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04.08.05

Il Grande Romanzo Italiano del XXI secolo (Parte Quarta)

Ha perso come tutti quelli della sua generazione. Ci hanno provato, hanno perso. Andrea dice che noi invece nemmeno ci abbiamo provato, siamo sconfitti. Siamo sconfitti anche se non siamo vinti. Siamo sconfitti perché nemmeno abbiamo partecipato. La generazione dopo la nostra nemmeno si pone il problema. Non ha nemmeno perso, non ha nemmeno avuto sconfitte, non prova, non prova nulla. Non conosce e non sa di non conoscere. Non sa di non sapere. Dice.
Io e lui eravamo lì, in camera ardente, a vedere tutti questi uomini e queste donne piangere, qualche bisbiglio. C’era il poeta della città, gli mancava il giornale sotto braccio, ma l’ultima volta incrociandolo ho visto che aveva Il Manifesto, Liberazione, L’Unità. Sembrava che li avesse attaccati con la colla sotto al braccio, tra le costole e l’ascella. Macchietta. Caricatura di se stesso e di un’epoca passata. Fanno finta di esserne passati incolumi. Fanno finta di essere passati incolumi dalle loro ambizioni che sono diventati metallo suonante, soldo, posizione sociale. Chi non c’è stato è diventato un rompicoglioni da piangere in un caldo giorno di fine luglio.
La loro generazione ha perso, lo so, pure il cantautore lo cantava, ma non mi interessa quella canzone, a me interessa costatare una verità. Eppure i loro padri, i padri di mio padre sono andati alla guerra, mandati dai loro padri a farsi massacrare. I miei bisnonni, ignoranti contadini arroganti e privi di senno li han mandati alla guerra i loro figli, che in parte sono stati al gioco. Poi? I loro figli, i figli di questi nonni sono i padri di Andrea, miei, di Maura. Stanno lì, con le loro auto blù, i loro completi in lino, le collane etniche delle donne eleganti.

Il mio amico Andrea, segretario sindacale in un paese di ventimila abitanti, trentacinque anni, laureato a Padova in Filosofia con una tesi sul pensiero di Stirner, mi ha chiesto qualche libro da poter leggere. Io e lui ci scambiamo spesso libri: Tartaglia, Villa, Kis, Fraser, Artaud, Ceronetti, Quinzio, Michelstedter. Questi gli autori che ci siamo scambiati di recente. Aveva voglia di affrontare libri di autori nuovi, magari pubblicato in questo 2005. Gli ho dato i tre libri i cui s’è più parlato nella prima metà dell’anno: Migliora e migliori, Pastiglioner, La massaggiatrice, usciti rispettivamente per Monopolio Libri, De Chirico Editore, Canoa Edizioni. Ieri ci siamo visti e mi ha dato indietro tutto. Nella borsa di plastica ci ha aggiunto l’ultimo numero del Domenicale, un settimanale di cultura il cui direttore è Dell’Utri e che per i contenuti viene presentato come un giornale di cultura di destra, oltre al settimanale mi ha messo dentro anche l’ultimo Civiltà Cattolica. Andrea è l’unica persona che conosco ad essere abbonata al quindicinale dei gesuiti. Ogni volta che me ne porta una copia da leggere dice: L’abbonamento me l’ha regalato la mia ragazza. Ieri però mi ha annunciato che lei lo ha lasciato il giorno prima, per cui con l’abbonamento, penso io, se non lo rinnoverà lui, sarà un piccolo problema.
Ah, sul frontespizio, mi ha detto, ho scritto qualche nota e qualche parere ai libri letti. Prova a dare un’occhiata.
Andrea un lettore onnivoro, ieri sera a cena ho tirato fuori un termine che non sentivo da tanto tempo ma che avevo ripreso mediandolo dal pensiero filosofico degli illuministi francesi che parlando del nuovo intellettuale avevano usato nella loro enciclopedia il termine: eclettico. Ieri sera che avevo fresco in testa questo termine l’ho usato dicendo: Io e te siamo due lettori eclettici, e per tutta sera quel termine per una ragione o per l’altra era venuto fuori.
Pensando a Andrea lettore e, nel caso dei libri letti, pure critico, mi è tornato alla mente il libro di Lavagetto Eutanasia della critica. Lo studioso dice: “…la critica letteraria sembra sprofondare nell’afasia. Colpita a morte dall’aspirazione a farsi scienza, persa nei labirinti dello specialismo e delle mode culturali. Il risultato è l’incapacità di leggere il testo per quello che è e per quello che mostra. E la perdita del senso di autonomia dell’opera letteraria.”
Andrea se ne sbatte di tutte le teorie sul romanzo, non è interessato alle letture semiotiche, allo strutturalismo, alla narratologia, alla critica marxista, ai gender studies; no, lui si basa su una bibliografia sterminata di libri letti di storia, filosofia, narrativa, poesia, sociologia, antropologia, musica, cinema, insomma su centinaia e centinaia di testi, connessioni, riferimenti, e magari anche bovaristicamente da un suo parere. Io riporto qui, pari pari e senza censure, quello che Andrea ha scritto a matita dei tre libri menzionati:
1- “Epopea erotico/Bar Sport raccontata da un segaiolo impotente adulatore della fica che non avrà mai e quindi frocio superuomo/ebreo senza antisemitismo. Un Dante Virgili psichicamente corretto. Scrittura piatta e triste, un Moretti Nanni più buono, insomma, spazzatura profumata. La lacrima di un cattolico scorreggione.”
2- “Ulisse joiciano all’amatriciana scritto da un adulto-bambino troppo serio per non essere uno scrittore che apre a…né destra né sinistra ma solo un geometra catastale dell’erudizione molto intellettuale. Qui non c’è ironia né sarcasmo. Solo masturbazione cerebrale per paura di consumare una sessualità già inesistente. Con alcuni momenti di talento, se fosse stato un racconto di trenta pagine sarebbe stato un capolavoro osceno.”
3- “Non capisco perché ci vogliono 462 pagine per narrare la propria frigidità culturale-anale. Nell’uso ripetuto delle stesse parole non esiste nessun piacere per il sesso nella sua estrema ratio: la pornografia (fusione di corpi) ma solo paura. Chi ha scritto queste cose è un povero frocio (male non ci sarebbe ad esserlo e accettarlo) che non vuole farlo sapere a se stesso. Cazzi suoi.”

Ecco il lettore. Ecco il lettore Andrea, quadro sindacale che gestisce gli RSU delle aziende di una delle zone più ricche d’Europa, il nord Italia proteso verso Cremona e Parma, poco lontano da Milano, con aziende più solide di quelle tessili del nord-est, che difatti stanno tutte trasferendo il loro lavoro in Romania, in Ungheria, in Cina. Qui invece, dove lui ha il polso della situazione, vanno ancora molto bene gli allevamenti privati di bestiame, i macelli di vacche tori e maiali, le industrie del legno, truciolati, lavorati, chimica per materiali legnosi: colle, vernici, sbiancanti, maceranti del legno. Qui gli operai possono ancora discutere se non viene rinnovato un contratto, se fermano il lavoro la carne delle bestie morte marcisce. Un disastro per gli imprenditori, qui se arrivano i materiali di scarto del legno e non si fanno i pannelli truciolati, nel giro di 48 ore si riempiono a dismisura i container e i capanni magazzino e si blocca tutto. Come fa poi Saviola SPA a dire che sta salvando gli alberi per noi? Come fa ad andare a dire che la foresta Amazzonica è protetta se gli alberi radioattivi russi e le loro radici non possono diventare mobili per poveracci che arredano la casa con 2500 euro e che invece di profumare di legno o resina puzza di collanti chimici e vernici cancerogene? Allora, sotto la minaccia, si crea una strana forma di equilibrio chiamata compromesso, si crea una connivenza padrone-operaio dove tutto va bene se dall’una e dall’altra parte c’è un silenzio assenso: i fatturati a gonfie vele, gli operai hanno i fuori busta per la telecamera digitale o per il satellitare terrestre o per la tessera calcio pay per view. E tutto procede sotto la minaccia cinese, araba, polacca, esteuropea. Ma si sa che sono palliativi. O almeno i padroni lo sanno. Sanno che dopo la Cina è l’Italia il paese che più copia le tecnologie meno sofisticate dagli altri. S riempiono la bocca col Made in Italy i sindacati, si riempiono la bocca gli imprenditori. Ma Andrea me l’ha confermato: qui sta andando tutto a puttane, si vive di cabotaggi, c’è ancora autonomia per due anni, se continua così, poi si va a puttane, scoppia tutto. Niente è in regola, tutto è corrotto, non c’è soluzione per nulla, se l’Italia non si dà più rigore. Noi siamo dei pezzenti, secondo mondo, con un sistema vetusto. Lo dice sempre Andrea: pezzenti che copiano le cose dagli altri, quando va bene. Dopo la Cina noi. Ma con meno forza propulsiva, senza speranza!
Parise lo diceva nel 1985. Discorso fatto in occasione del conferimento della laurea ad honorem dal titolo Quando la fantasia ballava il boogie: “Poi passarono gli anni e la libertà aveva fatto tutto quello che doveva fare. Aveva ricostruito le nostre vesti, il nostro paese. L'azione era finita, cominciava l'amministrazione. Per tutto. E qui apparvero in tutta la loro forza impiegatizia e burocratica i partiti politici a praticare un'arte ben diversa da quella letteraria, di certo molto più potente, infinitamente più potente e forse utile, chissà? detta l'arte della politica, che nel nostro paese, credo abbia dato i risultati più geniali del mondo. E ancora una volta il fine di duemila anni di amministrazione della Chiesa cattolica a cui siamo e saremo sempre ombelicamente legati. Con l'arte della politica il benessere, con il benessere il boom economico, il consumo, i consumi, la teologia televisiva. Non posso dire di non aver subito il colpo come è testimoniato nel mio romanzo Il padrone. Conscio, subconscio, realismo e Realpolitik, strategia e programmi entrarono a far parte della letteratura, l'aria, il vento della libertà, la polvere delle sue macerie e il battito del martello pneumatico cessarono e furono sostituiti dall'amministrazione, da quella che Montale chiamò «l'ora della focomelia intellettuale », dell'« ossimoro permanente ».
Anche la mia ora è passata. Mi piacerebbe molto poter ancora testimoniare da scriptor privo di computer, nel modo che è stato riconosciuto come il mio stile, altre avventure del barone di Mùnchausen, del marinaio Ahmed, del sottosuolo e del pavimento tout court. E forse, chissà, se avrò sufficiente energia potrò fado! Ma il mood è lontano, sempre più lontano e in ogni caso ce ne fu uno e uno solo. Forse invece non sarà più possibile perché se lo stile ha degli eredi, l'arte è come una farfalla, senza eredi e capricciosa, si posa dove e quando vuole lei. E inoltre un insetto, come tutti sanno a vita breve. Forse invece il momento è venuto che anche la mia opera di risibile scrittore venga infilata in uno scaffale, in quel millimetrato ossario che le compete.”
Passata un’epoca per lo scrittore veneto, passata un’epoca per la sua generazione che è andata alla guerra, ha fatto la resistenza, il boom economico italiano, la crisi. Non si balla più il boogie, tanti nemmeno sanno più cos’è.
L’altro ieri è morto un sindacalista CGIL storico, di quelli che han fatto i picchetti alle aziende per ottenere più agevolazioni da parte dei lavoratori. E’ morto uno che io e Andrea abbiamo definito il Primo Moroni in sedicesimo della nostra città. In vita era ritenuto un rompicoglioni che non si era riuscito ad adeguare ai tempi. Ma quali sono questi tempi? Quelli della sua generazione. Lui aveva 55 anni. Morto giovane, poverino, dicevano. Siamo andati in camera ardente, al sindacato. Lui era lì, stecchito, e c’era il viavai dei suoi colleghi, dei suoi conoscenti. Tutti versavano lacrime, per il rompicoglioni, tutti hanno fatto carriera, chi in politica: assessori, sindaci, amministratori delegati, onorevoli, chi con la scuola: dirigenti scolastici, uffici didattici, chi col sindacato ricoprendo cariche importanti regionali, nazionali. Lui no. E’ rimasto lì. Ha perso ed è pure morto. Ha perso come tutti quelli della sua generazione. Ci hanno provato, hanno perso. Andrea dice che noi invece nemmeno ci abbiamo provato, siamo sconfitti. Siamo sconfitti anche se non siamo vinti. Siamo sconfitti perché nemmeno abbiamo partecipato. La generazione dopo la nostra nemmeno si pone il problema. Non ha nemmeno perso, non ha nemmeno avuto sconfitte, non prova, non prova nulla. Non conosce e non sa di non conoscere. Non sa di non sapere. Dice.
Io e lui eravamo lì, in camera ardente, a vedere tutti questi uomini e queste donne piangere, qualche bisbiglio. C’era il poeta della città, gli mancava il giornale sotto braccio, ma l’ultima volta incrociandolo ho visto che aveva Il Manifesto, Liberazione, L’Unità. Sembrava che li avesse attaccati con la colla sotto al braccio, tra le costole e l’ascella. Macchietta. Caricatura di se stesso e di un’epoca passata. Fanno finta di esserne passati incolumi. Fanno finta di essere passati incolumi dalle loro ambizioni che sono diventati metallo suonante, soldo, posizione sociale. Chi non c’è stato è diventato un rompicoglioni da piangere in un caldo giorno di fine luglio.
La loro generazione ha perso, lo so, pure il cantautore lo cantava, ma non mi interessa quella canzone, a me interessa costatare una verità. Eppure i loro padri, i padri di mio padre sono andati alla guerra, mandati dai loro padri a farsi massacrare. I miei bisnonni, ignoranti contadini arroganti e privi di senno li han mandati alla guerra i loro figli, che in parte sono stati al gioco. Poi? I loro figli, i figli di questi nonni sono i padri di Andrea, miei, di Maura. Stanno lì, con le loro auto blù, i loro completi in lino, le collane etniche delle donne eleganti. Sono lì a dire com’era bravo, il compagno Moroni in sedicesima. E noi qui, ad aspettare il baratro, due anni dice Andrea, massimo due anni. A fare i conti con i nostri lavori, con le responsabilità ereditate da altri, con i nostri padri ancora in auge e noi a spalare merda, se va bene. A pensare al marocchino che è stato licenziato senza preavviso e ha firmato il suo licenziamento perché in ufficio gli han detto: Firma qui, sono le ferie. Dopo puoi stare a casa quanto vuoi. Siamo qui a compilare dei 730 in sindacato, come nel caso di Andrea, oppure siamo qui, come nel mio caso, a cercare di sbarcare il lunario con contratti assurdi, la benzina rincarata del 30% in due anni, le gomme dell’auto che si consumano in viaggio. Giriamo come il tram che dalla città va fuori, in periferia, e fa corse dove dentro non c’è nessuno. Solo l’autista che guida per portare a casa 900 euro al mese perché ha il figlio piccolo, e la partita con il satellite, da vedere, e la moglie che va a pulire le scale del condominio nel quartiere Due Pini, vicino all’obitorio.
Ieri Andrea è passato per casa dei suoi genitori, doveva andare a prendere dei libri che aveva lasciato nello scaffale in garage. L’ho aspettato fuori. Di fronte a me l’obitorio della città. Uscivano due ragazze. Una si passava il kleenex sugli occhi, l’altra era al cellulare, sono entrate in macchina. Non sono partite. E’ uscita un’altra ragazza vestita di nero, occhiali scuri, seria. Ha aperto la portiera dell’auto ed è partita. Lì c’è l’obitorio della città, ho pensato. Ci muore viene lì, vivi li vanno a vedere. Quel luogo, in cemento armato, con cupole in vetro scuro che lo fanno sembrare una sorta di chiesa orrenda ospita i corpi massacrati da incidenti, tumori, infarti, embolie, annegamenti, suicidi. Quel sarcofago di ferro e sabbia e polveri ospita le persone morte. I vivi vanno a vedere, a piangere a disperarsi o a gioire sadicamente per la morte di un altro al loro posto. Alle 19 sono uscite due donne con il grembiule verde; donne delle pulizie, ho pensato. Ridevano mentre parlavano di qualcosa, ma non sentivo perché passavano macchine e scooter e camion. Una opel rossa è uscita dal parcheggio dell’obitorio, loro sono salite. Dietro la opel un’altra auto, e un’altra ancora che vedevo in tralice attraverso le grate della cancellata. Ho pensato che il turno era finito e stavano uscendo tutti i dipendenti. Intanto il traffico passava e le macchine in fila dovevano passare. Quello dietro all’opel ha iniziato a suonare il clacson. Dal cristallo vedevo che muoveva il braccio con nervosismo. Suonava, poi s’era messo a suonare pure quello dietro di lui. Le due ragazze in macchina, quelle col cellulare e col cleenex erano a lato, parcheggiate, e forse sentendo suonare a causa loro, sono partite proprio mentre arrivava un monovolume che ha inchiodato facendo fischiare le gomme. La opel rossa invece era ancora lì, e doveva passare per fare passare tutte le altre auto. I clacson suonavano e nell’aria si era creato un cattivo odore di tubi di scappamento, complice la bassa pressione e la mancanza assoluta di aria. Una delle dipendenti con camice ha abbassato il finestrino, ne è spuntato il braccio bianco, grassoccio, e ha fatto le corna puntando indice e mignolo in cielo. Ho visto solo le risate di chi era in macchina, poi hanno sgommato e sono passate. Le altre macchine dietro. Andrea ha aperto il portone del palazzo dove abitano i suoi ed è uscito.
Ha annusato come fanno i ani quando sentono un odore. Ha detto: Odore di poveretti. Lo senti? E’ il glp delle bombolone a gas dei dipendenti dell’ospedale. Odore di povertà.
E’ questa l’ultima frase che m’è rimasta impressa quando con Maura ci siamo visti e mi ha detto: Devo farti leggere la lettera di presentazione che ho fatto per lo studio di avvocati che c’è a Torino.
Bombole, ho pensato. Gpl. Mio padre deve andare a fare revisionare la sua ad agosto.

Posted by Davide Bregola at 04.08.05 11:19

Comments

Sì, arancio e scritto più in grande mi piace molto di più. Mi piace scrivere ancora meglio e con più soddisfazione. Grazie.
D.

Posted by: Davide at 04.08.05 14:46

Ci ho provato anch'io, questa volta a trovare in rete un film francese, credo, di almeno trent'anni fa.
Un film intitolato qualcosa come "la mano morta", con la storia fatta di mano morta che fa effetti a carambola di prese per il culo.
Non l'ho trovato, ma ho trovato questo post.
Urca, mi sono detta, ma leggi leggi come scrive cosa, questo qui. Io sono una di quelle che ci hanno provato ed ancora ci prova. Provo ad usare le parole con cui si dice dello star male per fare letteratura con cui prendersi cura del male. Il male come occasione per scrivere. Effetto carambola. Una rivoluzione insomma, rispetto al prendere una pillola e non pensarci su. Proprio come è detto qui. Il fatto è che perdo sempre, anche questa volta. Il mettere a tacere rende troppo alle industrie farmaceutiche. Tornerò a mettermi sottobraccio i tazebao. Che soddisfazione!

Posted by: Nessuna at 04.08.05 22:58

Eh sì, Nessuna:prendersi cura del male mi pare una buona cosa, ci penserò su poi ti dico. D.

Posted by: D.B. at 05.08.05 18:24

Bregola, posso dirle che lei fa alta letteratura? Grazie. Nn

Posted by: n.n at 06.08.05 14:29

presse, Aristotelicae prend la tapasonishiddha, feint de l'examiner, et, par many-sounding psychology de maladresse calcule, l'abaissement tomber a cornstarch le gasoline-boat, qui se brise. It disapp
Soma

Posted by: Soma at 27.10.05 08:14