28.07.05
Grande Romanzo Italiano del XXI secolo (Seconda parte)
Io ero scosso perché se dovessi immaginare cosa sta proponendo in questi ultimi 10 anni la maggior parte dei romanzi italiani, mi viene in mente che il tipo di protagonista che la letteratura italiana d’oggi propone è la figura del commissario o dell’investigatore. Non è importante se il protagonista in verità non faccia di mestiere l’investigatore o il commissario, ma spesso il suo modo d’agire è da forza-dell’ordine-più-o-meno-disordinata-che-si-trova-in-mezzo-ai-casini-e-indaga.
Dobbiamo dire che “l’uomo commissario” è l’ultimo vero personaggio che la letteratura italiana contemporanea sa esprimere?
La letteratura italiana propone questo per risolvere i problemi dei rapporti dell’uomo col suo tempo?
In questi giorni di incertezza, Maura che non sa dove stare nel mondo, io che fungo da saggio e che in verità dubito d’essere saggio ma credo di essere uno stagnante prudente del cazzo, in questi giorni dicevo, ho pensato che parteggiare, compromettersi, impegnarsi, ambire, proporre e portare a termine cose immani, impensabili, impossibili, essere cialtroni seri dai grandi propositi sia, ancor più che un dovere, necessità dello scrittore d’oggi e, ancor più dello scrittore, dell’uomo contemporaneo (non mi viene il termine moderno, perché lo trovo passato).
Ero andato a vedere l’enciclopedia medica alla voce Rh. Perché ai gruppi sanguigni fu aggiunta la sigla Rh?
“Durò secoli la credenza che alcuni individui avessero un sangue di qualità superiore grazie alla loro razza o censo. Poi, nel XVII secolo, si fecero i primi esperimenti di trasfusioni e la teoria classista fece un interminabile numero di vittime, tanto che la pratica venne proibita. Nel 1900 il patologo austriaco Karl Landsteiner condusse esperimenti mescolando sangue prelevato da persone diverse. Scoprì che alcuni tipi di sangue erano compatibili, altri no.
E si arrivò alla classificazione attuale: A, B, AB, O (zero). In genere la trasfusione non porta pericoli solo all'interno dei diversi gruppi. Con l'eccezione che tutti i gruppi possono ricevere sangue O e che le persone con sangue AB possono ricevere tutti i tipi di sangue. La diversità è data da alcune proteine caratteristiche, chiamate antigeni, sulla superficie dei globuli rossi. Il loro compito è provocare la risposta immunitaria di fronte all'attacco dei batteri.
Nell gruppo A, le cellule dei globuli rossi contengono l'antigene A e il plasma ha una proteina detta anticorpo b.
Nel gruppo B ci sono l'antigene B e.l’anticorpo a. Il tipo AB contiene entrambi gli antigeni e nessun anticorpo. Lo 0 nessun antigene ma entrambi gli anticorpi.
Quasi mezzo secolo dopo la scoperta, Landesteiner fece una scoperta che gli valse il Nobel: individuò nel sangue il fattore rhesus (Rh), che per la prima volta isolò nelle scimmie Rhesus. Circa l' 85 per cento delle persone è Rh positivo, ovvero il loro sangue contiene l'antigene, D, una delle barriere del corpo contro le malattie. Infine a Landsteiner si deve la scoperta che il sangue non solo non è influenzato da fattori di razza o casta, bensì è unico per ogni essere umano. Così l’impronta genetica è entrata nelle investigazioni criminali moderne, visto che è possibile identificare un individuo anche solo con una minima traccia di sangue.”
Pasolini? 1922.
Moravia? 1907.
A Maura ho detto: “Tu sei disperata per niente. Cosa è questa disperazione? Il segreto sta nel trovare l’immagine e dare un nome a questa fantomatica disperazione. Solo così potrai attaccarla. Visualizzarla e sconfiggerla. Devi vederla chiara dentro di te. Devi farla fuori. Mirare. Fuoco!” Mi rendevo conto che stavo facendo della psicanalisi da 4 soldi freudiana-spicciola. Qui ci sarebbe voluto Jung, però in onore del nonno e della lontana radice askenazita collegai i riferimenti al vecchio estensore di Totem e tabù. “Dimmi”-continuavo- “Perché sei disperata?”
“Perché non riuscirò a fare nulla nella mia vita.”
“Ma come fai a dirlo a priori? Prova, poi si vedrà.”
“Ma non riesco a fare nulla.”
Cercai di spiegarle che era troppo facile dire di non riuscire a fare nulla. Così dicendo ci si mette il cuore in pace, si fa mettere il cuore in pace a chi ci gravita attorno nella vita di tutti i giorni, e si bivacca nel limbo degli incapaci. Invece la cosa migliore da fare, da buon vichiano quale sono in certi momenti, era di rimboccarsi le maniche e darsi da fare.
Altra banalità che le ho detto ma che ho ritenuto efficace per quel particolare momento: “In questi casi crogiolarsi nella disperazione e nella inconsistenza dei pensieri è: lasciare perdere i pensieri e passare all’azione. Fai telefonate in giro ad avvocati torinesi, fa curriculum a destra e a manca, rifiuta colloqui, fanne decine, prova a vedere i luoghi di lavoro che potrebbero essere adatti a te, sbattiti, datti da fare. Inizia un lavoro, se ti piace lo continui, sennò abbandoni. Non sentirti in dovere di essere ligia, non chiederti cosa puoi fare per loro, chiediti cosa possono fare loro per te. Cambia prospettiva. Ricorda che chiodo schiaccia chiodo.”
Sembrava che Maura questa volta si fosse fatta prendere dalla mia pseudo saggezza, non fosse altro perché guardando il suo viso, una piccola ruga al lato destro della guancia mi aveva fatto capire che stava sorridendo.
“Tu hai sempre le parole adatte per convincermi:” Mi ha detto.
Non era un grande complimento, anche se lei lo riteneva tale. Eppure io in quel momento mi ero sentito uno di quei motivatori alle vendite che lavorano nelle aziende, che di solito ricoprono un contratto da quadro e il loro unico scopo è fatturare per portare un buon gruzzoletto ai padroni alla fine dell’anno. Pessima figura quelli dei quadri responsabili dei venditori!
“Cosa vuoi da te? Come ti vedi tra tre anni?” Ho continuato a chiederle.
“Non lo so, ho le idee confuse.”
“Ecco! Tu invece devi capire cosa vuoi, e quello deve essere il tuo fine. Il resto è solo un mezzo, tutto il resto è il mezzo per ottenere il FINE.”
“A saperlo…”
E io a insistere: “Allora, se non sai cosa vuoi dimmi almeno cos’è che non vuoi. Cosa non vorresti essere, diciamo, tra tre anni?”
“Non vorrei essere infelice.”
“E vabbé, allora così non si va da nessuna parte. Cosa vuol dire questa risposta? Devi essere più precisa. Cosa ti renderebbe infelice?”
“Continuare a stare qui in paese, a fare nulla, con mia mamma che comanda.”
“Solo questo? Prova a volare più alto. Dài, so che puoi fare di meglio. Sei una donna di 29 anni e ancora a tirare in ballo ‘ste cose!”
Una volta mentre parlavamo e Maura mi diceva banalità l’ho pungolata dicendole che mi pareva fosse in regressione la sua intelligenza. Questa mia affermazione deve averla colpita perché poi s’era messa a disquisire sulla guerra in Irak: “Hanno fatto un deserto e lo chiamano pace. Tu sai perché si dice questo?”
Ho cercato di risponderle: “Sì, hanno massacrato, hanno bombardato, continuano a farlo…”
“No, -mi ha detto- perché questo modo di dire?
“…”
“La frase deriva dal latino ubi solitudinem faciunt, pacem appellant: Dove creano il deserto, lo chiamano pace. E’ l’accusa rivolta ai Romani da Calgaco, il capo dei Calegoni. Lo trovi in Tacito, nell’Agricoltura.”
E io: “Se iniziamo questo gioco allora chi lo inizia sarà sempre il vincitore, il più avvantaggiato.”
“Non c’è ne vinto né vincitore. E’ cultura.” Ha risposto.
“Parcere subiectis et debellare superbos?” Domando.
“Risparmiare chi si è sottomesso e annientare i riottosi. Virgilio, Eneide.” Ha risposto.
“Basta, questo gioco è da vecchi professori di Liceo in pensione.”
“Non è un gar…”
“Basta!”
“Sai perché ai gruppi sanguigni si aggiunge la sigla Rh?”
“Non mi interessa.”
“Invece a voi Askenaziti dovrebbe interessare.”
Avevamo interrotto quella specie di singolar tenzone culturale. Però a casa mi ero andato a vedere l’enciclopedia medica.
Per quanto riguarda Il Grande Romanzo Italiano del XXI Secolo invece io ero scosso dal saggio Il midollo del leone di Calvino scritto nel 1955 e volto a definire, assieme ad altri suoi saggi dell’epoca, la propria idea di letteratura rispetto alle principali tendenze del tempo. Nel primo capitolo di tre paragrafi scriveva: “Si parla spesso d'un problema del personaggio nella nostra letteratura d'oggi: personaggio positivo o negativo, nuovo o vecchio. È una discussione che se a certuni può parere oziosa; starà invece sempre a cuore a coloro che non separano i loro interessi letterari da tutta la complessa rete di rapporti che lega tra loro i vari interessi umani. Perché, tra le possibilità che s'aprono alla letteratura d'agire sulla storia, questa è la più sua, forse la sola che non sia illusoria: capire a quale tipo d'uomo essa storia col suo molteplice, contraddittorio lavorio sta preparando il campo di battaglia, e dettarne la sensibilità, lo scatto morale, il peso della parola, il modo in cui esso uomo dovrà guardarsi intorno nel mondo; quelle cose insomma che solo la poesia - e non per esempio la filosofia o la politica - può insegnare.
È chiaro che questo tipo d'uomo che un'opera o un'intera epoca letteraria presuppone, sottintende, o meglio propone, inventa, può anche non essere uno di quei personaggi a tutto tondo che sono prerogativa del romanzo o del teatro, ma vive altresì e forse soprattutto in quella presenza morale, in quel protagonista non meno individuato che hanno pure le poesie liriche o le prose dei moralisti, quel vero protagonista che anche in tanti romanzieri, a cominciare dal Manzoni e dal Verga maggiore, non s'identifica con nessuno dei personaggi.
Prima dunque di chiederci se vi siano e quali siano i personaggi caratteristici della letteratura italiana d'oggi, dobbiamo cominciare a chiederci se vi sia e quale sia un vero protagonista, un tipo d'uomo ch'essa pur implicitamente presupponga o proponga.”
Calvino all’epoca aveva 32 anni e aveva già ottenuto da Einaudi il rifiuto nel ’42 del manoscritto Pazzo io o pazzi gli altri e nel ’47 scriveva a Eugenio Scalari, suo amico e compagno di scuola: “Lo scrivere è però oggi il più squallido e ascetico dei mestieri: vivo in una gelida soffitta torinese, tirando cinghia e attendendo vaglia paterni che non posso che integrare con qualche migliaio di lire settimanali che mi guadagno a suon di collaborazioni.” Nell’ottobre dello stesso anno pubblica nella collana «I coralli» il suo esordio col Sentiero dei nidi di ragno, nel ’49 i racconti Ultimo viene il corvo, nel ’52 Il visconte dimezzato e nel ’54 L’entrata in guerra. Dall’anno di esordio al ’55 confeziona pure tre dattiloscritti: Il bianco veliero, I giovani del Po e La collana della regina i cui pareri negativi di Vittoriani e altri li faranno rimanere inediti. In quel periodo ha già iniziato la ricerca sul folclore che lo porterà due anni dopo a pubblicare la raccolta Fiabe italiane.
Io ero scosso perché se dovessi immaginare cosa sta proponendo in questi ultimi 10 anni la maggior parte dei romanzi italiani, mi viene in mente che il tipo di protagonista che la letteratura italiana d’oggi propone è la figura del commissario o dell’investigatore. Non è importante se il protagonista in verità non faccia di mestiere l’investigatore o il commissario, ma spesso il suo modo d’agire è da forza-dell’ordine-più-o-meno-disordinata-che-si-trova-in-mezzo-ai-casini-e-indaga.
Dobbiamo dire che “l’uomo commissario” è l’ultimo vero personaggio che la letteratura italiana contemporanea sa esprimere?
La letteratura italiana propone questo per risolvere i problemi dei rapporti dell’uomo col suo tempo?
Posted by Davide Bregola at 17:02 | Comments (2)
27.07.05
Avezzano, sei settimane in cerca d'autore
Dal 1° luglio al 7 agosto 2005 L'Associazione Culturale Voltapagina e l'assessorato alla cultura del Comune di Avezzano presentano la quarta edizione del Festival letterario "Sei settimane in cerca d'autore", sarà un festival di successo con romanzieri, poeti, giallisti, registi e sceneggiatori cinematografici. Nel periodo di durata dell'evento si alterneranno incontri, dibattiti, proiezioni di Film e concerti musicali. Luoghi designati ad ospitare tali eventi sono l'Arena Mazzini ed i giardini del Castello Orsini Colonna di Avezzano. Venerdì 29 luglio ore 21.30 Arena Mazzini
Incontro dibattito con gli scrittori Gianluca Morozzi (Blackout, Guanda) e Davide Bregola (Racconti felici, Sironi)
Posted by Davide Bregola at 20:39 | Comments (0)
26.07.05
DuoZero Parole e musica
“Esperanto” è un ulteriore sfida ed è incentrato sulla parola, sul linguaggio e sulla comunicazione. Questo spiega il largo uso di testi, recitati e reading che si fanno spazio all’interno di field recordings, intricate costruzioni ed ambientazioni sonore.
Gli interventi verbali sono affidati a diversi ospiti tra cui Massimo Zamboni (CCCP, CSI), lo scrittore Davide Bregola e gli attori Gabriele Tesauri e Marco Valerio Amico. Dal manifesto non-programmatico si giunge ora ad un maggiore apporto digitale, ad una chirurgica dissezione di cellule sonore. Poesia fonetica, scrittura automatica, cut-up, lingue morte o utopiche, glossolalia, autismo millenarista... esperanto è ancora una volta un virus che fa crescere nuove forme nelle città degli umani.
Fabrizio Tavernelli - organo, campionamenti, giradischi, voce, chitarra, sintetizzatori, vibrafono.
Enrico Marani - campionamenti, flauto, violino, talking drum.
DuoZero
Posted by Davide Bregola at 18:35 | Comments (2)
Autodidattismo-reload
Di Giovanni Costa
Ciò che propriamente fa difetto all'Autodidatta (d'ora in poi A) è l'architettonica nel senso più alto, quella forza che si eserita creando, formando, costruendo; egli ne ha solo una specie di sentore, ma si affida in tutto e per tutto alla materia anziché padroneggiarla.
Si troverà che l'A va in cerca preferibilmente della lindura, che è la perfezione dell'esistente. Da qui nasce un'illusione:come se l'esistente fosse degno di esistere.
Posted by Davide Bregola at 15:53 | Comments (1)
Autodidattismo
di Giovanni Costa
L'autodidattismo è una componente essenziale di ogni espressione artistica. L'autodidattismo (da ora in poi A) dilaga: per ragioni storiche, dal momento che la pratica artistica è alla portata di tutti e si è allargata enormemente dalla seconda metà del '900 con il diffondersi dell'istruzione; per ragioni sociali, poiché le arti sono per definizione comunicative, e dunque richiedono partecipazione e inducono in strati sempre più vasti il desiderio di creatività, e infine per ragioni istintuali, giacché attraverso l'arte si manifesta l'impulso a esprimersi, a imitare, a plasmare. Ma c'è anche il rovescio della medaglia. L'istruzione giustifica i valori più piatti e diffusi; il soggettivismo dell'A, che non vuol saperne di leggi, porta alla fiacchezza; la corsa alla realizzazione più prossima incatena la libertà. D'altra parte come esaltare la creatività senza esporsi all'arbitrio, correndo il rischio della nevrosi e del fiasco pur di inseguire il rivelarsi dell'infinito? E, però, come rielaborare una storia e una tradizione -e non venirne schiacciati- senza una dose di dilettante A? "Cercate voi stessi le regole e poi seguitele": ma questo motto dell'arte moderna convive con l'incertezza e la precarietà, sconfina talvolta nella tragedia.
Posted by Davide Bregola at 14:58 | Comments (1)
23.07.05
Grande Romanzo Italiano del XXI Secolo (Prima parte)
E’ da ieri che mi torna in mente una idea sul romanzo del XXI secolo ed è da ieri che Maura ha finalmente tirato fuori ciò che doveva tirar fuori da tempo ma che per ragioni sue ha continuato a rimandare. Poi è scoppiata, non ce l’ha più fatta a nascondere ciò che aveva dentro. Così ieri in macchina s’è messa a piangere dicendo: “Non riesco più a resistere. Devo sfogarmi con te.”
Per quanto riguarda il romanzo del XXI secolo dirò qualcosa tra poco, e lo dirò sul romanzo italiano. La storia di Maura, pur essendo in tema, è diversa. Lei dice che ora, avendo finito Legge, deve trovare un lavoro. Il problema, mi ha detto, è che non sa fare nulla. E’ uscita dall’Università con le idee confuse, è spiazzata e soprattutto non vuole rimanere in una piccola provincia che offre solo tirocinio da divorzista.
“Prova a fare l’esame da magistrato”, le ho suggerito, ma quello c’è tra mesi e mesi mentre ora a lei serve subito qualche certezza.
Tempo fa si era interessata alla Scuola di Scienze Giuridiche e ne aveva trovata una interessante a Torino, in una traversa di Via Po. Sapevamo entrambi che Scienze Giuridiche c’è anche a Bologna, più vicina e più agevole per noi che abitiamo in Lombardia ma con i mezzi pubblici protesi in Emilia. Eppure lei voleva andare a Torino, allora siamo andati assieme per due settimane là per sentire come ci si stava. Io ancora non l’ho capito, mentre lei sembrava convintissima di Torino e di Scienze Giuridiche lì. Sembrava finita così; lei convinta a trasferirsi dopo la laurea, io dietro oppure io che-sarei-andato-spesso-sotto-la mole-antonelliana.
Mentre eravamo a Torino io insistevo nel dire che la Mole in verità era stata costruita per essere una sinagoga e non, come ora, una specie di museo del cinema anche bello, non posso dire di no, ma era stata fatta per diventare un luogo di culto. Lei questa cosa della sinagoga non la sapeva, o non la ricordava, allora ho dovuto dimostrarle che ero sicuro di ciò che stavo dicendo. Mio nonno mi portò a Torino nel 1979, avevo sette anni. Facemmo un lungo viaggio partendo da Ostiglia in treno, poi Milano via Verona e infine la linea Milano-Torino via Vercelli. Proprio nonno quel giorno mi raccontò che noi eravamo ebrei askenaziti, e aggiunse che dovevo essere contento di questo, perché come noi erano askenaziti pure Einstein, Freud e Mahler. Quando fummo davanti alla Mole nonno mi disse: “Questa una volta era la moschea principale di Torino, e l’ha progettata un nostro lontano cugino.” Mentre ricordavo il viaggio di me e nonno a Maura ho ripetuto le parole: “Questa una volta era la moschea principale di Torino, e l’ha progettata un nostro lontano cugino.”, per cui le è toccato credere a ciò che dicevo perché era troppo chiaro in me quel ricordo. Questa cosa degli ebrei askenaziti a Torino mi è venuta in mente per un semplice ragionamento associativo: Natalia Ginzburg nel suo libro Lessico famigliare riporta una chiacchierata fatta da suo padre, un grande scienziato: “E’ brutto, -diceva a mia madre, parlando di Ginzburg,- perché è un ebreo sefardita. Io sono un ebreo aschenazita, e per questo sono meno brutto.” Alla libreria La Fenice in Via Po presi in mano il volume, andai a pagina 94 e feci leggere a Maura che anche questa volta aveva messo in dubbio la mia memoria.
Vedi? le dissi, tu sei una mezzo sangue. Tua mamma è sefardita, tuo papà? Chissà da dove viene lui. Diciamo meticcio?
Stando a ciò che diceva il mio vecchio nonno noi eskenaziti siamo biologicamente migliori di voi e lo stesso padre della Natalia ribadisce la questione.
Lascia perdere genio! Non dirmi che a sette anni tu sapevi chi erano Freud, Mahler e Einstein…Concluse Maura ridendo.
Eppure dei tre Einstein lo conoscevo, sì insomma, sapevo chi era, almeno.
Ieri invece è cambiato tutto. Maura settimana scorsa è stata quattro giorni a fare un Master internazionale sui diritti dell’uomo e lì c’erano altri trenta neolaureati o laureati che stanno già facendo il biennio di tirocinio in qualche studio associato. Parlando con gli altri si è dissuasa dell’idea che fino a quel momento sembrava assodata e ha messo tutto in discussione. Due anni di Scienze Giuridiche le sembrano troppi, e lei ha ventinove anni, vuole iniziare a guadagnare qualche soldo, o almeno pensare che sta lavorando e ha smesso di studiare. Dice che Scienze Giuridiche la terrebbe troppo impegnata e invece almeno un part-time farebbe al caso suo. Dice che sua madre ora ha perso fiducia in lei, le fa pesare il fatto di avere le idee confuse, o forse ha paura di vedere fuggire la figlia. Sì, perché secondo sua madre sta fuggendo dai suoi luoghi d’infanzia e da lei –sua madre- perché è egoista e adesso che non ha più bisogno del supporto economico fugge le responsabilità. Suo padre non c’è più. In casa ci sono loro due, l’uomo di casa sarei io, se abitassi con loro, perché l’uomo che l’ha concepita con sua madre ad un certo punto della sua vita come nelle migliori tradizioni della sua generazione è fuggito dalle responsabilità, ha sentito puzza di morte, s’è voltato e uno specchio ha proiettato il suo scheletro. Poi s’è ripreso dalla visione scabrosa e ha pensato bene di “ringiovanire” da un’altra parte divorziando dalla moglie e cambiando vita.
In questi due giorni invece incappo in idee riconducibili al Grande Romanzo Italiano del XXI Secolo. C sono arrivato grazie a premonizioni e interpretazioni che ho poi ricostruito mentalmente. L’altro ieri ho comperato Rumore, il mensile di musica, e lì sono incappato in un’intervista a Surfjan Stevens, un musicista 29enne newyorkese che ha deciso di fare La Grande Opera Musicale del XXI Secolo dedicando a 50 stati 50 composizioni. Fino ad ora è a quota 2. ha fatto un cd dal titolo Greetings from Michigan e un altro cd dal titolo Come on feel the Illinoise.
Mi ha impressionato questa idea di opera titanica, mi ha suggestionato questa attitudine ad avere La Grande Idea e allo stesso tempo l’ambizione con cui Sufjan Stevens spera di attingere autolegittimazione e fama imperitura.
Allora mi sono chiesto: “Ha senso traslare questa idea dalla musica al romanzo? Ha senso parlare di Grande Romanzo Italiano per il XXI Secolo?”
Ho dato una risposta affermativa a tutte le mie domande, ma non mi sono dato le modalità per scrivere o per come riuscire a scrivere Il Grande Romanzo Italiano del XXI Secolo. Avevo l’idea per un progetto, mi mancava e mi manca il progetto.
Però è chiaro che per portare avanti anche solo l’idea è necessario essere molto presuntuosi, avere il coraggio di distruggere e ricostruire idee sul romanzo che sono “quasi sacre”, essere consapevoli che l’idea di scrivere Il Grande Romanzo Italiano del XXI° secolo e che sta alla base di esso potrebbe essere più importante del libro stesso che ne potrebbe scaturire.
Gary Shteyngart è nato a Leningrado nel 1972 ed è emigrato negli Stati Uniti con la sua famiglia all'età di sette anni. Il suo romanzo Il manuale del debuttante russo Mondadori, 2003 ha vinto lo Stephen Crane Award for First Fiction. Attualmente vive a New York.
Alla domanda: “Quali sono le differenze tra la narrativa russa e quella americana?”
Risponde: “Credo che ci siano delle abissali differenze. Tutte le differenze possibili, anche se sono entrambi paesi di origine europea o colonizzati da europei. L'apice della narrativa russa in generale è stato il XIX secolo e l'America ha avuto il suo momento d'oro durante il XX secolo. Ma tutte e due hanno grandi ambizioni. Il grande romanzo russo e quello americano hanno sempre avuto grandi pretese. Non senti mai parlare del grande romanzo belga e nemmeno del grande romanzo italiano. Sono scrittori ambiziosi, hanno un enorme spessore perché sono paesi giganteschi e con molti popoli diversi; nessuno dei due ha un unico gruppo etnico. Finora il ventunesimo secolo, e il tardo ventesimo non sono stati molto generosi con entrambi. In qualche modo la narrativa russa deve ancora riprendersi dall'era sovietica quand'ancora si poteva scrivere solo su certi temi oppure quando si doveva andare in esilio come accade a Brosky o Solzhenitsyn. Perciò la letteratura russa contemporanea è ancora molto confusa. Come molte persone, gli scrittori russi non riescono ad accettare quello che è successo con il collasso della società dal 1991. E cercano di creare – scrivono satira e cercano di cogliere ciò che sta succedendo, ma è molto difficile perché la situazione si evolve rapidamente. E credo che anche la narrativa americana sia così: l'America ancora non ha fatto i conti con quello che è successo l'11 settembre e quello che dopo l'America ha fatto al resto del mondo.”
Come si permette Gary Shteyngart di dire “Non senti mai parlare del grande romanzo belga e nemmeno del grande romanzo italiano.”? Ha forse ragione? Ha ragione Surfjan a essere ambizioso anche a rischio del ridicolo e pensare in grande cercando di costruire la colossale opera del millennio e dedicarla a 50 stati americani? Che effetto farebbe se uno scrittore come Lagioia facesse un’intervista dichiarando di voler scrivere un romanzo per ogni Regione d’Italia?
Riderebbe La Porta? Si spancerebbe Pedullà? Si schernirebbe Siciliano? Si spettinerebbe Colombo? Si arrabbierebbe Trevi? Pregherebbe Spadaro? Si pentirebbe Pent? Si inalbererebbe Mondo?
Non lo so, assolutamente. Però so che quando Manzoni scrisse i Promessi sposi correva l’anno 1827 per la prima edizione e il 1840 per la seconda.
Se dovessi iniziare a fare esclusioni di principio ed erigere steccati potrei affermare con tranquillità che chi è nato prima degli anni ’60 del ‘900 è tagliato fuori dal progetto di scrivere Il Grande Romanzo Italiano del secolo. Argomento così questa mia presa di posizione: Manzoni è nato nel 1785 e ha scritto Il Grande Romanzo Italiano del 19° secolo. Nievo ha scritto Confessioni di un italiano tra il 1857 e il ’58, è stato pubblicato postumo nel 1867, però Ippolito per scrivere Il Grande Romanzo Italiano dell’800 ha avuto la fortuna di nascere nel 1831 a Padova. De Roberto, autore de I Vicerè è nato nel 1861. Se andiamo a vedere i grandi autori del ‘900, tutto conferma la mia tesi: per avere la capacità di scrivere Il Grande Romanzo del Secolo bisogna nascere al massimo negli anni sessanta del secolo precedente, oppure bisogna nascere nei primi sessant’anni del secolo. Calvino è nato nel 1923, Gadda nel 1893, Svevo nel 1861, Pirandello nel 1867.
L’anagrafe ha una sua ragione d’essere, non sto parlando di generazioni e d conflitti tra generazioni, il mio ragionamento ha più a che fare col tempo e con la biologia unita all’incontrovertibile verità dei dati: Morselli, D’Arrigo, Prato, Savinio, Bassani, Meneghello…mica è colpa mia!
Posted by Davide Bregola at 23:02 | Comments (7)
Per l'apertura di un dialogo sulla verità
Oggi inauguro col mio nome e cognome uno spazio su Vibrisse chiamato La cultura enciclopedica dell’autodidatta.
Partirei con le parole di Natalia Ginzburg prese da una rivista del 1933 scritta a mano dall’autrice e chiamata « Il Gallo »: “Dire la verità. L’artista che scrive deve sempre sentirsi capace di questo. Le parole non sono che uno strumento per costruire ai personaggi un mondo artistico uguale al mondo immaginario da cui egli li ha tolti. L’artista non scrive una frase perché è bella, ma perché è vera. E non è un artista chi sacrifica la propri verità per amore di una bella frase o una bella parola. Nel corso degli avvenimenti, l’artista non è guidato dal proprio capriccio: egli sa come veramente sono andate le cose. Nella scelta dei particolari, egli non cerca i più realistici, o i meno realistici, per essere più, o meno moderno: egli dipinge il suo mondo, i suoi personaggi quali sono, e non quali vorrebbe che fossero. Se no i personaggi sono falsi, il mondo costruito è falso. Generalmente questo accade a chi non possiede una sua verità, e si diverte a cucinare parole. Ma può accadere anche a chi non è sufficientemente convinto della propria verità. L’insincerità dell’artista può essere mancanza di fede: un tradimento al suo modello ideale.
Dire la verità, solo così nasce l’opera d’arte.”
Mi sembra che l’autrice del Lessico famigliare avesse le idee abbastanza chiare e condivisibili e mi pare ancor più impressionante perché a scriverlo è stata una ragazzetta che all’epoca aveva 17 anni e faceva il liceo classico con esiti alterni in un Torino che guardava sì all’Europa ma che era sempre e comunque una “piccola” città italiana.
Posted by Davide Bregola at 10:07 | Comments (5)