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07.08.05

Il Grande Romanzo Italiano del XXI secolo (Quinta Parte)

Cosa cercavo? Il vero volto dei miei luoghi geografici? Il vero volto dell’Italia attraverso i suoi paesaggi fatti di capannoni, case orrende, antiche dimore, centri commerciali, tralicci, tombini, ponti, accanimento agricolo? Ed è una richiesta sbagliata. Il territorio non mi può dire nulla, la geografia non mi può dire nulla in un romanzo, perché il romanzo vive nella dimensione della storia, non della geografia. Il vero tema del Grande Romanzo Italiano del XXI secolo dovrà essere una definizione del nostro tempo attraverso situazioni e personaggi, non partendo dall’ambientazione: Mantova, Vicenza, Padova, Chieti, Milano, Forlì, Modena sono luoghi in cui la storia si muove o scorre, non sono il contenuto del romanzo.
Mentre pensavo questo, oggi, mi telefona Maura e dice di correre da lei che c’è una novità.

Maura mi ha fatto leggere la lettera che ha mandato a uno dei quattro avvocati torinesi individuati tra quelli che fanno pratiche internazionali.
Gentile Avvocato,
mi sono da poco laureata presso la facoltà di giurisprudenza dell'Università degli Studi di Bologna nella sessione estiva, che ha avuto luogo nella metà di luglio.
Ho intenzione di eseguire il biennio di pratica presso uno studio legale di Torino, dove, previa uscita del bando 2005-2006, avrei intenzione di presentare domanda di ammissione anche alla scuola di specializzazione per le professioni legali o ad altro corso post lauream più specificamente indirizzato al diritto internazionale o comunitario.
Ho seguito un piano di studi ad orientamento storico-filosofico per privilegiare gli aspetti prettamente culturali del diritto, ma ho seguito con molto interesse presso la mia facoltà anche numerosi seminari in materia di diritto penale e commerciale. In questi anni, approfondendo la conoscenza del francese e dell'inglese giuridico, ho avuto modo di partecipare a numerose lezioni in lingua e di aggiornare continuamente le mie nozioni di diritto dell'Unione europea.
Con la presente, Le chiedo di prendere in considerazione la mia candidatura per una collaborazione presso il Suo studio come praticante legale, a partire dall’autunno di questo stesso anno. Augurandomi di incontrarLa al più presto, Le invio un breve Curriculum Vitae e Le porgo i miei più distinti saluti.

Maura Pameli
Nata a Mantova il 09-10-1976 Residente a Sermide (Mantova) Tel. 345/0643351
E-mail: maurapam@gmail.it
Formazione

Diploma di Maturità Scientifica conseguito con la votazione di 56/60.
Laurea in Giurisprudenza presso l'Università degli studi di Bologna con una tesi in Storia del diritto italiano dal titolo: L'iter formativo della Costituzione Italiana: dai progetti alla definitiva stesura della stessa.

Nel luglio 2005 Summer School presso il Centro residenziale universitario dell'Università di Bologna con sede a Bertinoro (FC) dal titolo "The protection of Fundamental Rights in Europe" , promosso dal CIRDCE di Bologna in collaborazione con l'Université Robert Shumann di Strasburgo ed il King's College di Londra.

Competenze linguistiche

Francese: conoscenza ottima
Ho seguito due corsi semestrali di lingua francese presso il Centro Interfacoltà di Linguistica Teorica e Applicata "L.Heilmann" di Bologna di livello avanzato (livello europeo B2) e ho conseguito nel settembre 2004 il "Diplome d'études en langue française" (DELF) presso la Maison française di Bologna.
Nel marzo 2005 ho seguito un seminario di lingua giuridica presso la facoltà di Mediazione Linguistica dell'Università degli studi di Milano dove, nel mese di giugno, ho conseguito il "Certificat de français juridique" istituito dalla Chambre de Commerce di Parigi.

Inglese: conoscenza buona
A partire dall'ottobre 2004 ho seguito il corso semestrale di Legai English presso il British Council di Milano e ho conseguito il 19 febbraio 2005 il certificato di lingua TOLES ADVANCED (Test Of Legal English Skills).
Interessi

I miei interessi sono rivolti a tutto ciò che è cultura, soprattutto letteratura in lingua italiana e francese. Sono da anni coordinatrice culturale e organizzatrice in numerose manifestazioni della provincia di Mantova legate alla promozione della letteratura e dell'arte.
Seguo da quattro anni come collaboratrice volontaria il Festival della letteratura di Mantova che si svolge ogni anno nel mese di settembre.

Ho detto a Maura che la lettera di presentazione era buona, mi pareva non ci fosse nulla da cambiare. Semmai aggiungere.
Perché non la scrivi, le ho detto, anche in francese e inglese?
Una lettera fatta così è molto semplice, efficace ma, temo, ordinaria. Per darle qualcosa in più che la potrebbe distinguere da centinaia di lettere simili che arrivano negli studi di avvocatura ci vorrebbe un colpo di coda. Ecco, pensavo che scriverla e allegarla anche in francese e inglese potesse essere quel passo ulteriore per distinguere la propria domanda di collaborazione dalle altre. Secondo Maura invece non era così. Bisognava stare sobri e non fare troppo gli smargiassi, come primo contatto andava bene così. Non ho insistito perché sapevo che la mia proposta era un po’ troppo pretenziosa, le avrebbe magari dato quell’aria da saputella che avrebbe maldisposto i selezionatori. Per cui dopo la mia osservazione dissi solo che stando così le cose poteva andare bene.
Poi non me la sono più sentita di dire nulla, perché oggi non avevo fiducia nel genere umano; ho provato a darmi una risposta razionale a uno stato d’animo del genere e ho ricondotto la cosa ad Apocalypse Now, il film di Coppola che ho rivisto dopo almeno 15 anni. La prima volta avevo 19 anni, avevo appena fatto l’esame di maturità e stavo bene, ottimi risultati, un grande futuro mi aspettava all’università. Sarei diventato un ottimo studente universitario, o almeno così mi facevano credere tutti e il capitano Coock interpretato da Marlon Brando mi era parso essere il diavolo. Oggi invece, dopo averlo guardato attentamente, coi miei 34 anni Coock non mi sembra più il diavolo ma l’uomo nella sua essenza, anzi andando ancora più a fondo mi sembra il modello al quale la maggior parte dell’umanità aspira. In più a differenza di 15 anni fa ho molti più strumenti per smontare il film e per capire che se il sogno è il mito individuale, i miti rappresentano i sogni collettivi dell’umanità, e il capitano non è altro che una figura archetipica di onnipotenza e ingiustizia, mentre il coprotagonista Martin Sheen a cui è stata data la missione di andare a scovare e fare fuori Coock non è altro che l’eroe così come l’ha inteso Joseph Campbell: i personaggi che si ripresentano nei miti di tutto il mondo –vale a dire il giovane eroe, il vecchio saggio, la persona che cambia aspetto (il multiforme) e l’antagonista nell’oscurità- sono uguali alle figure che si affacciano nei nostri sogni e fantasie. Ecco perché le leggende e la maggior parte delle storie costruite seguendo i modelli della mitologia riecheggiano certe verità psicologiche. Storie basate sul modello del viaggio dell’eroe esercitano un grande fascino, perché scaturiscono da una fonte universale, l’inconscio collettivo, e riflettono preoccupazioni universali. Affrontano le domande tipiche dell’universo dei bambini: chi sono? Da dove vengo? Dove andrò quando morirò? Cosa è bene e cosa è male? Cosa devo fare riguardo a ciò? Come sarà il domani? (non il futuro, i bambini dicono il domani) Che fine ha fatto il mio ieri (e non il passato)? C’è qualcun altro là fuori?
Campbell fornisce nel libro L’eroe dai mille volti un quadro riassuntivo del viaggio dell’eroe. Di seguito lo metto in confronto con lo schema fatto da Chris Volger nel suo libro Il viaggio dell’eroe:

Volger Campbell
Primo atto Partenza, separazione

Mondo Ordinario Ambiente quotidiano
Richiamo all’avventura Richiamo all’avventura
Rifiuto del richiamo Rifiuto del richiamo
Incontro con il mentore Aiuto soprannaturale
Varco della prima soglia Varco della prima soglia

Secondo atto Discesa, iniziazione, penetrazione

Prove, alleati, nemici Percorso delle prove
Avvicinamento alla caverna più recondita
Prova centrale Incontro con la dea, la donna
come tentatrice, riconciliazione con il padre
Apoteosi
Ricompensa L’ultimo beneficio

Terzo atto Ritorno

La Via del ritorno Rifiuto del ritorno
Il volo magico
Salvezza dallinterno
Varco della soglia
Ritorno

Resurrezione Padrone dei due mondi
Ritorno con l’elisir Libertà di vivere

La maggior parte, se non tutti i punti sopra elencati, sono porzione integrante di Apocalypse Now, un viaggio dell’eroe che parte da analisi del mitologo Campbell ma che ha le sue radici in Jung che ci aiuta a capire, per analogia, alcuni aspetti del nostro «Io Nascosto».
Ma allora se questo è il giochino, mi dicevo, vecchio come il mondo, facile da smontare come qualsiasi altro aggeggio che troviamo nel nostro mondo fisico, allora Il Grande Romanzo Italiano del XXI secolo non deve far altro che cercare di avere dei modelli mitici e adattarli secondo le proprie necessità e i canoni della propria cultura. E’ forse proprio per questo che l’Eroe ha mille volti, proprio perché è intercambiabile? Questa schematizzazione appartiene ad un sapere antico ma è stata una interpretazione del secolo scorso, del passato recente e i cui risultati si sono visti a Hollywood con Guerre Stellari, Witness, Il fuggitivo, E.T., Apocalypse Now tanto per fare alcuni esempi cinematografici ma che nei libri a partire dalla Bibbia fino ad arrivare a Il mago di Oz, passando per Macbeth ha dato uno schema di interpretazione suggestivo.
In definitiva, mi chiedevo, Il Grande Romanzo Italiano del XXI secolo può avere una morfologia individuabile? Può avere degli aspetti formali e strutturali individuabili?
D questo ne ho parlato anche con Maura. Stavamo andando a Vicenza in macchina perché avevo bisogno di vedere una villa del Palladio che c’è sulla strada che da Verona conduce verso Padova. Lì c’è una villa isolata, su una montagnola, con ai lati mais e terra a maggese. L’abbiamo raggiunta dalla tangenziale est, e ho fatto in tempo a vedere la fabbrica della Danese che fa abbigliamento sofisticato e tecnico per i motociclisti, poco prima la Campagnolo dove si costruiscono bibiclette da corsa e cambi sofisticati. A lato l’industria farmaceutica che fa il Voltaren.
Mia madre sta dando parecchi soldi a questa industria. A causa di una lombo sciatalgia che la blocca per tutta la mattinata è costretta a prendere da due mesi l’antidolorifico. Ha fatto l’ecografia alla schiena e il medico le ha detto che tra una vertebra e l’altra, vicino all’osso sacro, non ha più cartilagine.
Mia madre dice che quando gli antidolorifici non saranno più efficaci dovrà essere operata, altrimenti non riuscirà più a muoversi a causa del male.
Ecco, proprio mentre dicevo questo a Maura m’è venuto in mente che pochi giorni prima aveva parlato del filosofo Feyerabend e del suo libro Contro il metodo.
A me pareva che parole come: “Ho tentato di dimostrare che i procedimenti della scienza non si conformano ad alcuno schema comune, che non sono "razionali" in riferimento a nessuno schema del genere. Gli uomini intelligenti non si lasciano limitare da norme, regole, metodi, ma sono opportunisti, ossia utilizzano quei mezzi mentali e materiali che, all’interno di una determinata situazione, si rivelano i più idonei al raggiungimento del proprio fine”.
Questa tesi, che implica la distruzione di ogni metodologia precostituita e che mette capo al principio polemico anything goes (tutto può andare bene), è stata attaccata, sostiene Feyerabend, da critici "ben pensanti" preoccupati delle sorti della ricerca umana. In realtà, precisa senza mezzi termini il filosofo, tutti costoro sono degli "illetterates", cioè degli "analfabeti" oppure dei "lettori della domenica". Infatti essi non si sono resi conto che l'epistemologia anarchica non è che la presa di coscienza del fatto storico che “non esiste neppure una regola, per quanto plausibile e logica possa sembrare, che non sia stata spesso violata durante lo sviluppo delle singole scienze. Tali violazioni non furono eventi accidentali o conseguenze evitabili dell’ignoranza e della disattenzione. Esse erano necessarie perchè, nelle condizioni date, si potesse conseguire il progresso o qualsiasi altro risultato desiderabile: eventi come la teoria atomica nell'antichità, la rivoluzione copernicana, la graduale affermazione della teoria ondulatoria della luce si verificarono solo perchè alcuni ricercatori o si decisero a non seguire certe regole "ovvie" o perchè le violarono inconsciamente... . Io non raccomando alcuna "metodologia", ma al contrario affermo che l'invenzione, la verifica, l'applicazione di regole e criteri metodologici sono di competenza della ricerca scientifica concreta...”.
Ecco, mi basavo su questo e sul cosiddetto “anarchismo epistemologico o dadaista” di Feyerabend quando a Maura ho detto: “Non è possibile applicare le teorie dell’anarchismo epistemologico alla letteratura?”
D’accordo, so perfettamente che l’epistemologia è materia inerente la scienza e che la letteratura è arte, eppure nel secolo scorso qualcuno ha tentato di rendere il più possibile scientifico sia l’analisi dei testi scritti, sia la loro stesura, e sarebbe ora di riedificare o a far finta di dimenticare, passare oltre, resettare, andare avanti, cercando di fare come il filosofo; parallelamente alla distruzione del mito della Ragione “la Ragione si unisce infine alla sorte di tutti quegli altri mostri astratti come l'Obbligo, il Dovere, la Morale, la Verità ed i loro predecessori più concreti, gli Dèi, che furono usati un tempo per incutere timore nell'uomo e per limitarne il libero e naturale sviluppo”, perviene ad una distruzione del mito della Scienza "la Scienza non è sacrosanta". Infatti, denunciando lo strapotere della scienza nel mondo d'oggi e battendosi per un ridimensionamento del suo peso teorico e sociale, Feyerabend dichiara che essa “è solo uno dei molti strumenti inventati dall'uomo per far fronte al suo ambiente” e che, al di là della scienza, “Esistono miti, esistono dogmi della teologia, esiste la metafisica, e ci sono molti altri modi di costruire una concezione del mondo. E' chiaro che uno scambio fecondo fra la scienza e tali concezioni de mondo "non scientifiche" avrà bisogno dell'anarchismo ancora più di quanto ne avrà bisogno la scienza. L'anarchismo è quindi non soltanto possibile, ma necessario tanto per il progresso interno della scienza quanto per lo sviluppo della nostra cultura nel suo complesso”. Feyerabend giunge così non solo a sostenere la pari dignità delle differenti tradizioni all'interno della scienza, ma anche a negare la superiorità della conoscenza scientifica rispetto ad altre forme di sapere, dall'arte all'astrologia.
“A limite potresti dire questo” mi ha risposto Maura, “che proprio perché la narrativa è arte e che quindi non ci può essere una epistemologia dell’arte, allora si potrebbe tenere in riferimento il pensiero di Feyerabend e adattarlo alla letteratura.”
Eppure oggi, come ho già annunciato, non avevo nessuna fiducia nel genere umano: distruzioni, incidenti, guerre, approvvigionamenti i ricchezze inimmaginabili, sfruttamento, potere, voglia di potere, e più in basso nella scala sociale mediocrità, falsità, pettegolezzi, cattiverie…
No, oggi non mi pareva giornata anche se avevo fatto questa piccola conquista con il mio possibile “anarchismo narrativo”, e mi ero dato anche dei padri “solidi” come il filosofo austriaco. Ma proprio non andava, perché anche il paesaggio poi, la sua descrizione, il suo essere metafora di un’epoca, di una antropologia, mica mi convince. Perché siamo andati a Vicenza a vedere la villa del Palladio? Per confermarmi il disfacimento dell’umanità? Per vedere l’antropomorfizzazione dei luoghi? Vecchia storia. Già sentita centinaia di migliaia di volte. Cosa cercavo? Il vero volto dei miei luoghi geografici? Il vero volto dell’Italia attraverso i suoi paesaggi fatti di capannoni, case orrende, antiche dimore, centri commerciali, tralicci, tombini, ponti, accanimento agricolo? Ed è una richiesta sbagliata. Il territorio non mi può dire nulla, la geografia non mi può dire nulla in un romanzo, perché il romanzo vive nella dimensione della storia, non della geografia. Il vero tema del Grande Romanzo Italiano del XXI secolo dovrà essere una definizione del nostro tempo attraverso situazioni e personaggi, non partendo dall’ambientazione: Mantova, Vicenza, Padova, Chieti, Milano, Forlì, Modena sono luoghi in cui la storia si muove o scorre, non sono il contenuto del romanzo.
Mentre pensavo questo, oggi, mi telefona Maura e dice di correre da lei che c’è una novità.
Prendo tutto il mio pessimismo di oggi, lo metto in una parte del cervello che non lo fa progredire, lo tiene fermo lì, in quarantena. Arrivo da Maura, mi porta nel suo studio e mi dice: “Guarda, prova a leggere lì. Ora mi sento un po’ meglio.”
Guardo il monitor, penso al mio “anarchismo artistico”, alla voglia di mettere in discussione tutto e di trovare il metodo inattaccabile per farlo. Penso anche che il metodo, se proprio non è inattaccabile, va bene uguale.
Mi metto a leggere sul monitor.
Guardo Maura, sorride. Anch’io cerco di sorridere ma ne esce come una specie di smorfia. Ne sono sicuro.

Posted by Davide Bregola at 07.08.05 19:21

Comments

Attendo che queste parti del Grande Romanzo del XXI° secolo snocciolino tutta la loro carica didattica e creativa, dalla lettura a monitor, faticosa, imparo ogni volta qualcosa, essere lettori è anche mettersi lì ad apprendere oltre che godere dell' ottima fattura, è come dire essere fedeli all'idea rigorosa della scrittura e trovare qualcosa di nuovo in cui curiosare, aprire il cervello a insegnamenti e imparare.
Così come credo che la stesura ti abbia portato necessariamente a fare uso del tuo sapere ma metterlo a disposizione di tutti è atto di grande generosità e di umiltà.
Davide Bregola sei un genio!

Posted by: alda at 08.08.05 08:56

Non esagerare A. Metto a disposizione la mia scrittura con umiltà e voglia di imparare. Attendo tanti commenti per avere da chi mi legge altre nozion, altri saperi, altre "dritte" per poter apprendere. Non sono un genio, ma un artigiano. D.

Posted by: dbregola@libero.it at 08.08.05 11:02

E' vero, chiedo uno sforzo a chi mi legge, tu dici: E' faticosa la lettura a monitor. Io chiedo tempo, chiedo che i pezzsi scritti siano stampati e letti con calm. Chiedo che siano commentati. Ho grandi aspettative nei confronti dei lettori. E cerco di rispettarli.

Posted by: D.B. at 08.08.05 11:05

Anch'io seguo con vivo piacere questo romanzo in divenire: l'autore c'è tutto.

Posted by: GiusCo at 08.08.05 20:04

Grazie GiusCo, sì sto cercando di sottoporre all'attenzione di chi desidera seguire ciò che faccio, in divenire, sulla questione metaletteraria o giù di lì. Io ho le idee abbastanza chiare su ciò che voglio fare, per cui sto cercando lettori che mi comlichino la vita e mi facciano mettere in discussione contenuti e stile.D.

Posted by: D.B. at 09.08.05 09:57

Un refuso: il produttore di abbigliamento per motociclisti si chiama Dainese, non Danese.

Una perplessità: perché hai mascherato i titoli e le case editrici dei libri di Piperno, Colombati e Parente nella quarta parte? Perché quelli sì e altri no? (ad esempio il Domenicale, Dell'Utri, la stessa Dainese, il Voltaren, ecc.).

Un'obiezione: «la geografia non mi può dire nulla in un romanzo, perché il romanzo vive nella dimensione della storia, non della geografia.» Mica vero...

Un problema: quello che dice "io" nel testo usa un tono monologante-filosofico che lo inquadra come "intellettuale", personaggio che scruta e critica il tempo presente, la letteratura, le teorie letterarie e scientifiche ecc. Bene, il problema che vedo è che il suo tono e quello della coprotagonista Maura non si distinguono granché. Questa Maura, insomma, finora sembra più un prolungamento del protagonista che un personaggio autonomo. Magari è un effetto voluto, ma non mi piace.

Per il resto, avanti così e in bocca al lupo: la pubblicazione a puntate ha precedenti illustri e fortunatissimi!

Posted by: Luca Tassinari at 09.08.05 11:22

Grazie Luca,
Dainese è un refuso che ho lasciato, però ho visto che c'è. I 3 libri dei 3 autori li ho messi così e ho lasciato tutto il resto vero proprio per evidenziare, paradossalmente, i titoli VERI e gli autori VERI. Mi sembrava un giochino interessante, che dovrò usare ancora in altri conteti dello scritto, altrimenti si ridurrebbe a "trovata" e non a "idea". Quindi magari, quando si parla male di qualche libro e qualche autore, in questo Grnde Romanzo Italiano, si potrebbe usare la formula simile a questa. Non so, ci devo pensare. Il tono dello scritto è questo, e lascio questo, monologante,ieratico, a volte, ma di questo sono convinto, è la su "voce". Mentre invece mi fai pensare sul fatto che Maura e l'"io" non si distinguono. Forse siamo ancora alle prime battute, quindi dovrò aggiustare il tiro, perché in verità vorrei che si distinguessero. Sto lavorando molto sulla creazione del "PERSONAGGIO" per renderlo uno stereotipo nell'accezione positiva del termine. Quando invece dici che è mica vero: Un'obiezione: «la geografia non mi può dire nulla in un romanzo, perché il romanzo vive nella dimensione della storia, non della geografia.» Mica vero...
Io dico: il vero tema d'un romanzo dovrà essere una definizione del nostro tempo, non di Napoli o di Modena; dovrà essere un'immagine che ci spieghi il nostro inserimento nel mondo. I luoghi il più possibile precisi e amati sono necessari allo scrittore come concrete forme di ciò che nella storia si muove o su cui la storia scorre. E' sul "fare storia" che deve puntare lo scrittore, pur sempre partendo dalla realtà che conosce o vuole descrivere: la storia è sempre storia contemporanea, è intervento attivo nella storia futura. Per me è così e credo di essere in buona compagnia con altri autori, ma mi piacerebbe sentire il tuo parere e quello di qualcuno che abbia letto e si trovi in contrpposizione o a favore della tua idea. D.

Posted by: D.B. at 09.08.05 12:18

Davide,
Sui 3 libri / 3 autori attenderò gli sviluppi. Per ora, essendo l'unico caso di parodizzazione di oggetti comunque facilmente riconoscibili, mi ha colpito e vagamente "perplimito".

Il tono va benissimo com'è: è, come tu dici, una voce ben caratterizzata e riconoscibile. Avercene, di personaggi dotati di una voce propria. Quello che va meno bene (sempre per me, neh, non ho pretese universalistiche) è che Maura ha più o meno lo stesso tono, almeno quando i due si lanciano in dispute letterarie e/o filosofiche. Mi piacerebbe, ad esempio, che Maura, neolaureata in Giurisprudenza, opponesse alle idee di "io" argomentazioni di sapore giuridico.

La geografia, i luoghi, sono parte integrante dei "grandi romanzi". Secondo me un "grande romanzo" in generale, come questo italiano del XXI secolo, deve avere una forte connotazione geografica. Credo che un qualsiasi grande romanzo russo dell'Ottocento, ad esempio, sia grande anche in virtù della sua "russità": Delitto e castigo non può fare a meno di Pietroburgo. Ma non è solo questione di coordinate terrestri o di città: la geografia è fatta anche di ambienti (per stare in loco, la prospettiva della Nevà), elementi di cultura locale (che so, il samovar), miti locali (le notti bianche).

Detto questo, mi va bene che il romanzo punti a essere una definizione del nostro tempo, e non di Napoli o di Modena, ma sono convinto che il "nostro tempo" sia fortemente legato al "dove" noi lo consumiamo. L'universalità dei grandi romanzi, la loro capacità di dire qualcosa oltre il proprio spazio-tempo, è una conseguenza del loro essere grandi, non una scelta premeditata.

Posted by: Luca Tassinari at 09.08.05 13:14

Per me hai ragione su Maura alla quale devo trovare un "suo tono" e dovrò pure caratterizzarla bene, sennò è un burattino. Per la geografia, hai puntato in alto: Notti bianche&c, mentre io stavo sempre in ambito italiano, e mi riferivo ai libri di narrativa in cui sembra che la "geografia" avesse molta più importanza che non la "storia". Tu dirai che a puntare su una descrittiva geografico-sociologica non c'è veramente nessuno: gli scrittori iù legati ai luoghi cercano nell'espressione di un sentimento, d'un ritmo di vita quello che è il segreto acceno autoctono. Ma in questo sovrappiù di commozione, in questo bisono di eccitazione nostalgica è il primo vero rifiuto della storia: non è la commozione, non è il trasporto affettivo lo stato migliore pere intendere il mondo d'oggi: siamo anche qui nel vitalismo romantico, nella vaga mistica corale. Alle ricerche di un dio ignoto nel confuso ritmo deelle città nuove e antiche, preferisco la ricerca di qualche avaro seme di verità nel ritmo ben più scandito e lineare di un'esistenza, d'una avventura, d'un amore, su uno sfondo che resti dietro i personaggi, non si sovrapponga a loro, e che proprio per questo suo essere dietro, essere in margine, esser di pochi segni, acquisti verità e evidenza. Ma come avrai capito il mio scritto che porto avanti a puntate è un "tentativo", un'"approssimazione" che voglio mandare avanti anche col contributo di potenziali lettori. Basta! Non lo dirò più altrimenti la cosa diventa patetica, invece voglio che sia didattica (per me).D.

Posted by: D. at 09.08.05 13:53

Davide,
la mia obiezione si rivolgeva a una frase precisa del tuo testo: «la geografia non mi può dire nulla in un romanzo, perché il romanzo vive nella dimensione della storia, non della geografia». Secondo me non è vero, ma non insisto: la mia è solo un'opinione, non una regola.

Non posso obiettare nulla, naturalmente, alla tua dichiarazione di poetica («la ricerca di qualche avaro seme di verità nel ritmo ben più scandito e lineare di un'esistenza, d'una avventura, d'un amore, su uno sfondo che resti dietro i personaggi»): è la tua, e solo quella puoi mettere in atto.

Comunque la geografia è inevitabile, e anche in questo tuo testo ha già fatto capolino più volte. Da lettore posso dirti che i riferimenti ai luoghi non sono mai neutri. Chi legge reagisce istintivamente alla geografia del testo: se sono luoghi noti scatta il ricordo; se sono ignoti o immaginari scatta il tentativo di figurarseli mentalmente. Che tu lo voglia o no, spesso il luogo non ce la fa a restare sullo sfondo, e si para davanti ai personaggi.

Quanto agli esempi "alti": sono gli unici degni di essere affrontati, no? Non si scrive per "scrivere bene", ma per "scrivere meglio di qualcun altro", non è vero? E vuoi mettere la soddisfazione di scrivere meglio di Dostoevskij piuttosto di, che so, Piperno?

Posted by: Luca Tassinari at 09.08.05 14:56

Sì, la geografia funziona da "edificio immenso del ricordo", come diceva Proust, a volte, o come macchina per immaginare, altre volte. E mi sta bene se sta sullo sfondo, se in una ideale scenografia sta lì a fare quello che fan le scenografie. Quanto a Dostoevskij, tempo fa ero a Ferrara con Giudo Conti e ci chiedevamo, senza darci risposta: Ma se oggi a un editore arrivasse Delitto e castigo, cosa farebbe? Lo riterrebbe troppo lungo, troppo descrittivo, troppo non so che, o non passerebbe inosservato?
Piperno poi è un grande studioso e parteggio per lui, perché Fedor ha già dato!

Posted by: D. at 09.08.05 15:25

Gran romanzo Cieli di vetro di Guido Conti.
Buon lavoro, Davide.

Bart

Posted by: Bartolomeo Di Monaco at 10.08.05 22:57

Tu dici che il Capitano Cook ti è sembrato il diavolo, e adesso a 34 anni non ti sembra più il diavolo. A me questa impressione è venuta con Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij (di cui, mi accorgo, ultimamente, parlo spesso): a vent'anni pensavo fosse l'esempio di tutto ciò non avrei dovuto essere, oggi mi sembra l'unico modo sensato possibile di essere. Ciao, Davide. Stai bene.

Posted by: Marco at 12.08.05 09:26

Sì, l'ho detto perché purtroppo è maturato questo drammatico presentimento; pensare Cook come la raffigurzione del diavolo era rassicurante, e mi crogiuolavo in questa rassicurazione fasulla e superficiale. Ora dico: le cose sono molto più complesse e difficili, trovare il bandolo richiede coraggio e consapevolezza. Pensare male mi fa star bene! Paradosso? A te. D.

Posted by: D.B. at 12.08.05 11:20

Ingeborg Bachmann sulla geografia, partendo dall'opera di Albern Berg, Lulu: "per molti, anche per coloro che non l'hanno potuta vedere e sentire, il nome di questa creatura del poeta Wedekind e del compositore Berg non è più scordabile, si è ancorato per sempre alla coscienza, questo nome con aura, un'aura che deve alla musica e alla lingua. Ma una volta che ce l'ha, un nome, l'aura, allora ha tale forza di irradiazione, che pare liberarsi e diventare autonomo, il nome da solo è sufficiente per essere al mondo. Non c'è nulla di più misterioso del rilucere dei nomi, del nostro attaccamento a essi ... sì, frequentare i nomi in discorsi e in pensieri è per noi così ovvio, così non sospetto, che non chiediamo nemmeno una volta perché i loro nomi sono al mondo, come se uno fosse battezzato meglio con essi, di noi con i nostri nomi, come se avesse avuto luogo un battesimo, senza acqua e senza tratti in un registro, come se avesse avuto luogo una assegnazione di un nome più definita, e di un privilegio a cui nessun vivente partecipa ... Poiché, in casi fortunati, alla poesia sono riusciti dei nomi e il battesimo è stato possibile, per gli scrittori il problema dei nomi e la questione dei nomi è qualcosa di molto emozionante, e non solo rispetto alle figure, ma anche ai luoghi, alle strade che devono essere iscritti su questa mappa straordinaria, in questo atlante che solo la letteratura rende visibile."

Posted by: monica at 16.08.05 08:01

Ciao Monica! Non sono affatto in disaccordo con ciò che dice Bachmann. Io dico: il vero tema, bada: VERO TEMA, Quaestio, come diceva Cicerone, d'un romanzo dovrà essere una definizione del nostro tempo, non di Napoli o di Modena; dovrà essere un'immagine che ci spieghi il nostro inserimento nel mondo. I luoghi il più possibile precisi e amati sono necessari allo scrittore come concrete forme di ciò che nella storia si muove o su cui la storia scorre. E' sul "fare storia" che deve puntare lo scrittore, pur sempre partendo dalla realtà che conosce o vuole descrivere: la storia è sempre storia contemporanea, è intervento attivo nella storia futura. Ripeto che la geografia funziona da "edificio immenso del ricordo", come diceva Proust, a volte, o come macchina per immaginare, altre volte. E mi sta bene se sta sullo sfondo, se in una ideale scenografia sta lì a fare quello che fan le scenografie.

Posted by: Davide at 16.08.05 10:14

«È sul "fare storia" che deve puntare lo scrittore», o sul fare storie? Da Bichsel, della bugia e della verità, in Viaggiare in treno: «Perché? Perché non racconta. Non gli interessa l'invenzione di una vita. Gli interessa essere qualcuno, essere qualcosa.
Per i due ubriaconi sul treno suburbano non è più così da tempo. Loro sono niente, diventano niente, quasi non hanno una vita. Ma se ne inventano una e si concedono a vicenda la vita inventata - e diventa verità, perché la si può raccontare.

Posted by: monica at 16.08.05 13:46