Di cosa parliamo quando parliamo di Carver ?
Una riflessione di cletus
Oggi, intorno all'ora di pranzo, mentre stavo uscendo da un supermercato con una frugale spesa è arrivato un sms. Un amico mi annuncia che sul Corriere c'è una paginata sull'eterna querelle Carver vs. Lish.
Lo ringrazio, giacché proprio di recente se ne è parlato (qui), e la cosa mi appassiona.
Debbo ammettere che sono arrivato alla constatazione che è inevitabile, sarà anche lapalissiano ma è cosi, chi legge un autore straniero si mette sostanzialmente nelle mani del suo traduttore. Intendo tutte le cattedrali che poi ne derivano sono in larga misura frutto di questa “delega” gioco forza dettata dalla mancata conoscenza (o della non totale padronanza) della lingua originale dell'autore.
Perché dico questo ? Perché quello che interessa è stabilire, tentare di stabilire, un confine certo. Fra l'opera originale e la sua (inevitabile) traduzione.
Ora, se siamo sufficientemente consci del meccanismo, dovremmo fare un altro piccolo sforzo e dilatare questa situazione ad uno stadio precedente. In questo caso, due individui, entrambi capaci dello stesso linguaggio, si dispongono davanti ad un testo, con dei ruoli ben distinti.
Uno ne è l'autore, l'altro no. L'altro fa un altro mestiere che si chiama “editor”, che come tutti i mestieri “di intelletto” è per sua stessa natura astratto e come un grande chewin-gum, in grado di assumere un livello di mansioni variabili.
Sgombriamo subito anche il campo da ogni e qualsiasi logica competitiva. Sono entrambi due mestieri “necessari”. Per poter vivere, sopratutto il secondo (quello dell'editor) ha necessariamente bisogno di un testo scritto da chi fa il primo mestiere. Potremmo sottilizzare e sostenere senza tema di esser lapidati, che probabilmente un editor mangerebbe alla Caritas se non ci fosse nessuno che scrivesse, e a certi livelli, anche viceversa.
Non sappiamo, ad esempio, quando apriamo un testo, se e quanto ci accingiamo a leggere sia frutto originale dell'autore e quanto influenza diretta del suo revisore. Non sappiamo a che pagina c'era scritto quello o quell'altro e se e quanto siano stati modificati. Non ce lo dice nessuno.
Questo, alla fin fine, non inficerà il nostro giudizio sull'opera. Intendendo qui, che non avremo contezza di se e quanto sia stato manipolato (sapientemente o meno questa è un'altra faccenda).
Dobbiamo fidarci, in un certo senso.
Ci arrivano delle parole messe in sequenza, ordinate in periodi più o meno involuti, che narrano, raccontano una storia.
Sono a digiuno di qualsiasi nozione di critica letteraria. La mia è una riflessione a voce alta, ma oggi trovo stucchevole questo carnevale intorno alla figura di Carver. La mia conoscenza dell'autore si limita alla conoscenza dei suoi testi. Almeno, quelli fin qui pubblicati (alcuni in prima edizione) e che attualmente campeggiano, qua e la sugli scaffali di casa.
Einaudi, ci dice l'articolo, sta per dare alle stampe un volume di racconti “originali”, eve of destruction, come diceva una canzone, prima cioè della pesante limatura operata sugli stessi dalle mani di Mr. Lish. E' stata la stessa signora Carver, Tess Gallagher, ad intraprendere, sulla scorta degli stessi manoscritti rinvenuti anche da Baricco, ancora nell'99, in quel di una sperduta biblioteca della altrettanto sperduta provincia americana, quest'opera di recupero, spinta, come in modo commovente ci dice l'articolo, da una sorta di mandato ricevuto in punto di morte da Carver stesso, ansioso di scrollarsi di dosso l'odiosa patente di minimalista.
Cosa dire ? Sgombrato il campo da qualsiasi lettura “maliziosa”sull'operazione, c'è di che restare incerti, sull'attribuzione delle capacità di narrazione che pure, riprese da tante e tante scuole di scrittura, creativa o meno, da un ventennio in qua, sono assurte al ruolo di modello.
Sono operazioni a posteriori. Tanto, il protagonista è morto, e tutti si sentono titolati a parlarne senza tema di smentita. Cosi come ho trovato forzata la lettura in chiave “religiosa”, esplicitata nel corso di un convegno, tanti anni fa, da don Spadaro (autore della prima biografia su Carver pubblicata in Italia “Un'acuta sensazione di attesa”) ed il suo traduttore, Riccardo Duranti che sostanzialmente la negava. Sono operazioni dietrologiche, e qualcuno mi ha insegnato che alla fin fine “il testo è lì”, intendendo dire che ciò che scritto è scritto e le chiacchiere stanno a zero.
Non ambisco a salvare la figura di nessuno. Trovo che se reale manipolazione ci sia stata, da parte di Lish, questa ha potuto esaltarsi proprio a partire dalla bontà del materiale sul quale ha messo mano. Nessuno, per quanto assistito da un editor formidabile, può ragionevolmente trasformarsi da scrittore della domenica in autore di capolavori.
Tuttavia, l'attenzione (tutta commerciale ?) con la quale si rinnova, periodicamente, la querelle, lascia forte il sospetto che intorno all'opera di Carver, molti siano ancora gli interessi in gioco. Alcuni dei quali, non del tutto trasparenti, e che continuano a sfuggirmi.
Pubblicato da Cletus il 08.10.08 20:12