA
Via Po 3 10028 Torino
Via Nonno di Panopoli 1 14100 Asti
Segretario generale e presid.comitato scient. Del
Centre du droit penal fiscal (e comunitario e delle materie collegate)

Io: Bene, mi sembra una gran bella notizia questa!
Maura: Sì, lo è, però adesso ho paura. Avrò le capacità? Riuscirò?
Io: Non cominciare con questa storia. Vai avanti passo passo, ora c’è la risposta, non precorrere i tempi. Aspetta.
Maura: D’accordo. Però sì, sono felice.

Oggi, ho iniziato a raccontare a Maura, c’è una novità che arriva direttamente da mio padre.
Settimana scorsa ho dovuto portarlo di corsa al pronto soccorso di Legnago perché aveva male allo stomaco, o alla pancia, o al fegato. Non capiva bene dove fosse il male. Però un dolore atroce, da non riuscire a stare a letto né a pancia in giù né a pancia in su. Quella notte avevo dormito dai miei proprio perché già dal pomeriggio mio padre non stava bene e mio fratello era al lavoro, mia madre non ha la patente, allora dopo cena mi han detto: Rimani?
Dov’è che hai male? gli dicevo. E lui non riusciva a capire da dove provenisse.
A cena aveva mangiato della pasta al pomodoro, della mortadella e del pane poi aveva aperto il frigo e, tratto un salame, ne aveva tagliata qualche fetta e se l’era mangiata.
Io è da tempo che gli dico di ridurre i salumi.
Lui ripete continuamente che non son quelli a fare male. Altro fa male, dice: i coloranti, i conservanti, gli aromi artificiali.
Sì, però cosa credi, che lì dentro non ci siano queste schifezze?
No, non ci sono.
Prosciutto? Non vedi che è pieno di polifosfati? Si vede dal colore. Gli dico a volte.
Baggianate, fa lui, che è chimico e crede di sapere come va il mondo dell’alimentazione e delle emissioni inquinanti di tutta la piccola media e grande industria italiana.
Allora continua a mangiarle; proprio una bella dieta equilibrata la tua!
Fatto sta: un’ora dopo era al cesso a vomitare. Sentiva come una sensazione che si prova quando non si è digerito. Il cibo era tutto lì fermo, e l’appesantiva, gli aveva fatto venire pure un cerchio alla testa. Poi la notte quel male insopportabile.
Come prima cosa, tutto in silenzio, era sceso in cucina e dalla farmacia di casa aveva preso l’antidolorifico che prende mia madre per la schiena. E’ stato un po’ meglio per mezz’ora poi ha di nuovo vomitato tutta l’acqua e l’antidolorifico.
Io ero sveglio, aveva iniziato a fare del trambusto con mia madre che gli diceva: Ti faccio una limonata? Ti faccio una camomilla? Dov’è che hai male?
Allora sono sceso dal letto e sono andato in camera a vedere.
Mio padre era a pancia in su, con le gambe piegate e le ginocchia in alto come quando mi faceva la cavallina. Solo che ora aveva anche una mano sulla fronte come quando ci si deve coprire gli occhi per non farsi vedere piangere. Ma non piangeva. Si lamentava e basta.
Vista la situazione ho detto: Chiamiamo l’ambulanza o andiamo noi?
A guardarlo lì cosi, mio padre, mi è venuta alla mente una cosa che avevo già pensato diverse volte:
Ha la stessa età di Antonio Moresco. Nati entrambi nel 1947. Solo che mio padre è in pensione da 2 anni, mentre Moresco è ancora un “giovane” scrittore.
Sta cosa l’ho detta con mio padre una volta, quando parlavo di narratori italiani, e lui ha detto che sì, lo considerano giovane perché è fresco di pubblicazioni Moresco, avendo esordito con quello che lui dice essere il suo primo vero grande libro nel 1998. Cinquantuno anni quando ha visto pubblicare il suo Gli esordi. Mica un ragazzino!
Moresco in L’invasione, alla domanda Il romanzo è morto e non ci sono più libri contemporanei da ricordare, risponde: “E’ il ritornello di questi anni, di questi decenni. Ogni giorno salta fuori qualcuno a dirci che è morto qualcosa: il reale, la storia, la parola, il romanzo, la letteratura, la possibilità di creazione, di vita... È il portato di paralizzanti e funzionali posizioni teoriche (a me pare ideologiche) che nascono dal cuore stesso del secolo appena trascorso e che continuano ad andare avanti per forza d'inerzia. Tutto questo è curioso e senza precedenti. D'accordo, mi rendo conto, sappiamo che la vita su questo pianeta finirà, che il sole si spegnerà. Ma succederà tra quattro miliardi di anni! Continueranno ad andare avanti con questa solfa per quattro miliardi di anni? Le forme possono cambiare, cambiano... In quella denominata "romanzo", poi, c'è dentro di tutto: la cronaca, la narrazione orale, il teatro, il poema, la storia, la preghiera... Certo, c'è un bel po' di gente che con la forma romanzo ci marcia. Ma c'è in giro anche qualcos' altro, mi pare. Io non voglio qui prendere le difese del romanzo inteso come piccola forma prevedibile e pacificata, omologata e appetita dagli editori proprio perché consueta e facilmente vendibile, che non rischia nulla, non sposta nulla, verso la quale anch'io provo avversione. Ma ciò che colpisce in certi discorsi, oltre alla presbiopia e all’arrogante cecità di casta - anche in persone che mostrano diversa apertura e sensibilità verso le opere del passato e a ciò che è già stato codificato - è che a volte pare quasi un desiderio, un desiderio nato dalla frustrazione. Che tutto sia morto, forse perché non si veda che lo sono loro. Che razza di carte si sono ridotti a tenere in mano! Che brutta partita ad avere in mano delle carte simili! Ma, se le cose sono davvero così, perché continuano a restare in questo orribile modo sul terreno della letteratura e dell'invenzione?”
Allora, leggendo queste parole così combattive, così invasate, mi dico che sì, Moresco è giovane nel pensiero. Lui e mio padre, coetanei. Da non crederci, lui e mio padre stessa età. Quando Moresco era lì davanti alle stazioni a incollare manifesti di rivoluzione, mio padre era in fabbrica, come un Levi in trentaduesima, ad analizzare acque e acidi e fumi di quella grande azienda privatizzata che una volta si chiamava Enel e che ora, a seconda di chi l’ha acquistata si chiama Endesa o Ecogen. Mio padre però da aziendalista aggiunge sempre: In gran parte del meridione l’Enel è ancora statale. E sai perché? Sai perché?
Io so già la risposta: Perché lì l’Enel non fa la produzione di energia che riesce a fare al nord, e allora siccome è in passivo la tiene lo stato. Giusto?
Giusto! E in questo mio giudizio non c’è razziamo eh! Non è colpa loro dice, se lì non riescono ad essere in attivo.
Mio padre e Moresco. Stessa età. Quando Moresco nei suoi libri parla di acciacchi fisici: gli occhi, la retina, la vista annebbiata, la cattiva digestione, il mal di schiena, la debolezza fisica, riconosco un po’ degli acciacchi di mio padre. Le cose in comune si fermano qui. Papà è stato democristiano, socialista, leghista, ulivista, ancora leghista, forse forzitalista. Confuso, dico io quando mi arrabbio con lui che non capisce perché ha sempre votato sbagliando. Che non si rende conto che il mondo è fatto da persone che hanno un respiro più ampio del suo. Moresco no. Credo che Antonio sia stato un comunista convinto così come oggi tende all’anarchismo di sinistra, che non si sa bene cosa voglia dire, ma si dice.
Mio padre era lì, piegato dal dolore.
Andiamo al pronto soccorso, gli ho detto. Prendi su un asciugamano, un pigiama, dell’acqua. Non si sa mai.
Mia madre ha iniziato a rovistare nei cassetti, ha tirato fuori in automatico tutto quanto.
Vengo anch’io, ha detto.
Vieni.
A papà hanno fatto gli esami del sangue. Tutto sballato, tutti i dati sballati, continuava a dire il medico. Poi gli hanno messo la solita cannuccia su per il sedere e gli hanno fatto una colonoscopia. Lì tutto bene, il medico gli ha detto che ha un colon pulitissimo. Proprio così. Nemmeno una piccola cisti, gli ha fatto. Poi gli hanno fatto una gastroscopia. Pure lì tutto bene. Il colon pulitissimo però non l’avevo mai sentito dire da nessuno. All’ospedale probabilmente è un complimento.
L’hanno rimandato a casa gonfio di antidolorifici dicendogli: Signor Bregola, lei ha avuto un virus!
Mio padre per giorni è stato convinto di avere un virus in circolo nel sangue.
Negli anni ’70 quando ad un paziente si riscontrava qualcosa ma non si sapeva bene cosa, si tirava in ballo la reazione psicosomatica. Avevi male allo stomaco? Era una gastrite psicosomatica, avevi mal di testa? Emicrania psicosomatica. Negli anni ’80 quando avevi un dolore che la scienza medica non sapeva spiegare, era lo stress a farti venire la bronchite, o l’ulcera, o il mal di schiena. Negli anni ’90 erano le incompatibilità alimentari, le allergie agli alimenti, ai latticini, ai formaggi, agli amidi, alle proteine della carne, all’acqua, alla frutta con la buccia, alle gallette di riso, alle fibre animali. Ora invece funziona così: i virus che ci sono nell’aria o negli alimenti, o nell’acqua, o nel tuo corpo che li crea. Pare ci siano virus dappertutto. Qualcuno mette in giro la voce che questi virus li portano gli extracomunitari. Virus cinesi…arabi…balcanici…una strage!
Nell’Invasione c’è un’altra domanda interessante che pongono a “papà Antonio”: Quali saranno secondo te le strade da percorrere per il futuro del romanzo?
Risponde: “Non ho idea di quali siano le strade. Così come non so e non posso sapere quali saranno le forme viventi che le percorreranno. lo non so che cosa succederà, cosa ci sarà. Nessuno di noi, onestamente, può dire cosa ci sarà anche 'solo tra cento anni. Esiste, in questa epoca una vasta area di funzionariato artistico, mediatico, intellettuale, amorfo e gregario, solo diversamente asservito e inerte, privo di passioni e di sogni ma purtroppo non privo di frustrazioni, che ci sta salutando con questo refrain che tutto è finito. E'vero, oggi la situazione è impressionante ed è persino probabile che lo sarà ancora di più nel futuro. Ed è anche vero che non tutte le strade sono uguali e altrettanto buone, alcune anzi sembrano spaventose e allora bisognerebbe avere la forza di abbandonarle e di inventarne di nuove. A volte mi sembra che la situazione sia tale, per chi sta sul terreno della creazione artistica e spirituale, che non si tratta più solo di trovare la forza per respirare ma addirittura di inventarsi la possibilità che ci sia ancora aria da poter respirare. Tutto questo è terribile e non è forse mai successo prima in modo così pervasivo. È terribile dover convivere con questa convinzione generale di depotenziamento introiettata e diffusa. Ma è anche vero che questa situazione epocale, per chi la vive, la sente, la soffre, può aprire uno spazio verticale.”
Eccolo qui, Moresco coi suoi acciacchi, con il suo pessimismo cosmico, con i suoi nichilismi che alla fine danno speranza. Moresco illuminista dell’oscurantismo che considera l’apocalisse un’opportunità. Come fa? Semplicemente vedendo nell’epoca di “merda” in cui ci troviamo, un’occasione di Risorgimento, forse di restaurazione.
Mio padre invece, all’ennesimo attacco di dolore, la notte successiva al pronto soccorso, ha detto a mia madre di chiamare il medico di guardia. E’ arrivata una neolaureata in medicina, ha consultato i risultati degli esami, ha strabuzzato gli occhi dopo aver visto gli esami del sangue: tutti sballati! Tutti sballati! Signor Bregola, qui c’è da andare da uno specialista, da un gastroenterologo. Lei ha una pancreatite virale. C’è un virus, c’è un virus!
E mia madre a piangere: Non è che c’è un tumore allo stomaco?
Signora, i tumori non fanno così male, si fidi. Quando c’è il male, coi tumori, è già troppo tardi, e poi i tumori allo stomaco fanno male in orizzontale, mentre suo marito ha dolore in verticale. Non dica stupidaggini. Io ora, ha detto la neolaureata che fa il medico di guardia all’ospedale, le faccio l’impegnativa per andare dallo specialista. Domani deve andare.
Pancreatite?
Sì, signor Bregola, di pancreatite si può anche morire, lo sa? Domani vada. Il pancreas, ha detto la dottoressa, è un organo importantissimo del nostro corpo, sta dietro al cuore, sotto, nascosto e riparato. Se Dio ce l’ha fatto lì sotto al cuore, che pure è un organo importante, ci sarà un motivo?
Ecco qui, una dottoressa Teo-Con! Ho pensato.
Io mi sono andato a vedere sull’Enciclopedia medica cosa è la pancreatite: “La pancreatite è un’infiammazione del pancreas, un organo lungo e sottile che secerne l’insulina e gli enzimi digestivi. In caso di infiammazione lieve (acuta), il piccolo condotto che porta dal pancreas all’intestino tenue, si gonfia e rende impossibile il passaggio degli enzimi digestivi. Quando il pancreas è gravemente infiammato (in modo cronico) dopo diversi attacchi di infiammazione acuta senza guarigione, non è più capace di produrre questi enzimi, ciò provoca problemi digestivi e il non assorbimento di molte sostanze nutritive. La malattia è difficile da curare a causa della grande quantità di sostanze nutritive necessarie alla guarigione perse come conseguenza dello scarso assorbimento. Questa infiammazione provoca la formazione di gas e spesso emorragie del pancreas, dei reni e degli occhi. Le cellule pancreatiche danneggiate vengono sostituite da tessuto cicatriziale che più tardi si calcifica. Le persone colpite da questa malattia immagazzinano quantità anormali di ferro, sintomo di una carenza di vitamina B6. La pancreatite può essere provocata dall’alcool, dall’obesità, dai calcoli alla cistifellea, da iperparatiroidismo, da infezioni virali, dallo stress, da un’alimentazione sbagliata, da una carenza di vitamina B6 o di proteine, da lesioni, da varie sostanze chimiche e farmaci o anche da una cura a base di cortisone. I sintomi sono dolore acutissimo al centro dell’addome dopo un pasto abbondante o dopo aver bevuto molto alcool. Il dolore va dritto alla schiena ed è accompagnato dal vomito. Possono apparire lividi causati da emorragie interne e sintomi di shock. La guarigione può essere completa se si elimina la causa che scatena la malattia. Nei casi cronici, si manifesta anche ittero, indigestione, dolore che diventa sempre più frequente, perdita di peso, diarrea giallastra, malassorbimento e diabete mellito.”
Parevano essere i sintomi del babbo. Virus del pancreas, nello specifico.
Invece poi il gastroenterologo gli ha detto che la pancreatite che ha avuto è stata causata dalla bile. Il suo problema sta nella bile. Ha una bile che non riesce a sciogliere il colesterolo, e si formano al suo interno come delle palline di grasso che la bile non riesce a fluidificare. Da qui tutti i problemi di digestione e l’affaticamento del pancreas. Ha dato a mio padre una dieta equilibrata dove tutto ciò che ha mangiato fino ad ora è abolito. Sei mesi di dieta con una cura a base di pastiglie con estratto di bile d’orso. Non si esclude il virus. Nei ’70 gli avrebbero detto che era troppo nervoso e si è fatto venire lui, con la sua psicosomatica eccetera eccetera, negli ’80 avrebbero detto l’altra cosa, nei ’90 incompatibilità alimentare.
Le strade del romanzo nel futuro? Che domanda.
Quale sarà il romanzo del futuro? Come dovranno essere gli scrittori del futuro? Cosa? Come sarà il Grande Romanzo Italiano del XXI secolo? Chi è e da dove ci parlerà il nuovo modello di scrittore? Come sta e come – personalmente – si trova tra le rovine di questo nuovo secolo lo scrittore o il gruppo di scrittori NUOVI? Queste sono le domande che mi piacciono, che giocano all’azzardo, alla sconfitta, alla demolizione di ogni certezza!
Il suo non dovrà essere un delirio soggettivo e di ispirazione neoromantica, una allegoria poetica, un “buiore escatologico” di origine gnostica. Dovrà corrispondere a una esperienza conoscitiva che ci riguarda da vicino.
Sentiamo che il mondo sta finendo? Possiamo concretamente farci qualcosa? L’impressione è che ci siamo abituati a convivere in modi più o meno confortevoli con l’apocalisse soft che quotidianamente ci “annuncia” il tg serale. E vogliamo scrittori contemporanei e futuri capaci di raccontare altro da quello che i media di massa propinano, perché gli “annunci” non sono sufficienti a darci una visione completa della nostra società.
La cultura umanistica può darci delle risposte? Probabile non basta, non è sufficiente per indagare e giudicare la realtà che ci circonda. Cosa sa, esattamente, l’umanista? Conosce la retorica, e la metrica, la narratologia, sa di storia e di filosofia, da qualche tempo in qua sa di linguistica. Dubito che siano questi i saperi centrali per affrontare i mutamenti e i drammi culturali a cui stiamo assistendo. Eppure, sulla base di questo piccolo sapere l’umanista giudica il mondo, e sempre più spesso ne profetizza la fine, con o senza compiacimento intellettuale. Non sarà raccontando l'apocalisse che avremo delle risposte accettabili. Anzi, la cultura della Fine, della catastrofe antropologica soft o hard, nella sua immediatezza radicale è proprio ciò che ottunde e riduce le possibilità di conoscere. È una scorciatoia molto fascinosa, ma regressiva, che atrofizza e non incrementa la conoscenza, e meno che mai stimola al fare. E d’altronde – meglio dirlo con chiarezza – si tratta di una vogue molto americanista. Predicare l’apocalisse, diffondere il senso della Fine oggi non è un modo di porsi fuori dal coro: l’apocalisse, oggi, è IL CORO. Basta guardare proprio quei tg serali e quella televisione che guarda il popolo per richiamare gli scrittori a un senso di realtà. Ci sono testi la cui carica di anticipazione protoapocalittica hanno abbozzato al nostro tempo (cioè Il giorno del giudizio di Satta, Petrolio di Pasolini, Aracoeli di Morante, La distruzione di Virgili, Dissipatio H.G. di Morselli, La trilogia atomica di Cassola e Il pianeta irritabile di Volponi). Morante, Satta, Volponi, Cassola, Virgili, Pasolini e gli altri sono dei precursori analizzati da Pischedda nel suo La grande sera: il loro è stato un anticipo, una profezia fatta sul terreno delle élite colte, di destra e di sinistra. Hanno visto trent’anni prima, quaranta, una vulgata americanista che ora ha caratteri diffusivi e di massa. In quanto al lato individuale, soggettivistico del tema, mi pare che oggi stia salendo pericolosamente in dominante un sentire facile da compendiare in un motto: Dopo di me il diluvio, anzi, durante il mio piccolo spazio tempo, il diluvio. Perché se proprio devo finire, preferisco che tutto finisca con me, sotto i miei occhi. Un sentire paralizzante, e tuttavia orgoglioso, egoistico, secondo cui il Tutto in modo sempre più angusto coincide con la piccola sfera dell’Io. E a cui mi verrebbe da opporre il reciproco, tanto più faticoso da accettare, ma più umile, più leopardiano: Dopo di me, tutto come prima e tutto diverso, ma tutto esistente, e forse anche con qualche cosa in più; senza che la mia scomparsa o la scomparsa dei mondi tradizionali a cui mi sono avvezzato a vivere comporti di necessità il collasso catastrofico del creato.
Ecco le domande e le riposte. Ecco la profezia falsa, il tentativo di dare delle riposte a delle domande irresponsabili, ecco il divertissement. Serissimo!
L’ 8 Luglio 2005 Raoul Montanari a cena mi ha detto: “Il dramma della narrativa e della sua valutazione è la mancanza di oggettività, è il fatto, come ho detto anche altrove, che la narrativa non è il salto in alto. Se la narrativa -o l'arte in generale- fosse il salto in alto, ci sarebbe poco da discutere: uno salta 2 metri e 40 e fa niente se è stato un salto pulp, minimalista, da scrittore, da narratore, un salto mondadoriano, un salto postmoderno, un salto di nicchia. E' 2,40, basta. Se anche l’atleta ha mollato una scoreggia mentre saltava, è sempre 2,40. In letteratura l'unica cosa oggettiva sono le date di nascita e di morte degli autori. Tutto il resto è dolorosamente precario, dolorosamente soggettivo. Perfino il numero di pagine che un autore ha scritto dipende dalla gabbia tipografica usata dall'editore che lo pubblica.” E me lo sono fatto ripetere al punto tale che gli ho detto: scrivimelo, così lo tengo a mente. Eccolo qua, il suo discorso fa il paio con le risposte di Moresco, e questa idea di Montanari è da tenere in considerazione, perché lui, oltre ad essere uno, mi si passi il termine, scrittore noir, è un buon traduttore e un grecista, per cui posso fidarmi della sua preparazione “teorica”, e se Montanari dice che in letteratura non c’è oggettività, a me vien da pensare che si può rischiare di scrivere qualcosa che abbia a che fare con il solo vincolo del Codice alfabetico, tutto il resto è dato dalla capacità dello scrittore di farmi capire o meno se la sua opera è grande o se il tentativo di scrivere una Grande Opera è fallito.
Mi rendo conto di scrivere come un barbaro, si può legittimamente scrivere del Nuovo Romanzo Italiano del XXI secolo senza rendersi ridicoli? A dirla tutta, già Franco Cordelli nel 1997 ha dovuto scrivere La democrazia magica per chiarirsi un po’ le idee sulla differenza tra Narratore, Romanziere, Scrittore. E non è sicuro di essersi dato delle risposte convincenti. Posso io essere sicuro di cosa si interde per Romanzo in questo nuovo secolo? E i critici lo sanno? E i lettori?

Posted by Davide Bregola at 23.08.05 22:46

Comments

Bel pezzo. Prima impressione al volo: anche qui, tocchi corde vicine alla mia generazione, sono del ’74. La descrizione del padre, il parallelismo padre/Moresco (un padre diverso, un diverso modo di vivere la letteratura, e non solo), l’ironia “ Il colon pulitissimo però non l’avevo mai sentito dire da nessuno “. E poi i due piani: la malattia del padre e quella della letteratura. Più facile scoprire i virus che infettano i corpi?
Mi piace l’uso del feedback (non so come altro chiamarlo), sembra di ondeggiare avanti ed indietro.

Francesco

Posted by: Francesco Sasso at 24.08.05 13:47

Per il momento è il pezzo migliore della serie.
E, quel che conta, la tua scrittura sta "crescendo". Secondo me, ovviamente.
Bart

Posted by: Bartolomeo Di Monaco at 25.08.05 22:39

MOLTO bello, complimenti!

Posted by: piero sorrentino at 27.08.05 16:00

Salve Francesco, Bart, Piero. Ringrazio per la vostra attenzione e per i pareri positivi. Sto cercando di andare avanti con questo scritto da "6 capitoli" e credo di voler fare un paralipomena, ossia un'opera appendice di altre. Di questo sono convinto, il resto lo sto rivedendo anche grazie al contributo di chi legge. Butto lì, se qualcuno ha idea di come sarà o vorrebbe che fosse il Grande Romanzo Italiano del XXI secolo può scrivermi alla e-mail o nei commenti. Se ne potrà discutere. Davide

Posted by: D.B. at 27.08.05 18:15

Scusa Davide, non c'è un email sul tuo blog, almeno io non lo vedo.

Posted by: Francesco Sasso at 28.08.05 10:04

La E-mail genere femminile… lo so… quello che non capisco è perché nella mia testa diventa maschile.

Posted by: Francesco Sasso at 28.08.05 10:43

COME NO! BASTA CLICCARE SU D.B. NEI COMMENTI E APPARE dbregola@libero.it
saluti.

Posted by: dAV at 28.08.05 17:57

Davide, il pezzo è bellissimo.

Posted by: andrea barbieri at 08.09.05 19:41

"Fare la storia" scrivi, caro Davide. Hai preso in considerazione l'attraversamento storico-generazionale di opere come I vicerè di De Roberto, i Buddenbrook di Mann, I sonnambuli di Broch e, per il cinema, Heimat di Reitz? Naturalmente, dopo il postmoderno, non si tratta più di inserire questo tipo di attraversamento della storia nel senso del tempo lineare - come fa Piperno (in questo apprezzabilissimo) e come sa fare benissimo anche Lagioia con certe incursioni storiche e passaggi bruschi dal presente al passato (hai presente la similitudine tra dadaismo e barbarismo con cui inizia Tre sistemi? ma ci sarebbero tanti altri esempi) - si tratta, invece, di un attraversamento caotico e casuale, "anachico" appunto come dici tu stesso, della storia... Secondo me, questo è uno dei possibili sensi di marcia del romanzo del futuro...

Posted by: graziano at 21.09.05 19:17

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