La sposa liberata, di Abraham Yehoshua
Lo dico subito e senza cautele (omettendo quindi il classico "secondo me"): il più grande merito della scrittura di Abraham Yehoshua è la capacità di rapire il lettore e calarlo in un universo parallelo ricchissimo di dettagli, di una quotidianità vivida e subito familiare; di renderlo complice, amico, almeno per un pezzo di strada, del viaggio dei suoi personaggi, del loro destino confuso, avvincente, tragico.
Leggere romanzi di Yehoshua mi fa sempre la stessa impressione: di potermi riconciliare con la forma-romanzo pura e semplice, perfetta, ancorata perfettamente alla sua vocazione di suscitare meraviglia, passione.
Ma questo non è sufficiente. La grandezza di Yehoshua risiede anche nella tensione generosa e sincera, priva di falsi moralismi o ideologismi o complessi di inferiorità, verso l’oggetto della sua narrazione.La sua tensione verso la comprensione dell’altro (l’arabo, nel suo caso) non fa sconti alla rivendicazione della propria identità. E non c’è calcolo, non c’è secondo fine: c’è solo la grande rappresentazione classica di forze antagoniste e compromesse in una necessità unica: quella del racconto. La grandezza di Yehoshua sta nel non retrocedere di un millimetro dalla sua vocazione di romanziere: di colui, cioè, che ama i suoi personaggi. Tutti. La sua è l’arte della tregua imposta dall’universale funzione palingenetica dell’arte.
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Pubblicato da Ezio alle 20:33 | Commenti (4)