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16.01.08
La sovrana lettrice, di Alan Bennett
di Paolo Cacciolati

Quando la lettura sarà un’attività estinta da millenni, e il verbo “leggere” sarà ricordato come una buffa azione degli ominidi che nella notte dei tempi abitavano il pianeta da loro chiamato Terra, quando la funzione dei libri sarà assolta da messaggi neuronali che si invieranno tra loro i Polipi Veganiani (ovvero i nuovi occupanti del suddetto pianeta in luogo dei suddetti ominidi annientatisi vicendevolmente), quando un GranPolipo Studioso delle “civiltà” primigenie vorrà approfondire il curioso passatempo di cui sopra, ebbene mi auguro che in quel futuro momento il Supremo Studioso si imbatta in un reperto preistorico come il libro di Alan Bennett, La sovrana lettrice. Allora potrà di certo chiarirsi le idee sul perché del successo di tale attività tra gli ominidi.
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Pubblicato da Paolo Cacciolati alle 08:23
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14.10.07
Virginia Woolf: Mrs Dalloway (1925)
di Bartolomeo Di Monaco
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
Trad. Pier Francesco Paolini
L’opera precede di due anni Gita al Faro e rappresenta il momento in cui l’autrice prende possesso definitivamente della sua scrittura quale strumento di indagine di una interiorità che solo per mezzo di essa può essere esplorata: “Ora posso scrivere, e scrivere e scrivere”.
Sappiamo che la storia si distenderà lungo l’arco di una sola giornata, una giornata di giugno, ed avrà per protagonista una “donna affascinante”, Clarissa Dalloway, cinquantenne uscita da una malattia che l’ha resa “molto pallida”, “una figuretta sottile sottile; un visetto ridicolo, col naso a becco d’uccello”; “quasi canuta”. Deve dare una festa nella sua casa ed è impegnata nei preparativi.
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Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco alle 19:26
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26.09.07
Tom Jones, di Henry Fielding

di Ramona
Lo avresti mai detto che una lettura “obbligata” ti avrebbe fatto piacere? No, non ci avresti scommesso. A scuola niente di peggio che studiare “per forza” certi autori di cui non te ne fregava niente. Da grande, se hai la fortuna di diventare un lettore, le letture ti piace sceglierle. Oppure gradisci farti scegliere da loro, dipende dal rapporto più o meno viscerale che sei riuscito a instaurare con i libri. Libri che, in genere, ora nessuno ti impone più. Ma quando per qualche motivo si verifica una prescrizione forzata di lettura, ti pare di essere tornato a scuola, con l’incubo di dover studiare quello che non ti piace per rimediare un voto appena decente. E con la probabile conseguenza di odiare il libro e chi lo ha scritto.
E cosa succede quando un libro “imposto” si rivela invece una gradevole esperienza?
Succede che non lo avresti mai creduto possibile e sei il primo a stupirti.
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Pubblicato da Ramona alle 14:25
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02.09.07
Virginia Woolf: Gita al faro (1927)
di Bartolomeo Di Monaco
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
Trad. Anna Luisa Zazo
Se c’è un’artista che ha percorso l’intero spettro di quello che si è voluto chiamare il mal di vivere, essa è Virginia Woolf. Questa donna dalle fattezze delicate, tanto sensibile quanto sfortunata, il 28 marzo 1941 si riempie le tasche di sassi e si getta nel fiume Ouse, nei pressi di Rodmell (Sussex, Inghilterra), dove è sepolta ai piedi di un olmo. Aveva 59 anni e poneva fine in questo modo tragico alla sua esistenza tribolata da continui esaurimenti nervosi e acute depressioni. In una tasca viene rivenuta una lettera assai toccante indirizzata al marito, nella quale, fra l’altro, scrive: “Sono certa che sto impazzendo di nuovo. Sono certa che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. Comincio a sentire voci e non riesco a concentrarmi. Quindi, faccio quella che mi sembra la cosa migliore da fare.”
Scompariva con lei una delle protagoniste della vita letteraria del suo tempo.
Tra le sue opere, si segnalano: La scogliera, il romanzo d’esordio del 1915 che la fece conoscere a tutto il mondo; La stanza di Jacob, del 1922; Mrs Dalloway, del 1925; Orlando, del 1928; Le onde, del 1931; Gli anni, del 1937.
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Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco alle 09:20
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16.08.07
Thomas Hardy: Nel bosco (1887) Seconda Parte
di Bartolomeo Di Monaco
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
Trad. Stefano Tummolini
[La prima parte di questa lettura]
È proprio Grammer Oliver a provocare il primo incontro di Grace con il dottor Fitzpiers (dotato di un “irresistibile potere di attrazione”), della cui bellezza la ragazza rimane affascinata. Il Destino, se tesse lentamente la sua tela, non ha però incertezze sull’esito finale: ogni mossa può anche creare una felicità momentanea e illusoria, ma il risultato sarà sempre il dolore, lo sconforto, l’umiliazione.
Fitzpiers, infatti, discendente di una illustre famiglia del posto, si picca di conquistare la ragazza, in principio spinto dal puro capriccio: “La differenza di estrazione sociale ci impedisce di entrare in intimità. Qualsiasi progetto di matrimonio con lei – attraente com’è – sarebbe assurdo. Pregiudicherebbe la natura essenzialmente ricreativa di una simile conoscenza.” Ma di lei penserà assai presto: “una fanciulla più dolce di Grace non era mai esistita.” Il rapporto tra i due, precisa Hardy, si sviluppò “impercettibilmente, come il fiorire di germogli sugli alberi.”, a sottolineare ancora una volta che nessun rumore, bensì quiete, ed anche un briciolo di gioia, accompagnano gli eventi che preparano la tragedia.
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Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco alle 21:05
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Thomas Hardy: Nel Bosco (1887) Prima Parte
di Bartolomeo Di Monaco
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
Trad. Stefano Tummolini
Come per Zola, Balzac e Dickens, anche in questo caso siamo di fronte ad uno dei maggiori narratori di tutti i tempi, tra i miei preferiti per quella speciale qualità di descrivere e di scavare in profondità i sentimenti che governano l’animo umano.
Queste alcune delle sue opere maggiori: Via dalla pazza folla (1874), Il ritorno del nativo (1878), Vita e morte del sindaco di Casterbridge (1886), Tess dei D’Urberville (1891), Giuda l’oscuro (1896). Il suo tragico pessimismo, il suo credere in un fato cinico e crudele, in una natura aspra e solitaria che agisce sull’animo degli uomini, hanno scosso più di una generazione di lettori. Le due ultime opere Tess dei D’Urberville e Giuda l’oscuro impressionarono a tal punto l’opinione pubblica che Hardy si decise ad abbandonare il romanzo per dedicarsi alla poesia. Nel 1898 uscirono, infatti, Le poesie del Wessex a cui seguirono alcuni racconti, un poema, I dinasti (1904-1908), e altre poesie. Wessex è l’antico nome del Dorset, che Hardy sceglie come ambientazione delle sue storie.
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Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco alle 20:51
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09.07.07
Chiamata per il morto, di John Le Carré (e qualche considerazione su George Smiley)
di giuliomozzi
Ho appena finito di leggere - per la quarta o quinta volta in una decina d'anni - il romanzo di John Le Carré Chiamata per il morto (la copertina qui a fianco è quella della prima edizione italiana: cliccandoci sopra la ingrandite). Secondo me è uno dei romanzi migliori di Le Carré. Secondo me i romanzi migliori di Le Carré sono quelli che hanno per protagonista George Smiley. Di certi romanzi come Tutti gli uomini di Smiley o L'onorevole scolaro finisco col rileggere solo i capitoli nei quali compare George Smiley. Ho letti alcuni romanzi di Le Carré nei quali George Smiley non compare e mi sono sembrati generalmente brutti: La tamburina, in particolare, è orrendo. Di La casa Russia si salvano solo i primi tre capitoli, nei quali vive un personaggio che alla fine del capitolo tre scompare per sempre dalla storia. Da queste mie esperienze di lettura inferisco che Le Carré non è esattamente un romanziere: è piuttosto l'inventore di un personaggio. Che ha attraversata tutta la sua opera (compare, come personaggio minore, anche in Lo specchio delle spie e in La spia che venne dal freddo e fa la sua ultima apparizione, credo in Il guardiano notturno: credo, dico, perché mi è mancato il cuore di leggerlo).
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Pubblicato da giuliomozzi alle 22:42
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01.05.07
Sabato di Ian McEwan
di Ramona
[lo stesso libro letto da Federico Miozzi]
Egregio signor Ian McEwan, mi permetto di scriverLe in merito al Suo ultimo libro, Sabato. Sa, volevo farLe conoscere la mia opinione. E magari darLe qualche suggerimento. Posso? Non è che si offende vero?
Comincio con lo spiegarLe perché è riuscito a solleticare la mia curiosità.
Il titolo. Merita di per sé una riflessione.
Il sabato è sempre stato considerato un giorno diverso dal resto della settimana. È il preludio alla festività, molti lavoratori sono a casa, come pure qualche scuola. C’è un’aria leggera e frenetica, di spese al supermercato, di preparazione alla festa, di voglia di relax, di vita a parte. Io sono nato di sabato, lo sa?... Ma questo non c’entra, ha ragione. Per il protagonista di questa storia sì, però, che il sabato sarà un giorno memorabile.
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Pubblicato da Ramona alle 15:02
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30.04.07
Flatland, Edwin A. Abbott
di Paolo Cacciolati

Solo una sorta di operetta morale?
Benvenuti in Flatlandia, terra a due dimensioni dove piatte figure geometriche vivono divise in caste, biechi poligoni dominano il mondo imponendo leggi terroristiche, orde di crudeli pentagoni sopprimono nel sangue ogni accenno di rivolta contro l’ordine costituito.
Disprezzo della libertà, l’ascesa sociale come unico valore, unica aspirazione la conquista di un lato in più, sessismo estremizzato, con donne in forma di segmento tenute in stato di schiavitù. Tutto questo (e molto di più) è Flatland!
I dominatori seguono precetti protonazisti, tipo:
...se siete un Triangolo o un Quadrato o addirittura un Poligono nato con qualche irregolarità, bisogna che vi facciate portare in uno degli Ospedali Regolari per curarvi la vostra malattia; altrimenti finirete i vostri giorni nella Prigione di Stato, o sotto l’angolo del Boia di Stato.
In fondo alla scala sociale, miseri triangoli isosceli hanno come unica ricchezza i loro angoli, sognano di generare un figlio equilatero, che in futuro possa diventare addirittura quadrilatero.
Gli abitanti quanto più crescono di lati, tanto più si avvicinano alla casta degli eletti, i sacerdoti, dotati di così tanti lati da sembrare dei circoli. La massima autorità è il Gran Circolo, cui si attribuiscono, a titolo di cortesia, diecimila lati.
E c’è anche il lifting ante litteram:
in un Poligono la perdita di qualche lato può essere rimediata con un’operazione ben fatta nell’Istituto Neoterapeutico.
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Pubblicato da Paolo Cacciolati alle 14:36
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22.04.07
Non lasciarmi, di Kazuo Ishiguro
di Ramona
Se non me lo avessero regalato, probabilmente non avrei mai letto questo libro.
Non sarebbe servito il titolo ad attrarmi, perché avrei pensato ad un polpettone rosa che proprio non è il mio genere di lettura. Non mi avrebbe detto niente nemmeno la copertina dell’edizione Einaudi, che mostra solo una ragazzina con i capelli distesi al vento e un albero con la chioma piegata nella stessa direzione. E il nome dell’autore non lo conoscevo. Solo in seguito ho scoperto che Kazuo Ishiguro è lo stesso che ha scritto Quel che resta del giorno, da cui è stato tratto un magnifico film con uno strepitoso Anthony Hopkins.
Niente, insomma, avrebbe potuto farmi intendere che dietro queste apparenti banalità c’era una bella storia. Ma per fortuna il libro mi è stato regalato. Con tante raccomandazioni a leggerlo subito! E io, obbediente, l’ho letto. Subito.
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Pubblicato da Ramona alle 13:09
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17.03.07
Pioggia di William Somerset Maugham
di Cletus

Ho letto questo racconto sull'onda dei commenti, per lo più entusiastici, sbirciati (mi si passi il termine) in rete.
Da piccolo, dello stesso autore, ho sfogliato di nascosto le pagine di un Oscar, gelosamente custodito nella biblioteca del nonno, "Schiavo d'amore", che nell'immaginario di un adolescente, è un titolo che debbo ammettere, gioca in modo piuttosto potente.
Pioggia è un ordigno perfetto. Intanto si celebra dentro una pausa. Una pausa dilatata, d'accordo, dovuta alla sosta forzata in un isoletta dei mari del sud, in un qualsiasi e anonimo arcipelago dell'oceano pacifico, a causa di avverse condizioni meteo. Ma la sensazione del viaggio incombe.
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Pubblicato da Cletus alle 19:11
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05.03.07
Il velo dipinto di W. Somerset Maugham
di Mauro Baldrati
Chi ha amato Jane Austen apprezzerà la prima parte di questo libro. Vi è, infatti, una narrazione molto inglese sui rapporti familiari e matrimoniali, all’interno del sistema convenzionale e formale britannico che tutto modella e plasma: quell’aplomb all’apparenza garbato e signorile che in realtà è totalitario e violento, perché soffoca le emozioni, i desideri, gli ideali, le speranze.
Da Jane Austen sappiamo che una donna, nell’Inghilterra dell’Ottocento, aveva come unica possibilità di realizzazione quella di sposarsi. Da sola, era perduta; una delle grandezze della Austen è di avere descritto donne indipendenti, tenaci, anche se bene inserite nel sistema. La storia – ci racconta Somerset Maugham – non è affatto cambiata nel primo Novecento, l’epoca in cui è ambientato Il velo dipinto, famoso romanzo apparso nel 1925 dal quale fu tratto un film interpretato da Greta Garbo, e un remake da pochi giorni uscito nelle sale.
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Pubblicato da Mauro Baldrati alle 10:40
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31.10.06
Thomas Hardy, L'amata
lettura breve
di Giorgio Morale
C’è un giovane poco accorto che vive all’insegna del dispendio e si lascia sfuggire le occasioni e le persone con cui potrebbe essere felice.
La storia all’inizio si svolge linearmente, elencando gli amori del giovane, e la magia di Hardy stenta a innescarsi. Appare quando le relazioni a due diventano intense e ricche di sfaccettature e lo spazio asseconda il sentire dei personaggi.
Si procede di disincontro in disincontro, anche se, come se la terra fosse troppo piccola, le persone finiscono sempre per rincontrarsi. Il senso di grande spazio attorno a loro è creato dalla solitudine che li circonda.
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Pubblicato da Giorgio Morale alle 22:30
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13.10.06
Perché non ho finito di leggere Anime alla deriva di Richard Mason
di giulio mozzi
Questa non è una recensione, ma la semplice spiegazione di perché e percome non ho finito di leggere Anime alla deriva di Richard Mason (Einaudi Tascabili, pp. 344, lire 17.500). L’inizio è magnifico:
Mia moglie si è sparata ieri pomeriggio.
O almeno questo è quanto ritiene la polizia, e io interpreto la parte del vedovo affranto con entusiasmo e con successo. Vivere con Sarah mi ha insegnato a ingannare me stesso, e l’ho trovato io, come lei, un eccellente modo per imparare a ingannare gli altri. Naturalmente io so che lei non ha fatto niente del genere. Mia moglie era troppo equilibrata, troppo ancorata al presente per pensare di farsi del male. È mia opinione che non si sia mai preoccupata di quello che aveva fatto. Era incapace di provare rimorso.
Sono stato io a ucciderla.
E non per i motivi che potreste immaginare. Il nostro non era affatto un matrimonio infelice, anzi. […]
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Pubblicato da giuliomozzi alle 00:40
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18.06.06
"Della bellezza", di Zadie Smith
di Federico

Quando si dice che un libro affronta il tema della contaminazione multirazziale, mi viene in mente un’immagine precisa: una vaschetta rettangolare di plexiglass dentro cui vengono versati liquidi dagli odori e dai colori diversissimi. Con gli occhi curiosi dell’adulto che ritorna bambino, mi affaccio su questa vaschetta, annuso, mi sorprendo delle infinite combinazioni possibili.
L’allegria è simile a quella che inevitabilmente prende quando con un amico ci si cimenta ai fornelli per preparare una cena. Ci si imbratta le mani, ci si sporca il naso di farina, si massaggia goffamente un impasto friabile. Tuttavia è inutile illudersi: se si vuole fare una torta buona e bella si devono rispettare devotamente le dosi delle ricette dei libri. Bisogna prendere la bilancia elettronica, pesare i singoli ingredienti, sapendo che le improvvisazioni, certi azzardi della fantasia, rendono i cibi vomitevoli.
Il merito che riconosco a Zadie Smith è proprio questo: è una scrittrice che non ama giocare dilettantisticamente col dolce forno© per il piacere sadico di rimpinzarti di tortine plastificate, ma al contrario preferisce incarcerare le vicende dei personaggi, pesarle attentamente, limitandone le possibilità d’azione, e sacrificando l’imprevedibilità per la verità. Non è questo un gesto eroico da parte di uno scrittore?
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Pubblicato da Federico alle 21:27
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03.06.06
La casa del Sonno (The House of Sleep) - Jonathan Coe
di Gianluigi Bodi
Questa mattina mi sono svegliato alle cinque e mezza, come praticamente tutte le mattine.
Ho dormito male questa notte, non so bene perché, ma è successo e mi sembra ideale, ora che mi sento terribilmente in debito di sonno, parlare del libro che ho finito di leggere ieri e che mi è piaciuto talmente tanto da creare un senso di vuoto una volta chiuso e riposto sulla libreria.
Il libro in questione è “La casa del Sonno” di Jonathan Coe.
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Pubblicato da louie alle 12:34
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27.05.06
Alta Fedeltà (High Fidelity) - Nick Hornby
di Bodi Gianluigi

In questa stagione, ogni anno ho un calo fisico, che poi diventa un calo mentale. Le mie, già limitate, capacità intellettive si riducono al lumicino e quindi, di solito, sprofondo in un mesto silenzio. Stacco i contatti con il mondo e mi ricarico. Non sempre si tratta di un processo immediato. A volte, ci vuole tempo, tempo che devo assolutamente dedicare a me stesso, altrimenti non funziona. Comunque, in questi periodi di stanca, faccio fatica anche a leggere. Per evitare che la cosa mi demoralizzi mi attacco ai beni di rifugio. Quei libri che, a prescindere dal loro valore letterario, per me hanno significato e significano qualcosa. Qualcosa che va molto dentro di me. Si potrebbe dire che, quel lotto di libri sfibrati e ingialliti che ho in camera, mi conosca molto meglio di tanta della gente che frequento abitualmente. Uno di questi libri è “Alta Fedeltà” di Nick Hornby.
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Pubblicato da louie alle 09:48
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26.05.06
La linea della bellezza, di Alan Hollinghurst
di Federico

“La linea della bellezza” è un libro che intimidisce perché descrive, con una delicatezza così soffice da risultare spietata, un sentimento comune: la vergogna.
La vergogna è qualcosa da cui è possibile essere esonerati? No, direi di no. C’è però chi ne viene sopraffatto, perché non l’ha saputa trasformare in qualcosa di più sofisticato: in pudore. “La linea della bellezza” racconta il processo inverso. Il pudore è un’intenzione frenata perché mai esplorata prima. Questo contenuto allegro viene mortificato dalla società svezzata degli adulti. Il pudore scompare, lascia il posto alla reticenza, che è uno scalino ripido e vertiginoso che può condurre nel baratro della vergogna. Hollinghurst non salva nessuno: i suoi personaggi sono vinti, non esiste un vincitore. In questo modo ci insegna, con un autocontrollo tipicamente inglese, che l’unico modo per ripartire è questo. Chiudere i giochi, soffiare sulle linee della bellezza (le strisce di cocaina di cui abusano i personaggi) e ricominciare ad arrossire.
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Pubblicato da Federico alle 10:44
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07.05.06
La fabbrica di cioccolato(fa male il cioccolato?)
di Toni La Malfa

Fa male o no?
Era questa la domanda che un bambino della fila davanti alla mia aveva formulato in modo perentorio al suo papà durante la proiezione del film di Tim Burton e che anche i miei figli mi hanno rivolto durante la lettura del libro(sì, sì, leggiamo dei libri insieme, ma forse lo sapete già).
La risposta è no.
Il cioccolato fa bene al cuore, protegge dalla carie, inoltre pare che favorisca il buon umore e la concentrazione. Però fa male tutto ciò che gli sta intorno: lo zucchero, aggiunto in una discreta quantità nel cioccolato al latte, e i grassi come il burro di cacao o i grassi vegetali di altra natura. Quindi: su quello al latte, possiamo azzardare un fifty-fifty (potete anche fare di meglio se vi munite di uno spazzolino da denti e vi appellate alla modica quantità), mentre il cioccolato fondente produce molti più benefici che danni, ovviamente con un occhio attento al fabbisogno di calorie. Ma adesso vi starete chiedendo se per caso abbiate sbagliato indirizzo; se per uno strano caso di navigazione ad alto rischio vi siate imbattuti in un post di una bottega verde o natural-biologgica...la risposta è ancora no.
Siete entrati, proprio come pensavate, nel magico mondo di una bottega di lettura. E allora, - yawn, direte voi - perché queste divagazioni?
Ora ci arrivo.
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Pubblicato da Toni alle 09:33
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26.04.06
Charles Dickens, Il mistero di Edwin Drood (1870)
di Giorgio Morale
Questa non è una “lettura” e nemmeno una recensione. E’ una richiesta d’aiuto, un S.O.S., un appello. Leggete questo romanzo, leggetelo e ditemi come finisce… Il romanzo è stato lasciato incompleto da Dickens per il sopraggiungere della morte, ma la storia è così ben congegnata, e Dickens aggiunge sempre nuovi elementi alla vicenda, che quando, leggendo, pensiamo di esserci fatta un’idea della soluzione, subito dopo la scartiamo e ripartiamo, ritentiamo, ci giriamo attorno, senza addivenire a un risultato definitivo… Insomma, io questo libro l’ho letto e riletto più volte, e più ci penso e più la confusione aumenta. Le certezze che avevo la prima volta che lo lessi via via svaniscono, a ogni nuova lettura, e, mentre all’inizio pensavo che bastasse avere una buona conoscenza di Dickens per sciogliere l’enigma, adesso dispero di riuscirci mai.
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Pubblicato da Giorgio Morale alle 09:13
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13.03.06
Ian McEwan, Sabato
di Federico
[lo stesso libro letto da Ramona]
E’ uno scrittore di successo. Cinquantotto anni. Inglese.
E’ seduto al tavolo prediletto della sua casa londinese. Avvia il computer, apre Word. Sullo schermo bianco pulsa il cursore, in attesa.
Sorride, digrignando i denti. Tira fuori dal cassetto della scrivania un taccuino foderato di cuoio. Lo apre in un punto preciso. Rilegge una serie di appunti. La sua è l’allegria nostalgica di chi ritorna con la mente alle ore trascorse dietro il vetro della sala operatoria del reparto di Neurochirurgia dell’ospedale di Queens Park di Londra.
Il ricordo dell’esperienza lo emoziona ancora. Il sangue aspirato dalle cannucce trasparenti, i crani trapanati come cocci di ceramica, i ferri, le viti, gli strumenti chiamati con sigle bizzarre. E’ tutto lì, nero su bianco. Riconosce un tremolio emotivo nella sua calligrafia di quei momenti.
Tiene il taccuino aperto sulle gambe. Si pulisce gli occhiali, li strofina con un panno dopo averci alitato sopra, e scrive:
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Pubblicato da Federico alle 20:32
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