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28.07.05

Grande Romanzo Italiano del XXI secolo (Seconda parte)

Io ero scosso perché se dovessi immaginare cosa sta proponendo in questi ultimi 10 anni la maggior parte dei romanzi italiani, mi viene in mente che il tipo di protagonista che la letteratura italiana d’oggi propone è la figura del commissario o dell’investigatore. Non è importante se il protagonista in verità non faccia di mestiere l’investigatore o il commissario, ma spesso il suo modo d’agire è da forza-dell’ordine-più-o-meno-disordinata-che-si-trova-in-mezzo-ai-casini-e-indaga.
Dobbiamo dire che “l’uomo commissario” è l’ultimo vero personaggio che la letteratura italiana contemporanea sa esprimere?
La letteratura italiana propone questo per risolvere i problemi dei rapporti dell’uomo col suo tempo?

In questi giorni di incertezza, Maura che non sa dove stare nel mondo, io che fungo da saggio e che in verità dubito d’essere saggio ma credo di essere uno stagnante prudente del cazzo, in questi giorni dicevo, ho pensato che parteggiare, compromettersi, impegnarsi, ambire, proporre e portare a termine cose immani, impensabili, impossibili, essere cialtroni seri dai grandi propositi sia, ancor più che un dovere, necessità dello scrittore d’oggi e, ancor più dello scrittore, dell’uomo contemporaneo (non mi viene il termine moderno, perché lo trovo passato).
Ero andato a vedere l’enciclopedia medica alla voce Rh. Perché ai gruppi sanguigni fu aggiunta la sigla Rh?
“Durò secoli la credenza che alcuni individui avessero un sangue di qualità superiore grazie alla loro razza o censo. Poi, nel XVII secolo, si fecero i primi esperimenti di trasfusioni e la teoria classista fece un interminabile numero di vittime, tanto che la pratica venne proibita. Nel 1900 il patologo austriaco Karl Landsteiner condusse esperimenti mescolando sangue prelevato da persone diverse. Scoprì che alcuni tipi di sangue erano compatibili, altri no.
E si arrivò alla classificazione attuale: A, B, AB, O (zero). In genere la trasfusione non porta pericoli solo all'interno dei diversi gruppi. Con l'eccezione che tutti i gruppi possono ricevere sangue O e che le persone con sangue AB possono ricevere tutti i tipi di sangue. La diversità è data da alcune proteine caratteristiche, chiamate antigeni, sulla superficie dei globuli rossi. Il loro compito è provocare la risposta immunitaria di fronte all'attacco dei batteri.
Nell gruppo A, le cellule dei globuli rossi contengono l'antigene A e il plasma ha una proteina detta anticorpo b.
Nel gruppo B ci sono l'antigene B e.l’anticorpo a. Il tipo AB contiene entrambi gli antigeni e nessun anticorpo. Lo 0 nessun antigene ma entrambi gli anticorpi.
Quasi mezzo secolo dopo la scoperta, Landesteiner fece una scoperta che gli valse il Nobel: individuò nel sangue il fattore rhesus (Rh), che per la prima volta isolò nelle scimmie Rhesus. Circa l' 85 per cento delle persone è Rh positivo, ovvero il loro sangue contiene l'antigene, D, una delle barriere del corpo contro le malattie. Infine a Landsteiner si deve la scoperta che il sangue non solo non è influenzato da fattori di razza o casta, bensì è unico per ogni essere umano. Così l’impronta genetica è entrata nelle investigazioni criminali moderne, visto che è possibile identificare un individuo anche solo con una minima traccia di sangue.”
Pasolini? 1922.
Moravia? 1907.
A Maura ho detto: “Tu sei disperata per niente. Cosa è questa disperazione? Il segreto sta nel trovare l’immagine e dare un nome a questa fantomatica disperazione. Solo così potrai attaccarla. Visualizzarla e sconfiggerla. Devi vederla chiara dentro di te. Devi farla fuori. Mirare. Fuoco!” Mi rendevo conto che stavo facendo della psicanalisi da 4 soldi freudiana-spicciola. Qui ci sarebbe voluto Jung, però in onore del nonno e della lontana radice askenazita collegai i riferimenti al vecchio estensore di Totem e tabù. “Dimmi”-continuavo- “Perché sei disperata?”
“Perché non riuscirò a fare nulla nella mia vita.”
“Ma come fai a dirlo a priori? Prova, poi si vedrà.”
“Ma non riesco a fare nulla.”
Cercai di spiegarle che era troppo facile dire di non riuscire a fare nulla. Così dicendo ci si mette il cuore in pace, si fa mettere il cuore in pace a chi ci gravita attorno nella vita di tutti i giorni, e si bivacca nel limbo degli incapaci. Invece la cosa migliore da fare, da buon vichiano quale sono in certi momenti, era di rimboccarsi le maniche e darsi da fare.
Altra banalità che le ho detto ma che ho ritenuto efficace per quel particolare momento: “In questi casi crogiolarsi nella disperazione e nella inconsistenza dei pensieri è: lasciare perdere i pensieri e passare all’azione. Fai telefonate in giro ad avvocati torinesi, fa curriculum a destra e a manca, rifiuta colloqui, fanne decine, prova a vedere i luoghi di lavoro che potrebbero essere adatti a te, sbattiti, datti da fare. Inizia un lavoro, se ti piace lo continui, sennò abbandoni. Non sentirti in dovere di essere ligia, non chiederti cosa puoi fare per loro, chiediti cosa possono fare loro per te. Cambia prospettiva. Ricorda che chiodo schiaccia chiodo.”
Sembrava che Maura questa volta si fosse fatta prendere dalla mia pseudo saggezza, non fosse altro perché guardando il suo viso, una piccola ruga al lato destro della guancia mi aveva fatto capire che stava sorridendo.
“Tu hai sempre le parole adatte per convincermi:” Mi ha detto.
Non era un grande complimento, anche se lei lo riteneva tale. Eppure io in quel momento mi ero sentito uno di quei motivatori alle vendite che lavorano nelle aziende, che di solito ricoprono un contratto da quadro e il loro unico scopo è fatturare per portare un buon gruzzoletto ai padroni alla fine dell’anno. Pessima figura quelli dei quadri responsabili dei venditori!
“Cosa vuoi da te? Come ti vedi tra tre anni?” Ho continuato a chiederle.
“Non lo so, ho le idee confuse.”
“Ecco! Tu invece devi capire cosa vuoi, e quello deve essere il tuo fine. Il resto è solo un mezzo, tutto il resto è il mezzo per ottenere il FINE.”
“A saperlo…”
E io a insistere: “Allora, se non sai cosa vuoi dimmi almeno cos’è che non vuoi. Cosa non vorresti essere, diciamo, tra tre anni?”
“Non vorrei essere infelice.”
“E vabbé, allora così non si va da nessuna parte. Cosa vuol dire questa risposta? Devi essere più precisa. Cosa ti renderebbe infelice?”
“Continuare a stare qui in paese, a fare nulla, con mia mamma che comanda.”
“Solo questo? Prova a volare più alto. Dài, so che puoi fare di meglio. Sei una donna di 29 anni e ancora a tirare in ballo ‘ste cose!”
Una volta mentre parlavamo e Maura mi diceva banalità l’ho pungolata dicendole che mi pareva fosse in regressione la sua intelligenza. Questa mia affermazione deve averla colpita perché poi s’era messa a disquisire sulla guerra in Irak: “Hanno fatto un deserto e lo chiamano pace. Tu sai perché si dice questo?”
Ho cercato di risponderle: “Sì, hanno massacrato, hanno bombardato, continuano a farlo…”
“No, -mi ha detto- perché questo modo di dire?
“…”
“La frase deriva dal latino ubi solitudinem faciunt, pacem appellant: Dove creano il deserto, lo chiamano pace. E’ l’accusa rivolta ai Romani da Calgaco, il capo dei Calegoni. Lo trovi in Tacito, nell’Agricoltura.”
E io: “Se iniziamo questo gioco allora chi lo inizia sarà sempre il vincitore, il più avvantaggiato.”
“Non c’è ne vinto né vincitore. E’ cultura.” Ha risposto.
“Parcere subiectis et debellare superbos?” Domando.
“Risparmiare chi si è sottomesso e annientare i riottosi. Virgilio, Eneide.” Ha risposto.
“Basta, questo gioco è da vecchi professori di Liceo in pensione.”
“Non è un gar…”
“Basta!”
“Sai perché ai gruppi sanguigni si aggiunge la sigla Rh?”
“Non mi interessa.”
“Invece a voi Askenaziti dovrebbe interessare.”
Avevamo interrotto quella specie di singolar tenzone culturale. Però a casa mi ero andato a vedere l’enciclopedia medica.
Per quanto riguarda Il Grande Romanzo Italiano del XXI Secolo invece io ero scosso dal saggio Il midollo del leone di Calvino scritto nel 1955 e volto a definire, assieme ad altri suoi saggi dell’epoca, la propria idea di letteratura rispetto alle principali tendenze del tempo. Nel primo capitolo di tre paragrafi scriveva: “Si parla spesso d'un problema del personaggio nella nostra letteratura d'oggi: personaggio positivo o negativo, nuovo o vecchio. È una discussione che se a certuni può parere oziosa; starà invece sempre a cuore a coloro che non separano i loro interessi letterari da tutta la complessa rete di rapporti che lega tra loro i vari interessi umani. Perché, tra le possibilità che s'aprono alla letteratura d'agire sulla storia, questa è la più sua, forse la sola che non sia illusoria: capire a quale tipo d'uomo essa storia col suo molteplice, contraddittorio lavorio sta preparando il campo di battaglia, e dettarne la sensibilità, lo scatto morale, il peso della parola, il modo in cui esso uomo dovrà guardarsi intorno nel mondo; quelle cose insomma che solo la poesia - e non per esempio la filosofia o la politica - può insegnare.
È chiaro che questo tipo d'uomo che un'opera o un'intera epoca letteraria presuppone, sottintende, o meglio propone, inventa, può anche non essere uno di quei personaggi a tutto tondo che sono prerogativa del romanzo o del teatro, ma vive altresì e forse soprattutto in quella presenza morale, in quel protagonista non meno individuato che hanno pure le poesie liriche o le prose dei moralisti, quel vero protagonista che anche in tanti romanzieri, a cominciare dal Manzoni e dal Verga maggiore, non s'identifica con nessuno dei personaggi.
Prima dunque di chiederci se vi siano e quali siano i personaggi caratteristici della letteratura italiana d'oggi, dobbiamo cominciare a chiederci se vi sia e quale sia un vero protagonista, un tipo d'uomo ch'essa pur implicitamente presupponga o proponga.”
Calvino all’epoca aveva 32 anni e aveva già ottenuto da Einaudi il rifiuto nel ’42 del manoscritto Pazzo io o pazzi gli altri e nel ’47 scriveva a Eugenio Scalari, suo amico e compagno di scuola: “Lo scrivere è però oggi il più squallido e ascetico dei mestieri: vivo in una gelida soffitta torinese, tirando cinghia e attendendo vaglia paterni che non posso che integrare con qualche migliaio di lire settimanali che mi guadagno a suon di collaborazioni.” Nell’ottobre dello stesso anno pubblica nella collana «I coralli» il suo esordio col Sentiero dei nidi di ragno, nel ’49 i racconti Ultimo viene il corvo, nel ’52 Il visconte dimezzato e nel ’54 L’entrata in guerra. Dall’anno di esordio al ’55 confeziona pure tre dattiloscritti: Il bianco veliero, I giovani del Po e La collana della regina i cui pareri negativi di Vittoriani e altri li faranno rimanere inediti. In quel periodo ha già iniziato la ricerca sul folclore che lo porterà due anni dopo a pubblicare la raccolta Fiabe italiane.
Io ero scosso perché se dovessi immaginare cosa sta proponendo in questi ultimi 10 anni la maggior parte dei romanzi italiani, mi viene in mente che il tipo di protagonista che la letteratura italiana d’oggi propone è la figura del commissario o dell’investigatore. Non è importante se il protagonista in verità non faccia di mestiere l’investigatore o il commissario, ma spesso il suo modo d’agire è da forza-dell’ordine-più-o-meno-disordinata-che-si-trova-in-mezzo-ai-casini-e-indaga.
Dobbiamo dire che “l’uomo commissario” è l’ultimo vero personaggio che la letteratura italiana contemporanea sa esprimere?
La letteratura italiana propone questo per risolvere i problemi dei rapporti dell’uomo col suo tempo?

Posted by Davide Bregola at 28.07.05 17:02

Comments

Saper rispondere a queste domande è cosa ardua,
credo che l'indagare dell'"uomo commissario" catapulti nei misteri dell'uomo, nelle cose complicate della vita che spesso non sappiamo risolvere nella realtà, ci accaniamo nella finzione narrativa in cerca di luci, abbiamo bisogno di qualcuno che risolva gli enigmi per noi che soggiaciamo agli enigmi e non siamo in grado di trapelare la realtà nella miseria delle relazioni e degli incroci quotidiani.Un buon uomo commissario è come un buon film, finzione con contenuti, non è abbastanza? Attraverso un buon commissario si può dire la verità? penso ad Andrea Vannini l'uomo commissario di Girolamo De Michele.
E poi il lettore non sempre ama tracotanze filosofiche o congetture esperienziali, è veloce e scattante, per la maggior parte ha bisogno di consumare, sdraiato comodo su di una spiaggia, sarebbe come dire se la letteratura e la narrativa debbano essere pura evasione o riflessione, c'è l'evasione e la riflessione, chi vuole la prima e chi la seconda.
Ecco, il Grande Romanzo Italiano del xxi° secolo dovrebbe saper coniugare, fare da ponte, mettere insieme, collegare, forse con un uomo commissario? Forse no. ciao anto

Posted by: anto at 28.07.05 20:02

Sai, Davide,
io non sono mai stato un patito del giallo nè tantomeno del nero o thriller che sia. Però ne ho letti tanti ma non è che ci provassi particolare soddisfazione nel sapere chi è il colpevole, i meccanismi non mi interessavano ed ancora non li tengo a mente.
Dopo la lettura di un libro o dopo aver visto un film mi resta quasi unica"l'atmosfera", il clima, il colore, l'odore che forse è legato allo stile, al modo di narrare.
Se il libro mi è molto piaciuto,così il film, allora lo rileggo, come un quadro che riguardo mille volte; allora dei miei preferiti ricordo anche la trama o vicenda che sia.
Questo pistolotto forse per dire che non mi interessa tanto l'indagine del commissario quanto come essa è narrata e in che clima si svolge, come è condotta, che indagine, invero, lo scrittore sta facendo dentro di sè con questo suo mezzo: la scrittura e che cosa ci porge, ci dona.
Ho scritto un altro coso inerente il giallo sul blog dell'amico Franz Krauspenhaar e sulla moda o voga o trend o cazzoneso attuale.
MarioB.

Posted by: cf05103025 at 30.07.05 17:37