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<title>Bottega di lettura</title>
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<tagline>Una volonterosa accolita di lettrici e lettori</tagline>
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<copyright>Copyright (c) 2008, Giorgio Morale</copyright>
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<title>Maestri dell’altro mondo, 10 / Sergej Aksakov, Cronaca di famiglia</title>
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<issued>2008-07-14T23:04:00Z</issued>
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<summary type="text/plain"> di Giorgio Morale Al cuore del realismo “Ah, i russi!...”. L’esclamazione fa sospirare tanti lettori italiani. Ebbene, questa non è una recensione, è un appello: occorre salvare da un temporaneo oblio, liberare dal silenzio che l’ha avvolto, un grande...</summary>
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<name>Giorgio Morale</name>

<email>g_morale@hotmail.com</email>
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<dc:subject>Maestri dell&apos;altro mondo</dc:subject>
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<![CDATA[<p><img alt="Aksakov.jpg" src="http://www.vibrissebollettino.net/bottegadilettura/archives/http:/www.vibrissebollettino.net/Aksakov.jpg" width="160" height="110" /></p>

<p>di <strong><a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/01/giorgio_morale.html">Giorgio Morale</a></strong></p>

<p><strong>Al cuore del realismo</strong></p>

<p>“Ah, i russi!...”. L’esclamazione fa sospirare tanti lettori italiani.<br />
Ebbene, questa non è una recensione, è un appello: occorre salvare da un temporaneo oblio, liberare dal silenzio che l’ha avvolto, un grande scrittore, uno dei più grandi scrittori “russi”. Da quando l’ho letto, all’inizio degli anni 90, non ho ancora incontrato qualcuno che lo conosca o che ne parli, su carta o in rete.</p>

<p>Si chiama Sergej Aksakov ed è vissuto dal 1791 al 1859. È nato a Ufa, nella Russia che guarda all’Asia, ma è stato gran tempo a Mosca, dove persone come Turgenev e Gogol, ammirati dei suoi racconti e dei suoi ricordi, l’hanno incoraggiato a scrivere: “scrittore per istigazione” l’ha definito infatti Serena Vitale.<br />
</p>]]>
<![CDATA[<p>Ha cominciato a scrivere a sessant’anni e ha pubblicato il suo primo libro a 65 anni, tre anni prima della morte. La sua scrittura nasce da intima necessità e non reca tracce di leziosaggine. Aksakov si meravigliava del successo e dava ai suoi libri titoli eloquenti e modesti: “cronaca”, “memorie” “storia”. La stessa <strong><a href="http://www.ibs.it/code/9788845905742/aksakov-sergej/cronaca-famiglia.html">Cronaca di famiglia</a></strong>, che è la più romanzesca delle sue opere, non ha la struttura tradizionale del romanzo.</p>

<p>La <strong>Cronaca di famiglia</strong> è il libro che ho consigliato e regalato di più; io l’ho letto quattro o cinque volte e l’ho collocato tra i libri che amo di più, come ho collocato il suo autore al cuore del realismo. </p>

<p><strong>Cronaca di famiglia</strong> è un romanzo inattuale, non ha nulla a che vedere con i romanzi che oggi vanno per la maggiore, quelli, ad esempio, che per spiegare un omicidio chiamano in causa spie internazionali, traffici di uranio, invasioni di extraterrestri, civiltà scomparse, poteri soprannaturali. In <strong>Cronaca di famiglia </strong>nulla di ciò: c’è al contrario la regolarità dei casi della vita, del lavoro e delle relazioni umane, e non l’eccezione e la trasgressione a tutti i costi.</p>

<p>Né c’è in questo romanzo quel tipo di realismo che si può fare risalire a Zola, che mette in scena il patologico e il fisiologico, l’aberrazione e il degrado; che seziona corpi e menti per estrarne fin le visceri, nell’ansia di dire tutto, mostrare tutto, anche quello che non è mai stato detto, l’intimo, il nascosto: un modo di interpretare la ricerca del nuovo dell’arte contemporanea.</p>

<p>E nemmeno il realismo che viene dopo la grande crisi novecentesca, quello che sorge su una quotidianità svuotata di senso.</p>

<p>Il romanzo è composto di quattro frammenti. Il primo è dominato dalla terra, la terra bella e vasta: “Chi l’ha mai misurata? Di solito i confini indicati sono quelli naturali, ad esempio così: ‘dalla foce del ruscello Knlyelga sino alla betulla secca, sul sentiero dei lupi, e dalla betulla secca in linea dritta fino allo spartiacque, e dallo spartiacque alle tane delle volpi…”. È la terra che s’impone, prima che possiamo vedervi in azione gli umani. Tra i quali giganteggia la figura, di grandezza shakespeariana, del nonno Stepan Michajlovic Bagrov, che si sposta dal governatorato di Simbirsk, che gli sta stretto, a Buguruslan. “Non c’era persona che non avesse fiducia in lui; la sua parola, la sua promessa erano più forti e più sacre di qualsiasi atto… i briganti lo conoscevano di persona e lo temevano come il fuoco”: è il rappresentante di un’epoca nella quale non era l’uomo in quanto tale a costituire un problema, ma i casi dell’uomo.</p>

<p>L’arrivo nella nuova proprietà è salutato con un canto alla terra, una lode semplice e spontanea alla dimora dell’uomo, alla grande casa. “Che campi, che distese c’erano allora su queste rive! L’acqua era così pura… c’era una inverosimile moltitudine di bestie selvatiche nelle steppe come nei boschi; per dirla in breve: questa era – ed è tuttora – una terra promessa…”. Ed è un motivo che ritorna: “Dio mio, pensare com’era bella allora quella selvaggia, incolta, rigogliosa natura!... ma tuttavia sei ancora splendido, mirabile paese! Limpidi e trasparenti, come coppe profonde e immense, stanno i tuoi laghi… d’una meravigliosa vegetazione brillano i tuoi fertili, rigoglioso prati e campi di terra nera… Da un ricco raccolto è ricompensata la pigra e rozza fatica… Pacifici e quieti sono i tuoi primitivi patriarcali abitanti, le nomadi tribù baskire!...”. </p>

<p>Ogni aspetto della natura, anche il più fastidioso, è accolto dallo scrittore con una rarissima sensibilità, che l’abbraccia tutta: “… non posso nascondere che io amo il ronzio da soprano e persino le punture delle zanzare: in essa sento l’estate afosa, le splendide notti insonni, le rive del Buguruslan coperte di verdi cespugli, dove da ogni parte si levano canti d’usignoli; ricordo i palpiti del giovane cuore e la dolce, vaga tristezza, per cui ora darei tutto quel che resta della mia vita che si sta spegnendo…”.</p>

<p>E che società intorno! “I vicini furono invitati con cavalli, carri, badili, forche, accette. Nel primo giorno enormi fascine di rami secchi… furono ammonticchiati su entrambe le rive del Buguruslan… Il secondo giorno, al sorgere del sole, circa cento uomini si raccolsero per fermare l’acqua, cioè arginare il fiume… Il giorno seguente la macina si mise a frantumare, il mulino cominciò a macinare – e macina e frantuma ancora oggi…”.</p>

<p>In questo primo frammento si compie un evento mitico, è tutta una tribù che viaggia con il nonno, la famiglia e quaranta anime; nelle pagine circola un’aria epica, i ricordi letterari vanno dalla <strong>Bibbia </strong>a  Omero a Esiodo.</p>

<p>Ma di pari potenza è la presentazione dei personaggi e delle loro storie nel secondo frammento: qui vediamo il nonno intervenire in difesa della cugina contro il marito, un prototipo del possidente capriccioso, violento, beone. Dedito al lusso e a piaceri crudeli, egli ha circuito la fanciulla e l’ha sposata per carpirle i beni, avuti i quali la maltratta e la tiene segregata. Questa parte fa di Aksakov il contemporaneo di Gogol e Goncarov, il critico del sistema feudale russo. Se non fosse che ad Aksakov non interessa sostenere una tesi né compiere un'analisi sociale: nella sua opera tutto si risolve sul piano della narrazione, e le pagine in cui il nonno corre col suo carro in soccorso della cugina si leggono con la stessa tensione, con lo stesso fiato sospeso con cui si seguirebbe una cavalcata di D’Artagnan. </p>

<p>Aksakov sa che “Nell’essere umano è celato molto egoismo; esso agisce spesso a nostra insaputa, e nessuno ne è esente; persone oneste e buone, non riconoscendo la natura dei propri impulsi egoistici, li attribuiscono in buona fede ad altre, più nobili ragioni: senza volerlo ingannano sé e gli altri”. Ma al contempo è fiducioso che “esiste una forza morale delle azioni giuste, dinanzi a cui il coraggio di un uomo ingiusto cede”.</p>

<p>L’opera ha anche una sua dinamica interna: ben diverso dai precedenti è il personaggio del figlio di nonno Stepan, Aleksej (il padre dello scrittore), con cui si annuncia un’altra epoca. Nel terzo frammento Aleksej si sposta dalla campagna alla città: qui assistiamo a un tipico viaggio di formazione, che apparenta questo ad altri personaggi di romanzi ottocenteschi. Tanto più che argomento principe del terzo frammento è l’amore, e poi il matrimonio, di quelli che saranno il padre e la madre del narratore. Aleksej vince la sua battaglia per sposare Sof’ja, la donna che ama. Per farlo deve superare l’avversione e la diffidenza sia del padre di lui sia del padre di lei; e l’abisso culturale esistente tra il rampollo di un possidente terriero e la società intellettuale cittadina: e lo fa senza colpi di scena, con la sola forza del sentimento e le sole sue qualità (“il suo naturale buon senso, la purezza dei costumi, l’onestà e la delicata bontà”), nonostante la donna, più intelligente e acculturata, non sia innamorata di lui e ne veda i limiti. </p>

<p>Il quarto frammento, quasi speculare al terzo, vede Aleksej e Sof’ja recarsi dalla città al villaggio di Bagrovo in visita alla famiglia di Aleksej. Qui viceversa è Sof’ja a vincere la sua battaglia per conquistare la simpatia del nonno, da cui dipende la buona accoglienza nella nuova famiglia, superando l’antagonismo e la gelosia della suocera e delle cognate. Le tappe attraverso cui la giovane sposa conquista il nonno sono semplici gesti quotidiani: la preparazione del tè, una passeggiata al mulino, una visita a parenti… Leggo nella descrizione del pranzo di nozze offerto da nonno Stepan l’elenco dettagliato degli invitati e delle portate, e davanti a me scorrono come le epiche rassegne degli eserciti. E le quotidiane controversie hanno la grandezza delle discussioni nei banchetti olimpici.</p>

<p>Il quinto frammento racconta la vita dei giovani sposi nella città, a Ufa, dove pongono la loro residenza. Come ne <strong>I promessi sposi</strong>, il matrimonio non segna la fine della storia e non immette nel tempo senza tempo dell’idillio. A preoccupare gli sposi ci sono i problemi quotidiani, le difficoltà nelle relazioni, la morte del padre di Sof’ja, la malattia e la morte della prima figlia della coppia… ma “la vita segue ininterrotta il suo corso, e sono proprio le inezie che costituiscono la sua pace, la sua bellezza, il suo piacere, in una parola ciò che noi chiamiamo felicità”.</p>

<p>Il frammento e il libro si chiudono con la nascita di un nuovo figlio. “Ma cosa accadde a Bagrovo, quando giunse la notizia che Dio aveva dato al Aleksej Stepanovic un figlio ed erede?... Il primo gesto di Stepan Michajlovic fu un segno di croce. Poi saltò giù prontamente dal letto, andò scalzo al suo armadio, tirò fuori rapidamente l’albero genealogico che noi conosciamo, prese dal calamaio la penna, tracciò una linea dal cerchietto con nome ‘Aleksej’, fece un altro cerchietto all’estremità della linea e nel mezzo vi scrisse ‘Sergej’.”: il nuovo nato è Sergej Aksakov, il futuro scrittore, che ha già trovato posto nell’albero genealogico della famiglia.</p>

<p>Anche Sergej Aksakov con questo libro fa un viaggio a ritroso alla ricerca delle sue origini, della “scena primaria”, ma non c’è nulla di torbido nelle sue pagine e tutto viene narrato con la massima naturalezza. Se il narratore dice “commoventi” o “strazianti”, le cose sono davvero commoventi e strazianti. Il narratore, onnisciente, parla di sé e parla d’altro; la sua è l’onniscienza di chi ha sentito raccontare tante volte certi eventi e le trasmette con la calma certezza di essere l’unico a tenere il filo di una storia di generazioni. E con questa certezza ce la consegna. Aperta con un canto alla terra, la <strong>Cronaca </strong>si chiude nel nome dell’uomo.</p>

<p>“Addio, mie luminose e oscure immagini, persone cattive e buone, o, per meglio dire, immagini che hanno lati oscuri e lati luminosi, persone in cui c’è il bene come il male! Non siete grandi eroi, non siete personalità illustri; nel silenzio, ignote a tutti, avete passato la vostra vicenda terrena e da tempo, da molto tempo essa si è conclusa; ma siete stati uomini, e la vostra vita interiore ed esteriore è così piena di poesia, così interessante e istruttiva per noi, come noi e la nostra vita, a nostra volta, lo saremo per i nostri discendenti. Anche voi siete stati personaggi del grande spettacolo universale che da tempi immemorabili viene rappresentato dall’umanità, anche voi avete recitato coscienziosamente le vostre parti, come tutti gli uomini, e per questo siete degni del nostro ricordo. I vostri discendenti hanno potuto oggi conoscervi grazie alla potente forza della scrittura e della stampa. Vi hanno accolto con simpatia e hanno riconosciuto in voi dei fratelli, in qualsiasi tempo e comunque abbiate vissuto, di qualsiasi foggia fossero i vostri abiti. Che la vostra memoria non sia mai offesa da alcun giudizio mosso da passione, da nessuna parola avventata!”.</p>

<p>[<a href="http://www.vibrissebollettino.net/bottegadilettura/archives/maestri_dellaltro_mondo/index.html">tutti i Maestri dell'altro mondo</a>]<br />
[<a href="http://www.vibrissebollettino.net/bottegadilettura/archives/2006/03/tutti_i_libri_d.html#more">tutti i libri della bottega</a>]</p>]]>
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<title>La ragazza di Vajont, di Tullio Avoledo</title>
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<summary type="text/plain">di giuliomozzi La prima cosa che mi vien da dire è che, per quanto mi riguarda, adesso Tullio Avoledo potrebbe anche smettere di scrivere romanzi. La ragazza di Vajont (che mi pare essere una sorta di seguito ideale dello Stato...</summary>
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<email>giuliomozzi@gmail.com</email>
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<dc:subject>Narrativa italiana</dc:subject>
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<![CDATA[<p>di <strong>giuliomozzi</strong></p>

<p><img alt="laragazzadivajont.jpg" src="http://www.vibrissebollettino.net/bottegadilettura/archives/immagini/laragazzadivajont.jpg" width="123" height="192" hspace=4 vspace=4>La prima cosa che mi vien da dire è che, per quanto mi riguarda, adesso Tullio Avoledo potrebbe anche smettere di scrivere romanzi. <a href="http://www.einaudi.it/einaudi/ita/catalogo/scheda.jsp?isbn=978880619164&ed=87">La ragazza di Vajont</a> (che mi pare essere una sorta di seguito ideale dello <a href="http://www.sironieditore.it/libri/libri.php?ID_collana=qam&ID_libro=978-88-518-0068-0">Stato dell'unione</a>, anche se narrativamente non c'entra nulla) è un libro definitivo e finale.</p>

<p>La seconda cosa che mi vien da dire è che il titolo <strong>La ragazza di Vajont</strong> non mi convince, mentre mi pare che il titolo vero del romanzo sia a pagina 15: <strong>La volpe della memoria e quella vera</strong>.</p>

<p>La terza cosa che mi vien da dire è che in Einaudi qualcuno deve aver deciso che i libri di Avoledo devono avere in copertina una figura di spalle. Così fu per <a href="http://www.einaudi.it/einaudi/ita/catalogo/scheda.jsp?isbn=978880617221&ed=87">Tre sono le cose misteriose</a>, così fu per <a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2007/03/breve_storia_di.html">Breve storia di lunghi tradimenti</a> (con un'impressionante somiglianza tra l'uomo in copertina e Avoledo stesso), e così è per <em>La ragazza di Vajont</em>.</p>]]>
<![CDATA[<p>Le tre cose le ho dette, ora cerco si spiegarle. In verità i romanzi di  Avoledo tendono a finire tutti con un'apocalissi. Ma per la prima volta, in questo romanzo, nell'apocalissi finale la pulsione di morte è contrastata <em>davvero</em> da una amorosa speranza di vita. La tensione tra questa e quella mi ha preso allo stomaco. </p>

<p>La storia, è una storia che si racconta facile. C'è un uomo: si chiama Giulio (come il Giulio - ma il cognome è diverso - dell'<a href="http://www.sironieditore.it/libri/libri.php?ID_collana=qam&ID_libro=978-88-518-0012-3">Elenco telefonico di Atlantide</a> e di <em>Breve storia di lunghi tradimenti</em>). Giulio è stato uno studioso, diciamo così, di metodologia nazista. Studiando sui suoi libri un partito autoritario è ora al potere - in un Paese che è più o meno l'Italia. Dal partito autoritario Giulio è stato anche assoldato (l'hanno convinto con qualche mese di lager): per il partito Giulio ha scritto discorsi, studiato metodologie, messo a punto programmi. E' stato un uomo di potere. </p>

<p>Ora Giulio è lontano da quel potere, ma il potere lo mantiene. Gli dà una pensione, un'automobile con benzina - privilegio raro -, protezione. Giulio è, diciamo così, in "cura". Più o meno ogni giorno ha un colloquio con un qualcuno che sembra un medico. Qual è la sua patologia? E' che lui si ricorda - si ricorda distintamente - cose che non sono mai state. O, per essere più precisi, cose che <em>secondo il potere</em> non sono mai state. E il potere ha bisogno di capire che cosa gli sta succedendo.</p>

<p>Andando avanti e indietro da casa all'ospedale (in corriera, perché è vero che ha la macchina e la benzina, ma preferisce non esibirsi), Giulio conosce una ragazza. La ragazza abita a Vajont, e perciò in tutto il libro è chiamata "la ragazza di Vajont". Giulio se ne innamora, nei suoi limiti. Lei si innamora di lui, nei suoi limiti. Perché c'è un problema. La ragazza non è purosangue. E' una mezzosangue. Per questo ha subita la mutilazione stabilita dalla legge: non potrà aver figli. Giulio ha scritta quella legge, era tra quelli che hanno scritta quella legge. Ora la ragazza vive un'esistenza precaria, da un giorno all'altro una nuova legge potrebbe stabilirne la deportazione o l'uccisione.</p>

<p>Giulio decide di mettere in salvo la ragazza. La fa arrivare in Svizzera. Contemporaneamente, attraverso una rete di collezionisti di aeromodelli, fa arrivare fuori dal Paese delle vere informazioni su come vanno le cose. L'Onu, dopo qualche tentennamento e un po' di lavoro diplomatico inutile, decide per la soluzione militare. Giulio si arruola, com'è suo dovere. Sa che morirà. La ragazza di Vajont, dalla Svizzera, gli ha fatto arrivare una fotografia, come d'accordo: poi, più niente.</p>

<blockquote>Non so cosa ne sia stato, di lei. Vorrei ci fosse un altro modo per finire questa storia. Vorrei poter dire che so cos'è successo. Che tutto è andato a finire bene. Ma non è così.</blockquote>
<blockquote>Di lei, dopo quella foto, non ho saputo più nulla.</blockquote>
<blockquote>E' bello imaginare che sia riuscita a essere felice.</blockquote>
<blockquote>Tutto è possibile, se si vive abbastanza a lungo. Il mio dono non è stata la vita, ma una <em>possibilità</em> di vita. Più di così non mi era dato fare.</blockquote>
<blockquote>Il suo dono...</blockquote>
<blockquote>Il suo dono devo ancora aprirlo. E' qui dentro di me. Sono due parole non dette, nel momento dell'addio. Un giorno, forse molto presto, lo conoscerò, saprò chiamarlo col suo nome. Ne capirò la bellezza. (p. 302)</blockquote>

<p><em>La volpe della memoria e quella vera</em> mi sarebbe piaciuto, come titolo di questo romanzo, perché la faccenda è tutta lì. Ci sono sempre due volpi. La volpe della memoria e quella vera. La volpe della speranza e quella vera. La volpe dell'immaginazione e quella vera. </p>

<p>La volpe di cui si parla a pagina 15, è una volpe impagliata. Giulio la cerca e la trova nella soffitta. L'aveva uccisa e impagliata il nonno di Giulio. Da bambino, Giulio la temeva e la guardava ammirato. Ora è quello che è (è <em>quella vera</em>): una pelle con la paglia dentro, ragnatele, insetti rosicchianti. Nei romanzi di Avoledo c'è sempre l'opposizione tra una volpe (della memoria, della speranza, dell'immaginazione) e quella vera. Che, comunque, ha dalla sua la forza d'esser vera.</p>

<p>Infine la figura di spalle. Che è giusta, perché nei suoi romanzi, fin dal primo e in modo del tutto esplicito da <em>Lo stato dell'unione</em> in poi, Tullio Avoledo non fa altro che congedarsi. Se ne va, dopo averci offerta, con l'immaginazione, una <em>possibilità di vita</em>. Consapevole che ci sono la volpe della possibilità, e quella vera.</p>]]>
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<title>Il mestiere di scrivere, di Raymond Carver</title>
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<issued>2008-07-14T09:36:33Z</issued>
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<summary type="text/plain">di giuliomozzi [Questo libretto uscì presso Einaudi qualche anno fa. Vedo che ora è stasto ristampato. Riporto pari pari la recensione che scrissi all&apos;epoca per il quotidiano Il Messaggero. gm] Il mestiere di scrivere di Raymond Carver (Einaudi Stile Libero,...</summary>
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<name>giuliomozzi</name>
<url>http://www.vibrissebollettino.net/giuliomozzi/</url>
<email>giuliomozzi@gmail.com</email>
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<dc:subject>Saggistica letteraria</dc:subject>
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<![CDATA[<p>di <strong><a href="http://ilpittoreeilpesce.wordpress.com">giuliomozzi</a></strong></p>

<p>[Questo libretto uscì presso Einaudi qualche anno fa. Vedo che ora è stasto ristampato. Riporto pari pari la recensione che scrissi all'epoca per il quotidiano <em>Il Messaggero</em>. gm]</p>

<p><img alt="Raymond Carver, Il mestiere di scrivere" src="http://www.vibrissebollettino.net/bottegadilettura/archives/immagini/raymond_carver_mestiere.jpg" width="100" height="163" hspace=4 vspace=4><strong>Il mestiere di scrivere</strong> di Raymond Carver (Einaudi Stile Libero, pp. 172, L. 13.000 [<em>oggi 9,8 euro</em>]; titolo non troppo originale con sottotitolo <em>Esercizi, lezioni, saggi di scrittura creativa</em>, a cura di W. L. Stull e R. Duranti) è un libro imperdibile. E’ una raccolta di saggi sullo scrivere molto belli e interessanti, e in più contiene la sbobinatura di un’autentica lezione di scrittura tenuta nel 1983 da Carver all’università dello Iowa (pp. 99-130). Carver è probabilmente lo scrittore americano che ha più (direttamente, indirettamente) influenzato i nuovi narratori italiani (senza contare gli sceneggiatori); per molti di essi è, per così dire, «difficile non dirsi carveriani». La pubblicazione o ripubblicazione di testi nei quali Carver racconta (senza mai «teorizzare») il suo modo di fare, le catene di avvenimenti o pensieri che lo hanno condotto a fare la tale o la talaltra scelta, il modo in cui la vita d’ogni giorno si è incastrata con l’ambizione di dedicarsi totalmente alla scrittura — è quindi cosa buona e opportuna.</p>]]>
<![CDATA[<p>Tuttavia: i primi tre saggi (pp. 5-41) stavano già in <em>Voi non sapete che cos’è l’amore</em>, un libro misto di saggi, racconti e poesie (curato da Carver stesso, non una scelta altrui) pubblicato in Italia da Tullio Pironti e da tempo esaurito [<em>e oggi nuovamente disponibile presso minimum fax</em>]: così temiamo che ora nessuno penserà più a ristamparlo integralmente (il terzo di questi tre saggi si legge anche come introduzione al <em>Mestiere di scrittore</em> di John Gardner, ed. Marietti). In più, due dei saggi «nuovi» (per il pubblico italiano) inclusi nel libretto Einaudi raccontano l’occasione e la genesi di alcune poesie pubblicate appunto nell’introvabile <em>Voi non sapete</em>, e che quindi il lettore comune non potrà raggiungere (questi, ovviamente, non sono problemi per i carveriani di lungo corso: ma il libro esce pur sempre in una collana economica e divulgativa).</p>

<p>La lezione del 1983 è proprio bella. Chiunque abbia tenuti o frequentati corsi di «scrittura creativa» (ma non sarebbe l’ora chiamarli, italianamente, «corsi di retorica»?) sa quant’è importante la lettura-commento, riga per riga, dei testi scritti dagli allievi. E’ il vero momento didattico, nonché il momento in cui docente e allievi si trovano, diciamo così, ad armi pari. E qui troviamo un Carver che legge i racconti dei suoi ragazzi guidando l’attenzione verso le minime scansioni temporali, l’esatto muoversi dei personaggi nello spazio, la credibilità (relativamente a situazione e personaggio) di ogni singolo gesto e di ogni singola battuta di dialogo. Il tutto fatto con modi semplicissimi e non autoritari («non mi piace», «secondo me», «sto cercando di orientarmi», «va bene», «non so se va bene»...) e con grande disponibilità all’ascolto: «Se non vi piace il modo in cui l’ho commentato, per piacere ditemelo», p. 102; «Insomma, ragazzi, vi è piaciuto o no questo racconto?», p. 103; «...se metà della gente [degli allievi, divisi nell’interpretazione di un finale] pensa una cosa e l’altra metà ne pensa un’altra, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona», p. 123, e così via: «Non insisteva mai, raramente asseriva con forza, non sembrava tagliato per fare l’insegnante», testimonia l’ex allievo Jay McInerney a p. 133.</p>

<p>E’ singolare poi come Carver faccia ad ogni piè sospinto, «per orientarsi», dei brevi riassunti del troncone di racconto già letto: trasformandolo così, per noi che (ovviamente) non conosciamo il testo commentato se non attraverso le sue citazioni, i suoi commenti e per l’appunto i riassunti, in una specie di pièce teatrale fatta di scene molto statiche e terribilmente drammatiche, nelle quali i personaggi sono sempre sul punto di... sul punto di.</p>

<p>Il giovane o meno giovane lettore italiano (che magari conosca già un po’ Carver) imparerà meditando questo libretto a «capire meglio» i racconti di Carver stesso (e in generale tanta scrittura americana, da Morley Callaghan a Hemingway ai cosiddetti «minimalisti» come McInerney o Leavitt). Imparerà a leggere analiticamente, a sostare dopo ogni frase per chiudere gli occhi e immaginare (come a teatro o al cinema) la scena che è stata raccontata: appunto, a «vedere» ciò che è scritto come una sequenza di scene drammatiche.</p>

<p>Credo che non passi molta differenza tra l’imparare a leggere e l’imparare a scrivere. La scrittura è per lo più riscrittura: è luogo comune (ma vero) della retorica che la naturalezza della frase sia il più complicato e il più artificioso degli effetti. Precisamente quando impara a leggere i propri scritti nella maniera analitica (della quale Carver dà ottimo esempio) la persona comincia a rendersi conto di ciò che ha veramente fatto scrivendo: e quindi comincia a spostare l’attività di scrivere dalla zona dell’inconsapevole a quella del consapevole. E’ tutto qui: una volta che stiamo nel consapevole, possiamo consapevolmente apprendere (con l’aiuto o no di altri, questo è secondario: in ogni caso apprendiamo essenzialmente da noi stessi).</p>

<p>Infine: alle pp. 131-143 c’è una «testimonianza» di Jay McInerney, l’autore di Le mille luci di New York, Si spengono le luci e L’ultimo dei Savage. La testimonianza è trattenutamente commossa e molto commovente. «Di sicuro Carver», dice McInerney, «ha cambiato la mia vita in modo definitivo». E, alludendo alla sua voce timida e bassissima, conclude: «Ancora oggi mi chino in avanti con la testa girata da una parte per cercare di sentire la sua voce» (p. 143). Così noi oggi ci chineremo sulle pagine di Carver, per cercare di sentire la sua voce. Abbastanza banalizzanti, invece, gli «esercizi» a cura di Stull, proposti in appendice al libretto.</p>]]>
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<title>Enzo Siciliano: La principessa e l’antiquario (1980)</title>
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<modified>2008-07-03T06:59:44Z</modified>
<issued>2008-07-02T23:00:09Z</issued>
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<summary type="text/plain">di Bartolomeo Di Monaco [tutte le &quot;letture&quot; di Bartolomeo Di Monaco] Quando il 9 giugno del 2006 fu annunciata la morte di Enzo Siciliano, la mia memoria rievocò, ancora una volta meccanicamente allorché sento pronunciare il suo nome, le immagini...</summary>
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<name>Bartolomeo Di Monaco</name>
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<email>info@bartolomeodimonaco.it</email>
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<dc:subject>Narrativa italiana</dc:subject>
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<![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.bartolomeodimonaco.it">Bartolomeo Di Monaco</a></strong><br />
[<a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/01/tutte_le_lettur.html">tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco</a>]</p>

<p><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Enzo_Siciliano"><img alt="Enzo Siciliano" src="http://www.vibrissebollettino.net/bottegadilettura/archives/immagini/enzo_siciliano.jpg" width="200" height="150" border="0"></a></p>

<p></p>

<p>Quando il 9 giugno del 2006 fu annunciata la morte di Enzo Siciliano, la mia memoria rievocò, ancora una volta meccanicamente allorché sento pronunciare il suo nome, le immagini care che ho conservate di lui. Non è possibile per me ricordarlo diversamente. Erano gli anni in cui alla televisione andava in onda, curato da Leone Piccioni, un programma culturale straordinario, che si chiamava "<em>L'Approdo"</em>, una testata che disponeva di un comitato direttivo di prim'ordine, tra cui spiccavano artisti del calibro di Riccardo Bacchelli, Carlo Bo, Roberto Longhi, Giuseppe Ungaretti. Avevo 21 anni allorché nel febbraio del 1963 iniziò il lungo ciclo di trasmissioni destinato a durare fino al dicembre del 1972.</p>]]>
<![CDATA[<p>Ero già abbastanza grande, dunque, da cogliere tutti gli stimoli che provenivano dai vari protagonisti della vita culturale del nostro Paese che si avvicendavano per discutere di libri, di musica, di arti figurative, di teatro. "<em>L'Approdo</em>" alimentò e orientò presto su di sé l'attenzione di molti artisti ed intellettuali, e quegli anni furono fervidi di iniziative e di presenze in tv e non hanno più avuto l'eguale, almeno fino ad oggi. Ebbene, rammento le tante volte che Enzo Siciliano compariva in tv e prendeva parte ai vari dibattiti. Su quelle degli altri brillavano la chiarezza e la semplicità della sua esposizione, che offriva a me, giovane pieno di curiosità e di sogni, l'opportunità di capire un mondo che mi affascinava. Siciliano sapeva comunicare concetti difficili e renderli disponibili per tutti. Il suo eloquio, sereno, ricco di garbo e di rispetto, era la sua qualità maggiore, unita all'ampia e approfondita conoscenza che lo scrittore aveva del mondo dell'arte, a partire dalla letteratura e dalla musica. Era così amata e alta questa conoscenza che egli sapeva offrirla a noi intelligibile nella sua essenza, integra e stimolante. Con lui è scomparso l'ultimo artista che ha guidato la mia formazione e contribuito a confermare e consolidare il mio amore per l'arte. Purtroppo con la sua morte è finita anche la mia collaborazione alla rivista a lui tanto cara, <em>Nuovi Argomenti</em>, che era appena cominciata con la pubblicazione della mia lettura di due romanzi di Remo Teglia, lo scrittore altopascese, e avrebbe dovuto proseguire con quella del romanzo: "<em>Il passo dei longobardi</em>" di Arrigo Benedetti, che - mi raccontò  Desiati - lo aveva addirittura commosso, e poi via via con altri autori che hanno dato lustro alla letteratura e che non sono più ricordati come meriterebbero. Desidero ricordarlo ora, a due anni dalla sua scomparsa, sulla mia rivista d'arte Parliamone, che ho fondato nell'agosto del 2007.<br />
Siciliano fu artista versatile e operò in molti campi, collaborò con "<em>L'Unità", "L'Espresso", "La Repubblica"</em>, fu direttore illuminato fino alla sua morte di "<em>Nuovi Argomenti</em>", come pure fu fino alla sua morte Presidente del Premio Viareggio, chiamato a sostituire lo scomparso Cesare Garboli, critico letterario di raffinata sensibilità; fu Presidente della Rai. Ma qui mi limiterò a scrivere di un suo romanzo, "<em>La principessa e l'antiquario",</em> che gli valse il Premio Viareggio nel 1981, ossia l'anno successivo a quello della sua pubblicazione.<br />
Alcune delle altre sue opere sono: "<em>Rosa pazza e disperata"</em> del 1973; "<em>La notte matrigna" </em>del 1975; "<em>Vita di Pasolini"</em> del 1978; "<em>Cuore e fantasmi" </em>del 1980 (lo stesso anno de "<em>La principessa e l'antiquario")</em>; "<em>Carta blu" </em>del 1992; "<em>Mia madre amava il mare"</em> del 1994; "<em>Teatro romano" </em>del 1995; "<em>Breve viaggio in Italia" </em>del 1996; "<em>Diario italiano 1991 - 1996" </em>del 1997 (diario che è continuato fino alla sua morte su "<em>Nuovi Argomenti"); </em>"<em>I bei momenti" </em>del 1997 (vincitore l'anno successivo del Premio Strega); "<em>Non entrare nel campo degli orfani" </em>del 2002; "<em>Risveglio della bionda sirena"</em> del 2004; "<em>Carta per musica"</em> del 2004.<br />
Veniamo ora al romanzo in questione. Il protagonista narratore frequenta l'Archivio Capitolino e un giorno la sua attenzione è attratta dai manoscritti e dai libri che sono custoditi dentro un "<em>credenzone ad angolo"</em>; percepisce che in quelle carte e in quei volumi antichi che mandano "<em>un profumo di indefinita malattia"</em> si nasconda un'"<em>aspirazione alla vita"</em>. Da qui la risposta che si sente di dare a quel sottile richiamo: "<em>la mia memoria andava a servizio presso di loro."</em> Questo avvio non avrebbe nulla di straordinario se non contenesse in sé, celato come in uno scrigno, ciò che rappresenta l'essenza dell'arte, e in questo caso, della scrittura, della letteratura e specificatamente del romanzo. Qualunque scrittura, e in specie il romanzo, ossia, è creazione, allo stesso modo che il Cristianesimo insegna che l'universo fu Creazione di Dio. È, dunque, l'affermazione di una vicinanza tra l'uomo che scrive, in primis l'artista, e in questo caso l'uomo narratore, e la divinità. Ci sono tutti i passaggi che conducono ad una verosimiglianza. Gli uomini sparsi nell'universo vivono allo stesso modo dei personaggi creati nei libri i quali, al pari degli uomini, anelano alla vita, si ribellano alla tomba e all'oblio, e il protagonista narratore intuisce di essere lo strumento per rispondere alla loro chiamata. Qui, in questo breve avvio, è rivelato il grande amore ("<em>quel dolce patire che suscita in noi la lettura.") </em>che l'autore nutre per l'arte e i misteri della scrittura: "<em>Compitavo pagine deteriorate dal protossido di ferro degli antichi inchiostri."</em><br />
Finché "<em>La mia attenzione fu coinvolta da un pacchetto di fogli legato da uno spago: fogli volanti, molto tarlati, spesso cancellati da gore d'umido."</em> Il pacchetto non porta alcune etichetta; dunque non è catalogato. Lo ruba, perciò, e se lo porta a casa. Ha inizio da questo momento una specie di resurrezione di una vita trascorsa che stava per cadere nell'oblio. Scopriremo poi che le vite sono anche celate nella nostra mente, anch'esse pervase dalla stessa aspirazione alla esistenza. Se alcuni grandi romanzi sono stati costruiti sulla base dell'idea del ritrovamento di un manoscritto, nessuno dei loro autori, si deve notare, si è fatto mai precedere dalle considerazioni che abbiamo riportate e che rivelano, da parte di Siciliano, un'idea nuova, partecipata e più profonda del valore di ciò che è stato scritto ed appartiene al passato e, di conseguenza, la volontà esplicita di rispondere ad una chiamata, ad una vocazione, che è intrinseca all'amore che si nutre verso l'arte. Solo chi ama profondamente l'arte, può avvertire nelle opere e nelle scritture del passato, o individuare nella propria mente, quel bisbiglio, quel desiderio alla vita che promana dalle persone e dagli ambienti che là dentro furono e sono considerati e rappresentati come cose vive. Il merito di Siciliano, dunque, è quello di aver ricordato e sottolineato con un tale avvio che il libro, il romanzo, non è mai un oggetto inanimato, ed è uno dei nostri interlocutori privilegiati che reclama non solo il suo ruolo, ma il suo diritto alla vita.</p>

<p>Quel rotolo di fogli consumati dalla polvere del tempo, altro non contiene che una serie di lettere e una parte di diario ("<em>pagine che potevano essere state strappate da un diario")</em>. Le lettere sono<em> </em>scritte da un giovane di nome Hugo ("<em>ex studente di teologia, in fuga dal seminario")</em> al suo principe ("<em>un ducato del nord, un ducato baltico")</em>, ed esse, insieme con le pagine di diario, ci fanno rivivere una storia accaduta alla fine del XVIII secolo, negli anni della Rivoluzione francese. Vi è nelle lettere tra i due interlocutori una tale confidenza che nessun tema viene nascosto, e quello del gioco erotico vi ha la sua prevalenza. Un erotismo, si badi, quieto, sensibile, mai invadente, che appare piuttosto come sorgente ispiratrice della stessa raffinata scrittura. Il giovane si trova a Roma ("<em>questa gran vasca che è Roma")</em> per rintracciare la figlia del suo principe tedesco, la principessa Marianne,  andata sposa ad un patrizio romano e della quale non si sa più nulla ("<em>la sparizione della figliola vostra")</em>, ed anche "<em>per avanzare nei miei studi."</em>: studi di antiquariato, da cui il titolo: "<em>La principessa e l'antiquario",</em> una Roma (è morto da pochi anni - undici - il cardinale Alessandro Albani, famoso per le sue ambizioni, per la passione per gli scavi archeologici e per aver venduto al re di Polonia molte opere di valore, depauperando il patrimonio artistico della città), dove dominano prelati, cortigiane, nobili e spie. Ancor prima dell'ambiente in cui il protagonista si muove, è la scrittura ad immergerci in quel secolo lontano, costruita con delicata sapienza narrativa: "<em>Ebbene, su quella piazza c'era uno strepito che mi felicitava, e quando mi avvicinò una sorta di coboldo guercio, ma ridente, a offrirmi una locanda di là a due passi, dissi subito sì, e mi trovai, qualche momento dopo, in una soffitta che puzzava orrendamente di gatta."</em><br />
Certamente l'autore tiene ben presente i resoconti di viaggio tramandati dai grandi scrittori del passato, e segni particolari restano di Montaigne, Goethe, Stendhal, Dumas, Ruskin ("<em>Mi è riuscita molto bene una veduta lucchese, un ponte a schiena d'asino che scavalca il Serchio, con un gregge di pecore che scende a riva per abbeverarsi</em>." Si tratta del famoso "<em>Ponte della Maddalena</em>", più conosciuto come "<em>Il Ponte del Diavolo</em>"). Non vi è forse Goethe in questa descrizione di Roma?: "<em>Vi sono qui tracce di distruzione e magnificenza che trapassano l'immaginazione di chiunque. L'illusione che il suolo sia sempre quello, sempre quelli i colli, stesse le mura e le colonne, persino nei volti degli abitanti, credo, sempre le stesse stimmate: - ebbene, tutto questo mi vince; si finisce con l'andare all'unisono con i grandi disegni del destino, muore il tempo."</em> Goethe viaggiò in Italia dal 1786 al 1788, proprio negli anni immediatamente precedenti a quelli in cui si svolge la nostra storia; fu anche a Roma e arrivò fino in Sicilia. Come si sa, le sue impressioni furono raccolte nel 1828 nell'opera "<em>Viaggio in Italia".</em><br />
Hugo è attratto dalle donne romane ("<em>Le gonnelle mi catturano quel tanto che è giusto mi catturino.")</em>; una di esse si chiama Costanza e fa l'attrice, si lascia corteggiare e si offre al giovane, che poi abbandona fuggendo con il "<em>ganzo da cui dipende e la cui presenza nella sua vita è faccenda ambigua e indecifrabile."</em> Ma ritornerà, vedrete. Siciliano ha un particolare gusto settecentesco che va ben al di là delle suggestioni che può avergli suscitato la storia. Si avverte una consonanza che lo avvicina allo spirito di autori come Diderot ("<em>I gioielli indiscreti"</em>, del 1748) e De Laclos ("<em>Le relazioni pericolose"</em>, del 1782). Si faccia attenzione alle preziosità di questa confessione che il giovane fa al principe suo protettore, che gli chiede maggiori dettagli sulla sua vita amorosa con la bella attrice: "<em>Tutta la sua persona si raccoglieva ai miei occhi nelle mammole deposte sulla cima dei suoi seni. Nulla di più."</em><br />
Ma anche Thomas Mann de "<em>La morte a Venezia"</em>, 1912, è presente nei languori e nei tremori di Hugo, quando è irretito ("<em>immagato</em>") dalla bella fioraia Angela ("<em>Angeletta", </em>e anche "<em>Angelina") </em>in una Roma dal caldo e dall'umidità soffocanti: "<em>trascorro queste giornate ultime - che sono gravate da un clima oleoso, percorse da infocati venti meridionali. Le membra sono stremate, il cuore mi sale di frequente nella gola; e basta sollevare un braccio, per qualunque gesto, che i pori traspirano abbondantemente e la pelle maleodora." </em> Vi è una evidente relazione tra i turbamenti di Hugo e quelli di Gustav von Aschenbach, anche lui preda dei sensi verso il giovane Tadzio e del clima soffocante di Venezia. Più avanti si leggerà: "<em>C'è nel clima di questa città qualcosa di maligno, finanche di funesto. Ho trascorso il pomeriggio abbandonato a un languore che non conosce medicina." </em>Si può già rilevare, a questo punto, quanti numerosi siano gli echi che riesce a suscitare il romanzo di Siciliano, autore dotato di una raffinata cultura che fa capolino da ogni pagina, confermando quanto si scriveva all'inizio: ossia, del suo amore per la lettura, vista non solo come arricchimento, ma come accoglienza di un'aspirazione alla vita che è racchiusa dentro ciascun libro.<br />
Nella scrittura, Siciliano si mantiene raffinato e semplice ad un tempo, come lo fu in vita nel parlare. Lo stile è vestito di quella quiete e di quella dolce sobrietà che sanno rendere al lettore la grazia e la soavità di un sentire che si è fatto raro ai nostri giorni. Leggete questa piccola frase: "<em>Scesi di corsa due rami di scale"</em>; oggi si direbbe: Scesi di corsa due rampe di scale; ma in quest'ultima espressione non vi è grazia, bensì un suono più aspro, percepibile solo da chi è avvezzo per propria natura a praticare suoni di incontaminata bellezza. Quando userà rampa, molto più avanti, lo farà nella frase seguente, che contiene in sé molta violenza (è monsignor Passionei che abbandona la casa di Hugo in preda all'ira): "<em>Gridò dalla rampa di scale"</em>, dove il suono aspro di rampa si accompagna al grido. Oppure, si badi a quest'altra, egualmente bella: "<em>il giovane ci vide ma non fece indirizzo alcuno verso di noi."</em> O questa: "<em>Il principe volle non udirmi."; </em>o anche: <em>"Presso il camino c'era una tinozza. L'uomo mi dice che tutto era pronto perché mi spurgassi del viaggio."</em>, laddove lo stesso gioco sui tempi dei verbi dà vividezza al quadro. Una tale scelta si ripeterà in più di un'occasione.</p>

<p>Sulle donne, sul loro carattere bizzarro, sulla loro natura indecifrabile, si sono scritte nel corso dei secoli numerose pagine. Si pensi, per tutte, alla memorabile satira di Giovenale sulle donne ("<em>Le satire"</em> II, 6), ma gustatevi questo passaggio di Siciliano, che quasi sicuramente aveva presente, nel mentre lo scriveva, proprio l'opera del caustico poeta latino: (il protagonista ha scoperto a letto Costanza e Angela unite in atteggiamento amoroso): "<em>una generica considerazione, da quel momento, non mi abbandona: che le donne siano contemporaneamente belle come i serafini di Klopstock e terribili come i diavoli di Milton. Una sorta di duplicità le sostanzia: una duplicità che nessun uomo potrà mai sfiorare. È un'androginia dei sentimenti, un ermafroditismo dell'essere che in loro si realizza a tale vertice da sconcertarmi, - e, credo, sconcerti non soltanto me </em>[...] <em>Mi è capitato di scoprire nelle donne un divampare di superstizione, nell'odio e nell'amore. Il contrasto fra violenza della passione e dolcezza dei loro tratti le rende orrende, le sfigura. Mi chiedo: perché accade tutto questo? Cosa c'è in loro da renderle così diverse dagli uomini?"</em><br />
Come pure non vi è dubbio che ad animare la scena seguente è lo stesso spirito che aleggia nel capolavoro di Robert Burns, "<em>Tam o' Shanter"</em>, del 1790, allorché il poeta scozzese descrive con questi versi una notte in cui "<em>il furore del cielo"</em> si è scatenato sulla piccola chiesa di Alloway: "<em>la bufera mugghiava sempre più violenta, attraverso i boschi;/i lampi guizzavano da un polo all'altro;/sempre più vicini si sentivano i colpi di tuono;/quando, luccicando fra gli alberi gementi,/la chiesa di Alloway parve tutta in fiamme;/da ogni fessura uscivan bagliori di luce;/e tutta risuonava d'allegria e di danze." </em>(Robert Burns: "<em>Poemetti e canzoni", </em>G. C. Sansoni - Editore - Firenze, 1953, traduzione di Adele Biagi). Queste invece le parole di Siciliano: "<em>la notte era percorsa da lampi, alla luce bianchissima i lecci del colle Pincio si torcevano come demoni, e pur sotto quello scrosciare di pioggia il clima era infuocato. </em>[...] <em>Il torrido orizzonte era sconvolto da un bianco, continuo avvampare: ma quei lecci, e pini più lontani, lo sperone in mattoni della Villa, che ho pure in vista, davano a quel paesaggio tormentato un velo d'elegia, un'apparenza domestica, sulla quale il furore del cielo faceva da cornice violenta e insieme smagata."</em><br />
È un romanzo, questo, che, pur nella sua brevità, riesce a suscitare nella mente del lettore e a far rivivere molta letteratura di ogni luogo e di ogni tempo, come se contenesse una magia. Pensate che intorno ad una storia molto semplice, che vede un giovane tedesco sguinzagliato per Roma da un principe alla ricerca della propria figlia sparita nel nulla, l'autore riproduce, con il semplice mezzo di una corrispondenza inviata  da Hugo al suo mecenate, l'atmosfera di una città che alla fine del XVIII secolo, dominata com'era dalla nobiltà e dalla Chiesa, avverte, con le notizie che giungono dalla Francia,  gli scricchiolii di un'epoca che sta per tramontare. La Roma dal "<em>clima oleoso"</em> e soffocante altro non è, dunque, che l'espressione di una decadenza ormai incominciata volta a culminare nei fatti cruenti e decisivi del secolo successivo. Si deve aggiungere che non di rado le descrizioni di talune situazioni e di taluni paesaggi dànno la sensazione palpabile di trovarsi dinanzi ad uno di quei quadri nei quali i pittori del passato, specialmente del Sette e Ottocento, si proponevano di riprodurre ambienti ed emozioni di una Roma immersa nelle antiche rovine e pur sempre alla ricerca di una quiete oltremodo desiderata ma lontana ("<em>il vizio di vedere sempre presente un passato irrecuperabile, realizzato in una maceria insensata che ormai è confusa nel paesaggio al modo in cui lauri e lecci sono confusi tra loro: pietre, e pietre, e pietre.")</em>. A questa maniera pare voler agire anche Siciliano attraverso lo strumento della parola ("<em>Le pietre del campo Vaccino, i marmi affondati nel fango, i capitelli divelti, sono ospizio a magre pecore che belano tristemente nella mia immaginazione, - e vivo un dolore inconsulto, un'inesplicabile angoscia che mi produce fisici morsi alle viscere.")</em>, suscitatrice soprattutto di colori e atmosfere in grado di rendere l'inarrestabile declino in stretta congiunzione con la malinconia e le lacerazioni che sempre lo accompagnano: "<em>Per l'intero tragitto avevamo incontrato soltanto un bambino che ci aveva guardato con occhi spenti, ma grida adulte scendevano dall'alto sul nostro capo, come di bisticcio fra due donne e un uomo. La loggia era deserta, mentre di sotto, sulla rena del fiume, un vecchio annodava vimini."</em> Ecco altri due esempi di quadri dipinti con le parole, tra i molti che si potrebbero fare. Il primo: Hugo è stato rapito misteriosamente (si tratta di un avvertimento minaccioso, di "<em>un avviso")</em>, il quarto giorno trova la porta della prigione socchiusa, può fuggire: "<em>Era l'alba. Cantava un pastore chissà dove, sull'altra riva del fiume: udivo anche i campanacci delle capre."</em> Il secondo: "<em>Da questo mare emergono strane forme. È l'ora in cui pipistrelli e gufi scuotono le ali e i lebbrosi scendono in strada."</em></p>

<p>La Roma papale e popolana a poco a poco irretisce il nostro protagonista ("<em>la vita di questa città stregata mi eccita")</em>, proprio come una seducente maga ("<em>la malìa della gioventù")</em> che voglia piegarlo ai propri desideri: "<em>La giovinezza è attratta da tutto quanto offre la vita."</em> Chiese, conventi, vicoli, bettole, piazze, palazzi si susseguono continuamente accompagnando i pellegrinaggi del protagonista, e divenendo a poco a poco lo scenario fondamentale da cui si irradiano colori e sentimenti.  Intanto, i rapporti con il principe protettore sono diventati tesi, anzi il principe per un certo tempo interrompe la corrispondenza con lui. Il Legato tedesco a Roma fa intendere a Hugo che egli sta mancando in qualche cosa, ma non precisa di più. Le sue parole sono sibilline: "<em>Con quanta verità state affrontando l'oscura situazione in cui vi siete deliberatamente cacciato?"</em> Il principe non è convinto, insomma, che Hugo gli racconti la verità sui suoi movimenti a Roma.<br />
In realtà chi ha scoperto questo rotolo di lettere e di pagine di diario sospetta che l'andata a Roma di Hugo sia stato solo un pretesto affinché tra i due (forse innamorati) iniziasse una corrispondenza dal sapore libertino, e che il principe volesse conoscere ogni particolare delle avventure del suo protetto. Da qui il suo risentimento nel sospettare che qualcosa gli sia tenuto nascosto ("<em>Ma Hugo era innamorato di Sua Grazia?")</em>.<br />
Una conferma di questo sospetto l'abbiamo quando la principessa viene rintracciata; scrive al padre assicurando che sta bene, ma, nello scrivere di nuovo a Hugo, Sua Grazia ne parla con noncuranza, "<em>soltanto in chiusura di lettera, come in aggiunta."</em><br />
È a questo punto, perciò, che balza agli occhi una delle finalità principali di questo romanzo: la centralità di Roma rispetto alla vita dei suoi amanti. Essa li lusinga, vi si abbandona, si fa alcova dei loro desideri per poi come una novella Circe ridurli a suoi schiavi: "<em>Roma annienta tutti: annienterà anche voi.", </em>sono le parole che a Hugo dice il vecchio principe di Sermoneta, i cui occhi "<em>spurgavano un'ambra densa e vischiosa: se li nettava con un lembo del polsino sfilacciato."</em><br />
È una Roma, dunque, pervasa di corruzione e di lussuria, che filtrano in ogni strato sociale, sì che alla fine cose e persone ne sono vinte: "<em>Sotto questi cieli, i miei studi, ma, ancora di più, i miei sensi sono fioriti."</em> La stessa Rivoluzione francese, le cui idee stanno correndo per tutta Europa, con la ventata di novità che reca con sé, produce nella città una miscela che, anziché farsi liberatoria del passato, lo incupisce, inasprendone e accentuandone i vizi: "<em>Nemici e familiari dei preti, i romani non sanno che farsene della religione: ma senza i riti cattolici, e senza le chiacchiere di sacrestia, sarebbero irrimediabilmente orbi e zoppi."</em></p>

<p>Si è accennato all'avvertimento che Hugo ha ricevuto con il suo temporaneo rapimento. Sembra che sia stato il principe di San Carlino a organizzare tutto, "<em>erede delle fortune antiquariali del Cardinale Albani"</em>: è il marito di Marianne e non desidera che alcuno ficchi il naso nella loro vita privata: "<em>si sa che il principe vostro genero ha questioni, e forse dolorose questioni, con sua moglie."</em> Di che si tratta? La cosa certa, al momento, è che Hugo è sorvegliato, spiato: "<em>Il clima di sospetto aggrava lo sconforto. Ogni mia uscita di casa è calcolata da chi mi spia."</em> Siciliano ha creato un interesse intorno alla sua storia circondandola di quell'alone del tempo passato che vedeva le donne segregate nei loro palazzi per ragioni quando di gelosia, quando di diffidenza, quando di intemperante egoismo. O donne come Angela, "<em>la dolce ragazza avvolta nella nube d'oro", </em>mezze maghe ("<em>Ha fatto un ballo angelico")</em> e mezze amanti.<br />
Sono anche gli anni di Cagliostro condannato e imprigionato a vita per le sue pratiche magiche proprio a Roma. Come pure della setta degli "<em>Illuminati", "caduti nella tenebra del demonio</em>"<em>, </em>come dice a Hugo monsignor Passionei, il quale così continua, descrivendo la pratica seguita da questi adepti e chiamata "<em>la mistica delle piramidi"</em>: "<em>Si raccolgono la notte nel casino di qualche vigna e, alla luce di qualche candela persa, ballano, si inchinano davanti a uno due tre bronzetti che un bottegaio ha venduto loro con l'inganno, bruciano resine, si dicono immersi nel languore fumoso di una piramide. Poi compiono il sacrificio, uno di loro suona un tamburello, un flauto..."</em>. È una Roma incerta, misteriosa, turbata da fermenti e inquietudini che vanno a sovrapporsi e a mescolarsi con le sicurezze e le chiarità del passato.<br />
Marianne si trova con il marito nella villa di campagna di Santa Maria in Velata. Lo conferma al giovane la stessa Angela, non più bella come prima: "<em>La sua bellezza è devastata: il colore delicato dei suoi occhi è impallidito. La nube dorata intorno a lei si è trasformata nel grigio della nebbia."</em> Siciliano ci fa ribadire dalla ragazza che un qualche mistero circonda la vita di Marianne: "<em>parti per Santa Maria in Velata, ma fa' in modo di arrivarci all'alba. È più facile che la tua principessa possa parlarti all'alba che in qualsiasi altra ora della giornata."</em> Si capisce che il mistero che avvolge la vita di Marianne è una carta che l'autore tiene per sé e intende giocare dopo che tutta l'atmosfera di una Roma settecentesca  gonfia e malata (anche Hugo si è ammalato di "<em>fastidiosa scabbia francese") </em>abbia intriso di sé il romanzo e la conquista del lettore sia stata assicurata: "<em>la città affoga dentro certa sua notturna tetraggine, solitaria urna funeraria che il tempo ha cariato irrimediabilmente."</em> La rivelazione del mistero sarà, dunque, il tocco finale affinché il quadro disegnato si completi e diventi definitivo e irreversibile. Si ha l'impressione, ossia, di trovarsi in presenza di un narratore che usi in modo originale attraverso la scrittura la stessa tecnica di un pittore, che riserva al tocco finale del pennello la immodificabilità e perentorietà del suo quadro: "<em>Abbiamo superato una gola fosca di colori, mentre il sole calava."</em><br />
Hugo, prima di vedere Marianne, incontra due volte il principe di San Carlino; nella seconda, che si trova narrata nel capitolo VII all'interno della lunga lettera datata 26 aprile, il ritratto che ne risulta, sia fisico che psicologico, è di una bellezza rara, incorniciato com'è, in sovrappiù, dalla luce di un ambiente arricchito da opere di arte finissima, come la "<em>pantera di pavonazzetto, con la base istoriata di geroglifici egiziani"</em>.<br />
Finalmente Hugo sale a Santa Maria in Velata, accompagnato dal musico Vincenzino ("<em>Tiene il collo diritto in su, quasi fosse legato a una canna")</em>. È un viaggio singolare, che si conduce in mezzo a dirupi, boschi, paesaggi cupi, e si rivela presto come un percorso che porterà alla resa dei conti del protagonista con se stesso. Il mistero, cioè, che circonda Marianne è già presente ed agisce lungo la strada che sta portando Hugo da lei. In realtà, dunque, tutta l'avventura di Hugo è la storia non di una ricerca ma di un'attrazione. Hugo cerca se stesso e Marianne è la risposta che lo attira: quel languore infinito che sostituisce la fede ("<em>l'abito della paura")</em>, quella dolce sofferenza che scaccia dal cuore l'orribilità della morte. Una risposta che, sia pure inquietamente, cercherà di fare sua, vedrete.<br />
Non vi nascondo che mentre leggevo le pagine finali di questo delicato romanzo mi è tornato alla mente lo scultore Jacopo della Quercia, intento a scolpire l'immortale Ilaria del Carretto, il celebre capolavoro conservato nella cattedrale di Lucca. A così tanti secoli di distanza, ho avuto l'impressione che Siciliano si sia incontrato con lui. E chi sa che non sia stato il grande Calderón de la Barca a fare da anfitrione con il suo "<em>La vita è sogno</em>".</p>]]>
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<title>La prima notte, di Raul Montanari</title>
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<issued>2008-06-23T06:11:11Z</issued>
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<summary type="text/plain">di Paolo Cacciolati Le uscite del nostro orticello letterario quest’anno sembrano essere dominate da due soli protagonisti: new epic o donne. Da questa dicotomia avanza poco, così non mi stupisco se anche un autore come Raul Montanari si sia, per...</summary>
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<name>Paolo Cacciolati</name>

<email>pcacciolati@gmail.com</email>
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<dc:subject>Narrativa italiana</dc:subject>
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<![CDATA[<p>di <a href="http://paolocacciolati.blogspot.com">Paolo Cacciolati</a><br />
<img alt="LAPRIMANOTTEFOTO.jpg" src="http://www.vibrissebollettino.net/bottegadilettura/archives/Immagini/LAPRIMANOTTEFOTO.jpg" width="120" height="177" /hspace=4 vspace=4 align=left><br />
Le uscite del nostro orticello letterario quest’anno sembrano essere dominate da due soli protagonisti: new epic o donne.<br />
Da questa dicotomia avanza poco, così non mi stupisco se anche un autore come Raul Montanari si sia, per così dire, "allineato", scegliendo per il suo nuovo romanzo il topos “donna”, centrando il libro su una figura femminile, Irene, che domina tutta la vicenda  ed è la principale voce narrante.<br />
</p>]]>
<![CDATA[<p>Irene è il perno intorno a cui girano le vicende di due uomini, Remo e Gavril, vincolati tra loro da un segreto che affonda nel passato, legandoli indissolubilmente. All’età di quindici anni furono coinvolti in fatto di sangue: Gavril, dopo esser stato aggredito dal padre di Remo, lo uccise incidentalmente, sotto gli occhi dell’amico che aveva cercato di difenderlo contro l’aggressione del padre. <br />
E’ un episodio che trasformerà il loro rapporto in qualcosa di gemellare, legandoli con una sorta di patto di reciproca assistenza. <br />
Da qui in poi entra in gioco Irene, che narra le sue esperienze giovanili, finchè conosce Remo alla sua festa di laurea, se ne innamora e lo sposa. Tutto bene? Manco per idea, presto sorgono i primi problemi e poi ricompare anche Gavril. <br />
Ancora una pagina irrisolta del passato spinge un terzo uomo a interessarsi morbosamente a Irene, entrando in conflitto con i primi due. <br />
Naturalmente tra i tre contendenti vince (in apparenza) il quarto, ovvero l’interlocutore di Irene, che si presta ad ascoltarla nella loro prima notte insieme. </p>

<p>Raul Montanari con questo romanzo pare essersi sottoposto a una duplice sfida. Da un lato costruire l’intera narrazione in forma di semplice dialogo fra Irene e l’uomo che trascore con lei la notte. Dall’altro lato calarsi nei panni di un personaggio femminile, entrare nella psiche di una donna con le sue molteplici? infinite? sfaccettature.<br />
Se nella prima operazione vince facilmente la sua battaglia, utilizzando in modo magistrale l’alternanza di toni e omettendo perfino le virgolette delle battute, il secondo bersaglio appare di più arduo raggiungimento.<br />
Una cara amica tempo fa mi disse: a volte vorrei scrivere come un uomo. Non ricordo cosa le risposi, ma penso che non ci sia un modo di scrivere maschile o femminile, conta semmai la capacità di tradurre la propria esperienza in un linguaggio credibile e condivisibile sia dall’emisfero maschile che dall’altra metà del cielo. <br />
A volte, l’obiettivo che uno scrittore si pone con un libro tende a travalicare la voce del(la) protagonista. Spesso, nella volontà di far girar tutto e tutti in direzione dell’assunto che si vuol dimostrare, si corre il rischio di far perdere spontaneità ai propri personaggi.<br />
Non so se questo accada ne La prima notte, però, a mio parere, il personaggio di Irene parla con un timbro più incline al mostrare, al far vedere, che all’autoanalisi e alla resezione di ogni millimetro delle proprie emozioni, tipico di molte voci narranti al femminile. Questo non significa negare che ci siano donne che ragionano secondo schemi un tempo attribuiti ai maschietti, ma è un dato di fatto che, almeno nella nostra narrativa, tenda ancora a prevalere questa impostazione.<br />
Prendiamo ad esempio un paio di recenti uscite, di due scrittrici di casa nostra. Chiara Gamberale nel suo romanzo <em>La zona cieca </em>(Bompiani) così descrive la crisi d’identità della sua protagonista.<br />
<blockquote>Gli uomini. Ne individuavo uno il più difficile da conquistare, lo avvicinavo, entravo nella sua vita, ne condizionavo almeno un paio di abitudini per accertarmi di essere passata di là e poi scomparivo. Quelli che incontravo in qualche modo avrebbero potuto capire che l’intimità e la completa accondiscendenza che gli riservavo non aveva niente di personale nei loro confronti. E’ che non sapevo vivere, e speravo di riuscirci rispondendo ai desideri di chi sapeva farlo, di chi amava leggere o ascoltare il jazz o andare in barca a vela, di chi preferiva qualcosa a qualcos’altro…</blockquote><br />
Caterina Bonvicini, con il suo libro <em>L’equilibrio degli squali </em>(Garzanti), così fa descrivere dalla sua protagonista un rapporto ormai incrinato:<br />
<blockquote>Nel frattempo era tornato Arturo. Incrinatura dopo incrinatura non sapevamo più cosa dirci. Eravamo lì, nell’ingresso, uno di fronte all’altro, a toccarci la faccia. C’erano dei rancori e ci scappava qualche morso. C’erano cose non dette o dette troppo, e ci infilavamo la lingua in gola. C’erano cose senza nome, mai capite e mai definite, e le schiacciavamo in mezzo a noi con la pancia. Dopo per un po’ riuscivamo perfino a sentirci sereni.</blockquote></p>

<p>L’approccio di Raul Montanari a questa materia mi pare più misurato, evitando di esporre direttamente quello che si agita nell’animo della sua protagonista. Preferisce farlo comprendere al lettore con i dialoghi tra lei e il suo nuovo amante, e indirettamente tramite l’esposizione delle sue vicissitudini, anche allo scopo di lasciare quel margine di non detto ma sospettato che agevola, tra l’altro, lo scivolamento verso la sorpresa finale.<br />
L’autore, considerato uno dei maestri del noir italiano, non rinuncia neppure qui alla <em>suspence</em>, ma è come se la traslasse sul fondo dell’anima della sua protagonista, è come se invitasse il lettore a scoprire chi sia veramente questa donna, che appare sì leggera e sorridente nel raccontare le sue vicende, anche le più drammatiche, ma sembra pure sfidare il suo interlocutore, e noi con lui, a capire se veramente sia stato sollevato l’ultimo velo sulla verità.<br />
A volte, poi, riserva magistrali pennellate agli elementi di contorno alla storia, come nella raffigurazione degli studi televisivi dove si sono conosciuti Irene e il suo amante. E rappresenta in modo sapido il campionario di presenzianti a certi salotti catodici.<br />
Ecco, ad esempio, come descrive lo scrittore tipo, comparsante in tivù:<br />
<blockquote>Hai presente come fanno i bruchi, no? Sono brutti, anzi orridi, mollicci e ripugnanti; però poi si trasformano in magiche creature alate. Agli scrittori succede spesso un fenomeno curioso. I loro libri sono belli, talvolta bellissimi, pieni di spirito, di conoscenza della vita, di arte. Loro invece, a conoscerli, sono repellenti, gonfi di supponenza quanto i bruchi sono gonfi di quel liquame che se li spiaccichi sotto il piede schizza tutto fuori lasciandone solo la pelle. Per questo li chiamo Bruchi Permanenti: sono bruchi che rimangono bruchi, non si trasformano mai, benché da loro si stacchino le farfalle meravigliose che sono i loro libri. E’ rarissimo che uno scrittore sia, di persona, all’altezza delle sue pagine.</blockquote><br />
In sostanza, mi pare che si confermino qui le capacità dell’autore nel creare una corrente di tensione sotterranea, alzando progressivamente la posta in gioco, giocando solo sul racconto della protagonista, miscelando i momenti di tensione con quelli di distensione. Così l’azione, pur rimanendo fisicamente ancorata alla camera dei due amanti, si dilata in una serie di storie choccanti che si sovrappongono, fino a confluire in un finale ad alta tensione. <br />
E meno male che Raul Montanari non è stato troppo di parola nel promettere il superamento del genere giallo.</p>

<p>Raul Montanari, <em>La prima notte</em>, Baldini Castoldi Dalai editore,  16.80 euro.</p>]]>
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<title>Guido Cavani: “Zebio Còtal” (1961)</title>
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<summary type="text/plain">di Bartolomeo Di Monaco [tutte le &quot;letture&quot; di Bartolomeo Di Monaco] È stato il mio conterraneo Vincenzo Pardini, che mi onora della sua amicizia, a consigliarmi la lettura di questo romanzo e di questo autore che non conoscevo. Nato a...</summary>
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<name>Bartolomeo Di Monaco</name>
<url>http://www.bartolomeodimonaco.it</url>
<email>info@bartolomeodimonaco.it</email>
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<dc:subject>Narrativa italiana</dc:subject>
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<![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.bartolomeodimonaco.it">Bartolomeo Di Monaco</a></strong><br />
[<a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/01/tutte_le_lettur.html">tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco</a>]</p>

<p><a href="http://it.wikiquote.org/wiki/Guido_Cavani"><img alt="Guido Cavani-Zebio Còtal" src="http://www.vibrissebollettino.net/bottegadilettura/archives/immagini/cavani.jpg" width="123" height="200" border="0"></a></p>

<p>È stato il mio conterraneo Vincenzo Pardini, che mi onora della sua amicizia, a consigliarmi la lettura di questo romanzo e di questo autore che non conoscevo.<br />
Nato a Modena nel 1897, Guido Cavani fa il tipografo, poi entra a lavorare presso il Comune di Modena. Ama la letteratura e vi si dedica da autodidatta. Nel 1923 compare la sua prima raccolta di poesie: “Liriche campagnole”, a cui fanno seguito: “Lumi di sera” (1940); “Solitudini” (1950); “Misericordia del tempo” (1954); “Nei ritorni a me stesso” (1960); nel 1958 esce il romanzo che darà all’autore vasta notorietà, “Zebio Còtal”, ristampato da Feltrinelli nel 1961 con prefazione di Pier Paolo Pasolini, che portò lo sconosciuto autore all’attenzione del mondo letterario; nel 1967 (l’anno della sua morte) esce la raccolta di racconti “Racconti in penombra”. Collabora anche alle riviste “Paragone” e “La fiera letteraria”.<br />
Scrive Pasolini nella sua prefazione: “abbiamo avuto una breve corrispondenza: la sua calligrafia era quella di un vecchio-bambino, malata e diligente.”<br />
</p>]]>
<![CDATA[<p>Non così il contenuto del suo romanzo: asciutto, scarno, solido. Pasolini lo accosta in qualche modo a Silvio D’Arzo, ma anche il toscano Federico Tozzi ha molte affinità con lui sia con riguardo all’ambientazione contadina della storia che allo stile.<br />
Il figlio di Zebio, Zuello, è stato portato a vivere e a lavorare presso uno zio, Adrio Còtal, arricchitosi in America: “Zuello aveva lasciato la madre a piangere sulla soglia di casa, ed era partito a piedi, col padre, raggiungendo dopo due giorni di viaggio la nuova dimora.” Come non ricordare “Vita e morte del sindaco di Casterbridge” (1886) di Thomas Hardy, quando, all’avvio del romanzo, troviamo il protagonista Henchard che a piedi si sta trasferendo altrove con la moglie e la piccola bambina, tenuta in collo dalla madre. C’è già un filo lungo che collega attraverso Guido Cavani due civiltà contadine distanti l’una dall’altra molte migliaia di chilometri, ma in tutto simili.<br />
Come Henchard, incontrata per strada una fiera paesana, vi si ferma a bighellonare, ciò che cambierà il suo destino, così avviene a Zuello, quando dallo zio è mandato al mercato a comperare un “sacco di zolfo.” La descrizione del mercato che ne fa Cavani rende viva la somiglianza: “I contadini contrattavano raggruppati intorno alle colonne dei portici, seduti ai tavoli dei bar; le donne entravano ed uscivano dai negozi, si affollavano intorno ai banchi dei merciaiuoli ambulanti; i ragazzi si rincorrevano, strillando come i rondoni che saettavano intorno alla torre dell’orologio.” Anche per Zuello quella circostanza e quella visione saranno determinanti nella sua vita.<br />
Nelle descrizioni che troveremo, numerose e tutte di grande pregio, è rappresentato un antico reso al contempo con grazia, nitidezza e forza: “incontrò gente che ritornava dal mercato: donne in abito da festa, cariche dei generi acquistati; uomini con la giacca su le spalle, che ragionando fra loro e fumando, spingevano innanzi coi vincastri le bestie comperate o barattate.” Qui siamo in un cortile, in un momento di sosta dal lavoro: “le donne accovacciate vicino al muro della casa, tra fasci d’arnesi; gli uomini seduti sui carri, con le gambe penzoloni. Solo il vecchio stava in mezzo all’aia, contro il sole, a capo scoperto, scalzo, con le braccia abbandonate lungo i fianchi e i pugni chiusi che parevano due mazzuoli.” Descrizioni ancora vive, palpitanti, che restituiscono il fascino di un mondo svanito nel nulla. Qui siamo nel paesino di Serra, vicino a Pazzano, il luogo dove vive la famiglia Còtal: “Il postale, laccato in celeste, splendente di cristalli che specchiavano il cielo, arrivò rombando fra le case e si fermò. Era carico di gente che pareva gravata dal peso delle valigie e dei bauli ammonticchiati sull’imperiale. Smontarono due donne e un prete; furono gettati a terra sacchi della posta, scaricate alcune valigie, poi la bella macchina ripartì e scomparve in fondo alla strada.” Mancano i cavalli a condurre l’imperiale, altrimenti avremmo assistito ad una scena in tutto simile a quelle che si svolgevano nel fascinoso West ritratto da grandi registi, quali Howard Hawks, Henry Hathaway, John Sturges, Anthony Mann, Raoul Walsh, Fred Zinnemann, Sam Peckinpah, per fare solo qualche nome, ma specialmente dal grande John Ford. Si legga quest’altra, allorché due carabinieri scortano Zebio Còtal per condurlo in prigione: “Sulla strada li aspettava una carrozzella col soffietto alzato e i fanali accesi. I carabinieri se lo fecero sedere in mezzo; il fiaccheraio frustò la bestia insonnolita e la carrozza partì.” Anche la casa dove vive Zebio e il campo che coltiva danno l’immagine di un frammento dell’esistenza che non appartiene più al presente: “era una bicocca di sassi, dal tetto convesso e dalle finestre buie; pareva che tutto quel sole che batteva contro i suoi muri non riuscisse ad entrare nelle stanze.”; “Il grano ci veniva su a stento; la pioggia lo spiantava, il vento lo torceva in tutti i sensi, il sole lo strinava, senza lasciarlo maturare. Anche le patate allignavano alla meglio.” Gli stessi nomi desueti dei personaggi evocano una dolcezza mescolata ad una vigoria che deriva proprio da un passato che resiste: Zebio (il protagonista: “piccolo di statura e tarchiato.”), Zuello, Adrio, Mirca, Glizia, Placida (la moglie di Zebio: “La vita aveva fatto di lei quello che il vento aveva fatto dell’unico albero piantato nel campo.”), Diriego. Oltre a Zuello e a Glizia, Zebio e Placida hanno altri quattro figli: Bianco e Pellegrino, e due ancora più piccoli: Tuna, il maschietto, e Concetta. Come è aspra e severa la natura, così aspri, sofferti, malati come la terra, sono i loro lineamenti. Non ci sono uomini, donne o bambini che vantino una qualche bellezza nella “bicocca” di Zebio, fatta eccezione per il gracile Bianco (”questo povero corpicino col cuore atrofizzato.), somigliante più alla madre che al padre. Dal loro campo dominano “una valletta morta, piena di sassi e sparsa di piante che, seccandosi, avevano preso il colore della ruggine.” È delineata una vita dura e primitiva, in continua lotta con la natura per sopravvivere. La natura non vi è mai rigogliosa, come a sottolineare la spietatezza e la inevitabilità di una relazione sofferta tra essa e l’uomo: “Le piccole case di sasso apparivano seminascoste fra le siepi selvatiche di rovo che circondavano gli orti e fra i pochi alberi intristiti dalla troppa vicinanza con gli uomini.”<br />
Zebio è scontroso e irascibile, perfino la propria ombra gli è d’impaccio: “Camminava in fretta sui grossi ciottoli della strada, lungo la quale, qua e là, rassodava al sole lo sterco dei bovini, e i tritumi di paglia lucevano come pagliuzze d’oro; e mentre andava, continuava a pestare rabbiosamente la sua ombra che gli ballava tra i piedi come per farlo inciampare.” È appena stato da Don Alcide che gli ha letto la lettera con la quale il fratello Adrio gli comunica di aver cacciato Zuello, perché gli ha rubato. Un gatto tignoso gli si para tra le gambe, e Zebio “con un calcio lo gettò contro il muro di una casa.” Tali gesti, siffatte particolari descrizioni, palesano efficacemente la personalità di questo singolare protagonista, che pare vivere in un tempo ancora più lontano piuttosto che nel XX secolo. Cavani punteggia ogni volta la presenza della natura, sia quando si mostra ostile all’uomo, sia quando ne accompagna coi suoi colori e le sue vibrazioni gli umori. Allorché, pieno di rabbia, il protagonista grida alla moglie che il loro figlio Zuello non metterà più piedi in casa sua: “Il sole scomparve dietro i boschi di castagni; la casa diventò grigia; la sua porta e le sue finestre s’empirono di buio. Anche le terre lontane si spensero e s’incenerirono; e le macchie sui greppi gessosi e intorno ai grani rossicci si trasformarono in grosse nuvole d’ombra.” In realtà ciò che lo preoccupa non è tanto la colpa di Zuello, ma il suo ritorno a casa, che per Zebio avrebbe significato una bocca in più da sfamare, giacché i suoi non erano mai stati giorni di vacche grasse. La famiglia, la moglie Placida soprattutto, ma anche i figli, sono il bersaglio principale della sua ira, scatenata dalla sua miseria; spesso li picchia con calci o con “cinghiate” (”una cinghia di cuoio piena di borchie”). Quando si rifugia nel vino e si ubriaca diventa ancora più cattivo. Intanto, Zuello sta facendo ritorno al suo paese. Lo intravede in lontananza “con la chiesa e il campanile d’un bianco crudo di gesso; così piccoli, da sembrare due giocattoli dimenticati in un prato.” Sa che dovrà affrontare la furia del padre, ma “Gli sembrava un sogno di essere ritornato dopo tanti anni dove era nato, e sebbene ricordasse ben poco di quei luoghi, ne sentiva però la misteriosa dolcezza nel cuore.” Dunque, ecco due forze in campo: la furia di Zebio (”quell’uomo è della razza dei lupi”) alimentata dalla sua miseria, che lo tiene lontano da tutto, e l’amore di Zuello per il suo paese natìo, che sopravvive e resiste agli stenti e alle crudezze della vita, così che il suo distacco rappresenterà una profonda ferita impossibile da sanare (quell’amore non sarà, all’interno della famiglia, solo il suo, vedrete). Cavani disegna, perciò, due traiettorie, una ispirata ed inselvatichita dall’odio e una immalinconita dall’amore, preannunciandoci una convergenza, un incontro o uno scontro, sul cui esito costruisce il romanzo, dandoci un avvertimento: “La pietà muore in ciascuno quando tutti ne hanno bisogno, e nessuno può comprendere il dolore dei suoi simili, quando questo dolore è anche il suo.” Sebbene il romanzo si circondi di consuetudini antiche legate alla vita rurale e perciò intrise di una religiosità alimentata dal contatto pregnante, continuo e concreto con la natura, più che dalla fede, si avverte ogni tanto in Cavani l’intendimento di sottolineare la presenza in essa di una laicità composita, non solidale, che attinge il suo modello proprio dal contatto con le leggi della natura piuttosto che con Dio, sia pure una natura che può stupire “che quella gran pace che era nelle cose non fosse anche dentro di loro.” Dice il maresciallo dei carabinieri a Zebio, a cui rimprovera di picchiare la moglie e i figli e di ubriacarsi: “In questi luoghi che sembrano disabitati, gli occhi sono fitti come in primavera le lucciole sui prati. Qui tutti hanno buone orecchie e sono tremendi nel giudicarsi a vicenda.” Ma la vera pace la si trova solo dopo la morte. Lo pensa Placida quando ritorna Zuello e i due si ritirano  sotto il muro del cimitero di Pazzano, per non essere sorpresi da Zebio: “Placida pensò che la vera pace era dietro il muro a cui stavano appoggiati.”</p>

<p>La morte come luogo di pace, di rassegnazione, ma anche di speranza, ha una insistente presenza nel romanzo, richiamata dal clima di bestiale prepotenza che impregna il protagonista, al quale non bastano nemmeno i consigli e le intimazioni del maresciallo dei carabinieri. Quando picchia selvaggiamente il piccolo Bianco, il figlio che era tutt’uno con l’altro, Pellegrino, con il quale andava in giro a combinare monellerie, Bianco ne esce mutato, non è più lo stesso: “non si riebbe più; la sua anima fu presa dall’angoscia.” Partecipa alle scorribande del fratello, quasi inerme, con la testa altrove: “presentiva che qualcosa stava per finire, che qualcosa di nuovo stava per cominciare in altri luoghi, fra le anime che lo aspettavano nell’eternità. Dominato dal senso vago dell’al di là, non litigava più col fratello, lo lasciava fare tutto, lo seguiva disperatamente, con negli occhi lontane visioni. La sofferenza lo aveva fatto più bello, più delicato.” È soprattutto in questo gracile ragazzo (e un po’ anche nella madre) che si manifesta in tutta la sua pienezza quella religiosità che si rifugia nella fede salvifica quale ultima speranza per fuggire da un mondo spietato: “chiedeva di giungere presto nel paese azzurro dove i bimbi poveri vengono spogliati dei loro cenci e vestiti con abiti d’oro dagli angeli.” Bianco è uno dei personaggi più teneri e dolci del romanzo. Un giorno dice al fratello: “Non ne posso più, sono ammalato.” E subito dopo: “Portami a cavalcioni, non sto più in piedi.” Si avvicina anche per lui, cioè, come già per Zuello, quel processo di allontanamento che è il solo in cui ci si possa rifugiare: tornato a casa sulle spalle del fratello, va incontro alla madre, si siede “sulle sue ginocchia cingendole con un braccio il collo e nascondendole il volto contro il petto. Ella lo lasciò fare: era fiaccata dal lavoro della giornata, ma il peso del figliuolo le sembrò dolce; trovò in quell’abbandono, in quel bisogno d’amore, come una ricompensa, e le parve che anche Bianco come Zuello, dovesse partire per un lungo viaggio.” Questo capitolo, l’XI, e il successivo, ci dànno l’esempio di una misura contenuta e delicata cui l’autore riesce a pervenire nel trattare il sentimento. Esso mai esonda da una intimità sommessa, e fa da contraltare alla inclemenza e alla miseria dei luoghi in cui la storia si dipana: “Pareva quasi che il sole volesse vedere quella piccola anima a colloquio con Dio.” Infine, nell’occasione estrema, “Un colombo sbandato, di penna bianca, giunse a grande altezza sulla costa, portato dal vento. Per un momento ondeggiò sulle ali ferme come per guardare, poi, sfrecciò via, perdendosi nel turchino.”<br />
La scrittura non manca mai di accompagnare questo mondo rimasto fermo nel tempo: “I debiti, in un modo o in un altro vogliono pagati”; “I matti vogliono compatiti”; “avrebbe fatto i pugni anche con gli alberi.”, “la bracia”; “Ho imparato (in luogo di saputo) che sono aperte le iscrizioni per emigrare in Sardegna.” Sono espressioni e parole che lo traggono fuori dai recessi di un passato  che non si è staccato ancora del tutto, e Zebio si erge a simbolo di una rabbia e di una cattiveria antiche e sempre perdenti, che non si esauriscono mai, ma covano, piuttosto, e si tramandano in forza della miseria e delle umiliazioni. A mano a mano che il racconto procede, egli somiglia ad un debole arbusto esposto ai forti venti di un uragano: tenace ma non per molto ancora, ribelle ma destinato a chinare il capo cedendo perfino nella sconfitta la parte migliore della sua umanità: “Chi ha dei figli ha dei nemici”. La sua caduta incombente, presentita ma respinta tragicamente (”In questo maledetto paese sono più quelli che mi vogliono male che quelli che mi vogliono bene, ma vincerò lo stesso.”; “tentavano di abbatterlo come un vecchio albero.”), è accompagnata dall’urlo della bestia più che dal grido di un uomo.<br />
Glizia vive con ansia la situazione familiare, vede la madre soffrire, tutto immiserirsi e vorrebbe dare un maggior aiuto. Vuol cercarsi un lavoro, portare qualche soldo in casa, visto che il padre sta dissipando il poco che è rimasto. L’autore tratteggia con Glizia la fisionomia di una disperazione in cui quel poco di speranza rimasta si sta consumando e accanto alla ragazza dipinge la figura di un giovane, il postino Franco Grotta, una specie di dongiovanni casereccio, che dopo aver cercato di approfittare di lei, infine, quando arriverà il momento, si adopererà per aiutarla. Sono personaggi che prendono forma a poco a poco e diventano ritratti in movimento e, tuttavia, definiti nei particolari, perfino nella gestualità che le parole dell’autore lasciano in dono alla nostra immaginazione. La casa di Còtal sta perdendo la sua vigoria, dunque: dopo Zuello, dopo la morte di Bianco, ora si sta allontanando anche Glizia, così importante nell’economia risicata della famiglia. Pellegrino si è sbandato, ha preso una brutta strada: lo devono rinchiudere in un riformatorio, ma “era fuggito portando con sé le scarpe, il mantello e la bisaccia.” Restano solo i piccoli Tuna e Concetta, lontani dai pensieri e dalle preoccupazioni dei grandi. Zebio sembra il parafulmine che è stato capace di scaricare l’energia distruttiva unicamente dentro la propria casa. Solo la mamma riesce a tessere e preservare quel filo indistruttibile che la lega ai propri figli. Quelli che se ne vanno ricordano lei, soltanto lei, e mettono da parte i soldi per aiutarla. Il ruolo della madre è esaltato da questo autore, fino al punto di intravedere una severa rampogna lasciata penetrare nel romanzo a carico dei padri.<br />
Vi è una lotta nemmeno tanto sorda per porsi al centro della vita residua rimasta ancora fertile nella casa dei Còtal, e Placida la sostiene nei confronti del distruttivo marito. Vorrebbe che se ne andasse a lavorare in Sardegna, come fanno molti in paese, e non baderebbe a ciò che si porterebbe via, purché se ne andasse. Solo la sua partenza può salvare ciò che resta di quell’energia che Placida avverte giunta vicino a spegnersi. La silenziosa Placida assurge così a simbolo del focolare domestico difeso con ostinazione fino anche al sacrificio. Zebio gli dice: “però, secondo i miei calcoli, se c’è una persona che se ne deve andare da questa casa, sarai tu.” Gli risponde Placida: “Lo so, e forse prima di quello che pensi.” Il focolare domestico per Placida, dunque, non corrisponde più alla casa in cui si vive, se questa è diventata luogo di contaminazione e di sconfitta. Lo si sposta altrove, in un punto dell’universo, dove il legame con i propri figli possa continuare a vivere: “la forza del suo amore era tutta in questo silenzio, era tutta per coloro che se ne erano andati senza dirle neppure una parola. Di lei, in casa, non restava ora che qualcosa di vago, di indefinito. Anch’essa era sempre in cammino con uno, con l’altro, per le vie della terra, per le vie del cielo, e non rincasava che di tanto in tanto con quell’unico che non era ancora capace di andarsene per sempre.” Del resto Zebio, quando va a chiedere un prestito al mercante Diriego Grillo, che glielo rifiuta, avverte già che ogni sua capacità di resistenza alla vita si sta sgretolando: “dite a quelli che mi vogliono rovinare che ci riusciranno: a salvarmi non ci tengo.” Tutto al contrario di ciò che aveva risposto qualche tempo prima al soldato che aveva incontrato all’osteria del Pradone: “ma vincerò lo stesso.” Zebio è consapevole ancora di più, ora, che la sua resistenza è già vinta e che lui stesso ne è stato l’artefice maldestro. Ormai la gente lo evita, non vuole più avere a che fare con lui. Si apre davanti a questo ennesimo vinto dell’umanità uno spazio di desolazione nel quale non potrà che perdersi: “Bisognava dimenticare le parole della moglie e del mercante, passare la domenica in letizia di spirito, ritrovare quel se stesso che tanto amava ma che così facilmente gli sfuggiva.” Non è più speranza, questa, ma soltanto un rimasuglio di ostinazione grazie alla quale ci si trattiene con le sole unghie sull’orlo del baratro in cui fra poco precipiteremo. Ecco qual è diventato il suo convincimento riguardo alla vita: “pensò che la vita degli uomini era simile alla vita del bosco: parassitaria, crudele; affidata alla forza e agli istinti più che al buon diritto di ciascuno e all’amore di tutti; fatta di apparenze più che di verità; falsa tanto nel bene quanto nel male.”; “purtroppo il male di ciascuno è la gioia di tutti.”; “Così è fatta la vita: ostinarsi a non credere nel male che è in noi per potere giudicare il male degli altri.”; “pare impossibile, tutti mi insegnano a fare il bene e nello stesso tempo mi obbligano a fare il male.” Anche la felicità non gli appartiene più, l’ha perduta per sempre, non è più sua, ma gli giunge come riflesso debole e opaco di quella altrui. Si veda anche la scena del ballo che si tiene all’interno della locanda La Lanterna, nel paese di Montardone, descritta nel capitolo XVII, allorché Zebio esclama: “Oh, avere vent’anni! È finita, è finita.” Infine: “tutti si erano già dimenticati di lui.”<br />
Una delle migliori qualità del romanzo è data dalla lentezza con cui, nello stile glabro, asciutto, si svolgono i fatti. Sembra che l’autore voglia indicarci che il destino, come la morte, non ha mai fretta, poiché sa bene che ciò che è stato deciso si compirà. Si avverte la sua presenza come quella del personaggio più importante della storia, anche più dello stesso Zebio, che diventa così la tragica rappresentazione di una delle tante maschere che il destino assume tra gli uomini: “oscure forze operavano a suo danno; si cercava di rovinarlo ad ogni costo. Non si trattava dell’opera di un solo nemico, ma di cento nemici senza viso, senz’anima, contro cui era impossibile lottare, per difendersi.”<br />
Attento alla natura che circonda il suo protagonista, l’autore ne sottolinea sempre i contorni, che accompagnano indissolubilmente ogni suo movimento. È un’attenzione che, notata già all’inizio, si rafforza vieppiù a mano a mano che la solitudine di Zebio viene accentuata dalle disgrazie causate dagli uomini. Zebio non fa un passo senza che l’autore ci dica come la natura si presenti ai suoi occhi: a volte essa contrasta col suo spirito sempre ostile e scontroso, a volte lo asseconda. È una specie di contrappunto che allarga o restringe la proiezione all’esterno che di sé, inconsapevolmente, esercita il protagonista. È sera quando, davanti al cimitero, dove non riesce ad entrare perché il cancello è sbarrato, da lontano lancia un’accorata invocazione al figlio Bianco. Gli chiede di aiutarlo “a ritrovare la strada buona; bisogna che tu mi impedisca di fare altre sciocchezze, perché altrimenti sono perduto per sempre, capisci? Per sempre.” Ma è solo un momento: “bisogna chiudere gli occhi e andare avanti alla cieca finché ci sarà fiato.” In realtà, nell’ostinato e scettico Zebio è iniziata una lotta che non sarebbe mai stata immaginabile, come se la pervicacia e la durezza delle sventure in qualche modo riuscissero a restituire alla coscienza una sensibilità considerata perduta. Ma non è facile che essa sia avvertita da un personaggio aspro come Zebio. Giunto a casa decide di non mettervi più piede poiché appartiene alla moglie e di andare a vivere sul suo campo. Dice alla figlia: “La casa è di tua madre e io non vi metterò più piede dentro, il campo è mio e voi farete lo stesso. Col tempo mi costruirò una baita di sassi e lavorerò la mia terra in pace con tutti.” Quando la lite con Glizia si fa violenta: “Si era già fatto buio; si accendevano i lumi nelle case lontane; dietro le montagne lampeggiava.” C’è una dichiarazione esplicita che manifesta questo legame tra la natura e gli uomini, e la si trova nel capitolo XXV. Siamo a settembre, un “dolce” settembre, “spirava un’aria leggiera e il sole coi suoi tepori dorati rendeva fragrante la terra.” Segue questa frase significativa: “Sembrava quasi che la vita non avesse più peso e che non ci fosse più dolore fra gli uomini.” È il riconoscimento definitivo di una interdipendenza tra l’uomo e la natura. Quando Placida si aggrava, “Il sole si era fatto più piccolo, il cielo più opaco, l’aria listata da raggi bianchi stagnava; nelle aie i galli cantavano.”, e Glizia, correndo a chiamare il medico, trova la piazzetta del paese “sotto a un povero sole senza raggi che la guardava con pietà”. Come era successo con Bianco, la cui morte è accompagnata dal volo di un colombo, anche la morte di Placida manifesta la partecipazione della natura: “Il disco del sole diventò abbagliante; la nube che lo copriva si divise in due parti; prima s’accesero le montagne più alte, poi le colline, le macchie, le acque, i prati; la casa di Placida diventò luminosa.” La natura, ossia, sembra riconciliarsi con l’uomo e risplendere di tutte le sue tenerezze nel momento della sua morte, quella morte che continua ad essere presente e importante, come si è già scritto, nel corso di tutto il romanzo.</p>

<p>Per Zebio, abbandonata la casa e il campo, inizia una vita di stenti, randagio gira in cerca di lavoro, la notte bussa alle porte dei contadini perché gli diano qualcosa da mangiare e gli permettano di dormire nella stalla o nella legnaia. Si avvicina l’inverno, il tempo è mutato, fa più freddo; spesso Zebio cammina sotto la pioggia, e “Capiva, confusamente, che la vita era congegnata in modo che nessuno potesse sfuggire per le maglie del suo tessuto.” Ricordate il riferimento che all’inizio si è fatto a Thomas Hardy e al suo romanzo “Vita e morte del sindaco di Casterbridge”? Sebbene per vie diverse il percorso accidentato di Zebio lo conduce a formulare delle riflessioni che si avvicinano a quelle tragiche di Henchard: “non mi resta che dimenticarmi di quel poco di passato burrascoso che ho dietro di me, distruggere quei due documenti che ho in tasca, e soltanto io saprò chi sono. Zebio, ricordati che ancor prima di morire ti stai cancellando dalla terra.” Ma a differenza di Henchard, il personaggio disegnato da Cavani, nel momento in cui sta per cadere nel vuoto, trova per la prima volta, anche se solo per poco, la comprensione e la misericordia del prossimo. Ridotto a mal partito, con gli abiti a brandelli, le scarpe consumate, incontra inaspettatamente la bontà negli altri uomini, che non esitano ad aiutarlo; e la natura, eccola che è pronta a corrispondere: “Le nubi si erano spente; le montagne s’illimpidivano e il sole cominciava a scaldare l’aria.” Non è facile trovare un narratore in cui sia rappresentata con forza e intensità una tale speciale partecipazione della natura alla vita dell’uomo. Se c’è una sorprendente novità di contenuto in questa storia, essa è racchiusa proprio nel particolare rapporto che Cavani intesse tra la natura e l’uomo. La natura come manifestazione tangibile di una attenzione speciale destinata all’uomo, e sicuramente a Zebio Còtal. Se poi in Cavani la natura sia in qualche modo lo strumento della presenza di Dio, è argomento in tutto ipotizzabile e condivisibile: “quando fu un poco lontano levò le braccia in alto, alzò gli occhi al cielo per ringraziare Dio, senza sapere di preciso se scherzava o se faceva sul serio.” È l’accenno a una mutazione che sarebbe stata possibile, solo che Zebio se ne fosse reso conto. Ma: “Anche questo donare serve ad eliminare un uomo; diversamente nessuno si curerebbe di me.” C’è ancora in Zebio, dunque, una resistenza a comprendere. Si è ridotto a chiedere la carità: “I capelli gli cadevano ora sulle spalle e la barba gli toccava il petto: la testa sembrava quella di un santo, ma gli occhi erano quelli di un demonio. Gli si erano anche ingobbite le spalle e il passo gli si era fatto strascicante per la stanchezza dei lunghi viaggi.” Ancora una volta dobbiamo sottolineare, qui, le qualità descrittive, di grande sintesi ed efficacia, di questo autore. Zebio (”una faccia di profeta dagli occhi diabolici”) vi è rappresentato in tutta la sua valenza psicologica attraverso brevi tratti che lo raffigurano fisicamente: il corpo che si sta piegando alla sofferenza e alle umiliazioni, e lo spirito ribelle, ancora combattivo, che imperversa nei suoi occhi.<br />
Lungo il cammino, infatti, è continuamente messo alla prova e incontra non solo gente buona, ma anche, ahimè, gente che prende in giro la sua miseria, lo sbeffeggia, lo irride: sono donne e ragazzi, perfino, che, quando lo vedono uscire ubriaco da un’osteria, non lesinano offese alla sua persona, così che “ riuscì a capire però come la cattiveria umana, che non ha limiti, assuma, specialmente nelle donne e nei ragazzi, forme crudeli”. Gli lanciano sassi e allorché impreca maledizioni su di loro “In quel momento anche il sole si oscurò.”<br />
Così ridotto incontrerà i figli Zuello, che fa il pastore, e Glizia, che lavora alla locanda della Colomba, nel paesino di Pavullo. Il primo non riconoscerà il padre e parlerà di lui sdegnosamente; Glizia invece lo riconoscerà dalla voce quando si affaccia alla porta della locanda e si nasconderà per non farsi trovare. Sta nevicando, seduto al tavolo Zebio impreca contro l’umanità: “Fossi tutto di neve e mi potessi sciogliere, invece la neve se ne va ed io resto.”; “Fanno la carità non a me, ma ai miei cenci”. Glizia lo osserva allorché si allontana sotto la neve: “Sentì un’immensa pietà nel cuore, ma nello stesso tempo comprese che non poteva far nulla per lui.” Aveva detto Zuello parlando di suo padre: “ciascuno per la sua strada.” Di questa frase fa tesoro e si appropria perfino Zebio, che non vuole la compassione di nessuno. Tuttavia la sua vita sta portandolo, ormai, incontro alle sue colpe, lo sta mettendo di fronte al suo passato, così che in realtà quel “ciascuno per la sua strada” è impossibile a questo mondo e le strade di tutti in qualche modo si incontrano; chi è stato con noi anche per una sola volta, prima o poi ritorna ad incrociare il suo destino con il nostro, e quando questo accade può essere che un altro incontro si stia preparando, quello che ci farà capire che il nostro viaggio, la nostra fatica, le nostre gioie, i nostri rancori, sono finiti per sempre. Di nuovo la morte, dunque. La tragicità delle scene sotto la neve che si disegnano nell’ultimo capitolo, ha richiamato alla mia memoria una situazione simile, ossia altrettanto drammatica, che è descritta ne “L’ammazzatoio” (1876/1877) di Émile Zola, allorché, nel capitolo XII, Gervaise, anch’essa ridotta in miseria come Zebio, vaga sotto la neve per le strade di Parigi, immersa nella sua disperazione.<br />
È un accostamento che considero prezioso, e che la dice lunga sul valore di questo romanzo.</p>

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<p><br />
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<title>Silenzi Vietati, Francesco Caccamea</title>
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<summary type="text/plain">di Demetrio Paolin Caro Francesco, ti scrivo come se fosse una mail, ma in realtà questa sarebbe una recensione, anzi una lettura, a me le recensioni non piacciono, del tuo libro Silenzi Vietati (Avigliano). Allora sgomberiamo il campo, così arriviamo...</summary>
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<dc:subject>Narrativa italiana</dc:subject>
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<![CDATA[<p>di Demetrio Paolin</p>

<p>Caro <a href="http://silenzivietati.splinder.com/">Francesco</a>, ti scrivo come se fosse una mail, ma in realtà questa sarebbe una recensione, anzi una lettura, a me le recensioni non piacciono, del tuo libro <strong>Silenzi Vietati</strong> (Avigliano). Allora sgomberiamo il campo, così arriviamo al centro del mio discorrere. <br />
Il libro mi è piaciuto. <br />
Io credo che a salvarti sia stata proprio la scelta di farne un romanzo epistolare e la scelta di usare come “tu”, una persona reale, vera e conosciuta. Anche a me sarebbe piaciuto farlo, ma l’unica persona a cui vorrei mandare delle lettere è Paolo di Tarso, ma lui è nel terzo cielo.<br />
Comunque. <br />
</p>]]>
<![CDATA[<p>Io leggevo il tuo libro e pensavo a Foscolo e Goethe, come fonti del tuo romanzo. Potrebbero esserlo benissimo inconsce, ma credo che chiunque si metta a scrivere un libro in cui un giovane racconta la sua vita, i suoi amori, il suo andare verso il baratro faccia i conti con questi due grandi<br />
In più la scelta epistolare ti ha salvato dallo scrivere produrre un <em>Holden</em> in salsa viterbese. Il tu a cui il tuo personaggio scrive le lettere (questa distinzione per me è fondamentale, ma ne parliamo dopo) ti salva dalla schiavitù della parlata gergale, da quel finto parlato scritto che per molto tempo è stata una cifra della letteratura giovanile. <br />
Nello stesso tempo la struttura epistolare mi fa chiedere, ma chi è che dice io?<br />
Ora forse a  te questo interessa poco, ma secondo me è essenziale.<br />
Prendiamo per buono che tu Francesco corrisponda appieno con il Francesco che scrive le lettere. Però, tu lo sai benissimo, quando scriviamo una lettera, anche quando raccontiamo esattamente quello che abbiamo appena vissuto facciamo due operazioni: scegliamo un mittente e decidiamo una strategia narrativa per coinvolgere o per allontanare il mittente stesso. Quindi al Francesco che immagina il Francesco che scrive la lettera, s’aggiunge il Francesco che agisce nella lettera, che altro non è che una rappresentazione, retorica, del Francesco che scrive, che come abbiamo detto potrebbe corrispondere o no (anche solo in parte) al Francesco autore del libro <strong>Silenzi Vietati</strong>.<br />
Questo risolve un altro problema di certa letteratura pesudogiovanilsitica ovvero la pruderie di vedere se quello che scrive l’autore sia la sua vita reale. <br />
[Sai quando mi capita di scrivere qualcosa io dico sempre: non è detto che quello che io scriva sia reale (leggi accaduto), ma sicuramente è vero (cioè possiede in sé un germe di verità).]<br />
E qui veniamo al nodo che vorrei affrontare con te, che riguarda la verità di quello che dici.<br />
Ho letto il libro e poi, perché sono una persona abbastanza pignola, mi sono pure letto le belle recensioni che ti sono state fatte. Mi ha colpito l’insistere e il ritornare da parte dei critici sul tema del male di vivere. A detta loro il tuo libro è il ritratto, lo specchio, del male di vivere della nostra generazione, di noi cha abbiamo tra i 30 e i 35 anni.<br />
Alcune riflessioni. Primo mi si deve spiegare cosa sia il male di vivere.<br />
Il non avere una donna e nemmeno rapporti con lei? La paura del futuro? Il lavoro precario?<br />
E’ questo il male di vivere?<br />
Questo mi pare non tanto male quanto paura di vivere. Il Francesco che agisce nelle lettere ha paura di vivere, ma non mi pare che esperimenti su di sé il male, né che lo descriva, il male. <br />
Ho riletto il libro ma io del male di vivere non ne ho trovato traccia. <br />
Forse la verità, caro Francesco, è che dovremmo togliere di mezzo due parole “di” e “vivere”. <br />
Ecco a me non interessa il male di vivere, ma il male.<br />
Io vorrei che la nostra generazione facesse i conti con tale entità.<br />
Certe volte penso che il disincanto, l’apatia, la depressione e la devianza sociale (potrei continuare), che narrativamente diventano il male di vivere, siano un modo di sviare gli occhi dall’unico tema che abbia senso, ovvero indagare il male. <br />
Qui, ma è mio parere personale, il tuo libro fallisce, perché s’accontenta di raccontare qualcosa che è già stato ampiamente detto e narrato. <br />
Io ti chiedo, e mi chiedo, ma raccontare una vita normalissima con personaggi normalissimi, che hanno un lavoro stabile, una vita sessuale e sociale nell’ordinario, e che però trasudano male, che vivono esperiscono su di loro il male, è possibile?<br />
Il tuo libro sembra suggerire che  Francesco ha esperienza del male, perché non ha un vero rapporto d’amore, perché non entra in contatto con le persone, perché ha un lavoro precario etc etc… <br />
Cioè il male ha una origine, una scaturigine. <br />
Ora non sei il solo a pensarla in questo modo. Basta aprire la Bibbia per vedere lo Jahvista che nella Genesi inserisce la scena della mela per giustificare la comparsa del male nel mondo. </p>

<p>Io penso, invece, che il male non abbia origine, ma semplicemente sia. <br />
Quindi vorrei che qualcuno mi raccontasse la storia di un individuo normale che sente su di sé il male, che non si nasconde dietro cause psicologiche, psicoanalitiche, religiose, ma semplicemente presenta il male per ciò che è. <br />
Nudo ed essenziale.<br />
E mi sembra interessante raccontarti questo, perché riguarda quello che t’ho appena scritto. Io di solito pranzo in un bar in centro a Torino. L’altro giorno, entrato, ho notato qualcosa di strano, faccio due parole con le cameriere e scopro che X, il barman, è morto ieri. <br />
Aveva la mia età. Una morosa splendida, una bella attività (il bar era suo). Morto. <br />
Salutista, vegetariano, non fumava, poco o niente alcool. Nessun problema di salute. Ictus e via.<br />
Io ci ho parlato un po’ insieme, quando era vivo. Era una persona normalissima, mi parlava dei suoi progetti come di qualcosa che sarà, di già certo e dato.<br />
Due settimane dopo non lo vediamo più.<br />
A me piacerebbe che qualcuno mi raccontasse una storia del genere. Un 34enne che non ha nessun problema, la cui vita si dipana tranquillamente. Una storia la cui penultima riga è un pensiero concreto di cosa si farà domani, seguita poi dall’ultima riga in cui si certifica l’avvenuta morte.<br />
Attenzione, Francesco, non voglio trucchi narrativi in cui i fatti, i pensieri e le azioni possano tradire il finale. Io  voglio un  personaggio come il barman: felice e, infine, morto.<br />
In questo caso è palese che non c’è causa. Proprio la assenza di ragioni costringe chi scrive a mettere su tutto un ambaradan retorico per dire che il male ha una origine.<br />
Nel povero barman il male c’era, silenzioso e ascoso, ma senza una ragione. Stava lì da sempre. E’ venuto e amen.<br />
Quale scrittore della nostra generazione avrà il coraggio di prendere il male, mettendolo in pagina semplicemente, rischiando pure di annoiare il lettore? <br />
Perché, prevengo tua obiezione e quella di altri, un romanzo del genere sarebbe di una noia terribile.<br />
Io ho pensato questo, è da un po’ che ci penso, immagina cosa potrebbe succedere se un ospite della trasmissione il Grande Fratello va a dormire e il giorno dopo lo si trova morto per cause naturali. Immagina se per un disguido il giorno della morte vada in onda il riassunto della puntata (di solito quella del giorno prima) in cui si vede il morto, ancora vivo, che fa i gavettoni agli altri concorrenti e si mette a giocare con loro a pallone, si allena per la prova settimanale e poi si fa la doccia.<br />
Tali azioni diverrebbero  un vaticinio?<br />
No. Tanto che se le vedessimo senza sapere cosa è accaduto al poveraccio, diremmo le cose che diciamo di solito sui vari personaggi del GF.<br />
Eppure lì si annida il male. <br />
E’ quello il male che dovremmo – io per primo - imparare a scrivere.<br />
Come vedi ho iniziato facendo una recensione e sono finito a parlare d’altro.<br />
Ciao e scusa la lungaggine.</p>

<p>[<a href="http://www.vibrissebollettino.net/bottegadilettura/archives/2006/03/tutti_i_libri_d.html#more">Tutti i libri in bottega</a>]</p>]]>
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<title>Ma-mma, Nadia Zorzin</title>
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<summary type="text/plain">di Demetrio Paolin Ma-mma di Nadia Zorzin, editore Untitl.Ed, non è una grafic novel, né un fumetto, benché ci siano disegni e fumetti. Ma-mma è un libro di poesia. Il libro è un regalo dell’autrice verso la figlia Emma, perché...</summary>
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<name>Demetrio Paolin</name>
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<email>demetriopaolin@hotmail.com</email>
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<dc:subject>Libri illustrati</dc:subject>
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<![CDATA[<p>di Demetrio Paolin</p>

<p><strong>Ma-mma</strong> di <a href="http://www.soloinlinea.splinder.com/">Nadia Zorzin</a>, editore <a href="http://www.untitlededitori.com/">Untitl.Ed</a>, non è una grafic novel, né un fumetto, benché ci siano disegni e fumetti.<br />
<strong>Ma-mma </strong>è un libro di poesia. Il libro è un regalo dell’autrice verso la figlia Emma, perché abbia un talismano, una bussola, una memoria a cui aggrapparsi ora che la mamma è nuovamente incinta e aspetta un fratellino, Elia. La storia è presto detta: si racconta la maternità, la madre racconta alla figlia il suo ri-essere madre, in modo che tutti possano sopportare questo atto di grazia che è l’avere figli.<br />
Ho scritto “sopportare” perché come ogni evento di grazia anche questo è violento e per niente indolore. L’autrice non descrive una maternità sognante buona giusto per le telenovelas. <br />
La sua maternità sono corpi che si modificano, umori che vengono perduti, liquidi, solitudini strazianti, ricerca di piacere, incomprensioni, gelosie.<br />
Nadia non si nasconde, ma impudicamente racconta.<br />
La pura impudicizia del suo racconto è ciò che fa di questo libro un libro bellissimo.<br />
</p>]]>
<![CDATA[<p>Provo a spiegare il modo in cui la mancanza di pudore, ovvero la decisione di disegnare tutto, diventi in queste pagine un atto di poesia, che invece di allontanarti t’avvicina, che non ti disturba ma ti perturba, che ti attrae e nello stesso tempo ti fa stare alla giusta distanza.<br />
In primo luogo a colpirmi è l’architettura della narrazione, la scansione con cui i quadri si susseguono. Distaccati uno d’altro, indipendenti eppure concatenati come se una linea (d’altronde il blog dell’autrice è solo in linea) ci legasse fino alla fine.<br />
Leggendo il libro mi sono tornati in mente i codici medioevali, dove la storia prima di essere scritta, era mostrata, con disegni a volte molto semplici, ma densi e codificati nei significati. In <strong>Ma-mma</strong>, ad esempio, l’espediente è  la reiterazione del corpo come oggetto (un contenitore), soggetto (i desideri, le pulsioni, le paure, le gioie dell’autrice) e progetto (la famiglia, la vita nella nuova casa). La riflessione sui cambiamenti, sulle modificazioni diviene poco alla volta la riflessione su come la maternità trasformi anche gli statuti di un amore e di una famiglia. Emblematica la tavola in cui Nadia candidamente ma tremendamente afferma che lei non ama Emma, ma la famiglia che erano diventati.<br />
La scrittura del proprio corpo trova il suo culmine con la tavola in cui l’autrice disegna il proprio sesso: è un’immagine purissima perché non sconvolge o disturba, ma <em>apre</em>. <br />
Dà profondità, dà senso al libro.<br />
E’ l’immagine <em>madre</em>.<br />
Abbiamo parlato di profondità, ma in realtà  abbiamo davanti agli occhi dei disegni infantili (ed è giusto così visto che il tu dell’autrice è sua figlia Emma), nei quali la prospettiva è assente. <br />
La prospettiva è nella storia più che nel tratto: è la nascita e la pancia gonfia di vita<br />
Le tavole di <strong>Ma-mma</strong> sembrano tanti ex-voto, in cui il miracolo è quello del venire alla luce,  che appunto – come dicevamo inizialmente – è una grazia prorompente, che redime e modifica. E’ esperienza totale dell’altro, dell’alieno, di ciò che è nel grembo, che ogni donna sente come amato e nemico, come ospite inatteso e inquietante. E’ il clandestino, che arriva e trasmuta.<br />
A libro chiuso ciò che rimane è proprio l’inquieta felicità, che infine è il dono della poesia.</p>

<p>[<a href="http://www.vibrissebollettino.net/bottegadilettura/archives/2006/03/tutti_i_libri_d.html#more">Tutti i libri in bottega</a>]<br />
</p>]]>
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<title>I cani abbaiano, di Truman Capote</title>
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<summary type="text/plain">di cletus Truman Capote è uno dei miei scrittori preferiti. Un amore che parte da lontano. Dalla mia adolescenza. Da quando, di nascosto, rubavo un ormai ingiallito volumozzo degli Oscar, col suo A sangue freddo, dalla libreria dei “grandi”.. Più...</summary>
<author>
<name>Cletus</name>
<url>http://cletus1.clarence.com</url>
<email>swiser@tim.it</email>
</author>
<dc:subject>Narrativa statunitense</dc:subject>
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<![CDATA[<p>di <a href="http://cletus1.blog.dada.net">cletus</a></p>

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<img src="http://www.bol.it/bol/includes/tornaImmagine.jsp?cdSoc=BL&ean=978881160041&tipoOggetto=PIB&cdSito=BL&tpPrd=01" alt="la copertina del libro"><br />
Truman Capote è uno dei miei scrittori preferiti.<br />
Un amore che parte da lontano. Dalla mia adolescenza.<br />
Da quando, di nascosto, rubavo un ormai ingiallito volumozzo degli Oscar, col suo A sangue freddo, dalla libreria dei “grandi”..<br />
Più tardi, alla prima folgorazione, sempre venata dall’emotività e anzi fortemente influenzata da questa, crescendo e continuandolo a leggere è subentrata la consapevolezza che si tratta di una delle scritture che hanno saputo, più di tutte, catturare la mia attenzione, regalandomi ore di lettura di un po’ tutte le sue opere, di assoluto piacere, </p>

<p>Tempo fa ho preso questo suo I CANI ABBAIANO. L’ho finito da poco.<br />
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<![CDATA[<p>Si tratta di una raccolta di suoi scritti, diversi per data e soggetto. In genere sono cose che mi lasciano piuttosto perplesso e lo scetticismo è forte (un’operazione che è stata fatta anche con Carver. Pubblicare foss’anche la lista della spesa,o della tintoria) <br />
Chiuso il testo, poi però si fa strada il piacere, per il risultato davvero alto che è riuscito ad ottenere.<br />
Consiglio a chi volesse approcciare questo autore proprio di partire da un lavoro cosi.<br />
Somiglia ad un blog. Un plauso al curatore che ha saputo assemblare, anche se in modo apparentemente poco assortito, testi cosi differenti, ma con la costante comune di un linguaggio, di una voce che ci appare credibile come poche. <br />
Capote tratteggia, ha grazia. I suoi periodi sono brevi, a volte involuti, e con uno stile che gli è proprio non manca di svelare, agli occhi di una lettura poco meno che attenta,  la grande sensibilità che li permea. <br />
La sua principale capacità è quella di raccontare con un tono pacato, mai aggressivo o ad effetto.<br />
Grazia, si direbbe, se non fosse abusato come termine. Ma è proprio questa la sensazione. Quella di trovarsi seduti, che so, su una sdraio sotto l’ombrellone con un caro amico che non vedi da un po’ e lasciare trascorrere il tempo, amabilmente, all’ascolto delle sue esperienze.</p>

<p>E sono esperienze le più diverse. Da descrizioni (pennellate) di luoghi toccati dai suoi lunghi viaggi (Ischia, le isole della Grecia, Parigi, la Spagna, il Marocco, la “poetica” spietata di Hollywood a quelle d’incontri con personaggi famosi. Su tutte, quella con una Colette, che lo riceve nella sua damascata camera da letto, un gatto di un colore grigio inusuale “come fosse una coperta”, ai suoi piedi e nella cui stanza Capote rimane folgorato dalla bellezza di un fermacarte di cristallo che ha, inghiottita, una rosa bianca. Il pezzo, non a caso, si chiama proprio cosi. Capote lo sfrutta per spiegare la genesi di questa sua fobia, non mancando di condirla con l’umorismo che gli è proprio, narrando di aste all’ultimo sangue per accaparrarsi gli ultimi esemplari in circolazione “quelli di rara fattura dal 1840 al 1880”. Bellissima la frase di commiato di Colette, ripresa nel finale del brano “Mio caro, non avrebbe assolutamente senso offrire in regalo un oggetto se non lo amiamo a nostra volta”.</p>

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Il testo contiene altre perle cosi. Sono gli appunti presi da questi incontri con gente come Bogart, Marilin Monroe, Ezra Pound, e l’esilarante Louis Armstrong al quale il nostro manderà una lettera, diventato ormai famoso, per ricordargli quando, poco più che bambino ballava al suono della sua musica su un battello fluviale sul quale il grande Satchmo si guadagnava la minestrina serale, intrattenendo i viaggiatori e presentando il bambino Capote, come un “qualcuno che sarebbe diventato famoso”. Fa niente se non come ballerino. </p>

<p>Il testo si conclude con una gustosa autointervista, nella quale Capote dichiara il suo amore viscerale per NewYork, la città nella quale, pur avendo girato buona parte del mondo, non saprebbe rinunciare di vivere. </p>

<p>Torno sul concetto di blog. La lettura di questi capitoli, quelli che prediligo, secchi, essenziali a volte di pochissime pagine, come si trattasse appunto di tanti “post”, in rapida successione, dona un ritmo involontario al testo, consentendo a chi volesse saperne qualcosa di più (ovvero “attaccarlo” dai suoi racconti, alcuni davvero mirabili, come dai suoi romanzi, oltre a quelli più famosi) di restare incuriosito abbastanza dall’andarseli a leggere.</p>

<p>PS. La frase che da il titolo al testo è tratta da un proverbio arabo che gli ha raccontato Jean Cocteau “I cani abbaiano, ma la carovana prosegue”.</p>]]>
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<title>Franz Krauspenhaar: Era mio padre (2008)</title>
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<modified>2008-06-02T22:29:03Z</modified>
<issued>2008-06-02T22:27:39Z</issued>
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<summary type="text/plain">di Bartolomeo Di Monaco [tutte le &quot;letture&quot; di Bartolomeo Di Monaco] Il 21 maggio 2008 ho conosciuto a Firenze, al Gabinetto Vieusseux, Franz Krauspenhaar, spigliato, disinvolto, coi suoi occhi azzurri che sprigionano simpatia e gioia. Così lontana la sua fisicità...</summary>
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<name>Bartolomeo Di Monaco</name>
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<email>info@bartolomeodimonaco.it</email>
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<dc:subject>Narrativa italiana</dc:subject>
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<![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.bartolomeodimonaco.it">Bartolomeo Di Monaco</a></strong><br />
[<a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/01/tutte_le_lettur.html">tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco</a>]</p>

<p><a href="http://www.markelo.net/"><img alt="Franz Krauspenhaar" src="http://www.vibrissebollettino.net/archives/immagini/franz_krauspenhaar_1.jpg" width="120" height="90" border="0"></a></p>

<p>Il 21 maggio 2008 ho conosciuto a Firenze, al Gabinetto Vieusseux, Franz Krauspenhaar, spigliato, disinvolto, coi suoi occhi azzurri che sprigionano simpatia e gioia. Così lontana la sua fisicità dall’immagine di irrequietezza e ribellione che emerge dai suoi romanzi, sempre sanguigni, appassionati, portatori di una verità contorta, rivelatrice di un malessere segreto che ancora la scrittura non è riuscita a vincere del tutto.<br />
Ora tocca a “Era mio padre” raccogliere questa eredità e una tale sfida.<br />
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<![CDATA[<p>All’inizio incontriamo una frase molto bella, che è anche la chiave di lettura più significativa: “Il passato è passato, si dice. Come si può credere ad una idiozia del genere? Il passato è qui, ora, perché noi siamo passato, noi siamo il passato, il passato passa all’esterno ma rimane nel nostro interno notte – e giorno – giorno e notte; il passato ci sveglia nei sogni.”<br />
Il romanzo è dichiaratamente autobiografico. Tutto quello che c’è scritto è vero, ha dichiarato più volte l’autore. Carl e Franz, dunque, sono personaggi reali, in carne e ossa. È un tentativo, questo, che Franz Krauspenhaar compie per diagnosticare e risolvere quel suo malessere che lo accompagna, recuperare una libertà dello spirito non più impedito dai legacci della memoria, invadenti e ossessivi: “mi sembra di avere più ricordi che speranze.”; “uomo che ha una tara da colmare, badante di un se stesso in sedia a rotelle.” Forse è il romanzo che dischiuderà a Franz nuove frontiere: “eccomi qui a interrogarmi su queste pagine, a fare di te un libro.”, “questo libro è un salvataggio estremo”, “Io qui sperimento me stesso”; necessario, dunque, affinché la tempra d’artista che è in lui si riveli nella sua pienezza. È un romanzo di passaggio, anche se l’autore ha già le idee chiare: “i libri davvero forti e veri devono suscitare emozioni, e se negative tanto meglio. Devono seguire la forma dello sballamento umorale della vita, del mondo. Il saliscendi. Il motocross è letteratura. E illusionismo al cento per cento.”<br />
Sono gli irresistibili richiami alla beat generation, che Franz assimila e fa suoi per descrivere una parabola personale fatta di dolore, di alienazione e di morte: “questo sentire la vita come un lutto.”; “difficilmente io genererò un figlio: non si può mai dire, certo, ma con molta probabilità l’ultimo a sentire quel senso sovrano di morte sarò io”. Il tenersi attaccato alla memoria del padre è infatti non tanto un richiamo di vita, bensì di morte e un richiamo anche proveniente dalla morte, affidato quest’ultimo alla scrittura: “Questo padre che mi ha abbandonato troppo presto.”; “affonda nella prosa, resisti nella prosa.”; “ho scelto la prosa per venirti incontro e ricostruirti.” Solo attraverso una tale visione, come una luce opaca, e solo attraverso la scrittura Franz riuscirà a vedere intorno a sé e a leggere un nuovo rapporto con se stesso e con la vita. <br />
La mobilità stilistica e la visionarietà che s’inerpica all’improvviso come a raggiungere una vetta impossibile, sono tra le caratteristiche principali del romanzo, al servizio di una ricerca complessa, tortuosa e disperata. L’immagine del padre finisce per scuotere nell’animo dell’autore il recondito coacervo di sentimenti repressi per troppo tempo. La felicità suscitata in lui dal padre quando era in vita, si scopre che si è trasformata a poco a poco in un deposito nascosto dove sono andati a fermentare sensi di colpa, dolore, angosce, insicurezze, frustrazioni e disperazione. Una felicità, dunque, ambigua, dalla doppia faccia ingannatrice. Franz ne paga lo scotto, a partire dal momento in cui l’oggetto di questa felicità scompare per sempre. Allora il miscuglio torbido che si è depositato nella sua anima principia a gorgogliare, a venire in superficie e a pretendere una specie di resa dei conti con la verità. Milano (“la puttana discreta”) e le donne che si alternano nell’attenzione di Franz, risultano, così, pur nella loro consistenza, soltanto presenze complementari, brevi scenari di giuntura, semplici raccordi di percorsi di ben più grave spessore, in cui un qualsiasi abbandono può causare la perdita della conoscenza di se stesso, oltre che della vita.</p>

<p>Scrivere libri come questi è sempre ad alto rischio. Ne possono uscire esiti liberatori, ma anche saldature imprescindibili che lasciano il segno. Ci vuole coraggio ad intraprendere un’impresa simile. Se pure la letteratura abbia già fornito esperienze di questo tipo, esse non sono poi così numerose, e va dato atto a Franz di averla affrontata senza menzogne, in un rapporto diretto con il lettore, come una confessione pubblica, generosa e appassionata.<br />
Scendere negli abissi della propria anima è soprattutto farsi strada nel buio, cercare la luce, ma specialmente procedere in una oscurità assoluta il cui attraversamento corrisponde nella maggior parte dei casi ad uno smarrimento, quasi una perdita di coscienza. Franz la attraversa affidandosi ad una visionarietà lautréamontiana, dove la mente, se pure si affida al ricordo, prende strade autonome tutte percorse da una specie di sbriciolamento della propria personalità.<br />
Il sogno di Franz di essere il padre di suo padre (“Io oggi vorrei tanto che tu fossi mio figlio.”) e di portarlo per mano non ha il significato di una riappropriazione delle sue radici, piuttosto di uno smarrimento di se stesso, di una perdita di identità. Nella ricerca ossia di se stesso, Franz perde proprio l’unico legame che possa condurlo al se stesso che sta ricercando, quella forza di gravità che manca ad un uomo smarritosi nello spazio e nel tempo. <br />
Franz, dunque, ha scelto – inconsapevolmente o meno - la strada più difficile. Egli fa omaggio ad Henry Miller (“Miller mi ha fatto diventare uno scrittore”), ma qualche volta viene in mente la rabbia di Céline, che in Franz si mescola ad un amore-odio (“vendetta liberatrice”), diretto più che al padre, a se stesso. Il padre Carl (Karlo), in questo romanzo, è in realtà un pretesto, o meglio una specie di specchio rovesciato e deformante (“Volevi essere come tuo padre.”); il protagonista vero, perfino egocentrico e qualche volta eccessivo, è unicamente lui, colto nelle giravolte, negli  sbandamenti, nelle insicurezze generate dalla sua speciale ricerca. È un romanzo da male oscuro, questo di Franz, ed una ricognizione a 360 gradi che può richiamare alla mente perfino il Kerouac di “On the road”.<br />
La sua disorganicità, la sua improvvisazione diaristica, la mancanza di una linea sicura che non sia quella della spontaneità, generano nel lettore il subbuglio di una confidenza inattesa ed imbarazzante. Ci sono parti che si ripetono come girando intorno a se stesse: le quali sono lì, in realtà, per ricordarci che ci troviamo ancora di fronte ad un trauma irrisolto (“È un viaggio con te perché io diventi un uomo completo”) che l’autore cerca ripetutamente di sciogliere con la scrittura. Karlo altro non è che la malattia di Franz, è il suo doppio che il figlio vuole disperatamente raggiungere per potercisi identificare: “Diventare te per davvero”, “Sto scrivendo di mio padre ma io intervengo di continuo col personaggio di me stesso, a inchiostro spiegato, pennellando il mio ego in ogni spazio. Questo libro è anche un diario di me stesso, e forse sì, il me stesso, sempre lui si sovrappone in maniera eccessiva a quello di papà.” È una dichiarazione, quest’ultima, di consapevolezza letteraria, che ha una sua lucidità la quale, se si diluisce nel contenuto, resta, nell’artista, molto determinata: “Questo mio viaggio è fatto di stop continui, di accelerazioni, di frenate brusche, di avanti e indietro nel tempo e nello spazio.” Una scrittura magmatica, dunque, con i suoi alti e bassi dovuti ad uno spontaneismo cercato ad ogni costo, per il quale talvolta Franz paga un prezzo salatissimo: “ho messo in atto una vera e propria polverizzazione della narrazione. Non c’è un nucleo.[…] Non ci posso fare niente”. Si pensi a questa frase, che si riferisce al fratello Stefano morto tragicamente, lasciata incustodita nella sua provvisorietà: “si dissolve da qualche altra remota parte oltre l’universo – o già si è dissolto – per imbarcare nuova luce nella realizzazione di spirito nuovo.”<br />
O a queste altre, troppo eccessive, al limite del sensazionalismo: “Affonda nella prosa, resisti nella prosa.”; “ho scelto la prosa per venirti incontro e ricostruirti, affondandoci insieme.”, “Io oggi vorrei tanto che tu fossi mio figlio.” Non mancano, però, espressioni di nitida bellezza: riferendosi al padre che trascorre la vacanza a Palmi, la terra della mamma, scrive: “E quando nuotava in quel mare meraviglioso nuotava dentro la pelle chiara della mamma.”; “il passato ci sveglia nei sogni.”, allorché ricorda Svetlana invecchiata ed imbruttita, “pesta e ubriaca fradicia”, scrive: “Sentii il peso degli anni più di tante altre volte, fu un confronto duro col tempo che era trascorso nel peggiore dei modi. Con l’assenza di speranza. Con le illusioni perdute accartocciate nella mano, come un fascio di foglie secche.” E anche: “Fulmini caliginosi che entravano nella pelle, dopo aver polverizzato la crosta dell’aria.” Ma ne troveremo altre di simili.</p>

<p>L’egocentrismo e una certa abbondanza espressiva, tuttavia, continuano ad impregnare il libro, ne fanno il propulsore dinamico e roboante, insieme con la scrittura, spuria ed allucinata: il padre ha diciotto anni e viene arruolato nella Cavalleria Wehrmatch e inviato in Ungheria, dove, ai lati di una grande strada, vede penzolare  dagli alberi un sfilza di ragazzi e uomini tedeschi in divisa, con appiccicato addosso un cartello con la scritta infamante che si tratta di disertori. Non sono ammesse fughe, dunque, anche se la guerra ormai è perduta: “Eccoti che fai il tuo dovere. Il tuo dovere è di rischiare di farti scannare, di esplodere in mille pezzi, di trascorrere le tue ultime ore in agonia.” Mi viene in mente “Kaputt” di Curzio Malaparte (uno scrittore amato dall’autore, e citato nel romanzo insieme con Henry Miller e Céline), del 1944, dove la tragedia della guerra è intessuta con una scrittura superbamente controllata e magistrale.<br />
L’io che sta spuntando da queste confessioni di Franz è un io prepotente, perfino esaltato, ma necessario, il quale versa dappertutto il fiele della sua vendetta distruttiva. Per ricostruire o rinascere si deve dist